Alessandro Diottasi: ''Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce''

TARQUINIA –  Ben 39 anni dalla sua nascita, la comunità Mondo nuovo continua ad essere ben viva grazie all’impegno dei suoi volontari, dei giovani che ne fanno parte  e la dimostrazione che puntualmente conferma il prezioso impegno  che quotidianamente svolge in varie parti d’Italia ed in Croazia è stata dimostrata dalle 650 persone intervenute sabato alla festa della Comunità tenutasi nel Centro Madre a Riva dei Tarquini. Ciò ripaga moralmente gli sforzi che tutta la comunità profunge ogni giorno non solo sotto il profilo del recupero dalle dipendenze ma anche e soprattutto verso un percorso di sostegno alle famiglie che vivono problemi di dipendenza ed ai giovani studenti che spesso sono messi in pericolo dall’assenza istituzionale e da chi dovrebbe sostenere la loro crescita sotto tutti i punti di vista.

«Nello scorso anno – spiega Alessandro Diottasi –  le attività di informazione e prevenzione dalle dipendenze attualizzate sulla nostra nazione hanno toccato oltre i 62000 studenti con campagne di informazione e di prevenzione portate avanti e curate dai nostri volontari nelle scuole. Ed il tutto a nostre spese perché ormai da anni  le politiche governative hanno completamente abdicato  al loro ruolo educativo ed informativo verso i giovani nel campo delle dipendenze, non solo, ma sono state fagocitate ed ampliate criminali e scellerate politiche di ampliamento e connivenza con chi lucra sugli stupefacenti. La rivendita legale di cannabis “ a basso contenuto di THC , è ormai un dato di fatto e sotto gli occhi di tutti. E questo lo hanno voluto governi che vivono su altri pianeti e sono ben lontani dalle condizioni di non vita in cui vivono i nostri giovani.  Ciò è verificabile dal profitto scolastico, dalle assenze dei giovani dalla politica, dai bagni del Senato o della Camera. Di droghe si continua a morire; di dipendenze da gioco si continuano a rovinare le famiglie; di alcool e super alcolici si continuano a distruggere i cervelli degli adolescenti. Mancano politiche  di sostegno verso sane educazioni da offrire ai giovanissimi. Insomma il futuro non è per niente roseo per le future generazioni. Però, ecco, da chi in primis ha vissuto certi problemi ed ha cercato aiuto, nel trovarlo ha capito che il silenzio non giova a nessuno, non solo, ma il silenzio si fa complice di chi lucra sulla vita dei giovanissimi, ecco perché dalle Comunità, nel loro silenzioso impegno quotidiano, irrompe un urlo di speranza e di voglia di vivere una vita sana ed incredibilmente ricca di situazioni bellissime completamente alternative allo sballo o alla solitudine: il vivere in comunione. Come si fa a realizzarle? Con tre semplici regole di vita: niente droghe; nessuna violenza o prepotenza di nessun tipo, pochi beni voluttuari ed una serie di  valori imprescindibili del genere umano quali il rispetto, la condivisione, l’amore verso la vita e verso il prossimo, la responsabilità, il sacrificio e la condivisione. La Fede non è obbligatoria; è uno strumento che si offre a chi ritiene che per lui è importante. Tutto ciò da 39  anni ha permesso il recupero ed il reinserimento di centinaia e centinaia di persone grazie anche alla partecipazione ai programmi di recupero di terapeuti, operatori che provengono da un passato triste, volontari».

Una festa quindi, quella di sabato, della vita animata dalla fanfara della Polizia di Stato con gli inni nazionali dei Paesi dove la Comunità Mondo nuovo è presente,  cinque sindaci (Luigi Landi per Tolfa, Sergio Caci per Montalto di Castro, Daniela Lucernoni per Civitavecchia, Manuel Catini per Tarquinia, Antonio Pasquini per Allumiere,  il parlamentare Alessandro Battilocchio e il Gonfalone di Roma metropolitana.  

«La presenza del nostro Vescovo Marrucci – afferma Diottasi – ci ha riempito di gioia per la sua semplicità ed il suo affetto sempre dimostrato a me, ai nostri ospiti ed a tutti i presenti. A Mons. Marrucci l’onore   del taglio del nastro di due nuove strutture di cui una attinente al progetto FO.LA.RE (con il contributo della Fondazione cattolica Assicurazioni)  e la più grande realizzata con risorse nostre.  Circa 300 persone hanno condiviso con noi il nostro desco e diversi cantanti quali Erica Spargoli, il  gruppo Street Therapy (Luca Carrubba, Lucia Romano ed Angelo hanno allietato il pomeriggio. A Marilena Ravaioli del Centro artistico Balletto di Tolfa l’abbraccio ed il ringraziamento per la sua amicizia pluriennale e per averci portato la  piccola Naike. Una giornata all’insegna della gioia certo, ma un grazie di esistere a tutti i nostri centri di ascolto e di aiuto che con la loro presenza hanno voluto testimoniare la loro vicinanza ed a cui riconosciamo il loro prezioso contributo alla causa del faticoso ritorno alla vita che insieme pro- fungiamo da sempre, memori che in questa società fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Ma noi non molliamo perché il futuro dell’umanità sta nel  tutelare e far crescere bene i figli  alla faccia di chi non la pensa così».

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Pulcino d’Oro: Dlf da urlo

Si chiude con il botto il Pulcino d’oro 2018,  giunto quest’anno alla 9^ edizione,  riservato alle categorie dal 2012 al 2006. La cerimonia di premiazione si tinge dei colori biancoverdi del DLF Civitavecchia a testimonianza che la società di Viale Baccelli non teme la concorrenza di alcun antagonista e che i continui capovolgimenti di fronte che vedono la collaborazione tra altre società locali non scalfiscono minimamente la professionalità con cui gli istruttori, gli allenatori e i dirigenti infondono il loro sapere ai propri tesserati. I risultati ottenuti, il primo posto nelle categorie 2006, 2008 e 2009, il secondo posto dei 2007, e ben quattro titoli come capocannoniere per Federico Serra dei 2006, Gabriele Belloni dei 2007, Gianmarco Pane dei 2008 e Fabiano Serpente dei 2009, stanno a testimoniare l’indiscussa superiorità tecnica della cantera dielleffina e l’innegabile competitività sull’intero litorale. (Agg. 25/06 ore 18,53 SEGUE)

Tutti i gruppi si sono presentati all’ultimo appuntamento stagionale con il massimo dei calciatori consentiti dal regolamento. Straordinario l’iter in tutte le categorie. Buono il percorso del gruppo 2010 di Matteo Fiorini che si è arreso ai quarti di finale solo ai calci di rigore, contro la poi vincitrice del torneo,  mentre i 2012 sono stati eliminati nel girone di qualificazione. Ottima comunque la crescita  dei cuccioli biancoverdi diretti sapientemente da Lucia Droghini. Migliore il destino per i 2009 guidati dall’istruttore Bruno Dignani. I piccoli biancoverdi  hanno vinto tutti gli incontri battendo, in un’emozionante finale, la Leocon con un secco 5 a 1.  Anche il gruppo 2008 di Massimiliano Pane è arrivato imbattuto all’appuntamento con la finale, dove, con una gara impeccabile, ha calato il poker alla CSL Soccer, conquistando meritatamente il successo.  Hanno invece chiuso al secondo posto, i biancoverdi 2007. I dielleffini di Filippo Di Gaetano, dopo una fase di qualificazione da protagonisti e l’eliminazione in semifinale ai danni di un’ottima CSL Soccer, si sono dovuti arrendere in finale all’Atletico Ladispoli, accontentandosi così della piazza d’onore. Straordinario percorso dei 2006 di Simone Romagnoli, come straordinaria è stata tutta la stagione, con ben quattro primi posti in tornei di ottimo spessore, un secondo posto al trofeo Rete Oro, sconfitti solo ai calci di rigore dalla Polisportiva Carso, e un terzo posto nel trofeo Kids, dietro a Roma e Lazio e davanti a formazioni del calibro di Frosinone e delle più importati società romane. I biancoverdi hanno, prima, vinto il girone di appartenenza, per poi battere nei quarti e nelle semifinali prima il Ladispoli e poi il Civitavecchia 1920. La finale, l’ultima di una lunghissima serie di sfide, contro i capitolini dell’Urbetevere, si trasforma in una debacle per la formazione teverina. La partita e’ vivace e appassionante, vista anche la rivalità tra le due squadre che mai come quest’anno si sono dovute confrontare nelle fasi finali dei vari tornei cui hanno preso parte. I biancoverdi hanno mantenuto il totale predominio del gioco e, con due azioni da manuale, realizzano le reti, con Serra e Bertini, alzando al cielo il trofeo.(Agg. 25/06 ore 19,28 SEGUE)

Con quest’ultima fatica al Tamagnini si chiude un’altra sorprende stagione per il DLF Civitavecchia, soprattutto per la Scuola Calcio. I ringraziamenti doverosi, per mano di chi scrive, vanno indirizzati principalmente allo staff dirigenziale al completo, che ha saputo guidare con competenza e professionalità’ l’intera macchina, prospettando nuovi interessati progetti per il prossimo anno e inserendo notevoli figure professionali di grande esperienza come il nuovo responsabile della Scuola Calcio, proveniente dalla SS Lazio. I ringraziamenti vanno inoltre rivolti anche a tutti i dirigenti e accompagnatori che sono stati il valore aggiunto dell’ambiente societario, necessario e fondamentale per il raggiungimento degli obbiettivi. Per questa stagione calcistica, quindi, si chiude qui, dopo aver dimostrato che il vivaio è il migliore del comprensorio,  dopo aver giocato ad armi pari con squadre di prestigio della capitale anzi, lasciatecelo dire, anche con una certa e ormai acclarata superiorità,  e dopo aver preparato non solo tecnicamente atleti che sono sempre i più richiesti per il grande salto. Qualcuno si lascerà ammaliare dal fascino del professionismo, altri decideranno di restare nel loro porto sicuro, certi che anche il futuro riserverà sorprese piacevoli e tante soddisfazioni. (Agg. 25/06 ore 20,21 SEGUE)

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Fiaccolata in tante città italiane per Marco

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – In vista della fiaccolata #noninmionome prevista per il 17 maggio alle 21 a Cerveteri per chiedere giustizia per Marco Vannini sono diverse le città italiane che in contemporanea aderiranno alla stessa iniziativa. Tanti gli italiani dal nord a sud che si stanno organizzando per manifestare vicinanza e solidarietà ai genitori di Marco, mamma Marina e papà Valerio. 
Le tante candele che si accenderanno dovranno far luce ad un orientamento popolare che non vuole contestare il sistema ma che intende spronarlo affinchè, in nome del popolo italiano, siano emesse sentenze che stabiliscano certezza della pena commensurata alla gravità del fatto e dei comportamenti successivi tenuti dagli imputati, e ciò nel rispetto delle giuste attese dei familiari della vittima. Una manifestazione pacifica che esula dai messaggi di odio con i quali la si vuole inquinare. 
Mai come in questo caso è attuale quel monito del magistrato Loris D’Ambrosio, che ha contribuito alla elaborazione di importanti riforme del sistema della giustizia penale, quando nel lontano 1999 scriveva  che «un uso non accorto e indiscriminato delle circostanze attenuanti generiche realizza forme di perdonismo strisciante e surrettizi sconti di pena». 
Così le tante candele accese assumono la funzione di illuminare le menti di chi giudica e dei legislatori che forniscono loro gli strumenti del giudizio. L’urlo di Marina alla lettura della sentenza di primo grado ha sdoganato la rabbia repressa di tanti genitori e familiari che si sono sentiti impotenti e hanno reagito col silenzio alla presunta ingiustizia subita. 
E quell’urlo rimbomba come un mantra sui social ed entra in risonanza nelle coscienze della gente comune che si mobilita in molte città italiane. Aderisce Milano con la fiaccolata a Piazza della Scala (Palazzo Marino), Arezzo (Piazza San Giacomo), Linarolo-Pavia (via Rossini), Roma (Piazza Cavour), Tor San Lorenzo-Ardea (Piazza del Patio), Cagliari (Piazza Yenne) e Olbia (piazza Regina Margherita). 
«Piano piano se ne stanno aggiungendo sempre altre – dice il cugino di Marco, Alessandro Carlini – si stanno organizzando, per esempio, anche a Bologna ma non è ancora confermata. Alle tante persone che  mi scrivono chiedendomi consigli su come devono fare io rispondo di portarsi una candela da casa e un palloncino bianco. Poi basta indossare una semplice maglia bianca che con un pennarello nero uno ci può scrivere #noninmionome giustizia per Marco. Noi pensiamo di portare in piazza a Cerveteri almeno 5mila persone perché sono in tanti che verranno da Roma e dai paesi limitrofi. A Ladispoli sono stati messi a disposizione dall’autonoleggio Ciampa dei pulmini gratuiti per portare le persone a Cerveteri. Questo servizio è a disposizione di tutte quelle persone che non hanno mezzi propri o per chi arriva col treno alla stazione di Ladispoli. Parteciperanno diverse associazioni di volontariato ma anche una rappresentanza di associazioni sportive del territorio. Poi ci sarà la partecipazione dei Sindaci».
Confermata per ora la presenza del sindaco Pascucci di Cerveteri, Alessandro Grando di Ladispoli e Armando Tondinelli di Bracciano, città che ha dato i natali a Marco. Va aggiunto che alcuni parenti di mamma Marina che vivono nel Casertano stanno poi organizzando un pulman con una rappresentanza della zona. Alessandro conclude invitando più persone possibili a scendere in piazza e soprattutto tutte quelle che non si sentono rappresentate da questa sentenza emessa nel nome del popolo italiano.
Singolare poi l’iniziativa di Laura Mauri, un’italiana che vive in Sudafrica, che chiaramente non può essere presente a Cerveteri, per coinvolgere tutte le persone che vivono all’estero che  vorrebbero partecipare ma per ovvi motivi non possono. Laura,  propone di realizzare dei poster con una foto di Marco, le bandiere  di tutte le nazioni e poi i nomi e cognomi presi dal profilo Facebook come se fossero le firme con vicino il nome del Paese in cui vivono. «Ad oggi sono state raccolte 1304 firme – ci fa sapere Laura – di persone che vivono in Australia, Belgio,  Bosnia e Herzegovina,  Brasile, Canarie, Danimarca, Giappone, Francia, Germania, Inghilterra, Irlanda, Lussemburgo, Messico, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Svizzera, Tunisia e USA» «Il mondo è con te – non in mio nome – anche noi siamo presenti» è lo slogan di Laura «vediamo di fare dei bellissimi, grandissimi tabelloni e che sia ben chiaro che non è una manifestazione locale ma è una manifestazione mondiale e da tutte le parti d’italia. Sono lontana 12.000km ma vi sento tutti cosi vicino» conclude Laura.

 

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 12 Dicembre

Gran bella cosa per un ragazzo avere delle sorelle grandi che piglian marito! Giù la sala da pranzo pare diventata una bottega di pasticcere… Vi sono preparate paste di tutte le qualità: le migliori però sono quelle con la conserva di frutta, ma son buoni anche i diti con la crema dentro, sebbene abbiano il difetto che quando si mettono in bocca da una parte per mangiarli, la crema scappa via da quell’altra, e anche le maddalene nella loro semplicità sono squisite, ma in quanto alla delicatezza le marenghe bisogna lasciarle stare… Io però non le ho lasciate stare, e di quelle ne ho mangiate nove… Sono così fragili, che si struggono in bocca e non durano nulla. Tra un’ora gli sposi torneranno dal Municipio con i testimoni e tutti gli invitati, e allora avrà principio il rinfresco.

In casa c’è soltanto Ada che piange, poveretta, perché vede che tutte le sorelle piglian marito e lei ha paura di far come la zia Bettina. A proposito: la zia Bettina non è venuta, benché il babbo l’abbia invitata. Ha risposto che non si sentiva di affrontare il viaggio, e che mandava tanti auguri di felicità dal fondo del cuore, ma Virginia ha detto che non sa che se ne fare, e che sarebbe stato meglio se quell’avaraccia le avesse mandato un regalo.


Giornalino mio, rieccoci daccapo chiusi in camera, e forse, Dio non voglia, condannati alle minestre di capellini! Quanto sono disgraziato! Sono tanto disgraziato che piangerei chi sa come, se non mi venisse da ridere nel ripensare alla faccia del Maralli quando è scoppiata la gola del caminetto. Com’era buffo, con quel barbone che gli tremava tutto dalla paura! Il disastro è stato grande; ed è inutile dire che la causa sono stato io, perché io sono la disperazione dei miei genitori e la rovina della casa… per quanto, alla fin dei conti, la rovina si riduca a una sola stanza e precisamente al salotto di ricevimento.

Ecco dunque com’è andato il fatto. Quando il Maralli, mia sorella, il babbo, la mamma e tutti gli altri son tornati dal Municipio faceva un gran freddo, ragione per cui uno degli invitati, entrando nella sala da pranzo, ha detto: – Siamo tutti intirizziti; se ci date anche il rinfresco, moriremo qui assiderati! – Allora Virginia e l’avvocato Maralli hanno chiamato subito Caterina e le han fatto accendere il caminetto nella sala da ricevere. La Caterina, poveretta, ha obbedito e… Dio, che bomba! È parsa proprio una bomba; e poi lì per lì, tra la polvere, sotto 1a pioggia dei calcinacci che schizzavano qua e là si è creduto che rovinasse tutta la casa. Caterina è cascata lunga distesa senza più dar segno di vita; Virginia, che stava lì a vederle accendere il caminetto, ha cacciato un urlo come quando trovò il fantoccio sotto il letto; e il Maralli, bianco come un cencio lavato, scoteva il barbone e ballettava per la stanza ripetendo: – Mamma mia, il terremoto! Mamma mia, il terremoto! – Molti invitati sono scappati via. Il babbo, invece, è corso subito sul luogo del disastro, ma nessuno capiva il perché si era schiantata la gola del caminetto, facendo rovinare giù mezza parete della stanza. Ad un tratto, quando tutto pareva finito, si è sentito dentro il camino un fischio e tutti son rimasti senza fiato per la sorpresa. Il Maralli ha detto: – Ah! Li dentro c’è un incendiario! Bisogna chiamar le guardie! Bisogna farlo arrestare! – Ma io che avevo capito tutto non ho potuto fare a meno di esternare il mio dispiacere: – Ah, i miei razzi col fischio! – Mi ero ricordato in quel momento che quando avevo comperato i fuochi per festeggiare il matrimonio di Luisa, non avendoli potuti più adoperare li avevo ficcati appunto su per la gola del camino nel salone di ricevimento, dove non andava mai nessuno, perché il babbo non me li trovasse, ché altrimenti me li avrebbe sequestrati. Naturalmente la mia esclamazione è stata un lampo di luce per tutti. – Ah! – ha gridato l’avvocato Maralli imbestialito – ma tu sei addirittura il mio flagello! Ero scapolo e tentasti di accecarmi, ora piglio moglie e tenti di incenerirmi! –

La mamma intanto mi aveva preso per un braccio e, per salvarmi dal babbo, mi ha portato qui in camera mia, tanto per mutare. Fortuna che quando ci sono dei rinfreschi in casa, io ho la precauzione di farmi sempre la parte prima che incomincino!

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 1 dicembre

Sono due giorni e due notti che i miei genitori sono partiti, e non ho fatto altro che pensare alla bicicletta. Questa volta sono proprio sicuro d’acchiapparla.

Oggi è stata una giornata veramente di Paradiso: tirava un bel venticello fresco, che mi ha fatto venire la voglia di andare a pescare, badando bene però di non affogare come mi successe l’altra volta, se no addio bicicletta! Dopo scuola sono andato a comprare una lenza nuova, degli ami, e mi sono avviato in riva al fiume. Da principio non venivano su che delle erbacce, poi ho preso due ghiozzi, che sono sguizzati un’altra volta nell’acqua; ma verso buio ecco un’anguilla vera, grossa come un coccodrillo.

Che dovevo farne? Naturalmente, l’ho portata a casa per mangiarla domani mattina a colazione, e per divertirmici stasera ho pensato di metterla per benino sul pianoforte, in salotto da ricevere. Dopo pranzo, Caterina ha acceso i lumi in quella stanza, e mia sorella è scesa giù e si è messa a sonare e cantare la solita romanza che canta sempre e che comincia: Nessuno ci vede, nessuno ci sente…
A un tratto, ha dato un grand’urlo:

– Ah! Una vipera!… Uh!… Ah!… Oh!… Ih!… Eh!… –

Che urli! Il fischio della locomotiva non c’è per niente, a paragone! Io sono subito corso in salotto per vedere quello che era successo; Caterina pure è accorsa; e abbiamo visto Virginia che si contorceva sul canapè come un cane arrabbiato. – Scommetto che c’è qualcosa sul piano, – ho detto a Caterina. Caterina si è avvicinata al pianoforte per vedere, e poi via, con un balzo è corsa alla porta di casa urlando: – Aiuto!… -.

Allora ha incominciato a entrare in casa la gente del vicinato, e tutti, appena data un’occhiata al pianoforte, a urlare come disperati. – Ma se è un’anguilla! – ho detto io, stanco finalmente di tutte queste esagerazioni. – Che cosa? Che cosa? – hanno domandato tutti in coro. – È un’anguilla innocente! – ho ripetuto, mettendomi a ridere. Le donne sono proprio sciocche, di buttare all’aria la casa per un’anguilla, che poi mangiano con tanto gusto, quando viene portata a tavola cucinata e condita.

Mi hanno detto che sono cattivo, per aver fatto spaventare Virginia. Si sa, è sempre la medesima storia. Anche se ho la disgrazia di avere una sorella che non riconosce un’anguilla da una vipera, la colpa dev’essere sempre mia…

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 31 ottobre

Ah, giornalino mio, come son nato disgraziato! E quel che mi è successo finora non è niente, perché c’è il caso che io finisca in galera, come mi è stato predetto da più d’uno e, tra gli altri, dalla zia Bettina. Sono così avvilito, che in casa non hanno avuto neanche il coraggio di picchiarmi. La mamma mi ha accompagnato qui in camera mia, e mi ha detto semplicemente – Procura di non farti vedere da nessuno e prega Dio che abbia pietà di te e di me che, per causa tua, sono la donna più disgraziata di questa terra! – Povera mamma! A pensare al suo viso pieno di malinconia mi viene da piangere. Ma, d’altra parte, che ho a fare se tutte le cose, anche le più semplici, mi vanno a rovescio!

Come avevo stabilito, ieri sera volli dare la rappresentazione di giuochi di prestigio, nel salotto ed in questo non c’era niente di male, tant’è vero che tutti dissero: – Vediamo, vediamo questo rivale di Morgan! – Fra gli spettatori, oltre Mario Marri che fa le poesie e porta la caramella, la signorina Sturli che le mie sorelle dicono che si stringe troppo, e l’avvocato, c’era anche Carlo Nelli, quello che va vestito tutto per l’appunto e che ha rifatto la pace dopo che s’era avuto tanto a male che Virginia gli avesse scritto sul ritratto: Vecchio gommeux.

– Cominceremo dal giuoco della frittata! – dissi io. Presi dal cappellinaio il primo cappello che mi capitò fra mano, e lo posi su una sedia, a una certa distanza dal pubblico: poi presi due uova, le ruppi e versai le chiare e i torli nel cappello, mettendo i gusci in un piatto. – Stiano attenti, signori! Ora prepareremo la frittata, e poi la metteremo a cuocere!… – E con un cucchiaio mi misi a sbattere le uova dentro il cappello, avendo nell’idea, dopo, di levarci la fodera e farlo ritornar pulito come prima. Il Carli, nel vedermi sbattere le uova dentro il cappello, dette in una gran risata e gridò: – Oh, questa è bella davvero! – Io, sempre più incoraggiato nel vedere che tutti quanti si divertivano ai miei giuochi, per finire l’esperimento proprio alla perfezione come avevo visto fare al celebre Morgan, dissi: – Ora che le uova sono sbattute, io pregherei un signore di buona volontà a reggere il cappello mentre vado ad accendere il fuoco. – E rivolgendomi all’avvocato Maralli, che era il più vicino a me, ripresi: – Lei, signore, vuol avere la gentilezza di reggere il cappello per un minuto? – L’avvocato accondiscese, e preso il cappello nella destra vi gettò uno sguardo dentro e si mise a ridere esclamando: – Toh! Ma io credevo che ci fosse un doppio fondo. Invece ha sbattuto le uova proprio dentro il cappello!. – Carlo Nelli che sentì, dette in un’altra risata più clamorosa della prima, ripetendo – Ah, questa è bella! Questa è proprio graziosa! – Io, tutto contento, presi nell’ingresso il candeliere con la candela accesa che avevo già preparato e, ritornato accanto all’avvocato Maralli, glielo misi nella sinistra, dicendo: – Ecco acceso il fuoco: ora lei, signore, favorisca di tenerlo sotto al cappello, non tanto vicino per non bruciarlo. Ecco, così… Bravo! Ora poi la frittata è bell’e cotta e spengeremo il fuoco. Ma come? Ah! Ecco qui: noi lo spengeremo con la mia pistola. – Veramente il Morgan adopera una carabina; ma io, avendo una di quelle pistole da ragazzi che si caricano con quei proiettili di piombo a punta da una parte e con uno spennacchietto rosso dall’altra, coi quali si tira nel bersaglio, avevo creduto che fosse la stessa cosa; e, impugnata la mia arma, mi impostai dinanzi all’avvocato Maralli.

In questo punto, molto importante per la riuscita dell’esperimento, dovendo io spengere con un colpo della mia pistola la candela, fui distratto improvvisamente da due grida. Carlo Nelli, avendo a un tratto riconosciuto nelle mani dell’avvocato Maralli il proprio cappello, aveva smesso subito di ridere gridando con angoscia: – Uh! Ma quel cappello è il mio! –

Nello stesso tempo l’avvocato Maralli, vedendomi con la pistola stesa, aveva esclamato sgranando tanto d’occhi dietro gli occhiali: – Ma è forse carica? – In quel momento lasciai andare il colpo, e si udì un urlo: – Ah, mi ha ammazzato! – E l’avvocato Maralli, lasciandosi cadere dalle mani il candeliere e il cappello con le uova dentro che si sparsero sul tappeto sporcandolo tutto, si gettò su una sedia premendosi il viso con tutt’e due le mani. Le signorine Mannelli si svennero, le altre si dettero a urlare, le mie sorelle si messero a piangere come fontane; Carlo Nelli si precipitò sul suo cappello, ringhiando: – Assassino! – Mia madre, intanto, aiutata da Mario Marri, aveva afferrato l’avvocato Maralli, sorreggendolo e scostandogli le mani dal viso, dove vidi con terrore, proprio accanto all’occhio destro, lo spennacchietto rosso del proiettile a punta che gli s’era conficcato nella carne. Ebbene: posso giurare che ero il più dispiacente di tutti, ma in quel momento io non potei trattenermi dal ridere, perché il Maralli, con quello spennacchietto rosso ficcato accanto all’occhio, era proprio buffo. Allora Carlo Nelli, che in tutta quella confusione aveva sempre seguitato a ripulire il cappello col fazzoletto, esclamò al colmo dello sdegno – Ma quello lì è un delinquente nato! – E la signorina Sturli che si era avvicinata al Maralli per vedere che cosa gli era successo, accorgendosi d’aver macchiata la camicetta di seta bianca col sangue che usciva dall’occhio del ferito, si mise anche lei a smacchiarsi col fazzoletto, borbottando tutta stizzita – Quel ragazzo finirà in galera! – Io smessi di ridere, perché incominciavo a capire che la cosa era molto seria. Mario Marri, aiutato dagli altri invitati, avevano preso l’avvocato Maralli a braccia e l’avevan trasportato su nella camera dei forestieri; e intanto Carlo Nelli s’era incaricato d’andar a chiamare il dottore.

Io, rimasto solo in salotto, mi misi in un cantuccio a singhiozzare e a riflettere ai casi miei e ci rimasi così triste, dimenticato da tutti, quasi tutta la notte, finché non mi ha scoperto la mamma che mi ha accompagnato, come ho scritto prima, qui in camera mia. Pare che l’avvocato Maralli stia molto male. E io? Io finirò in galera, come dicono tutti! Sono disperato, mi gira la testa, mi sento tutto pesto come se mi avessero bastonato. Non ne posso più, non ne posso più!


Ho dormito e mi sento meglio.

Che ore sono? Dev’esser tardi perché sento venir su dalla cucina un odorino di stracotto che mi rallegra un po’ lo spirito in mezzo a questo silenzio sepolcrale. Ma un’idea terribile mi perseguita sempre: quella del processo, della prigione, dei lavori forzati a vita. Povero me! Povera la mia famiglia! Mi sono affacciato alla finestra, e ho visto giù, in giardino, Caterina in gran conciliabolo con Gigi, quello che mi salvò la vita quando ero per affogare. Caterina si sbracciava, si accalorava, e Gigi ogni tanto si tirava il cappello sugli occhi, allungava il collo e spalancava la bocca, come fa lui quando un discorso gli interessa di molto. Io li guardavo tutt’e due, e capivo benissimo che Caterina raccontava a Gigi il fatto di iersera dell’avvocato Maralli e che Gigi era molto impressionato del racconto; e capivo anelare che il far quei gesti che facevano era segno che l’affare era molto serio, e che probabilmente il povero avvocato stava molto male. A un certo punto anzi, quando Caterina ha alzato le braccia al cielo, m’è venuto anche il dubbio terribile che il povero Maralli fosse morto. Eppure bisogna, giornalino mio, che ti confessi una cosa: nel vedere quei due far tutti quei gesti, non ne potevo più dal ridere.

Che io sia davvero un delinquente nato, come ha detto iersera Carlo Nelli? Ma il buffo poi è questo, caro giornalino: che ora, ripensando a questa cosa del delinquente nato, mi vien da piangere perché più ci rifletto e più mi par proprio d’essere un ragazzo venuto al mondo per soffrire e far soffrire, e dico fra me: – Oh quant’era meglio che Gigi mi avesse lasciato affogare quel giorno! – Zitti! sento rumore nell’andito. Ah! forse il Maralli è morto davvero, forse i carabinieri vengono ad arrestarmi per omicidio.

Ma che carabinieri! Era la mamma, la mia buona mamma che è venuta a portarmi da mangiare e a darmi notizie dell’avvocato Maralli! Ah, giornalino mio, che peso mi son levato dalla coscienza! Salto e ballo per la stanza come un pazzo dall’allegria. L’avvocato non è morto, e non c’è neanche pericolo di morte. Pare che tutto si ridurrà alla perdita dell’occhio, perché è rimasto offeso non so che nervo e il dottore ha assicurato che il Maralli tra una diecina di giorni potrà andar fuori. La mamma quand’è venuta era molto seria, ma poi quando è andata via era allegra come me, certamente perché anche, lei deve aver capito la ragione. Siccome quando è entrata in camera io ero molto spaventato perché credevo che fossero i carabinieri, ella mi ha detto – Ah, meno male che, se non altro, hai rimorso di quel che hai fatto! Io sono stato zitto, e allora lei mi ha preso tra le braccia, e guardandomi in viso mi ha detto, ma senza sgridarmi, anzi con voce piangente – Lo vedi, Giannino mio, quanti dispiaceri, quante disgrazie per colpa tua! – Io allora, per consolarla, le ho risposto – Sì, lo vedo: ma se son disgrazie, scusa, che colpa ci ho io? – Lei allora mi ha rimproverato perché io mi ero messo a fare i giochi di prestigio, e io le ho detto – Ma se quando mi son messo a farli, tutti quelli che erano in salotto si divertivano ed erano felici e contenti!
– Perché non potevano prevedere quello che hai fatto dopo…
– E io lo potevo forse prevedere? Sono forse indovino io? – Allora lei ha tirato fuori l’affare del cappello di Carlo Nelli che dice è andato via impermalito, perché gliel’ho tutto insudiciato con le uova. – Va bene – ho detto io. – Ma anche quella è stata una disgrazia, perché io ho preso un cappello qualunque dal cappellinaio, e non sapevo che fosse il suo. – Ma, Giannino mio, se fosse stato d’un altro non sarebbe stato lo stesso? – Così ha detto la mamma, ed era qui che l’aspettavo. – No, che non sarebbe stato lo stesso… per Carlo Nelli! Infatti, quando egli si è accorto che io non sapevo più come rimediare il giuoco e che il cappello ormai era rovinato, il signor Carlo Nelli rideva a crepapelle, credendo che il cappello fosse d’un altro, e diceva: – Ah, questa è bella! Questa è graziosa! – Mentre invece, quando poi s’è accorto che il cappello era suo, ha detto che io ero un delinquente nato! Sempre così! Tutti così! E anche il Maralli rideva e si divertiva, perché aveva visto che il cappello non era il suo, e se lo avessi poi anche sfondato con un colpo di pistola, si sarebbe divertito più che mai. Invece la disgrazia ha voluto che cogliessi lui vicino a un occhio, ed ecco che allora tutti danno addosso al povero Giannino, e tutti si mettono a gridare che Giannino finirà in galera… Sempre così! Tutti così! Anche la zia Bettina mi ha detto a questo modo, e ce l’ha a morte con me. E, in fondo, che avevo fatto di male? Avevo sradicato dal vaso una pianticella di dìttamo che costerà due centesimi. Ma siccome io son nato disgraziato, per l’appunto s’è data la combinazione che quella pianta era stata data alla zia Bettina da un certo Ferdinando, e pare anzi, a quanto dice lei, che ci sia dentro, in quella pianta, lo spirito di questo signore… – A questo punto la mamma mi ha interrotto piena di curiosità, dicendomi – Come, come? Raccontami tutto per bene: come ti disse la zia Bettina? – E ha voluto che le dicessi tutto il fatto del dittamo e le ripetessi quel che mi disse la zia Bettina, parola per parola; e poi s’è messa a ridere, e poi mi ha detto: – Cerca di star qui, zitto e tranquillo. Poi ritornerò, e, se sei stato buono, ti porterò per merenda un po’ di conserva di pesche. – E se n’è andata giù, e ho sentito che chiamava l’Ada e la Virginia dicendo – Ah, ve ne voglio raccontare una carina! – Meno male. Io l’ho sempre detto: fra tutti, la mamma è quella che capisce di più la ragione, e che sa distinguere se una cosa succede per disgrazia o per cattiveria.


C’è stata l’Ada a portarmi la cena e ha voluto anche lei che le raccontassi il fatto del dittamo della zia Bettina.

Mi ha dato ottime notizie. Un’ora fa c’è stato il dottore daccapo e ha detto che l’avvocato Maralli va molto meglio, ma che deve stare in camera al buio almeno per una settimana. Capisco che dev’essere una cosa seccante: ma è anche più seccante il dovere stare relegati in una camera senza esser malati, come son costretto a star io. Ma ci vuol pazienza. Ada mi ha detto che il babbo è molto arrabbiato, che non mi vuol più vedere e che perciò bisogna aspettare che gli passi l’inquietudine e allora con l’intromissione della mamma tutto sarà appianato.
Intanto io vo a letto, perché ho molto sonno.

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 21 Settembre

Son proprio nato disgraziato! In casa non mi possono più soffrire, e tutti non fanno altro che dire che per colpa mia è andato all’aria un matrimonio che per i tempi che corrono era una gran fortuna, che un marito come il signor Capitani, con ventimila lire di rendita, non si trova tutti i giorni, che Ada sarà condannata a restare zitella tutta la vita come la zia Bettina, e via e dai… una quantità di storie che non finiscono mai. Io vorrei sapere che gran male ho fatto alla fin fine, per copiare un pensiero dallo scartafaccio di mia sorella! Oh! ma da ora in avanti, o bene o male, giuro che il giornalino lo scriverò tutto da me, perché queste scempiaggini delle mie sorelle mi danno ai nervi.


Dopo il fatto di ieri sera, pareva che stamani fosse successa a casa una gran disgrazia. Era già sonato da un bel pezzo mezzogiorno, e non c’era nemmeno l’idea di mettersi a tavola a far colazione come gli altri giorni. Io non ne potevo più dalla fame; zitto zitto sono andato in salotto da pranzo, ho preso dalla credenza tre panini, un bel grappolo d’uva, un’infinità di fichi dottati, e con la lenza sotto il braccio mi sono avviato verso il fiume per mangiare in pace. Dopo mi son messo a pescare, e non pensavo che ad acchiappare i pesciolini, quando ad un tratto, ho sentito dare uno strappone alla canna che reggevo in mano; forse mi sarò proteso un po’ troppo in avanti, perché… giù, “Punfete!” sono cascato nell’acqua! Pare incredibile: ma in quel momento non ho potuto fare a meno di pensare fra me e me: – Ecco, i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti ora di non avermi più tra i piedi! Ora non diranno più che son la rovina della casa! Non mi chiameranno più “Gian Burrasca” di soprannome, che mi fa tanta rabbia!

Affondavo giù giù nell’acqua, e non capivo più nulla, quando mi son sentito tirar su da due braccia d’acciaio. Ho respirato a pieni polmoni l’aria fresca di settembre, e subito, sentendomi meglio, ho domandato al barcaiolo che mi teneva in collo, se aveva pensato di mettere in salvo anche la mia povera lenza!

Non so perché la mia mamma abbia pianto tanto, quando Gigi mi ha riportato a casa fradicio mezzo. Io stavo benissimo e glielo dicevo, ma le mie parole erano dette al vento, perché le lacrime della mamma pareva che non finissero mai. Come ero contento di essere cascato nel fiume, e di avere corso rischio di affogare! Se no, non avrei avuto tanti complimenti, né tutte quelle moine.

Luisa mi ha messo subito a letto; Ada mi ha portato una tazza di brodo caldo bollente; e tutti, anche le persone di servizio, sono stati intorno a me, fino all’ora di andare a desinare. Poi, lasciandomi così infagottato nelle coperte, da farmi davvero morire di soffocazione, sono andati giù, raccomandandomi di star buono e di non muovermi.

Ma era possibile questo, per un ragazzo della mia età? Che cosa ho fatto appena son rimasto solo? Mi sono levato, ho tirato fuori dall’armadio il mio vestitino buono a quadrettini, mi son vestito, e scendendo pian piano le scale per non farmi sentire, sono andato a nascondermi sotto la tenda della finestra, in salotto. Se mi avessero scoperto, quante gridate avrei avuto!… Non so come sia andata che mi sono addormentato quasi subito; forse avevo sonno, o ero stanco. Il fatto è, che dopo una buona dormita, ho aperto gli occhi; e da una fessura della tenda ho veduto Luisa seduta sul sofà, accanto al dottor Collalto, che chiacchieravano a voce bassa. Virginia strimpellava il piano, in un angolo della stanza. Ada non c’era; era andata certo a letto, perché sapeva che il Capitani non veniva.

– Ci vorrà almeno un anno – diceva lui. – Il dottor Baldi, sai, comincia a diventar vecchio, e mi ha promesso di prendermi come suo aiuto. Ti dispiace di aspettare, amor mio?
– Oh no: e a te? – ha risposto Luisa, e tutt’e due si son messi a ridere.
– Ma non lo dire ancora a nessuno, – ha continuato lui. – Prima di dichiararci fidanzati in pubblico, voglio avere una posizione sicura…
– Oh ti pare? sarebbe una sciocchezza…

Mia sorella aveva appena finito di dire così, che si alzò a un tratto, attraversò il salotto e si mise a sedere lontana dal dottor Collalto. In quel momento appunto entravano nella stanza le Mannelli.

Tutti non facevano che domandare con grande interesse come stava il povero Giannino, quando la mamma si precipita in salotto, con un viso bianco da far paura, urlando che ero scappato dal letto, che mi aveva cercato dappertutto, ma che non mi aveva potuto trovare. Allora, perché non si affannasse di più, che cosa fo io? esco dal nascondiglio cacciando un grande urlo. Che paura hanno avuto tutti!
– Giannino, Giannino! – si lamentava la mamma piangendo – mi farai ammalare…
– Come? Sei stato tutto questo tempo dietro la tenda? – mi ha domandato Luisa, facendosi di mille colori.
– Certo: mi predicate sempre di dire la verità; e allora, perché non dite alle vostre amiche che siete promessi sposi? – ho risposto rivolgendomi a lei ed al dottore.

Mia sorella mi ha preso per un braccio, trascinandomi fuori della stanza, – Lasciami! Lasciami! – gridavo. – Vado da me solo. Perché ti sei rizzata in piedi quando hai sentito toccare il campanello? Collalto… – ma non ho potuto finire la frase, perché Luisa mi ha tappato la bocca, sbatacchiando l’uscio. – Avrei una gran voglia di bastonarti, – e cominciava a piangere. Collalto non te la perdonerà più – e singhiozzava, singhiozzava, poverina, come se avesse perduto il più gran tesoro del mondo.
– Smetti di piangere, sorellina mia, – io le dicevo. – Ti pare che sarei venuto fuori dalla tenda senza dir nulla, se sapevo che il dottore è tanto pauroso? – In quella è venuta la mamma che mi ha riportato a letto, raccomandando a Caterina di non lasciarmi finché non fossi bene addormentato.

Ma come avrei potuto dormire, giornalino mio caro, senza prima confidarti tutte le peripezie della giornata? Caterina non ne può più dal sonno, e ogni volta che sbadiglia, pare che la testa le debba cascare giù dal collo.

Addio, giornalino, addio per stasera.

###BANNER_ADS###