Arrembaggio a una nave cisterna che trasporta olio di palma, sei arrestati

Trattenuti a bordo dal capitano del cargo, malgrado la manifestazione per salvare la foresta pluviale fosse pacifica e anticipata

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Ladispoli: tre arresti per droga

LADISPOLI – Al termine di una mirata attività d’indagine, i carabinieri della stazione di Ladispoli hanno arrestato un uomo, G.D.I. 40enne e due donne, B.M.E. 29enne e V.C. 26enne, tutti cittadini romeni e residenti sul litorale laziale.  

I tre erano da tempo monitorati dai militari che avevano notato nei pressi della loro abitazione, dove dimorano insieme, un nutrito e sospetto via vai di persone, alcune noti per essere assuntori di stupefacenti. Proprio i servizi di appostamento hanno permesso individuare l’uomo mentre usciva di casa, per dirigersi nella centralissima piazza Domitilla dove è stato sorpreso mentre cedeva una dose di cocaina a due giovani ed è stato immediatamente bloccato.

Nel corso della perquisizione domiciliare, i Carabinieri hanno  rinvenuto, abilmente occultati, 32 grammi di cocaina, suddivisi in dosi, e la somma contante di 7mila euro, verosimile provento illecito di attività di spaccio. All’interno dell’abitazione è stato rinvenuto, inoltre, il materiale per il confezionamento delle dosi e un bilancino di precisione. Il tutto è stato sottoposto a sequestro. Per i tre è scattato quindi l’arresto e sono stati trattenuti agli arresti domiciliari, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

La brillante operazione rientra nel piano straordinario di controllo del territorio, disposto dal Comando Gruppo Carabinieri di Ostia sul comune Ladispoli e iniziato già dallo scorso weekend. Infatti proprio nelle serate di venerdì e sabato i Carabinieri hanno arrestato un giovane 18enne G.B. perché trovato in possesso di 110 grammi di hashish e denunciato 4 minorenni, di cui 2 sorpresi mentre cercavano di rubare alcune biciclette legate con catene a un palo della luce e altri due per il reato di ricettazione perché sorpresi a bordo di un ciclomotore risultato oggetto di furto.

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La sezione Anpi di Cerveteri e Ladispoli si schiera con Pascucci

CERVETERI – Lo strascico polemico provocato dai fischi ricevuti dal sindaco Pascucci dal palco ove si esibivano gli “Stadio” durante la prima serata dei concerti proposti da Eco Festival, non appena ha accennato la triste vicenda della nave Diciotti e dei profughi trattenuti a bordo non cenna a placarsi. Solidarietà al sindaco e vicinanza arriva anche dalla sezione ANPI, Domenico Santi di Ladispoli-Cerveteri che definisce facinorosi, il piccolo gruppo dei “fischiatori” e stigmatizza come strumentale il un duro attacco mediatico da parte di Casa Pound. La nota di Carla Zironi che scrive a nome dell’Associazione Nazionale Partigiani descrive: «Un Sindaco dichiaratamente antifascista e che con le sue parole ci ricorda da da dove veniamo. – Non so cosa ci stia succedendo, – dice – Sembra che abbiamo dimenticato la nostra storia, perso i nostri valori. E un popolo che non si ricorda da dove viene e su quali basi ha fondato la propria cultura, non ha futuro. Se partecipate a questo evento, – continua il sindaco, – se conoscete magari da dodici anni l’Etruria Eco Festival, o anche se è la vostra prima volta, è necessario che sappiate quali sono i principi che lo muovono, le idee in cui credono queste decine di ragazze e ragazzi  che tutti gli anni, senza guadagnare un euro, lavorano perché voi possiate assistere gratuitamente a concerti che in altre città richiedono un biglietto. È uno dei valori fondanti: consentire a tutti, soprattutto a chi non potrebbe permetterselo, di partecipare. Avere qui, tutti, insieme: operai, giovani, professionisti, anziani, disoccupati, italiani e non, appassionati dei musicisti che si esibiscono o anche semplicemente curiosi che non li avrebbero mai ascoltati dal vivo. Questa è una comunità. Democratica, solidale, uguale nei diritti ancor prima che nei doveri. Noi veniamo da qui. Lo avevano avvertito, – insiste la Zironi, -che se dal palco avesse parlato della nave Diciotti, dei migranti, sarebbe stato fischiato». «Ma io ho ritenuto necessario farlo ugualmente – ha dichiarato Pascucci – che poi ha ricordato. Cinque anni fa Cerveteri accoglieva 8 ragazzi stranieri che sarebbero stati alcuni mesi qui da noi. Al loro arrivo mi avevano consigliato di tenerli nascosti,  di non farli vedere. Io, conoscendo la mia città, conoscendo Cerveteri e il suo spirito di solidarietà, invece li ho fatti salire su questo palco. E sono stati applauditi, fra gli sguardi commossi di chi ha letto nei loro occhi la voglia di tornare alla propria terra, la catastrofe di un viaggio su un gommone della speranza, i racconti sugli amici rimasti in mare senza vita. A seguito delle nuove politiche adottate quest’anno soltanto nei primi sei mesi nel Mediterraneo ci sono state oltre 1500 vittime. Quella sera, applaudendo quei ragazzi, Cerveteri si è ricordata delle proprie origini. Di quando, potente città dell’Etruria governava il Mediterraneo con tre porti, mai chiusi allo straniero. Cerveteri l’unica città ad avere all’interno del porto di Pyrgi una zona franca che ospitava permanentemente greci e fenici, dove vigeva la libertà di culto. Cerveteri orgogliosa del suo Cratere di Eufronio, oggi finalmente tornato nel nostro museo, ma che pochi sanno essere un vaso Greco. Il simbolo della nostra città è un vaso straniero». Concetti ripresi dai cantanti delle tre serate (23-24-25 Agosto) Stadio, Paola Turci, Luca Barbarossa che però nessuno ha avuto il “coraggio” di fischiare. Quanto a Casa Pound non entriamo nel merito delle sedi occupate abusivamente o no, ma rimarchiamo che sarebbe opportuno da parte loro chiudere il rubinetto della botte piena di intolleranza e disinformazione come quando dichiarano: «Questo Sindaco come ciliegina sulla torta ha approvato il progetto Sprar che graverà questa cittadina di altre decine di immigrati irregolari». Falso. Lo Sprar è un capitolo della legge Bossi-Fini e riguarda i rifugiati e richiedenti asilo protetti dalle convenzioni internazionali, siglate anche dall’Italia. Quindi persone già censite. Per saperne di più basta consultare il sito internet. Tanto esprime il segretario, e il direttivo in rappresentanza dell’intera sezione ANPI di Ladispoli e Cerveteri rimarcando e condividendo la scelta Antifascista del sindaco Pascucci. 

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Rissa tra clochard, arrestati per tentato omicidio due dei cinque indagati

LADISPOLI – Svolta nelle indagini riguardanti l’aggressione al clochard polacco avvenuta a Ladispoli sotto al cavalcavia di via Firenze, sabato scorso, quando l’uomo è stato aggredito da 5 suoi connazionali riportando lesioni gravissime alla testa e al torace, tanto da essere trasportato la sera stessa in eliambulanza da Civitavecchia all’ospedale Gemelli di Roma, dove è ancora ricoverato in prognosi riservata. Il personale del Commissariato di P.S. coadiuvato da quello dei Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia ha sottoposto a fermo di indiziato di delitto G.V., 42enne moldavo, e F.L., 35enne polacco, gravemente indiziati del delitto di tentato omicidio.

Le indagini sono iniziate proprio dall’ospedale di Civitavecchia quando gli Agenti del Commissariato hanno ricevuto il referto medico dell’uomo. Individuato il luogo dell’evento e raccolti quanti più elementi utili alla ricostruzione dei fatti, sono stati identificati subito 5 soggetti che a vario titolo avevano partecipato ovvero assistito all’aggressione e pertanto le attenzioni si sono concentrate su di loro. Proprio in questa fase le investigazioni sono continuate in sinergia con i Carabinieri della Stazione di Ladispoli e grazie alla preziosa collaborazione tra le due Forze di Polizia, sono emersi a carico di 2 dei 5 soggetti gravi indizi di colpevolezza nonché il pericolo di fuga degli stessi. Per questo motivo il moldavo G.M. ed il polacco F.L., sono stati sottoposti al fermo per il reato di tentato omicidio e trattenuti al carcere di Civitavecchia, in attesa dell’udienza di convalida.

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Controlli nel weekend: due pusher in manette

CIVITAVECCHIA – Sono finiti in manette due giovani pusher, entrambi con precedenti, residenti a Roma e a Rocca di Papa, in trasferta a Civitavecchia. I due, D.T. di 20 anni e C.S. di 22, sono stati arrestati dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile che sul lungomare, all'alba di domenica, hanno notato due ragazzi ed una ragazza girare con fare sospetto nella zona. Alla vista dei militari hanno cercato di eludere i controlli, tentando di nascondersi tra le auto parcheggiate. Proprio in considerazione di questo "strano" atteggiamento, i carabinieri hanno proceduto ad una verifica accurata dei giovani e hanno trovato i due ragazzi in possesso di 18 grammi di cocaina e 40 grammi di cristalli di Mdma.

Tutta la droga era già divisa in singole dosi, a dimostrazione che sarebbe stata destinata allo spaccio. Per questi motivi i due ragazzi sono stati arrestati e trattenuti nelle camere di sicurezza della Compagnia, in attesa del rito di convalida d'arresto in tribunale. Sono in corso le indagini per verificare quali motivi abbiano portato i giovani in città: al momento non è da escludere che comunque i ragazzi fossero solo di passaggio e diretti a qualche rave party, nelle zone limitrofe.

L'intervento rientra nell'ambito dell'attività di controllo intensificata proprio in questi giorni da parte dei Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia su tutto il litorale nord della provincia di Roma. Tali servizi fanno parte del piano previsto dal Comando Gruppo Carabinieri di Ostia che, nel periodo estivo, ha programmato un potenziamento dei dispostivi di perlustrazione nelle località marittime.

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Ladispoli, tentata rapina in un bar: 2 arresti

LADISPOLI – Hanno aggredito fisicamente il proprietario di un bar di viale Italia per obbligarlo a farsi consegnare bottiglie di liquore del valore complessivo di 300 euro, ma sono stati fermati dai Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia. E' quanto succeso domenica sera a Ladispoli quando due uomini, di nazionalità romena, hanno prima aggredito in via Trieste, un ragazzino di 15 anni e la madre che ha tentato di difenderlo e poi si sono diretti, in evidente stato di ebbrezza, lungo viale Italia dove hanno seminato il panico all'interno di tre diverse attività commerciali. A notare i due, mentre uscivano in maniera frettolosa dall'interno del bar dove avevano tentato di trafugare "il bottino", i militari dell'Arma che li hanno inseguiti e a fatica li hanno fermati. Per i due sono scattate le manette e sono stati trattenuti in stato d'arresto per l'udienza di convalida.

Sempre in merito alla vicenda era intervenuto anche il sindaco di Ladispoli Alessandro Grando che aveva subito espresso la sua solidarietà alle attività commerciali danneggiate e alle persone aggredite dai due stranieri. Sempre il primo cittadino aveva inoltre firmato, nell'immediato, un'ordinanza di limitazione dell'orario di apertura di un mini market in via Trieste da dove spesso prendono il via situazioni di disturbo della quiete pubblica della zona. Provvedimento che in questi giorni dovrebbe essere esteso anche ad altri mini market presenti nella città balneare e ricompresi tra il fosso Vaccina e Sanguinara, la stazione ferroviaria e il lungomare. 

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Rissa tra romeni in via Isonzo: tre arresti

CIVITAVECCHIA – I carabinieri della Compagnia di Civitavecchia, nell’ambito di servizi di controllo del territorio, hanno arrestato 3 cittadini romeni, H.C., A.M. entrambi 39enni e A.S. 35enne, tutti residenti a Civitavecchia e già noti alle forze dell’ordine, responsabili dei reati di rissa e lesioni personali.

Ieri sera i militari della Stazione di Civitavecchia Principale sono intervenuti in via Isonzo a seguito di una rissa: i tre stranieri, in evidente stato d’ebbrezza alcolica e per futili motivi, erano intenti ad aggredirsi tra loro con calci e pugni. Gli stessi si sono resi responsabili già dello stesso reato anche nel 2011.

Nel corso della rissa soltanto H.C. ha riportato lesioni personali giudicate guaribili in 10 giorni per contusione al volto e agli arti superiori.

I tre arrestati sono stati trattenuti presso le camere di sicurezza del comando Compagnia Carabinieri di Civitavecchia, in attesa del rito direttissimo fissato per la data odierna.

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Viterbo, coniugi tunisini in manette per spaccio

VITERBO – I carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Viterbo, hanno arrestato ieri pomeriggio due coniugi tunisini di 25 anni lui e 21 anni lei;

erano da tempo sotto mirata osservazione dei carabinieri del norm della compagnia, che ieri pomeriggio, quando hanno ritenuto di avere raccolto sufficienti convincimenti indiziari, hanno deciso di procedere a sorpresa ad una perquisizione domiciliare di iniziativa, al termine della quale hanno trovato in casa abilmente occultati : 187 grammi di hashish, 20 dosi di marijuana per un peso di 136 grammi, e 1 grammo di cocaina, oltre a tutto il materiale per il taglio e il confezionamento della droga.

Al termine della perquisizione, la droga è stata sequestrata unitamente al materiale, i due coniugi sono stati dichiarati in arresto e  trattenuti presso le camere di sicurezza della compagnia , dopo essere stati sottoposti ai previsti rilievi segnaletici.

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De rerum natura – Libro III – Parte 2

Ancora, spesso vediamo che un uomo se ne va a poco a poco,
e a membro a membro perde il senso vitale;
prima nei piedi illividiscono le dita e le unghie,
poi muoiono i piedi e le gambe, in seguito di lì per le altre
membra procedono via via le orme della gelida morte.
Poiché, dunque, si scinde la natura ‹dell’anima› e non viene
fuori intera in un solo istante, dev’esser creduta mortale.
E se per caso supponi che da sé stessa essa possa ritrarsi,
attraverso le membra, nell’ interno, e adunare le sue parti
in un sol punto e in tal modo togliere la sensibilità da tutte
le membra, tuttavia quel luogo, ove tanta abbondanza d’anima
si raccoglie, dovrebbe mostrarsi dotato di sensibilità maggiore;
ma poiché tale luogo non esiste, certo, come abbiamo detto ‹prima›,
l’anima dilaniata si sparge fuori, qua e là: dunque muore.
Anzi, quand’anche piaccia concedere il falso
e ammettere che l’anima possa agglomerarsi nel corpo
di quelli che moribondi lasciano la luce a parte a parte,
è tuttavia necessario che tu riconosca che l’anima è mortale,
né importa se perisca dispersa per l’aria
o se, contrattasi ritraendosi dalle sue varie parti, istupidisca,
giacché a tutto l’uomo, più e più, da ogni parte il senso
manca, e in ogni parte resta meno e meno di vita.
E poiché la mente è una delle parti dell’uomo, che resta
fissa in un luogo determinato, come sono orecchie e occhi
e tutti gli altri sensi che governano la vita:
se una mano e un occhio o il naso, una volta staccati
da noi e separati, non possono sentire, né esistere,
ma per contro in breve tempo si dissolvono in putrefazione,
parimenti l’animo non può esistere di per sé, senza il corpo
e l’uomo stesso, che appare essere come un vaso dell’animo
o qualsiasi altra cosa tu preferisca immaginare più congiunta
con esso, giacché ad esso con stretto legame il corpo aderisce.
Ancora, le facoltà vitali del corpo e dell’anima
per vicendevole connessione hanno vigore e godono della vita;
né senza il corpo, infatti, da sola la natura dell’animo
può di per sé produrre i moti della vita, né dal canto suo
il corpo privo d’anima può durare e servirsi dei sensi.
È evidente: come, avulso dalle radici, non può l’occhio
scorgere alcuna cosa da solo, staccato da tutto il resto del corpo,
così si vede che l’anima e l’animo di per sé non possono nulla.
Senza dubbio, poiché, mescolati ‹per› vene e visceri,
per nervi ed ossa, i loro primi principi sono trattenuti
da tutto il corpo, né possono balzar qua e là, liberi,
a grandi distanze – per questo rinchiusi si muovono
con moti sensiferi, che essi, fuori del corpo, scacciati
tra i venti, dopo la morte non possono produrre,
perché non sono trattenuti nello stesso modo.
Corpo infatti, e per di più essere animato, sarà l’aria, se l’anima
potrà mantenervisi unita e chiudersi in quei movimenti
che prima compiva nei nervi e dentro il corpo stesso.
Perciò, ancora e ancora, una volta che sia dissolto tutto
il riparo del corpo e scacciato fuori il soffio della vita,
è necessario, devi ammetterlo, che il senso dell’animo e l’anima
si dissolvano, giacché per questi e il corpo la causa è congiunta.
Ancora, poiché il corpo non può sopportare la separazione
dell’anima senza putrefarsi in un odore ripugnante,
come puoi dubitare che, levatasi dal profondo e dall’intimo,
la forza dell’anima sia esalata e si sia dispersa come fumo,
e che il corpo, mutato da tanta rovina, sia caduto in sfacelo
per ciò, perché nel profondo sono state smosse dalla sede
le fondamenta, con l’esalare dell’anima fuori, per le membra
e per tutte le tortuosità dei meati, che sono nel corpo,
e attraverso i pori? Sicché in molti modi puoi conoscere
che divisa in parti la natura dell’anima è uscita per le membra,
e dentro il corpo stesso s’era già da sé dilaniata
prima che, scivolando via, andasse a volare tra i venti.
Anzi, mentre ancora si volge dentro i confini della vita,
l’anima tuttavia sovente, scossa da qualche causa,
sembra andarsene e ‹volere› sciogliersi da tutto il corpo,
e il volto sembra invaso dal languore dell’ora estrema,
e molli dal corpo esangue cadere tutte le membra.
In tale stato è colui di cui si dice che s’è sentito male
o che è caduto in deliquio; e già si trepida e tutti
agognano riallacciare l’estremo vincolo della vita.
Sono scossi, infatti, allora la mente e il potere dell’anima
interamente, e col corpo stesso essi stanno per sfasciarsi;
sì che una causa un po’ più grave può dissolverli.
E puoi ancora dubitare che l’anima, cacciata via dal corpo,
debole com’è, fuori, all’aperto, priva del suo riparo,
non solo non possa durare in perpetuo, ma sia anche
incapace di sussistere per un qualsiasi minimo tempo?
E infatti non si vede alcuno che morendo senta
l’anima sua andar fuori dal corpo intero intatta,
o salirgli prima alla gola e più sopra, alle fauci; sente invece
che essa vien meno lì dov’è collocata, in una sede determinata;
così come sa che gli altri sensi si dissolvono ognuno nella propria parte.
Ma, se la nostra mente fosse immortale, non tanto, morendo,
si lamenterebbe di dissolversi: piuttosto ‹si rallegrerebbe›
d’andar fuori e lasciare la spoglia, come una serpe.
Ancora, perché la mente e il senno dell’animo non nascono mai
nel capo o nei piedi o nelle mani, ma sono per tutti gli uomini
fissati in un’unica sede e in una determinata regione,
se non perché determinati luoghi sono assegnati a ogni cosa
per la nascita, e dove ognuna, una volta che sia creata,
possa durare ed avere le varie parti così ripartite
che l’ordine delle membra non appaia mai sovvertito?
Tanto è vero che una cosa segue a un’altra cosa, né suole
la fiamma esser prodotta dai fiumi, né il gelo nascere nel fuoco.
Inoltre, se la natura dell’anima è immortale
e può sentire dopo essere stata disgiunta dal nostro corpo,
di cinque sensi, a quel ch’io credo, bisogna supporla dotata.
Né in altro modo noi possiamo rappresentarci
le anime d’inferno vaganti lungo l’Acheronte.
Pertanto i pittori e le precedenti generazioni di scrittori
presentarono le anime così, dotate di sensi.
Ma né occhi, né nari e neppure mani può aver l’anima separata
dal corpo, né può aver lingua, né orecchie separata dal corpo;
dunque, non possono le anime per sé sole sentire, né esistere.
E, poiché sentiamo che il senso vitale è presente
in tutto il corpo e vediamo che questo è tutto animato,
se subitamente a mezzo lo recide con celere colpo
qualche forza, sì da disgiungere del tutto l’una e l’altra parte,
fuor di dubbio anche la forza dell’anima spartita
e scissa insieme col corpo sarà disunita.
Ma ciò che viene scisso e si divide in parti,
evidentemente nega di avere una natura eterna.
Si narra che carri armati di falci, caldi di confusa strage,
spesso recidano le membra così subitamente
che tremare in terra si vede ciò che dagli arti è caduto
reciso, mentre tuttavia la mente e la forza dell’uomo
non possono sentire il dolore per la subitaneità del colpo
e insieme perché la mente è presa dalla passione della battaglia:
col resto del corpo egli tende alla battaglia e alle stragi,
e spesso non s’accorge d’aver perduto la mano sinistra con lo scudo
e che tra i cavalli l’han travolta le ruote e le falci rapaci;
un altro non s’accorge che gli è caduta la destra, mentre s’arrampica e incalza.
D’altra parte un altro tenta di drizzarsi sulla gamba mozzata,
mentre lì presso, sul suolo, il piede moribondo agita le dita.
E una testa recisa da un tronco caldo e vivente
conserva sul suolo il volto della vita e gli occhi aperti,
finché non ha esalato del tutto i resti dell’anima.
Anzi, se d’un serpente che ha lingua vibrante,
minacciosa coda, lungo corpo, ti piace fendere col ferro
le due parti in molti pezzi, vedrai poi tutti i brani
tagliati contorcersi per la fresca ferita
ciascuno separatamente e cospargere di putredine la terra,
e la parte anteriore voltarsi e avventarsi con la bocca su sé stessa
per stringersi col morso, trafitta dall’ardente dolore della ferita.
Diremo dunque che in tutti quei pezzetti
vi sono anime intere? Ma, ragionando così, seguirà
che un unico essere vivente aveva nel corpo molte anime.
Dunque, quell’anima, che fu una, è stata divisa insieme
col corpo; perciò bisogna credere che entrambi sono mortali,
poiché ugualmente si scindono in molte parti.
Inoltre, se la natura dell’anima è immortale
e s’insinua nel corpo al momento della nascita,
perché non possiamo ricordare anche la vita trascorsa prima,
né serbiamo alcuna traccia delle azioni in essa compiute?
Giacché, se la facoltà dell’animo è mutata a tal punto
che ogni ricordo delle cose passate è svanito,
tale stato, io credo, non si scosta ormai molto dalla morte.
Perciò bisogna che tu ammetta che l’anima di prima è perita
e quella che c’è in quest’età, in quest’età è stata creata.
Inoltre, se la facoltà vitale dell’animo suole introdursi
in noi dopo che il nostro corpo è già formato,
nello stesso punto in cui nasciamo e passiamo la soglia
della vita, non dovremmo, in tal caso, vederla crescere insieme
col corpo e unitamente con le membra nello stesso sangue,
ma dovrebbe vivere come in una gabbia, per sé, da sé sola,
lasciando tuttavia abbondare di sensibilità tutto il corpo.
Quindi, ancora e ancora, non bisogna credere che le anime
siano esenti dal nascere, né sciolte dalla legge di morte.
Infatti non si può credere che abbiano potuto a tal punto
connettersi coi nostri corpi insinuandovisi dall’esterno.
La realtà manifesta insegna che avviene tutto il contrario;
giacché l’anima è così connessa per vene, carni, nervi
ed ossa che anche i denti son partecipi del senso;
come dimostrano il mal di denti e la loro fitta per acqua gelata
e l’urto d’un aspro sassolino che si nasconda in un pezzo di pane.
D’altronde, essendo le anime così intrecciate, non si vede
come possano uscire incolumi e disciogliersi sane e salve
da tutti i nervi e le ossa e le articolazioni.
Ma, se per caso credi che, insinuatasi dall’esterno,
l’anima soglia spandersi per le nostre membra,
tanto più essa perirà, essendo sparsa attraverso il corpo.
Giacché ciò che si spande, si dissolve: dunque muore.
Infatti, come il cibo, ripartito per tutti i meati del corpo,
quando si propaga nelle membra e in tutti gli arti,
perisce e da sé fornisce una nuova sostanza,
così l’anima e l’animo, seppure entrano intatti ‹nel› corpo
appena nato, tuttavia nello spandervisi si dissolvono,
mentre per tutti i meati, per così dire, si spargono negli arti
le particelle da cui si crea questa natura dell’animo,
che ora domina nel nostro corpo, nata
da quella che allora perì ripartita tra gli arti.
Quindi si vede che la natura dell’anima non è priva
del giorno natale, né è esente dalla morte.
Inoltre, restano semi dell’anima nel corpo
esanime, o no? Che se restano e stanno lì dentro,
non si potrà a ragione crederla immortale,
poiché sminuita dalla perdita di parti s’è dipartita.
Ma se con integre membra s’è staccata ed è fuggita via,
sì da non lasciare alcuna parte di sé nel corpo,
donde mai i cadaveri, quando la carne è già putrida, danno vita
a vermi, e come mai una sì grande folla di esseri viventi,
senza ossa e senza sangue, brulica su per gli arti tumefatti?
Che se per caso credi che dall’esterno le anime s’insinuino
nei vermi e ad una ad una possano introdursi nei corpi,
e non consideri perché mai molte migliaia di anime
s’adunino là donde è partita una sola, tuttavia c’è questo
che sembra debba essere investigato e messo in discussione:
se finalmente le anime vadano in caccia di ogni seme
di vermiciattolo, e da sé si fabbrichino sedi per starvi dentro,
oppure s’insinuino, per così dire, in corpi già formati.
Ma perché esse lo facciano o perché s’affatichino,
non è possibile dire. E infatti, quando sono senza corpo,
non svolazzano assillate da malattie e da gelo e da fame.
Giacché il corpo, più soggetto a tali afflizioni, più ne soffre,
e molti mali l’animo subisce per il contatto con esso.
Ma tuttavia ammettiamo che per queste sia quanto si voglia utile
farsi un corpo in cui entrare; non si vede però alcuna via
per cui lo possano. Dunque le anime non fanno per sé corpi e arti.
Né tuttavia può essere che s’insinuino in corpi già formati;
giacché non potranno essere intimamente connesse con quelli,
né si produrrà l’armonia per corrispondenza di sensi.
E ancora, perché la feroce violenza s’accompagna alla funesta
stirpe dei leoni, l’astuzia alle volpi, e l’inclinazione alla fuga
viene ai cervi trasmessa dai padri e la paterna paura ne stimola le membra?
E in breve, perché tutte le altre qualità di questo genere
si generano nelle membra e nell’indole dal principio della vita,
se non perché insieme con ogni corpo cresce un potere
dell’animo determinato secondo il suo seme e la stirpe?
Ma, se l’anima fosse immortale e solesse passare da un corpo
in un altro, gli esseri viventi avrebbero caratteri confusi,
spesso il cane di razza ircana fuggirebbe l’assalto
d’un cornuto cervo, e tra i venti dell’aria lo sparviero,
fuggendo all’arrivo della colomba, tremerebbe, sarebbero privi
di ragione gli uomini, ragionerebbero le selvagge stirpi delle fiere.
Giacché con falso ragionare si procede, quando s’afferma
che l’anima immortale mutando corpo si modifica.
Ciò che si muta, infatti, si dissolve: dunque muore.
Si traspongono infatti le parti ed escono dal loro ordine;
perciò devono anche potersi dissolvere nelle membra,
per morire alfine tutte insieme col corpo.
Se poi diranno che le anime degli uomini trasmigrano sempre
in corpi umani, domanderò tuttavia perché di sapiente
l’anima possa diventare stolta, e nessun bimbo sia avveduto,
né il puledro sia addestrato come il cavallo nel pieno del vigore.
Certo ricorreranno a questo espediente: che in tenero corpo
si fa tenera la mente. Ma, se ciò davvero avviene, bisogna
che tu ammetta che l’anima è mortale, poiché, mutata
per le membra a tal punto, perde la vita e il senso di prima.
E in qual modo il vigore dell’animo potrà, rinsaldandosi
insieme con ogni corpo, attingere il desiderato fiore della vita,
se non sarà partecipe della stessa sorte nell’origine prima?
E perché se ne vuole uscire fuori dalle membra invecchiate?
Forse teme di rimanere rinchiuso in un corpo putrido
e che la casa, rovinata dal lungo tratto di tempo, gli crolli
addosso? Ma per ciò che è immortale non esistono pericoli.
Ancora, sembra cosa ridicola immaginare che le anime
facciano la posta ai connubi di Venere e ai parti delle fiere;
che anime immortali aspettino mortali membra
in numero innumerevole e gareggino con straordinaria fretta
tra loro a chi prima e prevalendo sulle altre s’insinui;
salvo che, per caso, siano stabiliti tra le anime patti
per cui quella che prima sia a volo arrivata per prima s’insinui
e quindi non contendano affatto tra loro con la violenza.
Ancora, non può esistere nel cielo un albero, né nel mare
profondo nuvole, non possono i pesci vivere nei campi,
né esserci sangue nel legno, né succo nei sassi.
È determinato e disposto dove ogni cosa cresca e abbia sede.
Così la natura dell’animo non può nascere sola,
senza il corpo, né esistere lontano dai nervi e dal sangue.
Se lo potesse, infatti, molto prima la stessa forza dell’animo
potrebbe essere nel capo o negli òmeri o in fondo ai talloni
e sarebbe solita nascere in qualsiasi parte, ma in fin dei conti
rimanere nello stesso uomo e nello stesso vaso.
Ora, poiché anche nel nostro corpo è fermamente determinato
e si vede disposto dove possano esistere e crescere
separatamente l’anima e l’animo, tanto più si deve negare
che fuori da tutto il corpo possano nascere o durare.
Perciò, quando il corpo è morto, devi ammettere
che anche l’anima è perita, dilaniata in tutto il corpo.
Giacché congiungere il mortale all’eterno e credere
che possano sentire in comune e avere reazioni reciproche,
è follia. Infatti cosa mai si può credere più contrastante
o più sconnesso e discordante nelle sue relazioni
che l’unione di ciò che è mortale con ciò che è immortale
e perenne in un aggregato che sopporti furiose tempeste?
Inoltre, tutte le cose che permangono eterne è necessario
o che respingano gli urti perché hanno corpo solido
e non si lascino penetrare da qualcosa che possa dissociare
nell’interno le parti strettamente unite, quali sono i corpi
della materia, di cui prima abbiamo rivelato la natura;
oppure che possano durare per ogni tempo per questo,
perché sono esenti da colpi, come è il vuoto,
che rimane intatto e non subisce il minimo urto,
o anche perché intorno non si trova tratto di spazio
ove, in qualche modo, le cose possano sperdersi e dissolversi;
così è eterna la somma delle somme, fuori della quale
non c’è luogo ove le cose si dileguino, né ci son corpi
che possano cadere su di esse e con forte colpo dissolverle.
Ma se per caso l’anima dev’esser creduta immortale piuttosto
per questo, perché è munita e protetta da forze vitali
o perché non l’attingono affatto cose avverse alla sua salvezza
o perché quelle che l’attingono in qualche modo si ritirano
respinte prima che possiamo sentire quanto ci nocciono,
‹fatti manifesti mostrano che la verità è un’altra›.
Giacché, a parte il fatto che s’ammala delle malattie del corpo,
sovente sopravviene ciò che, riguardo al futuro, la tormenta
e nel timore la fa star male e con affanni la travaglia;
e per le colpe passate i rimorsi la straziano.
Aggiungi la follia propria della mente e l’oblio delle cose,
aggiungi che è sommersa nelle nere onde del letargo.
Nulla dunque la morte è per noi, né ci riguarda punto,
dal momento che la natura dell’animo è conosciuta mortale.
E come nel tempo passato non sentimmo alcuna afflizione,
mentre i Cartaginesi da ogni parte venivano a combattere,
quando il mondo, scosso dal trepido tumulto della guerra,
tremò tutto d’orrore sotto le alte volte dell’etere,
e fu dubbio sotto il regno di quale dei due popoli
dovessero cadere tutti gli uomini sulla terra e sul mare,
così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco
del corpo e dell’anima, che uniti compongono il nostro essere,
certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto
accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi,
neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo.
E anche se supponiamo che, dopo il distacco dal nostro corpo,
la natura dell’animo e il potere dell’anima serbano il senso,
questo tuttavia non importa a noi, che dall’unione e dal connubio
del corpo e dell’anima siamo costituiti e unitamente composti.
E quand’anche il tempo raccogliesse la nostra materia
dopo la morte e di nuovo la disponesse nell’assetto
in cui si trova ora e a noi fosse ridata la luce della vita,
tuttavia neppure questo evento ci riguarderebbe minimamente,
una volta che fosse interrotta la continuità della nostra coscienza.
Così ora a noi non importa nulla di noi, quali fummo in precedenza,
‹né› ormai per quel nostro essere ci affligge angoscia.
E invero, se volgi lo sguardo verso tutto lo spazio trascorso
del tempo illimitato, e consideri quanto siano molteplici
i movimenti della materia, facilmente puoi indurti a credere
che questi stessi atomi, di cui siamo composti ora, già prima
siano stati spesso disposti nel medesimo ordine in cui sono ora.
Eppure non possiamo riafferrare con la memoria quell’esistenza;
s’è interposta infatti una pausa della vita e sparsamente
tutti i moti si sviarono per ogni dove, lontano dai sensi.
Infatti, se sventura e affanno devono colpire qualcuno, occorre
che allora, in quel medesimo tempo, esista quella stessa persona
cui possa incoglier male. Ma, poiché la morte toglie ciò e impedisce
che esista colui a cui le disgrazie possano attaccarsi,
è chiaro che niente noi dobbiamo temere nella morte,
e che non può divenire infelice chi non esiste, né fa punto
differenza se egli sia nato o non sia nato in alcun tempo,
quando la vita mortale gli è stata tolta dalla morte immortale.
Quindi, se vedi un uomo dolersi della propria sorte,
perché dopo la morte dovrà, sepolto il corpo, putrefarsi
o essere distrutto dalle fiamme o dalle mascelle delle fiere,
puoi intendere che le sue parole non suonano sincere
e che sotto il suo cuore c’è qualche stimolo cieco,
benché egli asserisca di non credere che morto avrà qualche senso.
Infatti, io credo, non mantiene ciò che promette e i principi
su cui poggia, né radicalmente si svelle e si scaccia fuori
della vita, ma inconsciamente fa sopravvivere qualcosa di sé.
Ognuno infatti che da vivo si rappresenta
che dopo la morte uccelli e fiere sbraneranno il suo corpo,
commisera sé stesso; e infatti non riesce a separarsi di lì,
né si stacca abbastanza dal cadavere gettato via e confonde sé stesso
con quello e, stando dritto lì accanto, gli trasfonde il proprio senso.
Per questo si duole d’esser nato mortale
e non vede che nella vera morte non ci sarà un altro sé stesso
che possa, vivo, piangere la perdita di sé per sé stesso
e, stando in piedi, lamentarsi di giacere a terra e d’essere sbranato o bruciato.
E invero, se nella morte è un male essere straziato dalle mascelle
e dai morsi delle fiere, non intendo come non sia acerbo
esser posto sul rogo per esservi arrostito dalle calde fiamme
o soffocare immerso nel miele o intirizzire di freddo,
disteso sopra la liscia superficie d’una gelida pietra,
o esser premuto dall’alto, schiacciato sotto il peso della terra.
“Ora, ora mai più la casa ti accoglierà in letizia, né la sposa
ottima, né i dolci figli ti correranno incontro a contendersi
i primi baci, né invaderanno il tuo cuore di tacita dolcezza.
Non potrai essere uomo di prospere imprese, né sostegno
ai tuoi. A te misero miseramente” dicono “un solo giorno
avverso tutti ha tolti i molti doni della vita”.
Ma questo, a tale proposito, non aggiungono: “né più
il rimpianto di quelle cose ti accompagna e resta in te”.
Se ciò vedessero chiaro con la mente e vi s’attenessero con le parole,
si scioglierebbero da grande angoscia e timore dell’animo.
“Tu certamente, come ti sei assopito nella morte, così sarai
per tutto il tempo che resta, esente da tutti i dolori penosi.
Ma noi insaziabilmente abbiamo pianto te ridotto
in cenere sull’orribile rogo lì vicino, e nessun giorno
ci leverà dal petto l’eterna tristezza”.
Questo dunque a costui bisogna chiedere: che mai ci sia
di tanto amaro, se la cosa si riduce al sonno e alla quiete,
perché uno possa consumarsi in eterno lutto.
Anche ciò gli uomini fanno quando si son messi a tavola
e tengono in mano le coppe e velano la fronte con le corone: dicono,
dal profondo dell’animo: “Breve è questo godere per i poveri uomini;
presto sarà passato, né dopo sarà mai possibile farlo tornare”.
Come se nella morte questo dovesse essere il peggiore
dei loro mali: essere arsi e disseccati, gli infelici, da un’arida sete
o essere oppressi dal rimpianto di qualche altra cosa.
In realtà nessuno sente la mancanza di sé stesso e della vita
quando la mente e il corpo riposano insieme assopiti.
Per quanto riguarda noi, infatti, quel sonno può durare
in perpetuo, né alcun rimpianto di noi stessi ci affligge.
E tuttavia, attraverso le nostre membra quei primi principi
non vagano affatto lontano dai moti sensiferi
quando un uomo, strappatosi al sonno, raccoglie sé stesso.
Molto meno, dunque, si deve credere che sia per noi la morte,
se può esserci meno rispetto a ciò che vediamo esser nulla;
giacché maggiore dispersione della materia perturbata
segue alla morte, né alcuno si risveglia e si leva,
una volta che l’abbia colto la fredda pausa della vita.
Ancora, se la natura d’un tratto parlasse e a qualcuno
di noi così facesse, in persona, questo rimprovero:
“Che cosa, o mortale, ti preme tanto che indulgi oltremisura
a penosi lamenti? Perché per la morte ti affliggi e piangi?
Infatti, se ti è stata gradita la vita che hai trascorsa prima,
né tutti i suoi beni, come accumulati in un vaso bucato,
sono fluiti via e si sono dileguati senza che ne godessi,
perché non ti ritiri, come un convitato sazio della vita,
e non prendi, o stolto, di buon animo, un riposo sicuro?
Ma se tutti i godimenti che ti sono stati offerti, sono stati dissipati
e perduti, e la vita ti è in odio, perché cerchi di aggiungere ancora
quello che di nuovo andrà malamente perduto e tutto svanirà
senza profitto? Perché non poni piuttosto fine alla vita e al travaglio?
Infatti non c’è più nulla che io possa escogitare e scoprire
per te, che ti piaccia: tutte le cose sono sempre uguali.
Se il tuo corpo non è ancora sfatto dagli anni, né le membra
stremate languiscono, tuttavia tutte le cose restano uguali,
anche se tu dovessi vincere, continuando a vivere,
tutte le età, anzi perfino se tu non dovessi morire mai”; –
che cosa risponderemmo, se non che la natura intenta
un giusto processo e con le sue parole espone una causa vera?
E se ora un vecchio cadente si lagnasse e lamentasse
l’incombere della morte rattristandosi più del giusto,
non avrebbe essa ragione d’alzare la voce e rimbrottarlo con voce aspra?
“Via di qui con le tue lacrime, o uomo da baratro, e rattieni i lamenti.
Tutti i doni della vita hai già goduti e sei marcio.
Ma, perché sempre aneli a ciò che è lontano e disprezzi quanto è presente,
incompiuta ti è scivolata via, e senza profitto, la vita,
e inaspettatamente la morte sta dritta accosto al tuo capo
prima che tu possa andartene sazio e contento d’ogni cosa.
Ora, comunque, lascia tutte queste cose che non si confanno più alla tua età
e di buon animo, suvvia, cedi il posto ‹ad altri›: è necessario”.
Giusta, penso, sarebbe l’accusa, giusti i rimbrotti e gl’improperi.
Sempre infatti, scacciate dalle cose nuove, cedono il posto
le vecchie, ed è necessario che una cosa da altre si rinnovi;
né alcuno nel baratro del tenebroso Tartaro sprofonda.
Di materia c’è bisogno perché crescano le generazioni future;
che tutte, tuttavia, compiuta la loro vita, ti seguiranno;
e dunque non meno di te le generazioni son cadute prima, e cadranno.
Così le cose non cesseranno mai di nascere le une dalle altre,
e la vita a nessuno è data in proprietà, a tutti in usufrutto.
Volgiti a considerare parimenti come nulla siano state per noi
le età dell’eterno tempo trascorse prima che noi nascessimo.
Questo è dunque lo specchio in cui la natura ci presenta
il tempo che alfine seguirà la nostra morte.
Forse in esso appare qualcosa di orribile, forse si vede qualcosa
di triste? Non è uno stato più tranquillo di ogni sonno?
E senza dubbio tutte quelle cose che secondo la tradizione
sono nell’Acheronte profondo, sono tutte nella nostra vita.
Né Tantalo misero teme il gran masso che nell’aria
sovrasta, da vana paura, come è fama, paralizzato;
ma piuttosto nella vita un fallace timore degli dèi opprime
i mortali, e temono il colpo che a ognuno può menare la sorte.
Né gli uccelli si cacciano dentro Tizio giacente
nell’Acheronte, né dentro l’ampio petto possono certo
trovare qualcosa in cui frugare in perpetuo.
Si stenda pure con una massa di corpo quanto si voglia
immane, che copra con le membra dispiegate,
non solo nove iugeri, ma tutto l’orbe della terra:
non potrà tuttavia continuare a sopportare un eterno dolore,
né fornire cibo dal proprio corpo per sempre.
Ma Tizio è per noi qui: è colui che giacente nell’amore
uccelli straziano, cioè lo divora un’ansiosa angoscia
o per qualsiasi altra passione lo dilaniano affanni.
Anche Sisifo è nella vita nostra, alla vista di tutti:
è colui che aspira ad ottenere dal popolo i fasci
e le crudeli scuri, e sempre vinto e triste si ritira.
Giacché cercare un potere che è vano, né vien dato mai,
e in quella ricerca sostenere sempre un duro travaglio,
questo è sospingere con grande sforzo su per l’erta d’un monte
un masso, che tuttavia ‹dalla› somma vetta sùbito rotola
di nuovo giù, e ratto corre verso la distesa della piana campagna.
Ancora: pascer sempre l’insaziabile natura dell’animo
e tuttavia non colmarla mai di beni, né mai saziarla,
come a noi fanno le stagioni dell’anno, quando, in giro
volgendosi, ritornano e ci recano i frutti e le varie delizie,
senza che tuttavia noi siamo mai paghi delle gioie della vita,
questa, io penso, è la favola delle fanciulle nel fiore dell’età,
le quali raccolgono l’acqua in un vaso perforato,
che tuttavia non si può in alcun modo riempire.
Cerbero e le Furie, per soprappiù, e la mancanza di luce,
il Tartaro eruttante dalle fauci vampe orribili,
che non esistono in alcun luogo, né invero possono esistere!
Ma c’è nella vita il timore delle pene,
grave per i crimini gravi, e l’espiazione della colpa,
il carcere e l’orribile precipitare giù dalla rupe,
staffilate, carnefici, cavalletto, pece, lamine, fiaccole;
e anche se son lontani, pure la mente, conscia dei propri misfatti,
in ansia infligge assilli a sé stessa e si brucia con staffili,
né vede intanto quale possa essere il termine dei mali,
né quale sia alfine la fine delle pene, e anzi teme
che queste stesse afflizioni nella morte diventino più gravi.
Alfine, è qui che la vita degli stolti diventa un inferno.
Anche questo talora tu potresti dire a te stesso:
“Chiuse i suoi occhi alla luce anche il buon Anco,
che in molte cose fu migliore di te, o briccone.
Caddero poi molti altri re e dominatori del mondo,
che su grandi nazioni esercitarono il comando.
Quegli stesso che un giorno aprì una via per il grande mare
e offerse alle legioni un cammino perché andassero sopra
le profondità marine, e insegnò a varcare a piedi i salati abissi,
e disprezzò i fragori dei flutti calpestandoli coi cavalli,
anch’egli fu privato della luce ed esalò l’anima dal corpo morente.
Scipione, fulmine di guerra, terrore di Cartagine,
rese le ossa alla terra come se fosse un infimo schiavo.
Aggiungi gli scopritori delle scienze e delle arti,
aggiungi i compagni delle Muse, tra i quali Omero, l’unico,
dopo aver conquistato lo scettro, s’addormentò dello stesso sonno degli altri.
E ancora: dopoché matura vecchiezza fece sentire a Democrito
che i memori movimenti della mente languivano,
spontaneamente alla morte andò incontro e offrì il proprio capo.
Lo stesso Epicuro morì, dopo aver percorso il luminoso tratto
della vita, egli che per ingegno superò il genere umano, e tutti
offuscò, come il sole sorto nell’etere offusca le stelle.
E tu esiterai e t’indignerai di morire?
Tu cui la vita è quasi morta, mentre sei ancora vivo e vedi;
tu che nel sonno consumi la parte maggiore del tempo
e sveglio russi, né cessi di vedere sogni
ed hai la mente assillata da vana paura,
e spesso non sei capace di scoprire che male tu abbia, mentre
ebbro sei oppresso da molti affanni, infelice, da ogni parte,
e vaghi ondeggiando in preda al confuso errore dell’animo”.
Se gli uomini, come si vede che sentono di avere
in fondo all’animo un peso che con la sua gravezza li affatica,
potessero anche conoscere da che cause ciò provenga e perché
una sì grande mole, per così dire, di male nel petto persista,
non così passerebbero la vita, come ora per lo più li vediamo:
ognuno non sa quel che si voglia e cerca sempre
di mutar luogo, quasi potesse deporre il suo peso.
Esce spesso fuori del grande palazzo colui
che lo stare in casa ha tediato, e sùbito ‹ritorna›,
giacché sente che fuori non si sta per niente meglio.
Corre alla villa, sferzando i puledri, precipitosamente,
come se si affrettasse a recar soccorso alla casa in fiamme;
sbadiglia immediatamente, appena ha toccato la soglia
della villa, o greve si sprofonda nel sonno e cerca l’oblio,
o anche parte in fretta e furia per la città e torna a vederla.
Così ciascuno fugge sé stesso, ma, a quel suo ‘io’, naturalmente,
come accade, non potendo sfuggire, malvolentieri gli resta attaccato,
e lo odia, perché è malato e non comprende la causa del male;
se la scorgesse bene, ciascuno, lasciata ormai ogni altra cosa,
mirerebbe prima di tutto a conoscere la natura delle cose,
giacché è in questione non la condizione di un’ora sola,
ma quella del tempo senza fine, in cui i mortali devono aspettarsi
che si trovi tutta l’età, qualunque essa sia, che resta dopo la morte.
Infine, a trepidare tanto nei dubbiosi cimenti
quale trista brama di vita con tanta forza ci costringe?
Senza dubbio un termine certo della vita incombe ai mortali,
né la morte si può evitare, dobbiamo incontrarla.
Inoltre, ci moviamo nello stesso giro e vi rimaniamo sempre,
né col continuare a vivere si produce alcun nuovo piacere;
ma, finché ciò che bramiamo è lontano, sembra che esso superi
ogni altra cosa; poi, quando abbiamo ottenuto quello, altro
bramiamo e un’uguale sete di vita sempre in noi avidi riarde.
Ed è dubbio qual sorte apporti il tempo futuro,
che cosa ci rechi il caso, quale fine sovrasti.
Né, protraendo la vita, sottraiamo mai nulla
dal tempo della morte, in nulla siamo in grado d’intaccarlo,
sì da potere, forse, per un tempo più breve essere morti.
Puoi, quindi, vivendo finire quante generazioni vuoi:
ti aspetterà pur sempre quella morte eterna;
né per colui che ha finito la vita con la luce
di questo giorno il non esistere più sarà più breve
che per colui che già da molti mesi ed anni scomparve.

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