Sant’Agostino: disagi in paradiso

VIDEO TARQUINIA – Sant’Agostino, il ‘’piccolo paradiso’’ situato lungo la costa viterbese al confine con Civitavecchia, è ancora un lembo di terra dimenticato e privo di servizi. 
Grido d’allarme del comitato ‘’Le Villette’’ per voce del suo presidente Bruno Vannini, che chiede lo sblocco dei numerosi progetti predisposti dall’amministrazione Mencarini e non ancora realizzati. Progetti e iter ancora al palo – «nonostante la volontà politica di produrre migliorie» -, che di fatto ingessano lo sviluppo dell’area.
Le idee e le possibili soluzioni a diversi problemi giacciono sulle scrivanie degli uffici comunali, mentre gli oltre duecento proprietari delle case del borgo, e i tantissimi turisti e bagnanti (molti dei quali civitavecchiesi), sono costretti a far fronte ogni giorno ai numerosi disagi legati alla scarsa fruibilità di uno dei luoghi più belli del litorale.
Le criticità sono molteplici, dall’assenza di accessi pubblici a mare per bagnanti e mezzi, alla carenza assoluta di parcheggi. Per non parlare della mancanza di servizi per disabili e di pulizia approfondita delle spiagge. Oltre a strade ancora senza nome e numeri civici e l’inaccessibilità per i disabili.
Spiagge, pochi servizi, scarsa pulizia. “A Sant’Agostino da anni stiamo chiedendo i servizi primari, finora adempiuti solo in parte – spiega Vannini – La spiaggia è trattata in maniera non etica, con il rischio di andare incontro a carenze igieniche. Le normative regionali prevedono che in una spiaggia balneabile, specie con un centro urbano intorno, si effettui la pulizia giornalmente e questo viene fatto – dice Vannini – poi però prevede anche che, da luglio ad agosto, si passi almeno tre volte a settimana con i mezzi.  Dovrebbero essere previsti anche maggiori controlli per la sicurezza, perché la spiaggia è molto frequentata da bambini e famiglie: ma tutto ciò non avviene”. “In base  alla normativa regionale 19 del 2016 – afferma inoltre Vannini – si prevede poi  che sulle spiagge libere balneabili ci siano anche dei bagni pubblici; servizi igienici anche per portatori di handicap. Ma qui non c’è nulla” .
I privati e la pulizia della spiaggia all’attenzione della Finanza. C’è anche un caso finito all’attenzione della Guardia di Finanza. “I privati – segnala Vannini – hanno raschiato la spiaggia accumulando i rifiuti che poi sono stati accatastati su una duna. Abbiamo chiesto se c’era il permesso. Né il Comune né altri risulta abbiano rilasciato autorizzazioni. Ho denunciato il fatto su un verbale della finanza, ma ad oggi nessuno è venuto a vedere cosa sia stato lasciato lì sotto”. 
L’assenza di accessi a mare. “Nell’ultimo anno ci sono stati diversi contatti con il Comune di Tarquinia, per quanto riguarda la pulizia della spiaggia, importantissima per noi, purtroppo però non abbiamo gli accessi a mare, un altro grave problema. – spiega Vannini – Non abbiamo cioè un passaggio alla spiaggia adeguato ai mezzi di pulizia. Questo problema risale agli anni ’70. Il Comune di Tarquinia all’epoca aveva identificato anche dove doveva essere realizzato il passaggio a mare. Con il via alla lottizzazione questo passaggio è stato chiuso dai privati, così ora il Comune si trova in difficoltà ad effettuare la pulizia della spiaggia e l’unica possibilità ad oggi è quella di far passare il mezzo dal varco del vicino stabilimento balneare”.  L’unico accesso al mare, nella zona delle villette, è quindi ancora oggi un passaggio stretto e ripido con scalini irregolari e senza appoggi. Un passaggio molto difficoltoso: per anziani e disabili quasi improponibile. “La spiaggia è esclusivamente frequentata da famiglie, bambini e anziani quindi urge un passaggio idoneo. – afferma Vannini – Passare dallo stabilimento significa passare su un’area privata e non pubblica, quindi non può essere considerata una soluzione. Il Comune ha intimato i gestori di lasciare aperto il varco, 24 ore su 24, ma ciò non avviene perché la chiave è nella disponibilità della ditta delle pulizie. Così nei fatti  non è garantita la fruibilità ai portatori d’handicap; e l’area è irraggiungibile per un’ambulanza che dovesse avere bisogno di accedere dopo le 19,30 perché il cancello è chiuso. Noi vogliamo che venga aperto un varco pubblico, come previsto nella lottizzazione. Abbiamo l’identificazione del passo, inserito nell’ordinanza comunale del  ’77”.
Strade e numeri civici. “Un’altra situazione da segnalare è l’assenza dei numeri civici – spiega il presidente del comitato Le Villette – Il Comune si sta interessando, ma la procedura non va avanti. Per noi si tratta di un aspetto molto importante perché attraverso i numeri civici si identificano le case e ciò consente un maggiore ordine pubblico. Alcune vie non sono ancora nominate e non si sa nemmeno se siano private o pubbliche. Ad esempio c’è via Ugo Neri chiamata così da alcuni residenti, ma non è accatastata e non risulta al Comune. Noi abbiamo chiesto di cambiare la denominazione della via principale con la dicitura: via Fontanella di Sant’Agostino perché nel 1300 qui esisteva un agglomerato agostiniano frequentato dai fedeli e si credeva che l’acqua che proveniva da una sorgente vicina fosse miracolosa. Chiediamo pertanto una denominazione della strada che sia significativa”. 
Niente servizi per i disabili. Sant’Agostino è off limits per i disabili. Emblematico il caso del signor Dino Rizzo: “Io non ho la possibilità di scendere in spiaggia da solo: non mi hanno infatti messo il corrimano che ho richiesto. Sono affetto da parecchi mali: polineuropatia agli arti inferiori, Parkinson e cardiopatia. Per arrivare al mare sono costretto a chiedere aiuto agli amici e diverse volte sono anche caduto. E non solo. Ho chiesto un parcheggio garantito sotto casa, con un apposito stallo per disabili, ma non ho avuto la possibilità di vederlo realizzato. Ho un verbale della commissione medica che attesta l’invalidità al 100% ma ancora io questo stallo non sono riuscito ad averlo. Così una mattina ho deciso di disegnarmelo da solo sull’asfalto, ma chiaramente non essendo valido nessuno lo rispetta. In tutta la zona di Sant’Agostino non esiste uno stallo per invalidi”. Ed ancora: “La mia strada è senza luce, senza numero civico e senza nome. Dieci giorni fa ho dovuto chiamare l’ambulanza perché non  mi sentivo bene e ha impiegato diverso tempo per capire dove doveva arrivare; fortunatamente i miei amici sono usciti in strada a dare indicazioni”. 
Le priorità per i proprietari delle case. Precisa la segnalazione di una donna, Adalgisa Maria Caliendi: “Sant’Agostino è una piccola insenatura incantevole tra Civitavecchia e Tarquinia, apprezzabile dal punto di vista naturalistico e paesaggistico con cui ho un legame affettivo trasmesso nel tempo a figli e nipoti, ma qui ci sono tanti problemi irrisolti che si trascinano negli anni. Il primo è la mancanza di passaggi a mare pubblici e fruibili agevolmente da persone e mezzi di soccorso; poi la lista è lunga: carenza di parcheggi; scarsa pulizia della spiaggia e della strada; acqua che spesso scarseggia; eccessiva presenza di persone rispetto alla ricettività che offre il tratto di arenile; assenza di controllo delle forze dell’ordine sulla spiaggia stessa e sulle attività permesse e praticate. Non uniformità nel far rispettare leggi e decreti da parte degli enti preposti quali Comune, Guardia di finanza e Guardia costiera. Non c’è sinergia tra gli organi di controllo”.
Niente parcheggi. “Il fine settimana la località di Sant’Agostino si riempie in ogni angolo – segnala Vannini – ma non ci sono parcheggi. Noi abbiamo una strada catalogata a doppio senso ma non c’è adeguato spazio, poiché non essendo nell’area presenti dei parcheggi, i turisti sostano lungo la carreggiata e si creano veri e propri ingorghi che rendono impossibile anche il passaggio alle ambulanze. Chiediamo con urgenza la realizzazione di parcheggi, soprattutto per i proprietari delle case. Anche su questo, la politica comunale si è attivata, però poi gli uffici competenti sembrano  non riuscire ad identificare il luogo dove poter realizzare questi benedetti parcheggi”.
Gli uffici comunali. “La nuova amministrazione come programma ha inserito interventi su Sant’Agostino ma i risultati si allungano – conclude Vannini – Sindaco e assessori, immediatamente dopo l’insediamento, si sono attivati: il problema sembra essere legato ai vari settori amministrativi comunali e non sappiamo il perché. L’attuale amministrazione Mencarini dal punto di vista politico è stata molto attenta al problema della zona, lo stop ai progetti sembra arrivare dai responsabili dei vari settori. Ci auguriamo che questi puntelli vengano rimossi così da trasformare finalmente Sant’Agostino in un luogo di sogno, quale è e merita di essere”.

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Chiazza in mare a Tarquinia: intervento della Capitaneria

TARQUINIA – Chiazza d'acqua sporcs in mare. Il fenomeno è stato notato in mattinata da alcuni bagnanti: una striscia opaca , di acqua sporca , proveniente, molto probabilmente, dalla foce del Marta è avanzata fino allo stabilimento San Marco.

Immediata la mobilitazione del Comune di Tarquinia che ha prontamente avvisato la Capitaneria di Porto di Civitavecchia, ufficio di Tarquinia, accorsa sul posto per le verifiche.

L’amministrazione comunale rassicura i bagnanti che, in merito a quanto rilevato, verranno effettuati scrupolosi accertamenti per individuare la natura degli sversamenti e la sorgente della fuoriuscita.

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Anna Oxa in concerto a Montalto Marina

MONTALTO – La stagione estiva entra nel vivo con uno degli eventi più attesi del cartellone 2018 del Comune di Montalto di Castro. Anna Oxa in concerto sabato 7 luglio, alle ore 21:30, a piazza del Palombaro al lido (Ingresso libero). L’artista nel suo tour “Voce sorgente”, ripercorre i brani più significativi della sua carriera. Uno spettacolo irripetibile, lo spettacolo dell’acqua, lo spettacolo della voce che non passa due volte nello stesso canto. L’artista sale sul palco non provenendo se non da se stessa, seguendo il percorso naturale della necessità del canto.

Come un pugno di terra per un solo seme, un solo seme per un solo germoglio, così l’artista ha un solo canto per una sola canzone e un solo spettacolo per una sola serata. Le canzoni non sono repertorio, sono urgenza sorgiva.

Come se prima non ci fossero mai state né più ci saranno dopo che sono scorse. Non c’è impostazione, l’artista si disimposta, ossia inizia da zero: l’unico vero, autentico inizio, l’inizio del canto, il primo movimento del canto appena sorto. Una sorgente purezza, appunto. E il canto crea il qui ed ora, il luogo e il tempo. Crea smarrimenti e decisioni dell’acqua, del canto, pendenze, dislivelli e cambi di direzione… anche ostacoli che affronta per procedere, anse e mulinelli e salti e rapide e cascate. Ed anche il corso, ampio e disteso. E tutto nasce da una goccia, da una nota d’acqua.

 

Una produzione artistica Oxarte con la direzione (artistica) di Anna Oxa. Produzione tecnica del concerto in tutta Italia a cura di Dimensione Eventi e Ventidieci.

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SORGENTE SGR S.P.A. – BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DEI COLLI ALBANI SOCIETA’ COOPERATIVABANCA DI CREDITO COOPERATIVO DEI COLLI ALBANI SOCIETA’ COOPERATIVA

Integrazione all'avviso di cessione di crediti non performing
pro-soluto e in blocco ai sensi e per gli effetti del combinato
disposto degli articoli 1 e 4 della Legge n. 130 del 30 aprile 1999
(di seguito la "Legge sulla Cartolarizzazione"), applicabili in
quanto compatibili alle cessioni ai fondi comuni di investimento
aventi per oggetto crediti

(TX18AAB4561 )

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CITTA’ METROPOLITANA DI ROMA CAPITALE Dipartimento IV – Servizio 2

Richiesta di concessione acqua da sorgente

(TU18ADF4312 )

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''Città di Viterbo'' nel segno dell'Asp

Baia del Marinaio (Cecina) nell’under 14 e Asp Civitavecchia (under 16) sono le vincitrici della 6^ edizione del torneo nazionale ‘‘Città di Viterbo’’. Organizzato dalla Volley Ball Club Viterbo (Vbc), il prestigioso trofeo è stato assegnato sabato pomeriggio al termine di due spettacolari finali che si sono svolte all’interno di un PalaMalè gremito in ogni ordine di posti. (Agg. 04/04 ore 17.59 SEGUE)

LE FINALI DELL'UNDER 14 E DELL'UNDER 16 – Davvero entusiasmante la finale dell’under 14 con la squadra toscana che ha dovuto impegnarsi a fondo per avere ragione, al terzo set, di Volleyrò bianca dopo che quest’ultima si era portata in vantaggio nel primo parziale. Terza classificata Pallavolo Terracina davanti ad una sorprendente  Sporting Viterbo, Volleyrò blu, Dream Volley Pisa, VolleySì Viterbo-Civitavecchia e Promomedia Volley Ostia. Meno tirata la finale under 16 che ha visto l’Asp Civitavecchia imporsi in due set su Pallavolo Terracina. Al terzo posto Baia del Marinaio (Cecina) davanti a Vbc Viterbo, New Volley Fucecchio e Team Orvieto Volley. Grande spettacolo finale, con le 14 squadre schierate sul parterre, per le premiazioni a cui hanno preso parte alternandosi nella consegna dei vari trofei, l’ex Ct della Nazionale, Bruno Morganti, vincitore lo scorso anno dell’Europeo maschile under 17, i consiglieri Fipav Lino Maggiolani e Carlo Serpieri, in rappresentanza rispettivamente del Comitato regionale e di quello territoriale di Viterbo, e tre atleti di serie A, Francesca Moretti, schiacciatrice della VolAlto Caserta, e Pierlorenzo Buzzelli e Alessandro Sorgente, rispettivamente schiacciatore e libero della Maury’s Italiana Assicurazioni Tuscania e idoli di casa. Dopo aver premiato le squadre partecipanti, si è passati alle premiazioni individuali sulla base della speciale classifica redatta dagli allenatori. (Agg. 04/04 ore 18.27 SEGUE)

I RICONOSCIMENTI INDIVIDUALI – Per l’under 14 i riconoscimenti sono andati a: Sara Michelessi (Volley Terracina) migliore palleggiatrice; Martina Giustini (Volleyrò Roma) migliore attaccante; Sara Calistri (Sporting Viterbo) migliore centrale; e Marta Bellucci (Volley Cecina) migliore giocatrice del torneo. Per l’under 16: Elisa Reggio (Asp Civitavecchia) migliore palleggiatrice, Camilla Magrin (Pallavolo Terracina) miglior libero; Giulia Baffetti (Asp Civitavecchia) migliore centrale; Elena Menichetti (Team Volley Orvieto) migliore attaccante; e Elisa Sanna (Asp Civitavecchia) migliore giocatrice. Per quanto concerne, infine, l’estrazione dei biglietti della Lotteria: questi i numeri vincenti: 1° premio n° 1381; 2° n° 1274; 3° n° 1276; 4° n° 2790; 5° n° 0821. (Agg. 04/04 ore 18.58)

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Invernale: bis di Tevere Remo Mon Ile

Tanto vento, tanta onda e tutti gli imprevisti tipici di una regata tirata al massimo, con vele (anche nuovissime) scoppiate e outsider che hanno conosciuto la loro giornata di gloria. Finisce così l’Invernale di Riva di Traiano – Trofeo Paolo Venanzangeli, con una giornata, quella di sabato, finalmente all’altezza della fama di questo campo di regata, dove vince chi ama il gioco duro. Innanzitutto onore ai vincitori assoluti, a cominciare dalla classe regina, quella dei Regata, dove, sia in IRC sia in ORC, ha trionfato Tevere Remo Mon Ile, First 40 di Gianrocco Catalano, che ha conquistato per la seconda volta consecutiva l’Invernale. In IRC ha preceduto Vulcano 2, First 34.7 di Giuseppe Morani e Vahiné 7, First 45 di Francesco Raponi; in ORC, Aeronautica Militare Duende, Vismara 46 di Raffaele Giannetti e Aphrodite, Swan 45 di Pierfranco Di Giuseppe. Tevere Remo Mon Ile si è anche aggiudicato il 1° Trofeo Challenge Roma d’Inverno, quale 1° classificato overall in IRC. Nei Per2, in IRC c’è stata una cavalcata trionfale di Lolifast, Sun Fast 3600 di Davide Paioletti, che ha lasciato il secondo posto a Don Pedro, Bavaria 34 di Francesco Pelaia, ed il terzo a Gygas, Grand Soleil 43.2 di Alberto Tamantini. In ORC la cavalcata di Libertine, Comet 45S condotto da Marco Paolucci e Lorenzo Zichichi, è stata ancor più travolgente, con Davide Paioletti e il suo Lolifast quasi sempre secondi. L’ultimo gradino del podio è andato a Jox-Avs Group, X41 di Pietro Paolo Placidi. Tra i Crociera, lo splendido campionato di Malandrina, che ha dovuto scartare un secondo posto quale peggior risultato, ha condotto sul gradino più alto del podio l’equipaggio del First 36.7 condotto da Roberto Padua, seguito dal sorprendente Sun Odyssey 49 Mylan di Anna Paolini, che si è avvalso al timone dell’esperienza dell’Ammiraglio Franco Lo Sardo, e Fata Ignorante, Dufour 34 di Stefano Sorgente. In Gran Crociera, vittoria di First Wave, First 405 di Guido Mancini, su Blues, Duck 31 di Dario Conte.
L’ultima regata sabato scorso. Si è iniziato con circa 15 nodi di vento e con tanta onda, ma poi le condizioni si sono fatte decisamente più cattive, con raffiche che hanno superato i 20 nodi. I Regata hanno faticato di più, sobbarcandosi ben 15 miglia, 10 i Crociera e 5 i Gran Crociera. I Per2, che godono di un percorso ad hoc, hanno regatato per circa 12 miglia, con un lungo lato di bolina. Alla fine la soddisfazione tra i regatanti era grande almeno quanto la stanchezza. Le condizioni, durissime, hanno provato il fisico dei velisti e la resistenza delle imbarcazioni.
C’è stato un soccorso in mare, per un malore verificatosi a bordo di Coda di Volpe, e una serie di incidenti, con tante rotture di vele, che hanno costretto al ritiro Soul Seeker, X362 Sport di Federico Galdi, Rosmarine 2, Grand Soleil 46B di Riccardo Acernese, e Vahiné 7, First 45 di Francesco Raponi, che è stato il più penalizzato, perché i punti persi lo hanno fatto uscire dal podio della Classifica Generale in ORC e perdere il secondo posto in IRC. In Regata IRC, Paolo Morville ha finalmente condotto alla vittoria il suo First 45S “Er Cavaliere Nero”, riscattando un campionato avaro di soddisfazioni, mentre in ORC Biscarini/Rocchi con il loro Mylius 15e25 Ars Una hanno imposto per la prima volta la loro legge sia in reale sia in compensato. Anche nei Per2 c’è stata un’importante “prima volta”: in IRC, infatti ha vinto Oscar Campagnola, che ha portato alla sua prima vittoria il Comfortina 42 Fair Lady Blue. Al contrario, nella Per2 ORC, c’è stata la conferma della schiacciante supremazia di Libertine, il Comet 45 S di Marco Paolucci e Lorenzo Zichichi che è riuscito a vincere ben 6 delle 8 regate disputate. In Crociera ennesima grande prova di Malandrina, che non ha avuto rivali in questo campionato, mentre in Gran Crociera la vittoria è andata a First Wave, che ha vinto 4 delle 5 prove disputate. (Agg. 13/03 ore 18.03 SEGUE)

I COMMENTI DEL PRESIDENTE DEL CNRT ALESSANDRO FARASSINO – «È stata una giornata decisamente emozionante – ha commentato il Presidente del CNRT Alessandro Farassino – con tanto vento e tanti imprevisti occorsi non solo ai regatanti, ma anche alle barche dell’organizzazione. Il Tevere ci ha regalato il suo lato peggiore, visto che con lo Scirocco sul nostro specchio d’acqua è arrivato di tutto. Dobbiamo ringraziare la motovedetta della Polizia di Stato che ha tolto dalla linea di partenza una vera e propria isola galleggiante di rifiuti, ma niente ha potuto contro un’altra massa di rifiuti che ha investito il gommone dei posaboe, imprigionandone l’elica in una matassa inestricabile prima, che potesse posare la boa di disimpegno».
La motovedetta della Polizia di Stato ha inoltre supportato il gommone della Direzione di Corsa nel soccorso di un velista, svenuto per un malore nel corso della regata, scortando a riva l’imbarcazione coinvolta. I soccorsi sono stati tempestivi e il velista è stato sbarcato e affidato all’ambulanza accorsa prontamente in Torre di Controllo. (Agg. 13/03 ore 18.22 SEGUE)

LE DICHIARAZIONI DEL DIRETTORE DI CORSA FABIO BARRASSO – «Portare a compimento 8 regate sulle 9 programmate in una stagione invernale atipica come quella appena trascorsa – ha commentato il Direttore di Corsa Fabio Barrasso – è stata la giusta ricompensa a un grande lavoro svolto da tutto il team. Abbiamo vissuto le ultime due giornate di regata giocando sempre d’anticipo.  Il 25 febbraio sfruttando le prime avvisaglie di Burian e portando a termine due prove. Questo sabato cavalcando l’anticipo della perturbazione, che è poi arrivata nelle ore successive, e dando finalmente pieno sfogo alla voglia di regatare al massimo che sembra essere quasi nel dna dei regatanti di Riva di Traiano. Tirando le somme, è’ stato un campionato divertente, molto combattuto e molto tecnico». Nel corso dell premiazione c’è stato un esilarante fuori programma, con il solitario Oscar Campagnola che ha improvvisato un elogio del Comitato di Regata leggendo una lettera proveniente dalla Nuova Zelanda, dove sono stati avvertiti i ‘‘rumori di guerra’’ provenienti da Riva di Traiano. (Agg. 13/03 ore 18.54)

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A Riva di Traiano due giorni di regate

Finalmente un weekend in linea con le giuste aspettative dei partecipanti al Campionato Invernale Riva di Traiano – Trofeo Paolo Venanzangeli, con il vento giusto e la possibilità di regatare regolarmente. Una condizione di assoluta normalità che questo inverno è stata negata molte volte. Ma in questo fine settimana, caratterizzato da pioggia, vento e anche un po’ di sole, finalmente tutti hanno potuto dare sfogo alla loro voglia di vela. 
Un fine settimana intenso, quindi, caratterizzato da ben tre prove, che si sono svolte tra sabato (giornata di recupero) e domenica, giornata vissuta con un po’ di batticuore per il temuto arrivo di Burian, manifestatosi poi domenica nel corso della seconda prova, con raffiche fino a 24 nodi.
«Giornate interessanti e molto impegnative – ha commentato il presidente del CNRT Alessandro Farassino – che ci hanno visti impegnati domenica fino al tardo pomeriggio. Abbiamo regatato sempre molto al largo, con tutte le difficoltà organizzative che ciò comporta, per evitare i disturbi dell’orografia, sapendo che alle spalle abbiamo i monti della Tolfa Siamo così riusciti a portare a compimento ben tre prove, che rimettono in carreggiata questo folle invernale. La cosa bella è che quasi nulla è deciso e sabato 10 marzo, con l’ultima prova, ci sarà ancora da lottare e da divertirsi».(Agg. 27/02 ore 15.31 SEGUE)

LE REGATE DEL SABATO – «Sabato è stata una giornata in bilico fino alla mattina – ha spiegato il direttore di regata Fabio Barrasso – quando finalmente  abbiamo avuto una buona prospettiva di una finestra meteo favorevole tra le 11 e le 15. È andato tutto bene, anche se abbiamo avuto un salto di vento di circa 80° gradi che, per fortuna, si è verificato come da previsioni. Anche più di 15 nodi all’inizio della regata e una media, una volta che il vento si era stabilizzato, di 12 nodi».
I Per2 hanno percorso un lungo triangolo di circa 9 miglia totali, mentre per i Regata il percorso ha sviluppato 13 miglia, con tre giri sulle boe. Otto le miglia per i Crociera, con due soli giri di percorso.  Il vento è andato poi calando, non consentendo la disputa di una seconda prova, tranne che per i Gran Crociera, che sono riusciti, così, a disputare da 2a e la 3a prova del loro campionato. Questi i vincitori di giornata: in Regata IRC e ORC, Tevere Remo Mon Ile, First 40 di Gianrocco Catalano; in Crociera Fata Ignorante, Dufour 34 di Stefano Sorgente; nei Per2 in IRC si è imposto Gygas, Grand Soleil 43.2 di Alberto Tamantini, e in ORC  Libertine, Comet 45 S di Marco Paolucci; nei Gran Crociera la prima prova è andata al First 405 First Wave di Guido Mancini, mentre la terza prova è stata vinta da Blues, Duck 31 di Dario Conte. (Agg. 27/02 ore 15.55 SEGUE)

LE REGATE DELLA DOMENICA – Domenica due prove per tutti, Regata e Crociera, Per2, ed una sola prova, invece, per i Gran Crociera, che sono stati rispediti in porto dopo che il vento aveva iniziato ad investire pesantemente il campo di regata soffiando ben oltre i 15 nodi che sono il limite massimo consentito per far regatare questa classe di imbarcazioni in piena sicurezza. Nella prima prova il vento ha fatto dapprima un po’ le bizze, poi si è stabilizzato a 010° e si è mantenuto costante nella direzione. Regata IRC – Nella 6a prova, vittoria per Aphrotide, Swan 45 di Pierfranco Di Giuseppe, mentre nella 7a a prevalere è stato il First 34.7 Vulcano 2 di Giuseppe Morani. Regata ORC – 6a prova ad Aphrodite e 7a prova ad  Aeronautica Militare Duende, Vismara 46 di Raffaele Giannetti. Crociera – Malandrina, First 36.7 di Roberto Padua, vinceva la 6a prova mentre Mylan, Sun Odyssey 49 di Anna Paolini, vinceva la settima. Nei Gran Crociera, disputata solo la 4a prova vinta da First Wave. Per2 IRC – 6a e 7a prova ad appannaggio di Don Pedro, Bavaria 34 di Francesco Pelaia: in ORC  Libertine vince entrambe le prove.(Agg. 27/02 ore 17.16 SEGUE)

LE CLASSIFICHE –  Regata IRC – Guida la Classifica Tevere Remo Mon Ile con 13 punti, seguito a 18 punti da Vahiné 7, Firt 45 di Francesco Raponi, e da Vulcano 2 con 21 punti. Regata ORC –  In testa  Tevere Remo Mon Ile (12,5 punti), seguito da Aeronautica Militare Duende (18 punti) e da Vahiné 7 (18 punti). Crociera – Malandrina, con 8 punti, guida la classifica, seguita da Maylan (12 punti) e da Fata Ignorante (28 punti). Gran Crociera –  First Wave con 5 punti precede Blues con 7 punti. Per 2 –  IRC Guida la classifica Loli Fast, Sunfast 3600 di Davide Paioletti, seguito da Don Pedro e da Gygas. In ORC  In testa c’è Libertine con 7 punti, seguita da Loli Fast (10 punti) e Jox, X41 di Pietro Paolo Placidi (23 punti). (Agg. 27/02 ore 18.10)

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De rerum natura – Libro VI – Parte 2

Ora spiegherò quale sia la ragione per cui attraverso le fauci
del monte Etna spirano a volte fuochi con turbine
tanto grande. E infatti, scoppiata con vasta rovina,
la tempesta di fiamme, spadroneggiando per i campi dei Siculi,
attirò su di sé gli sguardi delle genti vicine,
quando queste, al vedere tutte le regioni del cielo fumide
mandare scintille, riempivano i petti di pauroso affanno,
domandandosi quali rivolgimenti macchinasse la natura.
In queste cose è necessario che tu veda largo e a fondo
e che scruti lontano in tutte le direzioni,
perché ti rammenti che la somma delle cose è infinita
e veda come dell’intera somma un solo cielo
sia una piccola parte e risulti una minima frazione,
né sia tanta parte quanta di tutta la terra è un uomo solo.
Se ti poni ciò bene davanti alla mente e chiaramente l’osservi
e lo vedi chiaramente, di molte cose cesserai di meravigliarti.
Forse alcuno di noi, infatti, si meraviglia se qualcuno
ha contratto nelle membra una febbre insorta con calore
ardente o un’altra qualunque dolorosa malattia nel corpo?
Si gonfia infatti d’improvviso un piede, un acuto dolore
sovente assale i denti, attacca persino gli occhi,
il fuoco sacro scoppia e serpeggiando nel corpo brucia
ogni parte che ha assalita, e s’insinua attraverso le membra,
certo perché esistono semi di molte cose,
e questa terra e il cielo producono a sufficienza morbi e mali
perché ne possa crescere la violenza d’una malattia immensa.
Così dunque si deve credere che all’intero cielo e alla terra
dall’infinito sia fornita ogni cosa a sufficienza
perché possa la terra d’un tratto scossa agitarsi
e per il mare e le terre trascorrere un travolgente turbine,
traboccare il fuoco dell’Etna, fiammeggiare il cielo.
Anche ciò infatti avviene, e s’accendono le regioni celesti,
e tempeste di pioggia scoppiano con maggiore violenza,
quando per caso si sono raccolti così i semi delle acque.
“Ma troppo è enorme il tempestoso ardore di questo incendio”.
S’intende; e così è anche per il fiume che appare il più grande
a colui che non ne ha visto prima uno più grande; così sembra
enorme un albero o un uomo; e tutte le cose
che in ogni genere ciascuno ha viste più grandi, se le immagina
enormi, mentre tutte, insieme con il cielo e la terra e il mare,
sono nulla rispetto all’intera somma della somma universale.
Ma ora spiegherò in quali modi quella fiamma, suscitata
d’un tratto, divampi fuori dalle vaste fornaci dell’Etna.
In primo luogo, la natura di tutto il monte è cava di sotto,
generalmente sostenuta da caverne di basalto.
In tutte le spelonche, inoltre, ci sono vento ed aria.
Giacché vento diventa l’aria quando è stimolata da agitazione.
Esso, quando si è molto scaldato e calde ha fatte, infuriando,
tutte le rocce intorno, dove tocca, e la terra, e ne ha fatto
prorompere un caldo fuoco con fiamme veloci,
si leva e si lancia così, dritto per le fauci, in alto.
E così sparge la vampa lontano, e lontano dissemina
le faville, ed emette turbini di fumo con densa caligine,
e insieme caccia fuori massi di mirabile peso;
quindi non puoi dubitare che questa sia la burrascosa forza dell’aria.
Inoltre, su gran parte delle radici di quel monte il mare
infrange i flutti e ne riassorbe il ribollìo.
Da questo mare spelonche s’inoltrano sotterra sino alle alte
fauci del monte. Per questa via bisogna ammettere che passi
e lo stato delle cose lo costringe a penetrare a fondo dal mare
aperto, e a soffiar fuori e così levare in alto la fiamma
e lanciare massi e sollevare nembi di sabbia.
Sull’estrema cima ci sono infatti crateri, come li chiamano là,
mentre noi li diciamo fauci e bocche.
Ci sono anche alcuni fatti per i quali non basta dire
una sola causa, ma bisogna dirne parecchie, di cui tuttavia
una sola dev’essere la vera. Così, se per tua parte vedi un corpo
esanime d’uomo giacere lontano, conviene che tu dica tutte
le cause di morte perché sia detta quella che sola è per lui vera.
Infatti non potresti provare che sia morto di spada,
né di freddo, né di malattia, né, putacaso, di veleno;
ma sappiamo che è qualcosa di tal genere ciò che gli è capitato.
Similmente siamo in grado di dire questo per molte altre cose.
Con l’avanzare dell’estate cresce, e inonda i campi,
unico sulla terra, il Nilo, fiume di tutto l’Egitto.
Esso suole irrigare l’Egitto nel pieno della calura,
perché d’estate spirano contro le sue bocche gli aquiloni,
che in quella stagione si dice siano venti etesii,
e soffiando contro la corrente la trattengono e, respingendo
le onde in su, colmano il letto e costringono il fiume a fermarsi.
Infatti soffiano senza dubbio in senso opposto al corso del fiume
queste folate, che giungono dalle gelide stelle del polo.
Il fiume invece proviene dalla torrida zona dell’austro,
e ha la sorgente fra nere stirpi d’uomini dal colore bruciato,
nelle profondità della regione del mezzodì.
È anche possibile che un grande cumulo di sabbia s’erga
contro le bocche del fiume opponendosi alle onde,
quando il mare sconvolto dai venti caccia la sabbia verso l’interno;
così avviene che lo sbocco del fiume sia meno libero
e similmente sia meno agevole l’impeto delle onde.
Può essere anche, forse, che in quel tempo le piogge cadano
più abbondanti verso la sua sorgente perché allora gli etesii
soffi degli aquiloni cacciano tutte le nuvole in quei luoghi.
Certo, quando le nuvole, spinte verso la regione del mezzodì,
si sono radunate, là alfine, sbattute insieme contro gli alti monti,
vengono addensate e violentemente premute.
O forse il Nilo cresce dal profondo degli alti monti degli Etiopi,
quando il sole che rischiara tutte le cose costringe
le bianche nevi, coi raggi che le squagliano, a scendere nei piani.
Ora, suvvia, ti spiegherò di quale natura siano dotati
i luoghi e laghi Averni, quanti ve ne sono.
Anzitutto, quanto al fatto che son chiamati Averni, questo nome
fu imposto per l’effetto, perché sono nocivi a tutti gli uccelli:
e infatti questi, quando a volo sono giunti diritti su quei luoghi,
dimentichi del remeggio delle ali abbassano le vele
e cadono a capofitto, lasciandosi andare col collo flaccido
in terra, se per caso è tale la natura dei luoghi,
o in acqua, se per caso disotto si stende un lago d’Averno.
Un luogo siffatto è presso Cuma, ove fumano monti
pieni d’acre zolfo, ricchi di calde sorgenti.
Ce n’è uno anche fra le mura di Atene, proprio in cima
alla rocca, presso il tempio di Pallade Tritonide, datrice di vita,
dove le rauche cornacchie non spingono mai con le ali
i loro corpi, nemmeno quando gli altari fumano di offerte:
tanto tendono a fuggire, non per evitare le ire acerbe di Pallade
provocate dal loro vigilare, come cantarono i poeti dei Greci,
ma perché la natura stessa del luogo produce da sé l’effetto.
Anche in Siria, si dice, similmente si può vedere un luogo,
dove anche i quadrupedi, appena vi mettono piede,
son costretti dalla sua stessa forza a stramazzare pesantemente,
come se d’un tratto fossero sacrificati ai Mani divini.
Ma tutte queste cose si svolgono per legge naturale,
e son chiare le cause da cui traggono origine;
perciò non si deve credere che in quelle regioni possa esistere
la porta di Orco, e non dobbiamo quindi pensare che per caso
di là dietro gli dèi Mani tirino giù le anime alle rive acherontee,
come spesso si suppone che gli alipedi cervi con le nari
tirino fuori dalle tane le selvagge stirpi dei serpenti.
Ma ascolta quanto questo si discosti lontano dalla verità,
giacché ora tento di parlare della cosa in sé stessa.
Anzitutto dico ciò che anche prima ho detto spesso,
che nella terra ci sono elementi di ogni specie di cose;
molti, che servono di cibo, vitali, e molti che possono
provocare malattie e affrettare la morte.
E prima ho mostrato che per esseri viventi diversi
cose diverse sono più adatte ai bisogni della vita,
perché dissimile è la natura e dissimili sono fra loro
gli intrecci e le forme degli elementi.
Molte cose dannose passano attraverso le orecchie,
molte rovinose e scabre a toccarsi s’insinuano per le stesse nari,
né sono poche quelle che devono essere evitate dal tatto
e fuggite dalla vista e che sono sgradevoli al gusto.
Poi, si può vedere quante cose cagionino all’uomo un senso
aspramente increscioso e siano nauseanti e perniciose.
In primo luogo è propria di certi alberi un’ombra
tanto perniciosa che sovente causano dolori al capo,
se qualcuno si è coricato ai loro piedi, disteso nell’erba.
C’è anche, sui grandi monti dell’Elicona, un albero
che col ributtante odore del suo fiore suole uccidere un uomo.
Senza dubbio tutte queste cose sorgono dal suolo
per la ragione che molti semi di molte cose in molti modi
frammisti contiene la terra e separati li distribuisce.
E nottetempo una lampada spenta da poco, quando con l’acre
puzzo offende le nari, in quel punto stesso assopisce
chi per malattia è solito stramazzare ed emettere schiuma.
E per il greve castoreo la donna giace assopita
e dalle mani tenere le sfugge il nitido lavoro,
se ne aspira l’odore nel tempo delle mestruazioni.
E molte altre cose dissolvono alle giunture le membra
illanguidite, e fanno vacillare l’anima nelle sue sedi.
Infine, se a lungo indugi in un bagno caldo
quando sei troppo satollo, quanto facilmente avviene
che in mezzo alla vasca dell’acqua bollente sovente tu crolli!
E i grevi vapori e l’odore dei carboni quanto facilmente s’insinuano
nel cervello, se non li abbiamo prevenuti bevendo prima acqua!
E quando ci ha invasi la febbre ardente che spossa le membra,
allora l’odore del vino fa l’effetto di un colpo mortale.
Non vedi anche dentro la terra stessa formarsi lo zolfo
e rappigliarsi il bitume dall’odore nauseante,
e ancora, dove gli uomini seguono vene d’argento e d’oro,
frugando a fondo col ferro i recessi della terra,
quali odori emani Scaptensula dal sottosuolo?
E quali miasmi talora esalano le miniere d’oro!
Come riducono le facce degli uomini e come i colori!
Non vedi o non senti dire come sogliano morire
in breve tempo e come manchino di forza vitale quelli
che la grande potenza della necessità costringe a tale fatica?
La terra dunque esala tutte queste esalazioni
e le emana fuori all’aperto e nei liberi spazi del cielo.
Così anche i luoghi Averni devono mandar su un vapore
mortale per gli uccelli, che dalla terra si leva nell’aria,
sì che per un certo tratto avvelena la distesa del cielo;
e appena l’uccello vi è giunto portato dalle ali,
viene impedito in quel punto, ghermito dall’occulto veleno,
sì che cade a piombo sul luogo per cui spira l’esalazione.
Quando vi è precipitato, lì la stessa forza di quell’esalazione
rapisce da tutte le membra gli ultimi resti di vita.
Infatti, dapprima provoca quasi una specie di vertigine;
poi avviene che, quando ormai gli uccelli son caduti
nelle fonti stesse del veleno, lì debbano anche vomitare la vita,
perché grande abbondanza di elementi malefici li attornia.
Avviene anche talora che questa forza e le esalazioni d’Averno
scaccino l’aria, quanta se ne trova fra gli uccelli e il suolo,
sì che in quel tratto resta un luogo quasi vuoto.
E, quando gli uccelli volando sono giunti dritti su quel luogo,
sùbito barcolla il sostegno delle penne reso vano
e tutto lo sforzo delle ali dall’un lato e dall’altro è frustrato.
A quel punto, quando non possono poggiare e reggersi sulle ali,
si capisce che la natura li costringa a cadere in terra per il peso
e che essi, abbattendosi per lo spazio ormai quasi vuoto,
esalino le loro anime per tutti i meati del corpo.
Più fredda, inoltre, diventa l’acqua nei pozzi d’estate,
perché la terra si fa porosa per il calore e, se per caso
racchiude semi di caldo suoi propri, li sprigiona nell’aria.
Quanto più, dunque, la terra è esausta per il calore,
tanto più fredda diventa l’acqua che è nascosta nella terra.
Quando dal freddo poi tutta la terra è premuta, e si contrae
e si rappiglia, naturalmente avviene che nel contrarsi
sprema nei pozzi ogni calore che ha in sé stessa.
Presso il tempio di Ammone, così dicono, si trova una fonte
che è fredda nella luce del giorno e calda durante la notte.
Di questa fonte gli uomini troppo si stupiscono, e alcuni credono
che bolla per l’ardere violento del sole al disotto della terra,
quando la notte ha ricoperto la terra di oscurità spaventosa.
Ma questo è troppo remoto dalla verità.
E difatti, se il sole, tastando il nudo corpo dell’acqua,
non ha potuto renderlo caldo dalla parte di sopra,
sebbene in cielo la sua luce goda di tanto ardore,
come potrebbe esso da sotto la terra, che ha corpo tanto fitto,
riscaldare l’acqua e di ardente calore farla satura?
E questo quando a mala pena esso può per i muri delle case
insinuare coi raggi ardenti le sue vampe.
Qual è dunque la spiegazione? Senza dubbio è questa: la terra
che sta intorno alla fonte si stende più rada che il restante suolo,
e ci son molti semi di fuoco vicino al corpo dell’acqua.
Perciò, quando la notte ha coperto la terra d’onde stillanti rugiada,
sùbito nelle sue profondità si raffredda la terra e si contrae.
Così avviene che essa, come se fosse compressa da una mano,
sprema nella fonte tutti i semi di fuoco che racchiude,
e questi fanno caldo il contatto dell’acqua e il suo vapore.
Poi, quando il sole sorgendo ha disserrato coi raggi la terra
e l’ha diradata mescendovi ardente calore,
di nuovo ritornano nelle antiche sedi gli elementi del fuoco,
e tutto il calore dell’acqua si ritrae nella terra.
Per questo la fonte diventa fredda nella luce del giorno.
Inoltre, l’acqua della fonte è battuta dai raggi del sole
e, avanzando la luce, si fa rada per effetto della tremula vampa;
per questo avviene che lasci andare tutti i semi di fuoco
che racchiude; come spesso emette il gelo che contiene in sé,
e scioglie il ghiaccio e ne allenta i nodi.
C’è anche una fonte fredda, su cui spesso la stoppa
tenuta sospesa prende fuoco d’un tratto e fiammeggia,
e una fiaccola similmente s’accende sopra le onde
e risplende, dovunque, mentre nuota, è sospinta dai venti.
Indubbiamente perché ci sono nell’acqua moltissimi semi
di fuoco, e dalle profondità della terra stessa corpi
di fuoco devono sorgere attraversando tutta la fonte
e insieme spirar fuori ed uscire all’aperto,
tuttavia non così numerosi che la fonte si possa scaldare.
Inoltre, una forza li costringe a erompere fuori d’un tratto
sparsi qua e là per l’acqua e ad aggregarsi in alto.
Similmente, in mezzo al mare, presso Arado, c’è una fonte
che scaturisce con acqua dolce e intorno a sé scosta le onde salate;
e in molti altri luoghi il mare offre
un ausilio opportuno ai naviganti assetati,
perché fra le onde salate fa sgorgare acque dolci.
Così, dunque, per quella fonte possono erompere
e scaturire fuori i semi di fuoco; e quando vengono a unirsi
nella stoppa o aderiscono al corpo della fiaccola,
facilmente ardono sùbito, perché la stoppa e le fiaccole
anch’esse hanno in sé e contengono molti semi di fuoco.
Non vedi anche, quando avvicini a notturne lampade
un lucignolo allora allora spento, come s’accenda prima
di toccare la fiamma, e come con una fiaccola accada lo stesso?
E molte cose inoltre, toccate dal solo calore, divampano
a distanza, prima che il fuoco da presso le pervada.
Questo, dunque, si deve pensare accada anche in quella fonte.
Proseguendo, prenderò a dire per quale legge di natura
accada che il ferro possa essere attirato da quella pietra
che i Greci chiamano magnete dal nome della patria,
perché ha origine nel patrio territorio dei Magneti.
Questa pietra è per gli uomini oggetto di meraviglia,
perché spesso forma una catena di anellini che pendon da essa.
Cinque infatti, e più, è possibile talora vedere
in fila discendente oscillare ai lievi soffi dell’aria,
dove ognuno pende da un altro aderendo di sotto,
e l’uno conosce dall’altro il potere avvincente della pietra:
in modo tanto penetrante il suo potere si propaga.
In cose di questo genere molti punti devono essere accertati
prima che tu possa spiegare la cosa stessa,
e con lunghissimi giri ci si deve appressare;
perciò più attente le orecchie e la mente richiedo.
Anzitutto da tutte le cose, quante ne vediamo,
continuamente devono fluire ed essere emessi e diffusi
corpi che feriscano gli occhi e provochino il vedere.
E continuamente fluiscono da certe cose gli odori;
come il fresco ‹dai› fiumi, il calore dal sole, dalle onde
del mare l’esalazione che corrode i muri presso le spiagge.
Né cessano vari suoni di trasvolare per l’aria.
Ancora, spesso entra in bocca umidità di sapore salmastro,
quando camminiamo lungo il mare; e, d’altra parte,
quando guardiamo mescere infusi d’assenzio, ci punge l’amaro.
Tanto è vero che da tutte le cose emanazioni d’ogni specie
fluendo si distaccano e da ogni parte si diffondono in tutte
le direzioni, né sosta, né requie è mai dato frapporre al fluire,
poiché di continuo i nostri sensi ne sono impressionati, e sempre
possiamo vedere ogni cosa, percepirne l’odore e sentirne il suono.
Ora tornerò a ricordare come tutte le cose abbiano corpo
poroso; ciò che anche al principio del mio canto appare chiaro.
E in verità, benché il conoscere questo sia importante
per molte cose, in primo luogo per questa cosa stessa,
di cui m’appresto a discorrere, è necessario senz’altro accertare
che nulla è percepibile che non sia materia mista col vuoto.
Anzitutto, avviene che nelle spelonche le rocce di sopra
trasudino umidità e stillino gocce trapelanti.
Similmente da tutto il nostro corpo traspira il sudore,
crescono la barba e i peli per tutte le membra, per gli arti.
Il cibo si spande in tutte le vene, accresce e alimenta
anche le estreme parti del corpo e le unghie.
Così sentiamo il freddo e l’ardente calore passare
attraverso il bronzo, così li sentiamo passare attraverso l’oro
e attraverso l’argento, quando teniamo nelle mani coppe piene.
Ancora, le voci attraversano a volo le pareti di pietra
delle case, passano per esse l’odore e il freddo e il calore
del fuoco, che suole penetrare anche il robusto ferro.
Ancora, dove la corazza del cielo cinge dintorno
e insieme la forza della malattia, quando s’insinua dall’esterno;
e le tempeste sorte dalla terra e dal cielo, naturalmente,
quando si sono allontanate, si ritirano nel cielo e nella terra;
giacché non c’è composto che non abbia poroso il corpo.
A ciò s’aggiunge che i corpi che sono comunque emessi
dalle cose, non hanno tutti il medesimo effetto,
né nel medesimo modo sono adatti a tutte le cose.
Anzitutto, il sole brucia e dissecca la terra,
ma scioglie il ghiaccio e sopra gli alti monti coi raggi
fa che si squaglino le nevi accumulate in alti mucchi.
Ancora, la cera si liquefà, se viene esposta al suo calore.
Similmente il fuoco rende liquido il bronzo e fonde l’oro,
ma contrae e restringe il cuoio e la carne.
Inoltre, l’acqua indurisce il ferro uscito dal fuoco,
ma ammorbidisce il cuoio e la carne induriti dal calore.
Alle barbute caprette piace tanto l’oleastro, come se proprio
spirasse ambrosia e fosse impregnato di nettare; mentre
per l’uomo non c’è nulla che sia più amaro di questa fronda.
Ancora, il maiale fugge la maggiorana e teme ogni
unguento: difatti per i setolosi maiali sono violenti veleni,
mentre pare che a noi talora quasi rinnovino la vita.
Ma all’opposto, mentre per noi il fango è ripugnantissimo
lordume, questo stesso sembra gradevole ai maiali,
sì che insaziabilmente da capo a piedi si voltolano lì dentro.
Un’altra cosa ancora rimane, che pare da dirsi
prima che io prenda a dire del fatto in questione.
Poiché le varie cose sono dotate di molti pori,
questi devono possedere nature dissimili fra loro
ed avere ciascuno una propria forma e propri condotti.
Difatti negli esseri viventi ci sono vari sensi, ognuno dei quali
accoglie in sé il proprio oggetto in un modo suo proprio.
Invero vediamo che in una parte penetrano i suoni e in un’altra
il sapore dei succhi, in un’altra gli odori esalanti dai cibi cucinati.
Inoltre si vede che una cosa attraversa le pietre
e un’altra il legno, un’altra passa per l’oro
e un’altra esce per i meati dell’argento e del vetro.
Si vede infatti fluire di qua l’immagine, di là passare il calore,
e una cosa più celermente delle altre traversare lo stesso luogo.
È chiaro che ciò avviene per effetto della natura dei condotti,
che, come ho mostrato poc’anzi, varia in molti modi,
a causa della dissimile natura e struttura delle cose.
Dunque, quando questi principi, ben confermati e stabiliti,
ci staranno tutti davanti alla mente, pronti,
per il resto facilmente da essi sarà tratta la spiegazione
e così sarà palesata intera la causa che attira la forza del ferro.
Anzitutto, da questa pietra devono fluire moltissimi semi
o una corrente, che con gli urti disperde
tutta l’aria che è posta fra la pietra e il ferro.
Quando questo spazio si svuota ed in mezzo si sgombra
un’ampia zona, sùbito gli atomi del ferro
corrono in avanti e cadono nel vuoto, congiunti, e avviene
che l’anello stesso li segua ed avanzi così con tutto il corpo.
Né c’è alcuna cosa che sia più intrecciata
nei suoi primi elementi e per stretta coesione più compatta
che la natura del robusto ferro e la sua fredda ruvidezza.
Perciò non fa meraviglia † …… †
se i corpi, che in gran numero sono insieme usciti dal ferro,
non possono correre nel vuoto senza che l’anello stesso li segua;
e questo esso fa, e li segue, finché raggiunge alfine
la pietra stessa e aderisce ad essa con legami invisibili.
La stessa cosa avviene in tutte le direzioni: da qualunque lato
lo spazio si vuoti, sia di traverso sia di sopra,
sùbito i corpi vicini si precipitano nel vuoto;
giacché li muovono gli urti dal lato opposto, né essi
possono da sé, spontaneamente, levarsi in alto, nell’aria.
Inoltre vi s’aggiunge, perché ciò possa meglio avvenire,
anche un’altra cosa, che aiuta, e il moto ne è avvantaggiato:
appena di fronte all’anello l’aria è diventata più rada
e il luogo è più libero e vuoto,
sùbito avviene che tutta l’aria che è posta dietro l’anello
quasi lo cacci da tergo e lo spinga innanzi.
Sempre infatti l’aria sferza le cose che circonda;
ma in tale circostanza avviene che spinga il ferro innanzi,
perché da un solo lato lo spazio è vuoto e lo accoglie in sé.
Quest’aria di cui parlo, per i fitti pori del ferro
sottilmente insinuandosi fino alle parti minute,
lo batte e lo spinge, come vento che spinga nave e vele.
Infine, tutte le cose devono nel corpo racchiudere
aria, perché sono di corpo poroso, e l’aria
a tutte le cose sta intorno ed accosto.
Quest’aria, dunque, che addentro sta nascosta nel ferro,
sempre è agitata da moto senza tregua, e così
sferza, senza dubbio, l’anellino e lo spinge dall’interno;
e questo certo va nella stessa direzione in cui già una volta
s’è precipitato e nella zona vuota verso cui ha preso lo slancio.
Avviene pure che da questa pietra talvolta la natura del ferro
si discosti, usando fuggirla e seguirla a vicenda.
Ho visto inoltre saltar su ferrei anelli di Samotracia
ed insieme infuriare limatura di ferro dentro bacini
di bronzo, sotto cui era stata messa questa pietra di Magnesia:
tanto il ferro appare smanioso di fuggir via dalla pietra.
Se il bronzo è interposto, si crea una discordia tanto grande
perché, evidentemente, quando l’emanazione del bronzo
ha prima raggiunto e occupato gli aperti condotti del ferro,
l’emanazione della pietra arriva seconda, e tutto trova pieno
nel ferro, e non ha luogo per cui possa passare come prima;
è quindi costretta a urtare e battere con la sua onda
gl’intrecci del ferro; così respinge da sé e agita
attraverso il bronzo quel che, senza questo, di solito attira.
A questo proposito, cessa di stupirti di ciò: che la corrente
di questa pietra non ha la forza di muover parimenti altre cose.
Giacché alcune stan ferme in virtù del proprio peso: tale è l’oro;
altre invece, poiché hanno corpo poroso, sì che la corrente
vi passa a volo intatta, non possono esser spinte in alcun luogo:
di questa specie è evidentemente la materia del legno.
La natura del ferro, dunque, è intermedia e, quando
ha accolto in sé certi corpuscoli di bronzo, allora avviene
che le pietre di Magnesia la muovano con la loro corrente.
Né tuttavia questi fenomeni son tanto estranei ad altre cose
che solo ben poche cose di questa specie io trovi tali
da poterle menzionare come connesse esclusivamente fra loro.
In primo luogo, vedi che le pietre si legano soltanto con la calce.
Dalla colla di toro il legname è congiunto insieme in tal modo
che spesso le venature delle tavole si schiantano per un difetto
prima che i legami della colla taurina possano allentare la stretta.
Il succo nato dalla vite è pronto a mischiarsi con fonti d’acqua,
mentre non possono far questo la greve pece e l’olio lieve.
E il purpureo colore della conchiglia si congiunge insieme
col corpo della lana, sì che non può esser diviso in alcun modo,
neppure se col flutto di Nettuno t’adopri a ripristinarla,
neppure se l’intero mare voglia detergerla con tutte le onde.
Infine, non è una sola la cosa che unisce l’oro all’oro,
e non è vero che al bronzo ‹il bronzo› è unito solo dallo stagno?
Quanti altri casi ancora potremmo trovare! Ma a che pro?
Né tu hai alcun bisogno di tanto lunghe ambagi,
né a me conviene spendere qui tanta fatica, ma è meglio
brevemente abbracciare molte cose con poche parole:
quei corpi i cui intrecci son capitati in reciproco riscontro,
sì che i vuoti di questo corrispondono ai pieni di quello,
e i vuoti di quello ai pieni di questo, fanno l’unione migliore.
Accade pure che certi corpi possano tenersi congiunti fra loro
come se fossero intrecciati per mezzo di anellini e di uncini:
tale appare piuttosto il caso di questa pietra e del ferro.
Ora spiegherò quale sia la causa delle malattie e donde
la forza maligna possa sorgere d’un tratto e arrecare esiziale
strage alla stirpe degli uomini e alle torme degli animali.
Anzitutto, sopra ho insegnato che esistono semi
di molte cose che per noi sono vitali,
e per contro è necessario che ne volino molti altri che causano
malattia e morte. Quand’essi per casuale incontro
si son raccolti e han perturbato il cielo, l’aria si fa malsana.
E tutta quella forza di malattie e la pestilenza,
o vengono dall’esterno, attraversando nell’alto il cielo
come le nuvole e le nebbie, o spesso si raccolgono e sorgono
dalla terra stessa, quando essa, pregna di umidità,
è diventata putrida sotto i colpi di piogge e di soli eccessivi.
Non vedi pure che dalla novità del cielo e delle acque
sono provati quanti giungono in un luogo lontano dalla patria
e dalla casa, perché grande è la discrepanza delle cose?
Infatti, che differenza pensiamo ci sia fra il clima dei Britanni
e quello che c’è in Egitto, dove l’asse del mondo s’abbassa?
O che differenza fra il clima che c’è nel Ponto e quello
che va da Cadice fino alle nere stirpi d’uomini dal colore bruciato?
E come vediamo che questi quattro climi dalle parti
dei quattro venti e delle regioni del cielo son diversi fra loro,
così si vede che il colore e la faccia degli uomini differiscono
largamente e le malattie s’attaccano ai viventi secondo le razze.
C’è l’elefantiasi, che nasce presso il corso del Nilo,
nel cuore dell’Egitto, e in nessun altro luogo.
Nell’Attica sono colpiti i piedi, e nel territorio acheo
gli occhi. Altri luoghi poi sono nemici ad altre
parti e membra: di ciò è causa il variare dell’aria.
Perciò quando una zona di cielo, che per caso ci sia avversa,
si mette in agitazione e un’aria malefica comincia a spargersi,
come una nebbia e una nuvola a poco a poco s’insinua
e, dovunque s’avanzi, tutto perturba e forza a trasformarsi;
avviene pure che, quando arriva alfine al nostro cielo,
lo corrompa e lo renda a sé simile e a noi avverso.
E così, sùbito questa nuova specie di rovina e di pestilenza
o si abbatte sulle acque o penetra persino nelle messi
o in altri cibi degli uomini e nelle pasture del bestiame,
o anche rimane sospesa nell’aria stessa la sua forza,
e, quando respirando ne immettiamo in noi gli aliti contaminati,
dobbiamo insieme assorbire nel corpo quegli elementi maligni.
In simile modo la pestilenza raggiunge spesso anche i buoi,
e la malattia si estende ai tardi greggi belanti.
Né importa se noi stessi andiamo in luoghi a noi avversi
e passiamo sotto il mantello di un altro cielo,
o la natura spontaneamente porta a noi un cielo corrotto
o qualcosa con cui non siamo avvezzi ad aver contatto,
che può colpirci con l’arrivare improvviso.
Tale causa di malattie e mortifera emanazione, un tempo,
nel paese di Cecrope, rese funerei i campi
e spopolò le strade, svuotò di cittadini la città.
Venendo infatti dal fondo della terra d’Egitto, ove era nato,
dopo aver percorso molta aria e distese fluttuanti,
piombò alfine su tutto il popolo di Pandione.
Allora, a torme eran preda della malattia e della morte.
Dapprima avevano il capo in fiamme per il calore
e soffusi di un luccichìo rossastro ambedue gli occhi.
La gola, inoltre, nell’interno nera, sudava sangue,
e occluso dalle ulcere il passaggio della voce si serrava,
e l’interprete dell’animo, la lingua, stillava gocce di sangue,
infiacchita dal male, pesante al movimento, scabra al tatto.
Poi, quando attraverso la gola la forza della malattia
aveva invaso il petto ed era affluita fin dentro il cuore afflitto
dei malati, allora davvero vacillavano tutte le barriere della vita.
Il fiato che usciva dalla bocca spargeva un puzzo ributtante,
simile al fetore che mandano i putridi cadaveri abbandonati.
Poi le forze dell’animo intero ‹e› tutto il corpo
languivano, già sul limitare stesso della morte.
E agli intollerabili mali erano assidui compagni
un’ansiosa angoscia e un lamentarsi commisto con sospiri.
E un singhiozzo frequente, che spesso li costringeva notte e giorno
a contrarre assiduamente i nervi e le membra, li struggeva
aggiungendo travaglio a quello che già prima li aveva spossati.
Né avresti notato che per troppo ardore in alcuno
bruciasse alla superficie del corpo la parte più esterna,
ma questa piuttosto offriva alle mani un tiepido contatto,
e insieme tutto il corpo era rosso d’ulcere quasi impresse a fuoco,
come accade quando per le membra si diffonde il fuoco sacro.
Ma la parte più interna in quegli uomini ardeva fino alle ossa,
nello stomaco ardeva una fiamma, come dentro fornaci.
Sicché non c’era cosa, benché lieve e tenue, con cui potessi giovare
alle membra di alcuno, ma vento e frescura cercavano sempre.
Alcuni immergevano nei gelidi fiumi le membra ardenti
per la malattia, gettando dentro le onde il corpo nudo.
Molti caddero a capofitto nelle acque di pozzi profondi,
mentre accorrevano protendendo la bocca spalancata.
La sete che li riardeva inestinguibilmente e faceva immergere
i corpi, rendeva pari a poche gocce molta acqua.
E il male non dava requie: i corpi giacevano
stremati. La medicina balbettava in un muto sgomento,
mentre quelli tante volte rotavano gli occhi spalancati,
ardenti per la malattia, privi di sonno.
E molti altri segni di morte si manifestavano allora:
la mente sconvolta, immersa nella tristezza e nel timore,
le ciglia aggrondate, il viso stravolto e truce,
le orecchie, inoltre, tormentate e piene di ronzii,
il respiro frequente o grosso e tratto a lunghi intervalli,
e stille di sudore lustre lungo il madido collo,
sottili sputi minuti, cosparsi di color di croco
e salsi, a stento cavati attraverso le fauci da una rauca tosse.
Non cessavano, poi, di contrarsi i nervi nelle mani e di tremare
gli arti, e di montare su dai piedi a poco a poco il freddo.
Così, quando alfine si appressava il momento supremo,
erano affilate le narici, assottigliata e acuta la punta
del naso, incavati gli occhi, cave le tempie, gelida e dura
la pelle nel volto, cascante la bocca aperta; la fronte rimaneva tesa.
E non molto dopo le membra giacevano irrigidite dalla morte.
E generalmente quando raggiava il sole dell’ottavo giorno,
o anche sotto la luce del nono, esalavano la vita.
E se taluno d’essi, come accade, era sfuggito a morte e funerali,
per ulcere orrende e nero flusso di ventre
più tardi tuttavia lo attendevano consunzione e morte;
o anche molto sangue corrotto, spesso con dolore di testa,
gli colava dalle narici intasate: qui affluivano
tutte le forze dell’uomo e la sostanza del suo corpo.
Se poi qualcuno era scampato al terribile profluvio di sangue
ributtante, ciò nonostante la malattia gli penetrava nei nervi
e negli arti e fin dentro gli organi genitali.
E alcuni, gravemente temendo il limitare della morte,
vivevano dopo essersi mutilati del membro virile col ferro;
e taluni, pur senza mani e senza piedi, rimanevano
tuttavia in vita, come altri perdevano gli occhi:
tanto si era impadronito di loro un acuto timore della morte.
E inoltre un oblio di tutte le cose invase certuni,
sicché non potevano riconoscere neppure sé stessi.
E benché sulla terra giacessero insepolti mucchi di corpi
su corpi, tuttavia gli uccelli e le fiere o fuggivano
balzando lontano, per evitare l’acre puzzo,
oppure, se li assaggiavano, languivano per morte imminente.
E d’altronde in quei giorni non era affatto facile che qualche
uccello comparisse, e le stirpi delle fiere, abbattute,
non uscivano dalle selve. La maggior parte languiva
per la malattia e moriva. Soprattutto la fedele forza dei cani,
stesa per tutte le strade, spirava penosamente;
ché la forza della malattia strappava la vita dalle membra.
Funerali senza corteo, desolati, gareggiavano nell’esser affrettati.
Né c’era specie di rimedio che valesse sicuramente per tutti;
infatti ciò che ad uno aveva dato la possibilità di continuare
a respirare i vitali aliti dell’aria e a contemplare gli spazi
del cielo, ad altri era esiziale e cagionava la morte.
Una cosa, in tali frangenti, era miseranda, e molto,
sopra ogni altra, penosa: ognuno, quando si vedeva
assalito dalla malattia, come se fosse condannato a morte,
perdendosi d’animo giaceva col cuore addolorato
e, rivolto a visioni funeree, esalava l’anima in quel punto stesso.
E infatti il contagio dell’avida malattia non cessava
in alcun momento d’attaccarsi dagli uni agli altri,
come se fossero lanute pecore e torme di cornuti bovi.
E questo soprattutto accumulava morti su morti.
Giacché tutti quelli che evitavano di visitare i congiunti malati,
mentre troppo bramavano la vita e temevano la morte,
li puniva poco dopo con morte turpe e trista,
derelitti, privi di soccorso, la micidiale mancanza di cure.
Ma quelli che davano aiuto, se ne andavano per il contagio e la fatica,
cui allora li costringevano a sobbarcarsi il senso dell’onore
e la carezzevole voce dei languenti con mista una voce di pianto.
Questo genere di morte affrontavano, dunque, tutti i migliori
e l’uno sugli altri, gareggiando nel seppellire la folla
dei congiunti; tornavano spossati dal pianto e dal cordoglio;
poi, in gran parte s’abbandonavano sui letti per l’angoscia.
Né si poteva trovare alcuno che la malattia
o la morte o il lutto non colpissero in tale frangente.
Inoltre languiva ormai ogni pastore e custode di armenti
e insieme il robusto guidatore dell’aratro ricurvo;
e ammucchiati in fondo ai tuguri giacevano i corpi
che povertà e malattia avevano dati in balìa della morte.
Su esanimi fanciulli corpi inanimati di genitori
avresti potuto talora vedere, e viceversa figli
esalare la vita su madri e padri.
E in non minima parte dai campi quell’afflizione confluì
nella città: la portò la languente folla dei campagnoli,
che colpita dalla malattia conveniva da ogni parte.
Riempivano tutti i luoghi e le case: tanto più, quindi,
nell’arsura così ammassati la morte a caterve li accatastava.
Molti corpi prostrati dalla sete per via e stramazzati
presso le fontane giacevano distesi,
col respiro strozzato dal troppo deliziarsi d’acqua;
e in gran numero avresti potuto vedere, per i luoghi aperti
al popolo, qua e là, e per le vie, membra languide nel corpo
mezzo morto, orride per lo squallore e coperte di stracci,
perire nella sozzura del corpo, con sulle ossa la sola pelle,
ormai quasi sepolta sotto ulcere spaventose e lordura.
Tutti i santuari degli dèi la morte aveva infine riempiti
di corpi esanimi; e tutti i templi dei celesti
rimanevano ingombri di cadaveri dovunque,
perché i custodi avevano gremito di ospiti quei luoghi.
E infatti ormai né la religione, né la maestà degli dèi
contavano molto: il dolore presente aveva il sopravvento.
Né si serbava nella città quel rito di sepoltura
con cui prima quel popolo sempre aveva usato farsi inumare;
infatti, sconvolto, era tutto preso dal panico; e ognuno, mesto,
inumava il proprio morto ‹composto› secondo la circostanza.
E a molti orrori li indussero ‹gli eventi› repentini e la povertà.
Così con grande clamore ponevano i propri consanguinei
sopra roghi eretti per altri, e di sotto accostavano
le fiaccole, spesso rissando con molto sangue
piuttosto che lasciare i corpi in abbandono.

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De rerum natura – Libro VI – Parte 1

Per prima Atene dal nome illustre dispensò un giorno
i frutti delle messi ai mortali infelici
e rinnovò la vita e istituì le leggi;
e per prima dette le dolci consolazioni della vita,
quando generò l’uomo dotato di tale mente,
che un giorno rivelò con veridica bocca ogni cosa;
sebbene egli sia morto, per le divine sue scoperte
la sua gloria, divulgata in antico, ormai s’innalza al cielo.
Difatti, quando egli vide che le cose richieste dal bisogno
per il sostentamento erano già quasi tutte assicurate ai mortali
e che, per quanto era possibile, la loro vita era salda e sicura;
che gli uomini potenti abbondavano di ricchezze e onore e fama,
e s’ergevano orgogliosi per il buon nome dei figli,
e tuttavia nessuno nell’intimità aveva meno inquieto il cuore,
e, a dispetto dell’animo, affliggevano la propria vita ‹senza alcuna›
tregua ed eran costretti a smaniare con penosi lamenti,
comprese che lì il vaso stesso cagionava il male
e che dal male d’esso eran corrotte nell’interno
tutte le cose che giungevano raccolte di fuori, anche i beni;
in parte perché lo vedeva screpolato e forato,
sì che non si poteva mai riempire in nessuna maniera;
in parte perché scorgeva ch’esso al suo interno contaminava,
per così dire, di un repellente sapore qualsiasi cosa avesse accolta.
Purificò, dunque, gli spiriti con veridici detti
e stabilì il termine del desiderio e del timore,
e rivelò quale sia il bene sommo a cui tendiamo tutti,
e additò la via per la quale su breve sentiero
possiamo ad esso puntare con diritto cammino,
e quanto male sia diffuso nelle cose mortali,
che sorge e variamente vola per naturale caso
o forza, perché tale è l’assetto di natura,
e da quali porte convenga far sortite per affrontare ogni male;
e provò che per lo più vanamente il genere umano
agita nel petto amari flutti di affanni.
Difatti, come i fanciulli trepidano e tutto temono
nelle cieche tenebre, così noi nella luce talora abbiamo paura
di cose che per nulla son da temere più di quelle che i fanciulli
nelle tenebre paventano e immaginano prossime ad avvenire.
Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l’aspetto e l’intima legge della natura.
Quindi viepiù seguiterò a tessere fino al fondo con le parole l’opera intrapresa.
E poiché ho insegnato che gli spazi del mondo
sono mortali ‹e› il cielo consiste di un corpo che nasce,
e tutte le cose che in esso avvengono, ed è necessario avvengano,
per la maggior parte le ho spiegate, ascolta inoltre ciò che resta,
giacché una volta montato sul glorioso carro
*
dei venti sorgano, ‹come› tutto si plachi di nuovo
*
ciò che era stato, si sia cambiato, placatosi il furore;
e tutte le altre cose che avvenire in terra e in cielo vedono
i mortali, quando stanno spesso sospesi con spiriti impauriti:
quelle cose che umiliano gli animi col timore degli dèi
e depressi li abbattono a terra,
poiché l’ignoranza delle cause costringe ad attribuire
gli eventi al potere degli dèi e ad ammetterne il regno.
[Fenomeni di cui in nessun modo possono scorgere le cause,
e credono che si producano per volere divino.]
Infatti coloro che bene hanno appreso che gli dèi vivono una vita serena,
se tuttavia frattanto si chiedono meravigliati in che modo
ogni cosa possa svolgersi, specialmente fra quelle cose
che sopra il nostro capo si vedono nelle plaghe eteree,
nuovamente ricadono nelle antiche superstizioni,
e accettano padroni dispotici, e nella loro miseria
li credono onnipotenti, ignorando che cosa possa essere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto;
quindi viepiù errando son trascinati da cieco opinare.
Se non rigetti dalla mente queste cose e non scacci lontano
i pensieri indegni degli dèi ed estranei alla loro pace,
da te svilita la santa potenza degli dèi
spesso ti nocerà; non già perché la somma forza degli dèi possa
subire oltraggio, sì che per l’ira aneli a infliggere pene tremende,
ma perché tu stesso, mentre essi son quieti in placida pace,
ti immaginerai che agitino grandi flutti d’ira,
né ai templi degli dèi ti accosterai con placido petto,
né potrai accogliere con tranquilla pace dell’animo
i simulacri che dal loro santo corpo fluiscono
nelle menti degli uomini, messaggeri della forma divina.
Si può allora vedere quale vita ne segua.
Certo, molte cose ho già dette perché la dottrina verissima
la ricacci lontano da noi,
e tuttavia molte ne restano e si devono ornare con versi
politi: bisogna comprendere l’intima legge e ‹l’aspetto›
del cielo, occorre cantare le tempeste e i fulmini lucenti,
quali effetti abbiano e quale causa in ogni caso li muova;
perché tu, diviso in parti il cielo, non cerchi, trepido
e dissennato, di dove sia giunta la fiamma volante o in che parte
si sia di qui volta, in che modo sia entrata in luoghi chiusi
e come, dopo aver spadroneggiato, se ne sia uscita.
[Fenomeni di cui in nessun modo possono scorgere le cause,
e credono che si producano per volere divino.]
Tu a me, mentre corro verso la candida linea della meta finale,
mostra il percorso ch’è dinanzi, o Musa avveduta,
Calliope, requie degli uomini e piacere degli dèi,
perché, da te guidato, io consegua con insigne gloria la corona.
Per cominciare, i ceruli spazi del cielo sono scossi dal tuono
perché aeree nuvole, volando in alto, si scontrano,
quando i venti combattono l’uno contro l’altro.
E infatti il suono non viene dalla parte serena del cielo,
ma, dovunque le nuvole sono in schiera più densa,
di là tanto più spesso viene il fragore con un gran rimbombo.
Inoltre non possono essere le nuvole né di corpo denso
quanto è quello delle pietre e del legno, né, d’altra parte,
tanto tenui quanto le nebbie e i fumi volanti;
dovrebbero, infatti, cadere premute dal peso inerte, come fanno
le pietre, o come il fumo non potrebbero restar compatte,
né contenere nevi gelide e rovesci di grandine.
Emettono anche un suono sulle distese dell’ampia terra,
come a volte un velario, teso in grandi teatri,
crepita scosso fra i pali e le travi;
talora, stracciato dai venti impetuosi, folleggia
ed imita ‹il suono› che emette la carta nel lacerarsi.
Difatti, anche un tale suono puoi riconoscere nel tuono,
o quello che si ode quando i venti rivoltano a sferzate
e battono nell’aria una veste appesa o carte svolazzanti.
Avviene anche, infatti, talora ‹che› possano le nuvole, non tanto
scontrarsi fronte contro fronte, quanto andare a fianco a fianco,
con movimenti opposti sfregandosi i corpi lentamente,
sì che quel secco suono raschia gli orecchi e si trascina
a lungo, finché esse sono uscite dalle zone ristrette.
Anche in questa maniera, scosse da forte tuono, tutte le cose
spesso paiono tremare, e pare che a un tratto divelte
le vastissime mura dell’ampio mondo siano andate in pezzi:
quando, di sùbito adunata, una procella di forte vento
si è lanciata nelle nuvole e, rinchiusa lì dentro,
con turbine roteante più e più da ogni parte sforza
la nuvola a incavarsi e a farsi spessa tutt’intorno;
poi, quando la violenza e l’impeto fiero del vento l’hanno
indebolita, con suono che tremendo crepita lacerandosi scoppia.
Non è strano, giacché una piccola vescichetta piena d’aria
spesso così fa un gran suono esplodendo d’un tratto.
C’è ancora una maniera in cui si producono i tuoni:
quando i venti soffiano attraverso le nuvole. Vediamo infatti
spesso nuvole in molti modi ramose e irte vagare;
similmente, è chiaro, quando i soffi del Cauro soffiano attraverso
una folta foresta, le foglie fanno un brusìo e i rami si schiantano con strepito.
Accade anche talora che la forza impetuosa d’un vento possente
squarci la nuvola rompendola con assalto diretto.
Difatti, quanto possa lì il soffio del vento, è mostrato da quello
che è manifesto qui, in terra, dov’esso è più leggero e tuttavia
svelle alti alberi dalle radici profonde e li inghiotte.
Nelle nuvole ci sono anche flutti, che nel frangersi fanno
una sorta di grave rimbombo; come avviene nei profondi
fiumi e nel vasto mare, quando si frangono le onde.
Ciò avviene anche quando di nuvola in nuvola piomba l’ardente
forza del fulmine; se per caso la nuvola ha accolto la fiamma
entro acqua abbondante, sùbito con grande clamore la spegne;
come talora il ferro che esce incandescente dalle fornaci ardenti
stride, se in fretta lo abbiamo immerso in acqua gelida.
Se poi una nuvola più arida accoglie la fiamma,
d’un tratto s’incendia e brucia con un gran rumore,
come se per monti chiomati di lauri una fiamma si diffonda
sotto il turbinìo dei venti, bruciandoli nell’impeto suo grande;
né alcuna cosa più che il delfico alloro di Febo
è bruciata con suono terribile dalla fiamma crepitante.
Infine, spesso un ampio infrangersi di ghiaccio e un precipitare
di grandine produce un rumore nelle grandi nuvole, lassù.
Difatti, quando il vento le comprime, s’infrangono le montagne
di nembi rapprese in spazio angusto e miste con grandine.
Similmente lampeggia quando le nuvole, scontrandosi fra loro,
hanno scosso via da sé molti semi di fuoco; come se pietra
o ferro percuota una pietra; difatti anche allora una luce
guizza, e il fuoco sparge qua e là risplendenti scintille.
Ma il tuono, avviene che lo percepiamo con gli orecchi dopo
che gli occhi vedono lampeggiare, perché sempre agli orecchi
i suoni arrivano più lenti che alla vista ciò da cui è stimolata.
Questo tu puoi conoscerlo anche di qui: se scorgi qualcuno
lontano con una scure a due tagli tagliare un alto albero,
avviene che tu veda il colpo prima che il suono dell’urto
pervenga agli orecchi; così anche vediamo il lampo prima
di udire il tuono, che prorompe con la fiamma, al tempo stesso,
per simile causa, nato dallo stesso scontro.
Anche in questo modo le nuvole cospargono i luoghi di luce
che vola, e la tempesta lampeggia di tremuli guizzi:
quando il vento è piombato in una nuvola e, roteando lì dentro,
ha fatto che la nuvola incavata, come prima ho insegnato,
s’ispessisse, esso si riscalda per il proprio rapido moto: così
vedi ogni cosa per il moto scaldarsi molto e ardere; e una palla
di piombo turbinando in lunga corsa persino si fonde.
Così il vento infocato, quando ha squarciato la nuvola nera,
d’un tratto scaccia, per così dire, a forza e sparge qua e là
quei semi di fuoco che fanno i guizzanti lampi di fiamma;
viene poi il suono, che colpisce gli orecchi più lento
delle immagini che arrivano alla vista dei nostri occhi.
Ciò avviene, s’intende, quando le nuvole son dense e, insieme,
accumulate in alto le une sulle altre, con slancio meraviglioso;
che non t’inganni il fatto che noi dal basso vediamo
come sono ampie più che quanto si alzano accumulate in su.
Contempla, infatti, quando i venti porteranno
di traverso per l’aria nuvole somiglianti a monti,
o quando per grandi monti le vedrai starsene
accumulate le une sopra le altre e premere di sopra,
immote ai propri posti, essendo da ogni lato sepolti i venti:
allora potrai riconoscere le loro grandi moli
e discernervi grotte formate come da rupi sospese;
quando, scoppiata la tempesta, i venti le hanno riempite,
con grande rumore s’infuriano rinchiusi nelle nuvole,
e minacciano in quelle gabbie al modo delle belve;
ora di qui, ora di lì mandan ruggiti fra le nuvole,
e in cerca di un’uscita girano tutt’intorno, e ‹dalle› nuvole
trascinano semi di fuoco e così molti ne raccolgono,
e ruotano la fiamma dentro le cave fornaci,
finché, lacerata la nuvola, erompono in lampi corruschi.
Anche per questa causa avviene che voli giù in terra
quel celere aureo colore di liquido fuoco,
perché le nuvole stesse devono avere in sé moltissimi semi
di fuoco; difatti, quando sono del tutto prive di umidità,
‹è› per lo più di fiamma il loro colore e splendente.
E invero dalla luce del sole devono accogliere in grembo
molti semi, sì che naturalmente rosseggiano e spargono fuochi.
Quando, dunque, il vento che le spinge, le ha ammassate
e compresse in un unico luogo addensandole, spremono fuori
e spargono i semi che fanno lampeggiare i colori della fiamma.
Del pari lampeggia anche quando si fan rade le nubi in cielo.
Giacché, quando il vento le divide lievemente mentre vanno
e le disgrega, è necessario che a forza cadano quei semi
che fanno il lampo. Allora senza odioso terrore
e rumore lampeggia, e senza alcun tumulto.
Quanto al resto, ‹di quale› natura siano dotati
i fulmini, lo svelano i colpi e gli impressi segni
di bruciato e le impronte esalanti grevi odori di zolfo.
Segni di fuoco infatti son questi, non di vento, né di pioggia.
Inoltre, spesso incendiano anche i tetti delle case
e con celere fiamma spadroneggiano anche dentro le dimore.
Questo fuoco, vedi, più sottile che ogni altro fuoco sottile,
la natura lo ha foggiato con corpi minuti e veloci,
tale che nulla mai gli può resistere.
Passa infatti il fulmine possente per i muri delle case,
come il grido e le voci, passa per le rocce, per oggetti di bronzo,
e in un momento fonde il bronzo e l’oro;
similmente fa che dai vasi intatti il vino d’un tratto
si dilegui, certo perché il suo calore, arrivando,
facilmente dilata tutt’intorno e rarefà le pareti
del vaso e, penetrato nel vaso stesso,
celermente scioglie e disperde gli elementi del vino.
Ma questo effetto si vede che neppure in molto tempo
può produrlo il calore del sole, così possente d’ardore corrusco:
tanto più celere e predominante è la forza del fulmine.
Ora in che modo i fulmini nascano e diventino tanto
impetuosi da potere con l’urto squarciare le torri,
demolire le case, svellere pali e travi,
e smuovere e travolgere i monumenti degli eroi,
togliere la vita agli uomini, abbattere qua e là le greggi,
per quale forza possano fare tutte le altre cose di questo genere,
io spiegherò, e non ‹ti› tratterrò più oltre con le promesse.
Si deve credere che i fulmini nascano da nuvole fitte
e accumulate in alto: infatti non piombano mai
dal cielo sereno, né da nuvole di tenue densità.
Che senza dubbio ciò avvenga, lo insegna un fatto manifesto,
giacché allora per tutta l’aria si addensano nuvole,
sì che potremmo credere che da ogni parte le tenebre
abbiano tutte lasciato l’Acheronte e abbiano empito
le grandi caverne del cielo: a tal punto, sorta la tetra
notte dei nembi, incombono dall’alto volti di cupa paura,
quando la tempesta s’accinge a porre in movimento i fulmini.
Inoltre spessissimo anche un nero nembo incombente sul mare,
come un fiume di pece calato dal cielo, cade pieno
di tenebre sulle onde lontano e trascina
una fosca tempesta gravida di fulmini e di bufere,
essendo per primo esso stesso colmo di fuochi e di venti,
sì che persino sulla terra si rabbrividisce e si corre ai ricoveri.
Così, dunque, si deve credere che la tempesta si levi
alta sul nostro capo. Né, infatti, le nuvole seppellirebbero
la terra in tanta oscurità, se non fossero accumulate
lassù, molte su molte, sì da nascondere il sole;
né arrivando potrebbero sommergerla con tanta pioggia
da far sì che i fiumi straripino e i campi siano inondati,
se l’etere non fosse colmo di nuvole ammassate in alto.
Qui, dunque, tutto è pieno di venti e di fuochi;
per questo da ogni canto sorgono fremiti e lampi.
Difatti, sopra ho insegnato che le cave nuvole contengono
in sé moltissimi semi di calore, e molti è necessario
che ne ricevano dai raggi del sole e dalla loro fiamma.
Perciò, quando lo stesso vento che le ammassa a caso
in un luogo qualunque, ha spremuto fuori molti semi
di calore e s’è mischiato al tempo stesso con quel fuoco,
un vortice vi penetra e rotea in spazio angusto,
e dentro le fornaci ardenti aguzza il fulmine.
In due modi infatti si accende: perché per il suo stesso
rapido moto si scalda e per il contatto col fuoco.
Poi, quando il vento possente s’è molto scaldato ‹e› l’impeto
forte del fuoco l’ha investito, allora, come maturo, il fulmine
squarcia subitamente la nuvola, e una fiamma prorompe
e vola illuminando ogni luogo con luci corrusche.
La segue un violento fragore, sicché pare che la volta del cielo
esploda d’un tratto e di sopra crollando ci schiacci.
Poi un tremore violentemente investe la terra, e rumori
percorrono l’alto cielo; ché allora quasi tutte le nuvole
tempestose scrollate tremano e fremiti si spandono.
A quella scrollata segue pioggia violenta e abbondante,
sì che tutto l’etere sembra convertirsi in pioggia
e così precipitando riportare sulla terra il diluvio:
tanta, per il fendersi della nuvola e la procella di vento,
se ne versa, quando col colpo ardente il tuono vola innanzi.
Talora, inoltre, la forza impetuosa del vento piomba
dall’esterno su una nuvola calda per fulmine maturo;
e, quando l’ha squarciata, sull’istante cade quell’igneo
vortice che col nome dato dai padri chiamiamo fulmine.
Lo stesso avviene in altre direzioni, ovunque quella forza abbia spinto.
Avviene anche talora che la forza del vento, lanciata senza fuoco,
s’infuochi tuttavia nel lungo percorso attraverso lo spazio,
mentre viene perdendo nella corsa certi corpi grandi,
che non possono al pari degli altri penetrare nell’aria,
ed altri dall’aria stessa raschiando via porta,
piccoli, che, mischiandosi in volo, fanno il fuoco;
in modo non molto diverso spesso una palla di piombo
si fa rovente nella corsa, quando, lasciando andare
molti corpi di freddo, ha preso fuoco nell’aria.
Avviene anche che la forza stessa dell’urto susciti il fuoco,
quando fredda s’abbatte la forza del vento lanciata senza fuoco,
certo perché, quando ha percosso con colpo veemente,
dallo stesso vento possono confluire elementi di calore,
e insieme da quella cosa che allora riceve il colpo;
come, quando battiamo una pietra col ferro, sprizza
il fuoco, né, perché la forza del ferro è fredda, per questo
meno accorrono sotto il suo colpo semi di caldo fulgore.
Così dunque una cosa dev’essere accesa anche dal fulmine,
se per caso è adatta e si presta alle fiamme.
Né facilmente la forza del vento può essere del tutto, appieno
fredda, quando con tanta forza s’è lanciata dall’alto:
se non prende fuoco prima, nella corsa,
tuttavia arriva intiepidita e mista a calore.
Ma rapido è il moto del fulmine e violento il suo colpo,
e con celere caduta comunemente i fulmini compiono la loro corsa,
perché nelle nuvole in genere già prima la loro forza da sé
si muove e si raccoglie e fa un grande sforzo per partire,
e poi, quando la nuvola non può più contenere l’impeto crescente,
la forza si sprigiona e quindi vola con impeto mirabile,
come i proiettili che corrono lanciati da macchine possenti.
Aggiungi che è fatto di elementi piccoli e lisci,
né è facile che alcunché resista a tale natura:
fugge infatti frammezzo e penetra per gl’interstizi dei pori;
non s’indugia, dunque, e non s’arresta per molti
impedimenti: perciò con celere impeto scivola e vola.
Inoltre, poiché in generale tutti i corpi pesanti
tendono per natura verso il basso, se poi s’aggiunge un urto,
la velocità si raddoppia e quell’impeto diventa più violento,
sì che più veemente e più rapido disperde coi suoi colpi
ogni ostacolo che lo rallenta, e prosegue il suo viaggio.
Infine, poiché viene con lungo slancio, deve acquistare
una velocità via via maggiore, che cresce con l’andare
e aumenta le forze possenti e fa più forte il colpo.
Infatti essa fa sì che tutti i semi del fulmine si muovano
in linea retta, quasi verso un luogo solo,
tutti spingendoli, mentre volano, nella medesima corsa.
Forse anche, mentre viene, il fulmine trascina dall’aria stessa
certi corpi che con gli urti ne accendono il rapido moto.
E attraversa cose senza danneggiarle e molti oggetti trapassa
lasciandoli interi, perché il liquido fuoco trascorre per i pori.
E molte cose il fulmine trafigge, quando i suoi stessi atomi
son piombati sugli atomi delle cose, ove fanno un tessuto compatto.
Discioglie inoltre facilmente il bronzo e in un istante
fonde l’oro, perché la sua forza è fatta d’una sottile
distribuzione di corpi piccoli e di elementi lisci,
che facilmente s’insinuano e, insinuatisi, in un istante
disciolgono tutti i nodi e allentano i legami.
E soprattutto d’autunno è scossa da ogni parte la dimora
del cielo trapunta di stelle fulgenti e con essa tutta la terra;
parimenti quando si apre la fiorita stagione di primavera.
Nella stagione fredda, infatti, mancano i fuochi, e nella calda
vengon meno i venti, né le nuvole hanno corpo tanto denso.
Quando, dunque, le stagioni del cielo stanno in mezzo
fra quelle due, allora tutte concorrono le varie cause del fulmine.
Giacché appunto la stagione di transizione frammischia freddo ‹e› caldo,
entrambi necessari alla nuvola per fabbricare i fulmini,
sì che ‹v’è› discordia fra gli elementi, e l’aria, furibonda
per fuochi e per venti, fluttua con grande tumulto.
La prima parte del caldo è infatti l’ultima del gelo,
e questo è il tempo primaverile; quindi devono combattere
‹gli elementi› dissimili fra loro e mischiati agitarsi.
Anche l’estremo calore scorre mischiato col primo freddo,
e questa è la stagione chiamata autunno;
anche qui gli inverni pungenti sono in conflitto con le estati.
Perciò questi si devono chiamare ‹punti critici› dell’anno,
né è strano se in quel tempo si producono moltissimi
fulmini e una tempesta torbida infuria nel cielo,
poiché si fa scompiglio con incerta guerra da entrambi i lati,
di qui con le fiamme, di lì coi venti e l’acqua frammista.
Questo è discernere bene la vera natura dell’igneo fulmine
e vedere con quale forza esso produca ogni suo effetto.
Ciò non s’ottiene col ripercorrere invano le formule tirrene
e con l’indagarvi segni dell’occulto volere degli dèi, cercando
di dove sia giunta la fiamma volante o in che parte
si sia di qui volta, in che modo sia entrata in luoghi chiusi
e come, dopo aver spadroneggiato, se ne sia uscita,
o che danno possa fare il colpo del fulmine dal cielo.
Ma, se sono Giove e gli altri dèi che scuotono
con terrificante fragore le fulgenti volte celesti
e scagliano il fuoco dovunque ognuno d’essi voglia,
perché non fanno che quanti non aborrirono
da un detestabile delitto siano colpiti ed esalino le fiamme
della folgore dal petto trafitto, acerbo monito ai mortali?
Perché, per contro, colui cui la coscienza non rinfaccia nulla
di disonesto, è avvolto nelle fiamme, innocente, ed è stretto,
subitamente afferrato dal turbine celeste e dal fuoco?
Perché colpiscono anche luoghi solitari e s’affaticano invano?
Forse allora esercitano le braccia e rinsaldano i muscoli?
Perché sopportano che il dardo del padre si spunti al suolo?
Perché egli stesso permette ciò e non lo riserva per i nemici?
E poi, perché, quando il cielo è da ogni parte puro,
Giove non scaglia mai il fulmine sulla terra, né sparge i tuoni?
Forse, appena le nuvole gli si son messe di sotto, allora egli stesso
vi discende, per dirigere di lì, da vicino, i colpi del dardo?
E a che scopo poi lo lancia nel mare? Che cosa rimprovera
alle onde e alla liquida massa e alle distese fluttuanti?
E, se vuole che ci guardiamo dal colpo del fulmine,
perché esita a far sì che ne possiamo discernere il lancio?
Se invece vuole abbatterci col fuoco quando non l’aspettiamo,
perché tuona da quella parte, sì che possiamo evitarlo;
perché solleva prima tenebre e fremiti e rimbombi?
E come potresti credere che lanci fulmini simultanei
in molte direzioni? Forse oseresti sostenere che non sia mai
avvenuto questo, che più colpi scoppiassero ad un tempo?
Ma spesso è avvenuto, ed è necessario che avvenga,
che, come piove in molte regioni e cadono acquazzoni,
così i fulmini scoppino numerosi ad un tempo.
Infine, perché col fulmine esiziale abbatte i sacri templi
degli dèi e le proprie splendide sedi
e infrange le ben foggiate statue degli dèi
e toglie alle proprie immagini con violenta ferita la bellezza?
E perché per lo più colpisce i luoghi elevati e sulle cime
dei monti vediamo le più frequenti tracce del suo fuoco?
Procedendo, è facile da queste cose intendere
in che modo quelli che i Greci denominarono dai loro effetti
“presteres”, scendano sul mare, lanciati dall’alto.
Infatti avviene talora che una specie di colonna, mandata giù,
discenda dal cielo sul mare; e intorno ad essa ribollono
i flutti, sollevati dai venti che spirano violenti,
e tutte le navi che allora sono state prese in quel tumulto,
son travagliate e corrono il pericolo più grave.
Ciò avviene, talora, quando la forza sfrenata del vento non può
rompere la nuvola che ha cominciato a rompere, ma la preme
in basso, sì che sembra una colonna mandata dal cielo giù in mare,
a poco a poco, come se qualcosa col pugno e con la pressione
d’un braccio sia spinta dall’alto in giù e allungata fin alle onde;
e, quando la forza del vento ha squarciato la nuvola, di lì esso
prorompe sul mare e produce nelle onde uno stupefacente ribollìo.
Infatti un turbine che gira su sé stesso discende
e tira giù con sé quella nuvola dal corpo cedevole;
e appena l’ha cacciata giù, gravida, alla superficie del mare,
d’un tratto il turbine s’immerge tutto nell’acqua e con fragore
enorme sommuove l’intero mare costringendolo a ribollire.
Avviene anche che un vortice di vento s’avvolga da sé stesso
dentro le nuvole, raschiando via semi di nuvola dall’aria,
ed imiti, per così dire, il “prester” disceso giù dal cielo.
Quando esso è piombato sulla terra e s’è dissolto,
vomita immane violenza di turbine e procella.
Ma, poiché avviene molto di rado e necessariamente i monti
ne impediscono la vista sulla terra, esso appare più spesso
nell’ampia prospettiva del mare e nel cielo aperto.
Le nuvole si formano quando molti corpi, volando
in questo spazio di cielo che sta sopra di noi, si sono incontrati
d’un tratto: corpi alquanto ruvidi, sì che, sebbene intrecciati
tenuemente, possono tuttavia tenersi stretti, attaccati fra loro.
Questi fanno dapprima che si formino piccole nuvole;
poi esse si stringono fra loro e si aggregano
e congiungendosi crescono e son trasportate dai venti
continuamente, finché insorge una tempesta furiosa.
Avviene anche che le cime montane, quanto più sono,
in ogni caso, vicine al cielo, tanto più a quell’altezza fumino
assiduamente per la densa caligine di una nuvola fulva,
perché, quando le nuvole cominciano a formarsi,
prima che gli occhi possano vederle, tenui come sono, i venti
trasportandole le ammassano presso le più alte cime montane.
Qui alfine avviene che esse, levatesi in folla più numerose
e addensate, possano mostrarsi e nel medesimo tempo sembrino
dal vertice stesso del monte sorgere nel cielo puro.
In effetti, che i luoghi a quell’altezza siano aperti ai venti,
lo mostrano il fatto stesso e i sensi, quando saliamo su alti monti.
Inoltre, che la natura sollevi moltissimi corpi
anche da tutto il mare, lo mostrano le vesti appese sul lido,
quando si impregnano di umidità che aderisce.
Perciò è ancor più chiaro che ad accrescere le nuvole
molti corpi si possono anche levare dal salso mare fluttuante;
giacché tali specie di umidità hanno natura in tutto affine.
Inoltre, da tutti i fiumi e insieme dalla stessa
terra vediamo sorgere nebbie e vapori,
che, di lì emanati come un alito, son trasportati in alto,
e inondano il cielo della loro caligine, e formano,
radunandosi a poco a poco, le alte nuvole;
li preme, infatti, dall’alto anche il calore dell’etere stellato
e, addensandoli, per così dire, vela l’azzurro d’un tessuto di nembi.
Avviene anche che in questo cielo vengano dall’esterno
quei corpi che fanno le nuvole e i nembi volanti.
Difatti ho insegnato che il loro numero è innumerevole
e che lo spazio in tutto il suo estendersi è infinito;
e ho mostrato con quanta velocità volino i corpi, e come ratti
sogliano passare ‹attraverso› uno spazio indicibile.
Non fa dunque meraviglia se spesso in breve tempo
la tempesta e le tenebre coprono con sì grandi nembi
mari e terre incombendo dall’alto,
giacché dappertutto, per tutti i meati dell’etere
e, per così dire, per gli spiragli dell’ampio mondo intorno,
agli elementi sono state concesse l’uscita e l’entrata.
Ora, suvvia, spiegherò in che modo l’acqua della pioggia
si formi nelle alte nuvole e come l’acquazzone ne cada giù,
precipitando sulla terra. Prima di tutto proverò che molti
semi d’acqua sorgono insieme con le nuvole stesse
da tutte le cose e che così crescono di pari passo entrambe,
e le nuvole e l’acqua, quanta ce n’è nelle nuvole,
come di pari passo col sangue cresce il nostro corpo,
e anche il sudore e infine ogni altro liquido ch’è nelle membra.
Inoltre spesso le nuvole s’imbevono anche di molta
umidità marina, come velli di lana sospesi,
quando i venti le trasportano sul vasto mare.
In simile maniera da tutti i corsi d’acqua l’umidità si solleva
alle nuvole. E, quando molto numerosi semi d’acqua
in molti modi si sono là raccolti, accresciuti da ogni dove,
le nuvole rigonfie gareggiano a rovesciare ‹la pioggia›
per due cause: difatti la forza del vento le spinge, e per altro
la massa stessa dei nembi, addensata in folla più numerosa,
urge e preme dall’alto e fa scorrere fuori gli acquazzoni.
Inoltre, anche quando sono diradate dai venti o si sciolgono
al calore del sole che le colpisce dall’alto, le nuvole
emettono l’acqua della pioggia, e stillano, come se cera,
struggendosi su ardente fuoco, goccioli in abbondanza.
Ma cade un violento acquazzone, quando con violenza ambedue
le forze premono le nuvole, l’accumulo e il forte vento.
D’altra parte le piogge son solite durare per molto tempo
e prolungarsi assai, quando affluiscono molti semi d’acqua,
e nuvole e nembi s’ammucchiano gli uni sugli altri, stillanti,
e accorrono di continuo, da ogni dove, e quando la terra
fumante esala dappertutto, restituendo l’umidità.
In quel punto, se il sole coi raggi fra la tempesta opaca
rifulge contro il gocciolìo dei nembi che gli stanno di fronte,
allora nelle nere nuvole compaiono i colori dell’arcobaleno.
Tutte le altre cose che in alto crescono e in alto nascono,
e quelle che si formano dentro le nubi, tutte, proprio
tutte, la neve, i venti, la grandine e le gelide brine
e la grande forza del gelo, quel grande indurimento delle acque,
quell’indugio che dovunque raffrena i fiumi impazienti,
queste cose, malgrado tutto è molto facile scoprirle, e vedere
con la mente come tutte avvengano e perché nascano,
quando tu abbia bene appreso le proprietà degli elementi.
Ora, suvvia, ascolta quale sia la causa dei terremoti.
E anzitutto induciti a credere che la terra,
di sotto, come di sopra, è dappertutto piena di spelonche
ventose, e racchiude nel grembo molti laghi
e molti stagni e rupi e massi dirupati;
e si deve pensare che molti fiumi, nascosti sotto il dorso
della terra, travolgano con violenza flutti e massi sommersi.
Difatti, che la terra sia ovunque simile a sé, lo esige la realtà stessa.
Essendo, dunque, tali cose connesse e poste sotto di essa,
la terra di sopra trema scossa da grandi rovine,
quando di sotto il tempo ha scalzato vaste spelonche;
giacché cadono interi monti, e alla grande scossa d’un tratto
tremori di lì si diffondono serpeggiando per ampio spazio.
Ed è naturale, poiché scosse dai carri tremano le case
lungo la strada, per un peso non grande tutte quante,
e non meno sussultano i carri stessi se un sasso della strada
fa sobbalzare i cerchi ferrati delle ruote dall’un lato e dall’altro.
Avviene anche, quando in grandi e vasti laghi rotola
una massa enorme che il tempo ha distaccata dalla terra,
che anche la terra si agiti e vacilli sotto il fluttuare dell’acqua;
come un vaso talora non può star fermo, se il liquido
dentro non ha cessato di agitarsi con instabile fluttuare.
Inoltre, quando il vento per le caverne sotterranee
si raccoglie e da una parte sola si rovescia e sospinge,
premendo con grande forza sulle spelonche profonde,
la terra inclina ove spinge la precipite forza del vento.
Allora le case che sono costruite sulla terra,
e tanto più quelle che più s’innalzano verso il cielo,
s’inclinano e restan quasi sospese, tratte verso la stessa parte,
e le travi, spinte fuori, pendono pronte a cadere.
E si rifugge dal credere che un tempo di distruzione e rovina
incomba sulla natura del vasto mondo,
quando si vede pencolare una massa di terra tanto grande!
E se i venti non cessassero di spirare, nessuna forza potrebbe
porre freno alle cose, né ritrarle dalla rovina mentre cadono.
Ora, poiché alternamente cessano di spirare e rinforzano
e, come raccolti, ritornano all’attacco e respinti cedono,
perciò la terra minaccia rovina più spesso che non rovini
davvero; s’inclina infatti e ritraendosi si raddrizza
e, dopo esser caduta in avanti, riprende la propria posizione
tornando in equilibrio. Così, dunque, le case vacillano tutte,
in cima più che al mezzo, al mezzo più che alla base, alla base pochissimo.
C’è anche un’altra causa dello stesso grande tremore:
quando il vento con una subitanea massa grandissima d’aria,
sorta o dall’esterno o dentro la terra stessa,
si è scagliato nelle cavità della terra, ed ivi freme
dapprima con tumulto fra le grandi spelonche
‹e› turbinando scorrazza; poi l’impetuosa forza
sfrenata erompe fuori e, insieme squarciando
profondamente la terra, produce una grande voragine.
È ciò che accadde in Siria, a Sidone, e avvenne ad Egio,
nel Peloponneso, città che furono distrutte
da tale erompere di vento e dal terremoto che insorse.
E, oltre a queste, molte mura crollarono per grandi
movimenti nella terra, e molte città s’inabissarono
in fondo al mare coi propri abitanti.
E, anche se non prorompono, tuttavia l’impeto stesso dell’aria
e la fiera forza del vento si diffondono per i fitti canali
della terra come un brivido, e di lì provocano un tremore;
come il freddo, quando penetra a fondo nelle nostre membra,
loro malgrado le scuote e le costringe a tremare e a dimenarsi.
Per duplice terrore si trepida dunque nelle città:
di sopra temono le case, di sotto paventano le caverne,
che la natura della terra non le disgreghi d’un tratto,
e squarciata spalanchi ampiamente la sua voragine
e sconvolta voglia riempirla delle sue rovine.
Quindi credano pure, a loro piacimento, che il cielo e la terra
resteranno incorrotti, sotto la garanzia di un’eterna salvezza:
ciò nonostante talora la forza stessa del pericolo presente
insinua da qualche lato anche questo stimolo di timore:
che la terra, all’improvviso sfuggita di sotto i piedi, cada
nel baratro, e l’insieme delle cose la segua, travolto
totalmente, e sopravvenga una confusa rovina del mondo.
Anzitutto si meravigliano che la natura non renda
più grande il mare, quando vi defluiscono tante acque,
quando vi si versano da ogni parte tutti i fiumi.
Aggiungi le vaganti piogge e le tempeste volanti,
che aspergono e inondano tutti i mari e le terre;
aggiungi le sorgenti sue proprie; eppure, rispetto all’intera massa
del mare, tutto sarà un aumento appena pari a un’unica goccia;
sì che non fa meraviglia se il mare, grande com’è, non cresce.
Inoltre, gran parte ne toglie il sole col suo ardore.
E infatti vediamo che coi suoi raggi ardenti il sole
asciuga vesti imbevute di umidità;
ma di mari ne vediamo molti e che si stendono per ampi tratti.
Quindi, benché da ogni singolo luogo il sole sottragga
alla distesa del mare una piccola parte d’acqua,
tuttavia in così grande spazio ne prenderà molta alle onde.
Per altro, anche i venti possono togliere gran parte d’acqua
spazzando le distese dei mari, poiché per effetto dei venti
molto spesso vediamo in una sola notte le strade
asciugarsi e il molle fango rappigliarsi in croste.
Inoltre ho insegnato che anche le nuvole tolgono molta
acqua raccogliendola dalla grande distesa del mare,
e la spargono dappertutto sull’intero orbe terrestre,
quando piove sulle terre e i venti trasportano le nuvole.
Infine, poiché la terra ha corpo poroso
ed è congiunta col mare, di cui cinge da ogni lato le rive,
l’acqua, come defluisce nel mare dalla terra, così deve
diffondersi nella terra dalla distesa salmastra;
vien filtrata infatti la salsedine, e l’elemento liquido
rifluisce indietro e confluisce tutto alla sorgente dei fiumi,
e di lì ritorna sulle terre con dolce corrente,
ove la via una volta aperta fa scender le onde con liquido piede.

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