''Sgamma e i suoi sono incompetenti''  

ALLUMIERE – Il consigliere comunale di Allumiere Carlo Cammilletti risponde alle accuse del gruppo Allumiere Futura. «Quanto riportato non rispecchia la realtà dei fatti – spiega Cammilletti – chiedono le mie dimissioni per un ipotetico conflitto di interessi, purtroppo per Sgamma e il suo gruppo ci sono due aspetti fondamentali che, da un’opposizione incompetente quale si sta dimostrando, non sono stati presi in considerazione: pur essendo un dipendente Acea non mi occupo del settore idrico ma sono impiegato come operaio nel settore della depurazione; non mi risulta che sia mai stata creata una delega all’acqua o ai rapporti con Acea e che mi sia stata assegnata, non capisco come sia possibile chiedere le dimissioni di un consigliere su un conflitto di interessi che non esiste». Cammilletti poi prosegue: «Durante i vari consigli comunali abbiamo rilasciato opportune delucidazioni in base alle informazioni fornite da Acea: se il consigliere Sgamma preferiva avere risposta da altri consiglieri di maggioranza perché la mia voce, la mia persona o i miei modi di comunicare non gli risultano gradevoli bastava dirlo, la prossima volta risponderà qualcun’altro; da qui a chiedere le dimissioni mi sembra eccessivo e fuori luogo. Per ciò che concerne le mie affermazioni, che Sgamma ritiene essere ‘‘false e approssimative’’ lo invito ad essere meno distratto durante i consigli dove, su informazioni ricevute dai responsabili di Acea, abbiamo esternato che il pozzo Pistola era stato fermato la scorsa estate perché il livello dello stesso aveva raggiunto minimi storici e non poteva essere utilizzato, e che, sempre la stessa azienda, ha preferito non utilizzare nell’inverno per permettere allo stesso di recuperare e di utilizzarlo, così come è stato fatto, in questo periodo estivo. Sulla situazione dei signori Pistola come ammistrazione abbiamo sollecitato Acea a prenderne atto e risolvere il problema. Abbiamo inviato ufficiale richiesta ad Acea per avere lo stato attuale degli impianti e dei lavori eseguiti a da eseguire e, appena arriva, sarà resa pubblica. Mi risulta che gradualmente la situazione idrica sembra essere meno emergenziale: la problematica non può essere di nostra diretta competenza ma di chi gestisce il servizio, nostro è però il dovere di interagire con Acea per sollecitare, pretendere e collaborare che il problema venga definitivamente risolto».

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Al via la sperimentazione del Taser: la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine di 11 città italiane

«È un’arma di dissuasione non letale – ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini – ed il suo utilizzo è un importante deterrente»

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@code_here@

Operazione ''500X'': sei arresti sul litorale

CERVETERI –  I Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia hanno concluso un’importante operazione che ha portato all’arresto di 6 persone, responsabili a vario titolo di spaccio di sostanze stupefacenti. 

Durante il blitz è stato sequestrato anche un ingente quantitativo di droga. (SEGUE)

LE INDAGINI – Durante i normali servizi di controllo sul territorio i militari hanno fermato un ragazzo a bordo di una 500X che alla vista dei Carabinieri ha mostrato atteggiamenti sospetti. Da qui i militari hanno avviato una serie di indagini che hanno portato a carpire che il ragazzo disoccupato e proveniente non da famiglia agiata potesse essere dedito a qualche attività illecita, spiegando così anche il possesso di un'auto abbastanza costosa. Da qui i militari dell'Arma hanno avviato un'attività investigativa fatta di appostamenti e pedinamenti, avviata attorno alla metà di maggio, che ha portato a scoprire come il ragazzo frequentasse delle persone dedite a attività illecite. Sono dunque scattate anche le intercettazioni telefoniche che hanno permesso ai Carabinieri di individuare altri quattro soggetti. Questa mattina, dunque, su disposizione dell'Autorità Giudiziaria è scattato il blitz. A finire nel mirino dei militari, indagate in concorso, 3 persone di Cerveteri e 2 di Ladispoli. Per uno di loro, D.R. di 27 anni si sono aperte le porte del carcere, mentre per altri tre D.P.I. 24 anni (di Ladispoli), D.A. 28 anni (Cerveteri), D.L. 46 anni sono stati disposti i domiciliari. Obbligo di presentazione davanti al P.G. invee per F.L. 24 anni (di Ladispoli). Durante i controlli a casa di D.P.I. i militari hanno rinvenuto 600 grammi di marijuana, 10 panetti di hashish da 100 grammi l'uno, 50 grammi di cocaina, diverso materiale per il confezionamento, vari telefoni cellulari intestati a persone fittizie, diverso materiale utilizzato per la coltivazione della sostanza stupefacente e 7mila euro in contanti già suddivisi all'interno di buste indicanti il numero della partita di droga a cui si riferivano. Sul comodino della camera da letto, inoltre, è stata trovata una pistola. Tutti elementi che hanno portato alla fine alla trasformazione della misura cautelare ai domiciliari in arresto in flagranza di reato, tanto che anche per il giovane ladispolano si sono spalancate le porte del carcere di Civitavecchia. 

DUE ARRESTI PER FLAGRANZA DI REATO. Durante il blitz di questa mattina, inoltre, i militari della Stazione di Civitavecchia, hanno notato altre due persone (estranee all'indagine condotta) che allarmati alla vista dei militari sono rientrati immediatamente all'interno della loro abitazione. I Carabinieri insospettiti hanno così provveduto a controllare anche i due scoprendo anche in questo caso, una vera e propria serra dove veniva coltivata marijuana. All'interno della dimora dei due coniugi, pregiudicati, A.G. di 36 anni e H.H. di 32 anni, i militari hanno rinvenuto vari tipi di semi, marijuana già pronta per la lavorazione e divisa per qualità, 40 piante di marijuana dell'altezza di circa un metro ciascuna, 30 grammi di cocaina e panetto di polvere d'hashish per l'uso alimentare. Anche i due coniugi sono stati arrestati in flagranza di reato.

A CHI ERA DESTINATA LA DROGA. Molto probabilmente le sostanze stupefacenti rinvenute dai militari dell'Arma erano destinate alle piazze di Cerveteri e Ladispoli. Non è escluso che i militari procedano all'analisi delle partite di droga sequestrate per capire se tra i cinque arrestati e i due coniugi pregiudicati possa esserci un qualche tipo di legame. 

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Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all'uso le armi, credetemi»

Il figlio di Agostino, capitano storico della Roma che si è tolto la vita sparandosi nel 1994, su Facebook si schiera contro i 4 italiani su 10 favorevoli alla detenzione di una pistola in casa (sondaggio Censis): «Non produce alcuna sicurezza»

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@code_here@

Lino Banfi: «Bene armarsi, ma se poi perdi la pistola?»

Il popolare attore pugliese parla di legittima difesa e ricorda gli episodi che lo hanno visto vittima di due rapine. L’ultima nel palazzo dove abita nei pressi di piazza Bologna, a Roma. «Quella volta che mia suocera pensò si trattasse di una troupe televisiva»

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@code_here@

Il porto di Civitavecchia al centro di un traffico di auto rubate

CIVITAVECCHIA – Il porto di Civitavecchia è al centro di un'inchiesta che ha portato all'arresto, tra Agerola, Santra Maria La Carità, Larciano (Pistoia) e Mosummano Terme (Pistoia) di cinque persone, tutte pregiudicate. L'indagine, portata avanti dalla Procura di Torre Annunziata di concerto con le autorità iberiche, ha permesso di sgominare un'associazione a delinquere finalizzata alla cessione di armi clandestine e alla ricettazione di auto rubate. Il tutto aggravato dal fatto di aver commesso i reati con il supporto e il contributo di una organizzazione criminale spagnola. 

In manette sono finiti Vincenzo Gentile, 36 anni; Luigi Milano, 31 anni; Liberato Spera, 55 anni (i primi due residenti ad Agerola, il terzo a Santa Maria La Carità); Rosario Bozzanga, 31 anni; e Biagio Melisi, 48 anni (entrambi toscani). Le misure cautelari sono state eseguite dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, coadiuvati dai reparti territoriali di competenza dell'Arma. In Spagna, la Guardia Civil ha dato esecuzione ad un'altra misura cautelare nei confronti di dieci individui, tra cui anche alcuni italiani.

Le indagini, sviluppate dal giugno 2017, hanno portato alla luce il fiorente traffico di autovetture rubate dall'Italia verso la Spagna. Stando alle investigazioni, l'associazione era dedita alla ricettazione dei veicoli rubati che comunque avevano già il numero di telaio alterato ed i relativi documenti di circolazione contraffatti. In questo modo, le macchine potevano apparire identiche ad altri veicoli circolanti in Italia. Una volta "clonate", le auto venivano condotte presso il porto di Civitavecchia per essere trasferite in Spagna. Qui, grazie alla collaborazione di altri individui – italiani e spagnoli residenti a Cullera (in provincia di Valencia) -, i veicoli venivano "ripuliti" attraverso una nuova immatricolazione spagnola. Alcuni indagati, inoltre, sono stati scoperti a possedere una pistola calibro 7,65, semiautomatica, con matricola abrasa.

Grazie all'attività di coordinamento con le autoirtà spagnole, è stato possibile recuperare dieci vetture rubate in Italia.

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Censis, gli italiani e la sicurezza: 4 su 10 dicono sì alla pistola in casa Milano capitale della criminalità

Licenze per porto d’armi in aumento del 13,8% in un anno (un’arma da fuoco c’è già nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani). Reati in calo (-10,2% nell’ultimo anno), ma si moltiplicano paure e insicurezza

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@code_here@

«Cristallizzate quelle verità che gli imputati hanno sempre negato»

CERVETERI – Ecco il commento dell’avvocato Celestino Gnazi, legale di mamma Marina, alla sentenza della Corte di Assise, che «contrariamente a quanto affermato dai difensori degli imputati – scrive Gnazi – ha cristallizzato in modo evidente quelle verità che le parti civili da sempre avevano fortemente sostenuto e che gli imputati avevano sempre negato contro l’evidenza, contro la ragionevolezza e contro la decenza. Quello che si deve dire, dunque, è che la Corte ha spazzato via le menzogne profuse, oltre che da Antonio Ciontoli, da tutti i suoi familiari”. “E – continua Gnazi -poiché le “chiacchiere” ci sono sempre piaciute poco, questi sono i fatti (processualmente accertati, ovviamente) affermati dalla Corte: 1- A nessuno dei familiari di Ciontoli Antonio “poteva realmente sfuggire che un colpo di pistola era stato esploso” (p. 29 della Sentenza): ricordate quando gli imputati negavano, contro l’evidenza, di essersi accorti che era stato esploso un colpo di pistola? 2- La “ferita sanguinante era presente ed era stata necessariamente vista dagli imputati” (p. 29): ricordate quando gli imputati negavano, contro la ragionevolezza, di non aver visto sangue? 3- Il povero Marco Vannini “urlava e non erano lamenti ad alta voce… si trattava di vere e proprie grida” pp. 29-30): ricordate quando gli imputati negavano, contro la decenza, di non aver udito grida e che curavano Marco con acqua e zucchero? Affermazioni assolutamente indecorose e rese in un contesto che invece, come afferma la Corte, “le oggettive condizioni del ferito erano tali da dover destare la massima preoccupazione”. 4- Il povero Marco – come dice la Corte necessariamente uniformandosi ai Periti- poteva essere agevolmente salvato se soccorso tempestivamente. Vi ricordate quando sostenevano che Marco aveva possibilità minime di sopravvivenza e solo se operato entro mezz’ora dal ferimento? Questi sono i dati essenziali, che hanno indotto la Corte ad affermare che la morte di Marco è ascrivibile alla responsabilità di quattro assassini. Tuttavia, questa è solo la prima tappa di una battaglia che, seppur difficilissima, ha consentito di far emergere gran parte – ma solo parte – della verità. Le parti civili, infatti, non possono accettare che la Corte, ancorché abbia evidenziato le gravissime responsabilità anche dei familiari di Antonio Ciontoli, abbiano, per loro, escluso – contraddittoriamente e con il travisamento di alcune circostanze – il dolo.  Ma questa è materia di appello ed abbiamo la ferma convinzione che la Procura di Civitavecchia lo proponga anche per non lasciare incompiuto l’egregio lavoro della dr.ssa Alessandra D’amore, che ebbe ad iniziare un percorso difficile ma che le evidenze dibattimentali hanno indubbiamente premiato. Deve anche essere ricordato, d’altra parte, che nella Sentenza della Corte vi è anche un’autentica lezione di diritto in una difficile materia come il dolo eventuale, in perfetta aderenza, peraltro, a quanto sostenuto sia dall’accusa che dalle parti civili.
Certo, vi sono anche aspetti della Sentenza che appaiono poco o per nulla convincenti: si pensi alla inconcepibile decisione di concedere le attenuanti generiche, con motivazioni prive di ogni pregio sostanziale e giuridico e frutto esclusivo di un malinteso e dannoso pietismo. Inconcepibile sol che si pensi che il povero Marco è stato lasciato agonizzare tra sofferenze atroci, anche nella palese consapevolezza della assoluta gravità delle sue condizioni. Una circostanza che, essa sola, avrebbe dovuto indurre la Corte, al contrario, ad applicare l’aggravante, in ipotesi di omicidio colposo, della previsione dell’evento. Frutto di un palese e grossolano equivoco il credito dato a Martina Ciontoli quando, dopo aver confessato, nelle intercettazioni, di essere stata presente al momento della sparo, si giustificava di avere appreso tali circostanze dal padre. Ebbene, la Corte, nel dare credito ai presunti racconti del padre, li colloca “nei giorni successivi” (p.10) quando la confessione intercettata di Martina risale a poche ore dopo il fatto! Incredibile, ma è così. Ripetiamo, in ogni caso, che questi e numerosi altri aspetti saranno, si ritiene, oggetto di appello da parte della Procura.
Un’ultima osservazione sulla posizione di Viola Giorgini: il suo comportamento, riteniamo, non si è affatto differenziato da quello degli altri familiari, come è pacificamente emerso in dibattimento e come, per questo, la Corte avrebbe dovuto dichiarare, diversamente qualificando la contestazione di mera omissione di soccorso. Ricordiamo a noi stessi, tuttavia, che la Corte ha assolto da quell’accusa la Giorgini dubitando (a nostro avviso, del tutto erroneamente) sulla sussistenza del dolo, ma ne ha chiaramente affermato la illegittimità della condotta, sicché, fermo restando – si ritiene – l’appello della Procura anche nei suoi confronti, rimane ferma la sua responsabilità sotto l’aspetto civilistico per non aver posto in essere le doverose condotte atte a soccorrere Marco. Tenuto conto delle motivazioni, sostanzialmente di carattere economico, che hanno caratterizzato i comportamenti degli imputati, le parti civili certamente non desisteranno dal pretendere l’affermazione della responsabilità di tutti i protagonisti in ogni sede. Ed anche questa sarà per tutti – Viola Giorgini compresa – una punizione per essi assai dolorosa.    
Sono necessarie, da ultimo, alcune osservazioni di altra natura. Molti hanno ritenuto che le pene inflitte siano eccessivamente miti. Sono d’accordo, ma solo parzialmente e nei limiti in cui si è sommariamente detto sopra.  Non sarò molto simpatico, ma sono costretto a ricordare che, all’inizio, la percezione di questa vicenda era caratterizzata, sotto il profilo della responsabilità penale, da ipotesi di omicidio colposo commesso da Antonio Ciontoli per aver sparato e di omissione di soccorso per gli altri. Reati puniti con pene che in talune situazioni (e questa, in particolare) si rivelano indubbiamente risibili. Ebbene (in disparte l’egregio, più importante e certamente più “discreto” lavoro della Procura) io ricordo di essermi immediatamente esposto affermando la fondatezza della ipotesi di omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale, collegato ai comportamenti dei presenti successivo alla sparo. Ciò molto prima delle conferme dibattimentali. Ma non trovai nessuno (soprattutto tra i cosiddetti “soloni”) a condividere questa ipotesi. Ricordo, invece, che gli atteggiamenti di sufficienza (anche se progressivamente scomparsi) erano largamente predominanti. E’ una ipotesi, come noto, ampiamente condivisa dalla Corte. E questo è il dato più importante. Così riepilogati i fatti storici, non posso condividere le critiche esacerbate e generalizzate nei confronti della Sentenza della Corte soprattutto quando si danno per scontate situazioni niente affatto scontate, quasi offendendo chi ha contribuito, in modo lungimirante e faticoso, alla loro realizzazione. Sono doverose maggiori umiltà, serietà e soprattutto la capacità di distinguere. Occorre, infatti, distinguere la individuazione delle responsabilità penali ed il loro trattamento sanzionatorio. Sono due cose diverse e solo per la prima è stato determinante il lavoro delle parti civili e, prima ancora, della Procura. E, con il loro lavoro, sono stati individuati – in primo grado e ferma la presunzione di innocenza – degli assassini. Questo è il dato. Sul trattamento sanzionatorio (sulle pene) esistono, non da oggi, le leggi da applicare. Sono le nostre leggi, sono quelle che fissano il minimo ed il massimo delle pene. E’ ovvio che comprendo e giustifico Marina e gli altri familiari di Marco, quando rilevano la eccessiva mitezza delle pene irrogate. A fronte di un episodio come questo, tanto singolare quanto tragico, come si può dar loro torto?  Ma se si vuole usare questa sentenza per sostenere, in modo generico e qualunquistico, che l’Italia è il paese di bengodi per i delinquenti, non mi sta bene. Capisco che può essere un tema di discussione, non lo nego. Ma chi protesta in modo esacerbato, per essere più credibile, comprenda ed apprezzi il lavoro di chi ha contribuito in modo determinante ad individuare i delinquenti ed all’affermazione della loro responsabilità».

 

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Mamma Marina a ‘‘La vita in diretta Estate’’: «Nessuna condanna mi ridarà mio figlio»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Una sentenza vergognosa. Non ho più parole. Nessuna condanna mi farà tornare indietro mio figlio ma ciò che sta logorando giorno dopo giorno me e tutta la mia famiglia è non conoscere la verità. Mi aspettavo una sentenza esemplare. Ci deve essere un messaggio importante in questa società da dare ai giovani». Questo è il commento di mamma Marina, ospite, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado, insieme all’avvocato Celestino Gnazi alla trasmissione ‘La vita in diretta Estate’ di lunedì scorso. 
Mamma Marina ripercorre quei momenti drammatici di quella terribile notte quando con una telefonata è stata avvertita dalla moglie di Antonio Ciontoli, Maria Pezzillo, «che Marco era caduto dalle scale» per poi scoprire solo al Pit la sconvolgente realtà. Cerca di trovare una spiegazione su quanto è accaduto quella notte: «Negli ultimi tempi mio figlio era stanco di questa famiglia perché lo opprimevano parecchio e tra l’altro non sono neanche convinta che abbia sparato il capofamiglia. Noi conosciamo solo il dopo, non il prima. Sappiamo solo che Marco era seduto e qualcuno gli ha sparato». 
Ed è a questo punto che Marina esterna una sua sensazione, una sua ipotesi: «Secondo me, c’è stata una discussione quella sera. Erano persone (i Ciontoli) che volevano sempre comandare, nel senso che lo volevano manovrare questo mio figlio. Lui, però, aveva la sua personalità e si era stancato anche se innamorato di Martina”. Marina conclude il suo intervento dicendo: “Sono stanca di stare zitta, di mandare giù tutto. A me hanno ammazzato un figlio. Sono tre anni che aspetto giustizia ma con questa sentenza hanno dato un altro schiaffo a me e alla mia famiglia. La giustizia deve prendere dei provvedimenti». 
Ospite della trasmissione anche il generale Luciano Garofano consulente della famiglia Vannini che punta il dito sull’articolata attività di depistaggio messa in atto dai Ciontoli dopo lo sparo:  «Il loro unico interesse era quello di depistare e far finta che le cose potessero andare in una direzione completamente diversa rispetto alla tragedia che poi è accaduta a Marco e fino all’ultimo hanno agito in quella direzione. Ed è pazzesco tutto questo, sapendo soprattutto che quello sparo non è partito per caso. E’ impossibile. Quello sparo  è partito perché il signor Ciontoli ha deciso deliberatamente di armare quella pistola e sparare. Quindi anche questo aspetto della sentenza ci coglie veramente molto molto tristi e davvero preoccupati». 
Tra gli ospiti l’avvocato Daniele Bocciolini: «La sentenza è sicuramente da alcuni punti di vista opinabile con riferimento alla ricostruzione. Cioè il padre di famiglia che esce, si sente un colpo di pistola, e lui dice che è partito un colpo per aria e dice al telefono che il ragazzo è stato ferito da un pettine a punta. Una ricostruzione assolutamente inverosimile anche per chi era secondo me a casa quel giorno. E’ impossibile parlare di colpa perché non c’è imprudenza, negligenza dal punto di vista della condotta, chi era  casa, a mio parere, sapeva o quantomeno poteva rendersi conto della situazione reale che si stava vivendo».
Il giornalista Andrea Biavardi: «Una vicenda così sconcertante non l’ho mai incontrata per una serie di motivi. Primo, perché questo ragazzo è a casa di persone che dovrebbero proteggerlo, a casa addirittura della famiglia di quella che potrebbe diventare sua moglie. Secondo, i magistrati che hanno emesso questa contestatissima sentenza di primo grado scrivono testuali parole: ‘’Antonio Ciontoli dopo aver sparato ha pensato a tutelare i propri interessi e non ha pensato alla salvezza del ferito’’. Credo che queste parole mettano fine a qualunque tipo di shock – qualora si sia voluto ipotizzare- Per tutelare i propri interessi ha fatto morire un ragazzo. Di fronte a questa cosa le chiacchere stanno in poco posto. A rendere ancora più sconcertante questa vicenda è, che dopo che è partito un colpo di arma da fuoco, non si chiamano i soccorsi. Quando vedo Marina, come adesso, non ho parole, perché prima di tutto ragiono da padre. Non ho parole di fronte a questa vicenda. Non sono stati attivati i soccorsi. Ma quale shock: si è pensato a tutelare i propri interessi. Non aggiungo altro». 

 

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Cathy La Torre, l'attivista lgbt minacciata di morte: «Pedala che ti arriva un colpo di pistola»

La denuncia di Cathy La Torre, avvocata, attivista lgbt, ed ex consigliera comunale di Bologna: «Ecco il "buongiorno" che ho ricevuto stamani. Ho paura e sto andando alla Digos perché si fa chiaro riferimento alle mie abitudini»

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