Omicidio Vannini, depositate le motivazioni

LADISPOLI – Antonio Ciontoli “ha deciso di andare a recuperare le pistole (…) a tarda sera e proprio mentre il Vannini si trovava nel bagno a fare la doccia, non si è rifiutato di mostrare il funzionamento della pistola come – a suo dire – richiestogli dal ragazzo, ha impugnato la Beretta cal. 9 senza verificare che fosse scarica e in condizioni di sicurezza, ha “scarrellato” l'arma, inserendo, così, il colpo in canna, (…) ha interrotto la prima chiamata al 118, riferendo a chi interloquiva con l'operatore sanitario di una presunta “ripresa” del Vannini (…)".

Sono queste alcune delle considerazioni che emergono nel documento, lungo 42 pagine delle motivazioni prodotte dalla Corte di Roma che ha portato alla condanna per omicidio colposo con dolo eventuale di Antonio Ciontoli per la morte del giovane Marco Vannini. In sostanza, nelle motivazioni, ripercorrendo quanto emerso durante la fase dibattimentale e durante quella notte, la Corte spiega come la “condotta posta in essere dal Ciontoli, dimostra senza alcun dubbio, che la situazione oggettiva rendeva possibile, prevedibile e altamente probabile, secondo la più comune esperienza – in assenza di tempestivi soccorsi – l'evento letale e, sotto il profilo soggettivo, che lo stesso imputato non potesse non rappresentarsi, prevedendole, le conseguenze letali del suo gesto, del ritardo nell'attivazione dei soccorsi e delle menzogne che reiteratamente aveva addotto a spiegazioni delle condizioni del ferito. Nel contempo, continuando – anche dopo la morte del Vannini – a tentare di nascondere quale fosse stato il suo reale comportamento”. Sempre dalle motivazioni si legge come il Ciontoli abbia deciso di “agire 'accada quel che accada' pur di perseguire il suo scopo. E ciò risulta sicuramente vero – atteso lo sviluppo dei fatti, come sopra indicato – soprattutto quando ha ritardato i soccorsi e mentito sugli eventi – circostanze risultate esiziali per il ferito -e, perciò, quando il 'bilanciamento' – prospettatosi nella sua mente – delle conseguenze del suo agire, lo ha fatto propendere per la tutela dei propri interessi piuttosto che per la salvezza del ferito. E ciò, omettendo del tutto di prendere in considerazione – in quei momenti così importanti per assicurare un diverso esito della vicenda – quanto più grave sarebbe stato il 'costo' versoimilmente rischiato in caso di morte del Vannini”.

Diversa la posizione di Maria Pezzillo e di Federico e Martina Ciontoli. Per la Corte i tre non erano presenti in bagno quando è esploso il colpo di pistola ma avrebbero dovuto comprendere la drammaticità del momento e della situazione: “Le condizioni del ferito – si legge – erano tali da evidenziare palesemente e univocamente la necessità di assicurargli il più rapido soccorso medico possibile. Intanto, un colpo di pistola era stato sparato e per quanto gli imputati possano affermare di aver avvertito solo un 'forte rumore' (così forte che era stato perfettamente avvertito anche dai vicini di casa che si trovavano nell'abitazione confinante a parete con quella dei Ciontoli (…)) immediatamente dopo hanno visto – per prima Martina e poi Federico – la pistola che era sul pavimento del bagno; arma che, a richiesta del padre, Federico aveva rapidamente rimosso da dove si trovava e, necessariamente in presenza di tutti, aveva dapprima portato al piano terra e poi, una volta 'messa in sicurezza' – come affermato nel corso del suo esame, dallo stesso Federico – riposta sotto il suo letto”.

Per la Corte inoltre anche e soprattutto le condizioni in cui si trovava Marco subito dopo lo sparo avrebbero dovuto “destare la massima preoccupazione”. Marco urlava, non solo “lamenti ad alta voce come li ha definiti Martina Ciontoli o lamentazioni in maniera strana come riferiti dal fratello Federico. In realtà si trattava di vere e proprie grida: la stessa Corte le ha potute apprezzare – in dibattimento – ascoltando le note telefonate al 188, nel corso delle quali in sottofondo si sentono perfettamente acute urla, tanto che la stessa operatrice del 118 ne chiede conto ai propri interlocutori, manifestando subito perplessità sulla dichiarata loro origine, attribuita a un 'attacco di panico'”.

Insomma le circostanze avrebbero dovuto imporre ai tre di “attivarsi in prima persona e nella maniera più rapida possibile per assicurargli adeguati soccorsi”. Per la Corte non può inoltre essere usata come “discolpa” per i tre il fatto che siano affidati, come prospettato dalla Difesa, al padre, il capofamiglia. “Se può essere vero – si legge infatti nelle motivazioni – che il Ciontoli, come capo famiglia e, forse, come persona di forte carattere e personalità, avesse la possibilità di influenzare le decisioni dei propri congiunti, è ancor più vero che sia la moglie che i figli erano soggetti adulti, di cultura medio alta, e pertanto, siciuramente capaci di discernere autonomamente la veridicità di quanto veniva loro raccontato e di adottare condotte esattamente opposte a quelle in concreto tenute, soprattutto in considerazione dei forti legami affettivi col ferito, che avrebbero, semmai, dovuto destare in loro ben altre preoccupazioni e indurli ad assumere iniziative a suo favore e non certo, invece a rimettersi pedissequamente alle rassicurazioni – si ribadisce – inverosimili che venivano loro date”.

E poi c'è la posizone di Viola Giorgini, assolta perché il fatto non sussiste. Secondo le motivazioni presentate dalla Corte Viola, da quanto si è evinto dalle fasi dibattimentali del processo, non era entrata in bagno, non era entrata in contatto col corpo di Marco e non era presente all'interno della camera da letto. Inoltre per la Corte “non è certo che avesse ascoltato la seconda telefonata al 118 e sentito quanto detto sulla causa del ferimento. D'altra parte, è pur comprensibile come non si possa pretendere, considerata la sua posizione di ospite della famiglia Ciontoli – pur se con familiare frequentazione – che la Giorgini, stanti le rassicurazioni date dal padre del suo fidanzato e la minore conoscibilità delle condizioni del ferito, potesse effettivamente percepire e valutare il reale stato di pericolo in cui questi versava, ovvero che si potesse rendere conto della necessità di attivare differenti modalità di soccorso”.

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Rifiuti abbandonati, arriva l'app per le segnalazioni al Comune

LADISPOLI – Per tenere pulita la città arriva ECOPOINT, l'applicazione grazie alla quale i cittadini potranno segnalare eventuali rifiuti abbandonati, inserendo solo le informazioni necessarie all'individuazione del rifiuto: la posizione, la descrizione e una foto. I cittadini, inoltre, potranno monitorare gli stati di avanzamento della segnalazione in qualsiasi momento, accedendo all'area "Segnalazioni" e ricevendo una notifica quando questa sarà chiusa e il rifiuto ritirato. Sempre tramite l'applicazione, inoltre, i cittadini, potranno visualizzare le statistiche inerenti i tempi di risoluzione di tutte le segnalazioni aperte nel comune di Ladispoli e avere sempre il calendario della pulizia delle strade.

Per presentare nel dettaglio la novità alla popolazione, l'amministrazione ha deciso di organizzare un incontro per il 18 giugno prossimo alle 11 nell'aula consiliare del palazzetto comunale. Presenti, oltre che al sindaco Alessandro Grando anche il delegato al servizio di igiene urbana Carmelo Augello, l'ufficio tecnico del comune e l'ideatore dell'App Simone Campofranco.

“Invitiamo i cittadini a partecipare – ha detto il consigliere comunale Augello – l’amministrazione del sindaco Grando vuole soddisfare le esigenze della popolazione nel delicato ed importante servizio riguardante la pulizia delle aree pubbliche. Con questa APP i cittadini diventano protagonisti del servizio, avendo la chance di chiedere interventi immediati e tempestivi all’amministrazione comunale ed alla ditta appaltatrice. In questo modo gli occhi di 40 mila persone controlleranno giorno e notte le strade di Ladispoli per contrastare efficacemente l’incivile malcostume di abbandonare rifiuti”.

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Processo Vannini, chiesta la condanna per tutti

LADISPOLI – Chieste cinque condanne per la morte di Marco Vannini, 21 anni, avvenuta il 18 maggio 2015 a Ladispoli raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparatogli da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata del giovane. Davanti ai giudici della prima Corte d’Assise di Roma, il pm Alessandra D’Amore ha sollecitato una pena a 21 anni di carcere per il capofamiglia Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare.
Chiesti 14 anni per la moglie Maria Pezzillo e i due figli, Martina (fidanzata di Vannini) e Federico. La famiglia Ciontoli è accusata di concorso in omicidio volontario. Nel processo è imputata anche la fidanzata di Federico Ciontoli, Viola Giorgini, per la quale l’accusa chiede due anni di carcere (con sospensione della pena) per omissione di soccorso. Dure le parole il aula della Pm D’Amore nella sua requisitoria. «Gli imputati – ha detto D’Amore –  hanno mentito ostinatamente con una ricostruzione dei fatti parziale».  La Pm ha poi ripercorso i fatti della sera fatale in cui ha perso la vita il giovane. Dalla ricostruzione del Ciontoli, alle intercettazioni, alle testimonianze dei vicini, fino alle dinamiche al Pit di Ladispoli. Per la PM inoltre Martina sarebbe stata presente in bagno. Per D’Amore quella di avallare la ricostruzione del Ciontoli è una scelta precisa. «Non siamo qui per vendetta, ma per giustizia» ha affermato l’avvocato Coppi davanti ai giudici per il caso della morte del giovane Marco.
«Hanno tolto alla famiglia di Marco di decidere della sua vita – ha continuato l’avvocato – Non ci possono essere dubbi sulla condanna di Antonio Ciontoli. Seppure Marco fosse morto, nonostante i soccorsi tempestivi, non saremmo in corte d’assise come ha detto la Pm. Antonio non si fece istruire quando acquisì l’arma, anche se non è un indizio di colpa. Quell’episodio è sintomatico della sua personalità che ha avuto l’apice la sera del 17 maggio 2015 e addirittura preme il grilletto sebbene Marco avesse paura. La sua colpa sarebbe rimasta se avesse chiamato i soccorsi ma sarebbe stata molto attenuata».

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Processo Vannini, chiesta la condanna per tutti

LADISPOLI – Chieste cinque condanne per la morte di Marco Vannini, 21 anni, avvenuta il 18 maggio 2015 a Ladispoli raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparatogli da Antonio Ciontoli, padre della fidanzata del giovane. Davanti ai giudici della prima Corte d’Assise di Roma, il pm Alessandra D’Amore ha sollecitato una pena a 21 anni di carcere per il capofamiglia Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare.
Chiesti 14 anni per la moglie Maria Pezzillo e i due figli, Martina (fidanzata di Vannini) e Federico. La famiglia Ciontoli è accusata di concorso in omicidio volontario. Nel processo è imputata anche la fidanzata di Federico Ciontoli, Viola Giorgini, per la quale l’accusa chiede due anni di carcere (con sospensione della pena) per omissione di soccorso. Dure le parole il aula della Pm D’Amore nella sua requisitoria. «Gli imputati – ha detto D’Amore –  hanno mentito ostinatamente con una ricostruzione dei fatti parziale».  La Pm ha poi ripercorso i fatti della sera fatale in cui ha perso la vita il giovane. Dalla ricostruzione del Ciontoli, alle intercettazioni, alle testimonianze dei vicini, fino alle dinamiche al Pit di Ladispoli. Per la PM inoltre Martina sarebbe stata presente in bagno. Per D’Amore quella di avallare la ricostruzione del Ciontoli è una scelta precisa. «Non siamo qui per vendetta, ma per giustizia» ha affermato l’avvocato Coppi davanti ai giudici per il caso della morte del giovane Marco.
«Hanno tolto alla famiglia di Marco di decidere della sua vita – ha continuato l’avvocato – Non ci possono essere dubbi sulla condanna di Antonio Ciontoli. Seppure Marco fosse morto, nonostante i soccorsi tempestivi, non saremmo in corte d’assise come ha detto la Pm. Antonio non si fece istruire quando acquisì l’arma, anche se non è un indizio di colpa. Quell’episodio è sintomatico della sua personalità che ha avuto l’apice la sera del 17 maggio 2015 e addirittura preme il grilletto sebbene Marco avesse paura. La sua colpa sarebbe rimasta se avesse chiamato i soccorsi ma sarebbe stata molto attenuata».

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Invernale: bis di Tevere Remo Mon Ile

Tanto vento, tanta onda e tutti gli imprevisti tipici di una regata tirata al massimo, con vele (anche nuovissime) scoppiate e outsider che hanno conosciuto la loro giornata di gloria. Finisce così l’Invernale di Riva di Traiano – Trofeo Paolo Venanzangeli, con una giornata, quella di sabato, finalmente all’altezza della fama di questo campo di regata, dove vince chi ama il gioco duro. Innanzitutto onore ai vincitori assoluti, a cominciare dalla classe regina, quella dei Regata, dove, sia in IRC sia in ORC, ha trionfato Tevere Remo Mon Ile, First 40 di Gianrocco Catalano, che ha conquistato per la seconda volta consecutiva l’Invernale. In IRC ha preceduto Vulcano 2, First 34.7 di Giuseppe Morani e Vahiné 7, First 45 di Francesco Raponi; in ORC, Aeronautica Militare Duende, Vismara 46 di Raffaele Giannetti e Aphrodite, Swan 45 di Pierfranco Di Giuseppe. Tevere Remo Mon Ile si è anche aggiudicato il 1° Trofeo Challenge Roma d’Inverno, quale 1° classificato overall in IRC. Nei Per2, in IRC c’è stata una cavalcata trionfale di Lolifast, Sun Fast 3600 di Davide Paioletti, che ha lasciato il secondo posto a Don Pedro, Bavaria 34 di Francesco Pelaia, ed il terzo a Gygas, Grand Soleil 43.2 di Alberto Tamantini. In ORC la cavalcata di Libertine, Comet 45S condotto da Marco Paolucci e Lorenzo Zichichi, è stata ancor più travolgente, con Davide Paioletti e il suo Lolifast quasi sempre secondi. L’ultimo gradino del podio è andato a Jox-Avs Group, X41 di Pietro Paolo Placidi. Tra i Crociera, lo splendido campionato di Malandrina, che ha dovuto scartare un secondo posto quale peggior risultato, ha condotto sul gradino più alto del podio l’equipaggio del First 36.7 condotto da Roberto Padua, seguito dal sorprendente Sun Odyssey 49 Mylan di Anna Paolini, che si è avvalso al timone dell’esperienza dell’Ammiraglio Franco Lo Sardo, e Fata Ignorante, Dufour 34 di Stefano Sorgente. In Gran Crociera, vittoria di First Wave, First 405 di Guido Mancini, su Blues, Duck 31 di Dario Conte.
L’ultima regata sabato scorso. Si è iniziato con circa 15 nodi di vento e con tanta onda, ma poi le condizioni si sono fatte decisamente più cattive, con raffiche che hanno superato i 20 nodi. I Regata hanno faticato di più, sobbarcandosi ben 15 miglia, 10 i Crociera e 5 i Gran Crociera. I Per2, che godono di un percorso ad hoc, hanno regatato per circa 12 miglia, con un lungo lato di bolina. Alla fine la soddisfazione tra i regatanti era grande almeno quanto la stanchezza. Le condizioni, durissime, hanno provato il fisico dei velisti e la resistenza delle imbarcazioni.
C’è stato un soccorso in mare, per un malore verificatosi a bordo di Coda di Volpe, e una serie di incidenti, con tante rotture di vele, che hanno costretto al ritiro Soul Seeker, X362 Sport di Federico Galdi, Rosmarine 2, Grand Soleil 46B di Riccardo Acernese, e Vahiné 7, First 45 di Francesco Raponi, che è stato il più penalizzato, perché i punti persi lo hanno fatto uscire dal podio della Classifica Generale in ORC e perdere il secondo posto in IRC. In Regata IRC, Paolo Morville ha finalmente condotto alla vittoria il suo First 45S “Er Cavaliere Nero”, riscattando un campionato avaro di soddisfazioni, mentre in ORC Biscarini/Rocchi con il loro Mylius 15e25 Ars Una hanno imposto per la prima volta la loro legge sia in reale sia in compensato. Anche nei Per2 c’è stata un’importante “prima volta”: in IRC, infatti ha vinto Oscar Campagnola, che ha portato alla sua prima vittoria il Comfortina 42 Fair Lady Blue. Al contrario, nella Per2 ORC, c’è stata la conferma della schiacciante supremazia di Libertine, il Comet 45 S di Marco Paolucci e Lorenzo Zichichi che è riuscito a vincere ben 6 delle 8 regate disputate. In Crociera ennesima grande prova di Malandrina, che non ha avuto rivali in questo campionato, mentre in Gran Crociera la vittoria è andata a First Wave, che ha vinto 4 delle 5 prove disputate. (Agg. 13/03 ore 18.03 SEGUE)

I COMMENTI DEL PRESIDENTE DEL CNRT ALESSANDRO FARASSINO – «È stata una giornata decisamente emozionante – ha commentato il Presidente del CNRT Alessandro Farassino – con tanto vento e tanti imprevisti occorsi non solo ai regatanti, ma anche alle barche dell’organizzazione. Il Tevere ci ha regalato il suo lato peggiore, visto che con lo Scirocco sul nostro specchio d’acqua è arrivato di tutto. Dobbiamo ringraziare la motovedetta della Polizia di Stato che ha tolto dalla linea di partenza una vera e propria isola galleggiante di rifiuti, ma niente ha potuto contro un’altra massa di rifiuti che ha investito il gommone dei posaboe, imprigionandone l’elica in una matassa inestricabile prima, che potesse posare la boa di disimpegno».
La motovedetta della Polizia di Stato ha inoltre supportato il gommone della Direzione di Corsa nel soccorso di un velista, svenuto per un malore nel corso della regata, scortando a riva l’imbarcazione coinvolta. I soccorsi sono stati tempestivi e il velista è stato sbarcato e affidato all’ambulanza accorsa prontamente in Torre di Controllo. (Agg. 13/03 ore 18.22 SEGUE)

LE DICHIARAZIONI DEL DIRETTORE DI CORSA FABIO BARRASSO – «Portare a compimento 8 regate sulle 9 programmate in una stagione invernale atipica come quella appena trascorsa – ha commentato il Direttore di Corsa Fabio Barrasso – è stata la giusta ricompensa a un grande lavoro svolto da tutto il team. Abbiamo vissuto le ultime due giornate di regata giocando sempre d’anticipo.  Il 25 febbraio sfruttando le prime avvisaglie di Burian e portando a termine due prove. Questo sabato cavalcando l’anticipo della perturbazione, che è poi arrivata nelle ore successive, e dando finalmente pieno sfogo alla voglia di regatare al massimo che sembra essere quasi nel dna dei regatanti di Riva di Traiano. Tirando le somme, è’ stato un campionato divertente, molto combattuto e molto tecnico». Nel corso dell premiazione c’è stato un esilarante fuori programma, con il solitario Oscar Campagnola che ha improvvisato un elogio del Comitato di Regata leggendo una lettera proveniente dalla Nuova Zelanda, dove sono stati avvertiti i ‘‘rumori di guerra’’ provenienti da Riva di Traiano. (Agg. 13/03 ore 18.54)

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Soccorsi tempestivi per le dragonesse

CIVITAVECCHIA – Brutta avventura per fortuna a lieto fine per l’equipaggio rosa del Dragon Boat degli Amici della Darsena Romana. Durante l’allenamento di domenica intorno alle 12.35 si è capovolta la canoa e il gruppo femminile delle dragonesse è caduto in mare nella zona della banchina 10. L’equipaggio è stato prontamente soccorso dal gruppo Ormeggiatori con uomini e mezzi a mare; a dare l’allertata Alessandro Pacitti (Asd Amici del Mare) e dai due operatori della Darsena Ronana che monitoravano dal Circolo l’equipaggio. Gli ormeggiatori hanno recuperato tutte le componenti del team e hanno dato loro indumenti asciutti e coperte termiche.

Alla banchina 5 è avvenuto il trasporto a terra delle atlete insieme agli uomini della Guardia Costiera e del personale sanitario delle ambulanze. Due membri del team reduce dall’incidente hanno accusato malori e sono state trasportate in ambulanza al Pronto Soccorso di Civitavecchia. Una delle due dragonesse finite in ospedale, Sandra Centurioni, racconta: «Ringrazio coloro che hanno lanciato l’allarme e poi Ivan e Marco che dal Circolo ci monitoravano e hanno inviato l’Sos alla Capitaneria di Porto. Un grazie speciale agli ormeggiatori che ci hanno soccorsi, in particolare a quello che vedendomi semicosciente e in ipodermia per scaldarmi mi ha coperto con il suo corpo. Grazie al personale medico e paramedico dell’ambulanza e del Pronto Soccorso e a tutti quelli che si sono adoperati per me e per tutto il nostro equipaggio. Sono anni che facciamo questo sport e non era mai successo, è stata una serie di coincidenze che sommate hanno portato la canoa a capovolgersi. La cosa importante è che nessuna ha mai perso la calma e da vero equipaggio siamo rimaste tutte unite e corse; nessuna ha pensato a se stessa. Il tempo in acqua è sembrato un’eternità. Personalmente in acqua mi sembrava di star bene poi ad un certo punto, mentre mi facevano salire sulla pilotina degli ormeggiatori, non riuscivo più a muovere le gambe e una volta su la temperatura mi è scesa a 33° ed ero semicosciente. Sia sull’ambulanza che al pronto soccorso non ci hanno mai lasciato curandoci al massimo. Non smetterò questo sport». Timoniere dell’equipaggio rosa Ernesto Berretti luogotenente della stazione navale della GdF. “Partecipo come volontario alle attività remiere dell’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno (ANDOS), in qualità di tecnico di canottaggio, per favorire la ripresa psico-motoria delle donne colpite da tumore al seno. Il Dragon boat è l’imbarcazione che l’ANDOS condivide con l’associazione Amici della Darsena e, domenica, in tarda mattinata, ho sostituito il timoniere, stanco per la precedente attività, per l’uscita di un equipaggio congiunto composto oltre a me, da nove signore e il coach – spiega Berretti – pochi minuti dopo essere usciti dalla Darsena Romana, un imprevisto sbandamento ha fatto capovolgere la canoa e tutti noi ci siamo ritrovati in acqua in prossimità del molo 10 del Porto di Civitavecchia. Essere immersi nell’acqua gelida ha subito creato agitazione tra le signore che però, munite delle dovute dotazioni di sicurezza, hanno accolto il mio richiamo a restare tutte vicine e poggiarsi allo scafo. Incitavo loro a continuare a muovere le gambe per raggiungere il molo distante una cinquantina di metri, su cui si vedeva una scaletta. Continuavo a incitare l’equipaggio a spingere insieme lo scafo, e a non abbandonare il gruppo. Alle mie esortazioni le signore hanno reagito con prontezza e leale energia fino all’arrivo della vedetta dei ‘‘Piloti’’, giunta insieme alla barca degli Amici della Darsena e della vedetta della Capitaneria di Porto.

La mia attività di soccorso in acqua si conclusa dopo avere assicurato che tutte le signore presenti salissero a bordo, aiutate dall’equipaggio della vedetta, prima di salire anch’io, esausto. Durante quei concitati 10/15 minuti mi sono sentito il riferimento da cui le signore si aspettavano il controllo e la sicurezza. Hanno dimostrato di essere un gruppo affiatato, segno che lo scopo del Dragon Boat è raggiunto; io non posso che esternare la mia ammirazione per come ognuna di loro ha affrontato la delicata situazione, sapendo rispondere alle mie direttive. Giunti a terra l’ambulanza ha provveduto a portare al pronto soccorso dell’ospedale di Civitavecchia due signore in ipotermia, dimesse nel tardo pomeriggio. Le altre sono state accompagnate dai presenti presso la sede dell’associazione in Darsena; io nel pomeriggio, dopo avere ripreso il calore e le forze, sono stato accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale di Tarquinia dove mi è stata riscontrata la “Contusione emitorace sx”. Tutta l’attività di soccorso è stata tempestiva, efficiente ed efficace. Piloti, Amici della Darsena, Capitaneria di Porto, personale medico e uomini della Security portuale intervenuti: grazie di cuore”. (Rom. Mos.)

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