A Roma la conferenza stampa del Mondiale della Pace

Va in scena domani alle 12 a Roma, presso la sala Monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Largo Chigi 19, la conferenza stampa di presentazione del ‘‘Campionato Mondiale per la Pace Wbc’’ che avrà luogo venerdì 23 febbraio al Palazzo dello Sport di Roma in Piazza Apollodoro 10 e che vedrà Emiliano Marsili sfidare il messicano Victor Betancourt. La manifestazione organizzata dal ministero per lo Sport, il Coni, la Federazione Pugilistica Italiana e la Opi Since 82 avrà un programma di grande spessore: oltre al main event, infatti, ci sarà un altro grande match tra l’italiano Alessandro Goddi e il polacco Kamil Szeremeta per il vacante titolo europeo dei pesi medi. I fondi raccolti attraverso la campagna sociale dedicata e durante la serata saranno devoluti al progetto ‘‘Fighting for the Peace’’ creato dalla Scholas Foundation e dal programma BoxVal del World Boxing Council. Alla conferenza interverranno il ministro per lo Sport Onorevole Luca Lotti, il presidente Fpi Vittorio Lai, il segretario Generale Coni Roberto Fabbricini, il presidente della Opi 82 Salvatore Cherchi ed Emiliano Marsili. Saranno presenti, inoltre, il vicepresidente Wbc Mauro Betti, il segretario generale Ebu Enza Jacoponi e un rappresentante di Scholas Foundation.

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Marsili-Betancourt in diretta su Fox Sports

Il campionato del mondo per la pace WBC fra i pesi leggeri Emiliano Marsili e Victor Betancourt e il vacante campionato d’Europa dei pesi medi tra Alessandro Goddi e Kamil Szeremeta, in porgramma venerdì 23 febbraio al Palazzo dello Sport di Roma, saranno trasmessi in diretta da Fox Sports. 
«È per noi motivo di grande orgoglio aver raggiunto l’accordo con un gruppo televisivo di primaria importanza come Fox Sports – commenta il presidente dell’Opi Since 82 Salvatore Cherchi – e contiamo che l’accordo si rinnovi anche per gli altri eventi da noi organizzati in Italia e all’estero». 
L’orario della messa in onda, il canale, e gli altri dettagli saranno comunicati nel corso della conferenza stampa che avrà luogo mercoledì 14 febbraio alle 12 presso la sala Monumentale in Largo Chigi 19 a Roma.

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Marsili, anticipato il Mondiale della Pace

Definita la data del campionato mondiale per la pace WBC che si svolgerà a Roma venerdì 23 febbraio presso il Palazzetto dello Sport (in Piazza Apollodoro 10), con inizio alle 19. Il cambio di programma è stato comunicato da Roma Capitale alla Federazione Pugilistica Italiana a seguito dell’anticipo di una partita del campionato della Lega Nazionale di Pallacanestro previsto per sabato 24 febbraio.

Cambia la data, ma non l’impegno della FPI e della OPI 82 che confermano il programma: nel clou Emiliano Marsili sfiderà Victor Betancourt sulla distanza delle dodici riprese, la stessa prevista per i titoli mondiali. Alessandro Goddi affronterà il polacco Kamil Szeremeta per il vacante titolo europeo dei pesi medi, sempre sulle dodici riprese. In apertura, cinque incontri sulla distanza delle sei riprese. Ne saranno protagonisti il peso piuma Giovanni Tagliola, il peso leggero venezuelano Samuel Gonzalez, i pesi supermedi Andrea Di Luisa ed Ivan Zucco e l’ex campione d’Europa dei pesi superpiuma Devis Boschiero. I loro avversari saranno annunciati nei prossimi giorni.

La conferenza stampa di concerto con il ministero per lo Sport è prevista per mercoledì 14 febbraio alle 12 presso la sala Monumentale in Largo Chigi 19.

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Il giornalino di Gianburrasca – 17 ottobre (I)

La zia Bettina non s’è ancora alzata, e io approfitto di questo momento per registrare qui l’avventura accadutami ieri, e che meriterebbe proprio di esser descritta dalla penna di un Salgari. Iermattina, dunque, mentre tutti dormivano, fuggii da casa come avevo stabilito, dirigendomi verso la stazione. Io avevo già disegnato nella mente il modo di effettuare il mio progetto che era quello di recarmi a casa della zia Bettina. Non avendo quattrini per prendere il treno e non conoscendo la strada provinciale per andarvi, mi proponevo di entrare nella stazione, aspettare il treno col quale ero andato l’altra volta dalla zia Bettina, e dirigermi per la stessa strada, lungo la ferrovia, seguendo le rotaie, fino al paese presso il quale è la villa Elisabetta dove sta appunto la zia. Così non c’era pericolo di sbagliare, e io, ricordandomi che ad andarci col treno ci si mette tre ore o poco più, mi proponevo di arrivarci prima di sera. Giunto dunque alla stazione, presi il biglietto d’ingresso ed entrai. Il treno arrivò poco dopo, ed io, per evitare il caso di esser visto da qualche persona di conoscenza, mi diressi verso gli ultimi vagoni per attraversare la linea e andare dalla parte opposta alla stazione. Ma invece mi fermai dinanzi all’ultimo vagone che era un carro per bestiame, vuoto, e che aveva la garetta dove sta il frenatore, vuota anch’essa. – Se montassi lassù? – Fu un lampo. Assicuratomi con un’occhiata che nessuno badava a me, saltai sulla scaletta di ferro, mi arrampicai su, e mi misi seduto nella garetta, col ferro del freno tra le gambe, e le braccia appoggiate sul manubrio del freno.

Di lì a poco il treno partì e io sentii arrivarmi fin dentro il cervello il fischio della macchina la cui groppa nera io vedevo, di lassù, distendersi alla testa di tutti i vagoni che si trascinava dietro, tanto più che il vetro del finestrino della garetta da quella parte era stato rotto, e non ve n’era rimasto che un pezzetto in un angolo, a punta.
Meglio! Da quel finestrino, aperto proprio all’altezza della mia testa, io dominavo tutto il treno che si slanciava a traverso la campagna che era ancora avvolta nella nebbia. Ero felice, e per festeggiare in qualche modo la mia fortuna, cavai di tasca un pezzetto di torrone e mi misi a rosicchiarlo.
Ma la mia felicità durò poco. Il cielo s’era fatto scuro, e non tardò a venir giù una pioggia fitta fitta e ad alzarsi un vento impetuoso, mentre una scarica terribile di tuoni si inseguiva fra l’ombre delle montagne…
Io non ho paura dei tuoni, tutt’altro; ma mi mettono addosso il nervoso, e perciò appena incominciò a tuonare mi si presentò alla mente la mia condizione in un quadro molto diverso da quello col quale mi era apparso da principio.
Pensavo che in quel treno nel quale viaggiava tanta gente ero isolato e ignorato da tutti. Nessuno, né parenti, né estranei, sapeva che io era lì, sospeso in aria in mezzo a così tremenda tempesta, sfidando così gravi pericoli.
E pensavo anche che aveva molta ragione il babbo quando diceva roba da chiodi del servizio ferroviario e delle condizioni scandalose nelle quali si trova il materiale. Io ne avevo lì una prova evidente nel finestrino della garetta dal quale, essendo rotto il vetro come ho detto prima, entrava vento e pioggia, facendomi gelare la parte destra della faccia che vi si trovava di contro, mentre mi sentivo la parte sinistra infocata in modo che mi pareva d’esser mezzo ponce e mezzo sorbetto, e ripensavo malinconicamente alla festa da ballo della sera precedente, che era stata la causa di tanti guai.
E il peggio fu quando incominciarono le gallerie! Il fumo lanciato dalla macchina si addensava sotto la volta del tunnel, e dal finestrino rotto invadeva la mia angusta garetta, impedendomi il respiro. Mi pareva d’essere in un bagno a vapore, dal quale poi, quando il treno usciva dal tunnel, passavo a un tratto al bagno freddo della pioggia.
In un tunnel più lungo degli altri credetti di morire asfissiato. Il fumo caldo mi, avvolgeva tutto, avevo gli occhi che mi bruciavano per la polvere di carbone che entrava col fumo nella garetta e che mi accecava, e per quanto mi facessi coraggio sentivo che ormai le forze erano per abbandonarmi.
In quel momento l’animo mio fu vinto da quella cupa disperazione che in certe avventure provano anche gli eroi più valorosi come Robinson Crosuè, i Cacciatori di capigliature e tanti altri. Ormai per me (così mi pareva) la era finita e volendo che almeno rimanessero, come esempio, le ultime parole di un ragazzo infelice condannato a morire di soffocazione in un treno, nel fiore degli anni, scrissi nel giornalino con uno zolfino spento che avevo trovato nel sedile della garetta le parole:

Ma non potei finir la parola, perché in quel punto mi sentii un nodo alla gola e non capii più nulla.

Devo essermi svenuto di certo, e credo che, se non avessi avuto il ferro del freno tra le gambe che mi reggeva, sarei caduto giù dalla garetta e morto stritolato sotto il treno. Quando rientrai in me stesso, la pioggia gelata mi sferzava di nuovo la faccia e mi prese un freddo così acuto nelle ossa, che incominciai a battere i denti. Fortunatamente di lì a poco il treno si fermò, e sentii gridare il nome del paese al quale ero diretto. Io volli scendere alla svelta giù per la scaletta di ferro, ma mi tremavano le gambe, e all’ultimo scalino inciampai e caddi in ginocchio.

Subito mi vennero d’intorno due facchini e un impiegato, che mi raccolsero, e guardandomi con tanto d’occhi, mi domandarono come mai mi trovavo lassù sulla garetta. Io risposi che vi ero salito in quel momento, ma loro mi portarono nell’ufficio del capostazione, il quale mi messe dinanzi uno specchietto dicendomi: – Ah, ci sei salito ora, eh? E codesto muso da spazzacamino quando te lo sei fatto? – Io nel vedermi nello specchio rimasi senza fiato. Non mi riconoscevo più. La polvere di carbone, col fumo, durante il mio disastroso viaggio, mi era penetrata nella pelle della faccia alterando i miei connotati per modo che parevo un vero e proprio abissino. Non dico niente poi degli abiti, ridotti addirittura a brandelli, e sporchi anch’essi come la faccia. Fui costretto a dire da dove venivo e dove andavo. – Ah! – disse il capostazione. – Vai dalla signora Bettina Stoppani? Allora pagherà lei per te. – E disse all’impiegato: – Faccia un verbale di contravvenzione computandogli tre biglietti di terza classe e la trasgressione per aver viaggiato in una garetta riservata al personale! – Io avrei voluto rispondere che questa era una ladroneria bella e buona. Come! Mentre le ferrovie avrebbero dovuto per giustizia rifare un tanto a me che mi ero adattato a viaggiare peggio delle bestie, che almeno viaggiano al coperto, mi si faceva invece pagare per tre? Ma siccome mi sentivo male, mi contentai di dire: – Almeno, giacché il viaggiare nelle garette costa così caro, procurino che ci siano i finestrini col vetro! – Non l’avessi mai detto! Il capostazione mandò subito un facchino a verificare la garetta dove avevo viaggiato e, saputo che non c’era il vetro, mi fece aumentare la contravvenzione di ottanta centesimi come se l’avessi rotto io! Mi accorsi una volta di più che il mio babbo aveva ragione a dir corna del servizio ferroviario, e non dissi altro per paura che mi avessero a mettere nel conto anche il ritardo del treno, e magari qualche guasto della locomotiva.

Così, accompagnato dall’impiegato, mi avviai verso la villa Elisabetta, e non vi so dire come rimase la zia Bettina quando si vide capitar dinanzi uno straccione così sudicio com’ero io e, peggio ancora, un conto da pagare di sedici lire e venti, e più la mancia all’impiegato che glielo portava! – Che è accaduto, mio Dio?… – ha gridato appena ha potuto capire dalla voce che ero io. – Senti, zia Bettina, – le ho detto – a te, lo sai, dico sempre la verità… – Bravo! Dimmi dunque… – Ecco: sono scappato di casa. – Scappato di casa? Come! Hai abbandonato il tuo babbo, la tua mamma, le tue sor… – Ma si è interrotta all’improvviso, come se le fosse venuto male. Certo si ricordava in quel momento che le mie sorelle non l’avevano voluta alla festa. – È naturale! – ha soggiunto. – Quelle ragazze farebbero perder la pazienza a un Santo!… Vieni in casa, figliolo mio, a lavarti, che mi sembri un bracino; poi mi racconterai tutto… – Intanto io guardavo Bianchino, il vecchio Barboncino che è così caro alla zia Bettina, e alla finestra della villa il vaso di dittamo al quale ella è così pure affezionata. Nulla è cambiato dall’ultima volta che ci venni, e mi pare di non essermi mai mosso di qui.

Quando mi fui lavato, la zia Bettina si accorse che avevo un po’ di febbre e mi mise a letto, benché io tentassi di persuaderla che era tutta questione d’appetito. La zia Bettina mi fece alcuni rimproveri a mezza bocca, ma in fondo mi disse che stessi pur tranquillo, che da lei non correvo nessun pericolo; e io fui così commosso dalla sua bontà, che volli farle assaggiare un pezzetto di torrone che avevo in tasca dei calzoni, e la pregai di prenderlo, ché così ne avrei mangiato un po’ anch’io. Difatti la zia Bettina fece per metter la mano in tasca, ma non fu capace di aprirla. – Ma qui c’è la colla! – disse. Che era successo? Il torrone, col calore del fumo rinserratosi nella garetta, si era tutto strutto e aveva appiccicato la tasca dei calzoni per modo che non era più possibile di aprirla. Basta: la zia mi fece compagnia, finché, alla fine, la stanchezza non mi fece prender sonno… e da allora mi sono svegliato in questo momento, e il primo mio pensiero è stato per te, giornalino mio, che mi hai seguito sempre, mio fido compagno, a traverso a tanti dispiaceri, a tante avventure e a tanti pericoli…


Stamani la zia Bettina s’è molto inquietata con me per uno scherzo innocente che, in fin dei conti, era stato ideato con l’intenzione di farle piacere.

Ho già detto che la zia è molto affezionata a una pianta di dittamo che tiene sulla finestra di camera sua, a pianterreno, e che annaffia tutte le mattine appena si alza. Basta dire che ci discorre perfino insieme e gli dice: – Eccomi, bello mio, ora ti do’ da bere! Bravo, mio caro, come sei cresciuto! – È una sua mania, e si sa che tutti i vecchi ne hanno qualcuna.
Essendomi dunque alzato prima di lei, stamattina, sono uscito di casa, e guardando la pianta di dittamo m’è venuta l’idea di farla crescere artificialmente per far piacere alla zia Bettina che ci ha tanta passione.
Lesto lesto, ho preso il vaso e l’ho vuotato. Poi al fusto della pianta di dittamo ho aggiunto, legandovelo bene bene con un pezzo di spago, un bastoncino dritto, sottile ma resistente, che ho ficcato nel vaso vuoto, facendolo passare a traverso quel foro che è nel fondo di tutti i vasi da fiori, per farci scolar l’acqua quando si annaffiano.
Fatto questo, ho riempito il vaso con la terra che vi avevo levata, in modo che la pianta non pareva fosse stata minimamente toccata; e ho rimesso il vaso al suo posto, sul terrazzino della finestra, il cui fondo è di tante assicelle di legno, facendo passare fra l’una e l’altra di esse il bastoncino che veniva giù dal foro del vaso e che io tenevo in mano, aspettando il momento di agire.
Dopo neanche cinque minuti, eccoti la zia Bettina che apre la finestra di camera, e incomincia la sua scena patetica col dittamo: – Oh, mio caro, come stai? Oh, poveretto, guarda un po’: hai una fogliolina rotta… sarà stato qualche gatto… qualche bestiaccia… – Io me ne stavo lì sotto, fermo, e non ne potevo più dal ridere. – Aspetta, aspetta! – seguitò a dire la zia Bettina. – Ora piglio le forbicine e ti levo la fogliolina troncata, se no secca,… e ti fa male alla salute, sai, carino!… – Ed è andata a prendere le forbicine. Io allora ho spinto un po’ in su il bastoncino.
– Eccomi, bello mio! – ha detto la zia Bettina tornando alla finestra. – Eccomi, caro!.. – Ma ha cambiato a un tratto il tono alla voce ed ha esclamato: – Non sai che t’ho da dire? Che tu mi sembri cresciuto!… – Io scoppiavo dal ridere, ma mi trattenevo, mentre la zia seguitava a nettare il suo dittamo con le forbicine e a discorrere:
– Ma sì, che sei cresciuto… E sai che cos’è che ti fa crescere? È l’acqua fresca e limpida che ti do’ tutte le mattine… Ora, ora… bello mio, te ne dò dell’altra, così crescerai di più… – Ed è andata a pigliar l’acqua. Io intanto ho spinto in su il bastoncino, e questa volta l’ho spinto parecchio, in modo che la pianticella doveva parere un alberello addirittura. A questo punto ho sentito un urlo e un tonfo. – Uh, il mio dittamo!… – E la zia, per la sorpresa e lo spavento di veder crescere la sua cara pianta a quel modo, proprio a vista d’occhio, s’era lasciata cascar di mano la brocca dell’acqua che era andata in mille bricioli. Poi sentii che borbottava queste parole: – Ma questo è un miracolo! Ferdinando mio, Ferdinando adorato, che forse il tuo spirito è in questa cara pianta che mi regalasti o desti per la mia festa? –

Io non capivo precisamente quel che voleva dire, ma sentivo che la sua voce tremava e, per farle più paura che mai, ho spinto in su più che potevo il bastoncino. Ma mentre la zia vedendo che il dittamo seguitava a crescere, continuava a urlare: Ah! Oh! Oh! Uh!, il bastoncino ha trovato un intoppo nella terra del vaso, e siccome io lo spingevo con forza per vincere il contrasto, è successo che il vaso si è rovesciato fuor della finestra, ed è caduto rompendosi a’ miei piedi. Allora ho alzato gli occhi e ho visto la zia affacciata, con un viso che faceva paura. – Ah, sei tu! – ha detto con voce stridula. Ed è sparita dalla finestra per riapparire subito sulla porta, armata di un bastone.

Io, naturalmente, me la son data a gambe per il podere, e poi son salito sopra un fico dove ho fatto una grande spanciata di fichi verdini, che credevo di scoppiare – Quando son ritornato alla villa, ho visto sulla solita finestra un vaso nuovo con la pianta di dittamo e ho pensato che la zia, avendo rimediato al mal fatto, si fosse calmata. L’ho trovata in salotto che discorreva con un facchino della stazione e appena mi ha visto, mi ha detto con aria molto sostenuta mostrandomi due telegrammi: – Ecco qui due dispacci di vostro padre. Uno di iersera che non ha avuto corso perché la stazione era chiusa, e uno di stamani. Vostro padre è disperato non sapendo dove vi siete cacciato… Gli ho risposto che venga a prendervi col prossimo treno! –

Io, quando il facchino è andato via, ho tentato di rabbonirla, e le ho detto con la mia voce piagnucolosa che di solito fa un grande effetto perché ci si sente il ragazzo che è pentito: – Cara zia, le chiedo scusa di quel che ho fatto… – Ma lei ha risposto arrabbiata: – Vergognatevi! – Però – ho seguitato a dire con voce sempre più piagnucolosa – Io non sapevo che nel dittamo ci fosse lo spirito di quel signor Ferdinando che diceva lei… – A queste parole la zia Bettina si è cambiata a un tratto. È diventata rossa come il tacchino della contadina, e ha detto balbettando: – Zitto, zitto!… Mi prometti di non dir niente a nessuno di quel che è successo? – Sì, glielo prometto… – Ebbene, allora non ne parliamo più: e io cercherò di farti perdonare anche dal tuo babbo… – Il babbo arriverà certamente col treno delle tre, non essendovene altri né prima né dopo. E io sento una certa tremarella…


Sono qui, chiuso nel salotto da desinare, e sento di là nell’ingresso quella vociaccia stridula della zia Bettina che si sfoga contro di me con la moglie del contadino e ripete: – È un demonio! Finirà male! – E tutto questo perché? Per aver fatto il chiasso coi figliuoli del contadino, come fanno tutti i ragazzi di questo mondo, senza che nessuno ci trovi nulla da ridire. Ma siccome io ho la disgrazia d’avere tutti parenti che non voglion capire che i ragazzi hanno diritto di divertirsi anche loro, così mi tocca ora a star qui chiuso e sentirmi dire che finirò male ecc. ecc., mentre invece io volevo che la zia Bettina finisse col pigliarci gusto anche lei al serraglio di bestie feroci, che m’era riuscito così bene.

L’idea m’è venuta perché una volta il babbo mi portò a vedere quello di Numa Hava, e da allora ci ho sempre ripensato, perché il sentire nell’ora del pasto tutti quegli urli dei leoni, delle tigri e di tanti altri animali che girano in qua e in là nelle gabbie stronfiando e raspando è una cosa che fa grande impressione e non si dimentica tanto facilmente. E poi io ho sempre avuta molta passione per la storia naturale e a casa ho i Mammiferi illustrati del Figuier che li leggo sempre, guardando le figure che mi son divertito tante volte a ricopiare.

Ieri, dunque, nel venire qui alla villa avevo visto nella fattoria che confina col podere della zia due operai che tingevano le persiane della casa del fattore di verde e le porte della stalla accanto di rosso; sicché stamani, dopo il fatto della pianta di dìttamo, appena mi è venuto l’idea del serraglio, mi son subito ricordato dei pentolini di tinta degli operai, che avevo visto ieri alla fattoria, e ho detto fra me che avrebbero potuto far comodo, come difatti mi sono stati molto utili.
Prima di tutto mi son messo d’accordo con Angiolino, il figliuolo del contadino della zia, un ragazzo che ha quasi la mia età ma che non ha mai visto nulla nella sua vita, sicché mi sta sempre a sentire a bocca aperta e m’ubbidisce in tutto e per tutto. – Ti voglio far vedere qui sull’aia il serraglio di Numa Hava – gli ho detto. – Vedrai!
– Voglio vedere anch’io! – ha esclamato subito la Geppina che è la sua sorella minore. – Anch’io! – ha detto Pietrino, un bambino di due anni e mezzo che non sa ancora camminare e che si trascina per terra con le mani e con le ginocchia.

Lì nella casa del contadino non c’eran che questi tre ragazzi perché i loro genitori e i fratelli maggiori eran tutti nel campo a lavorare. – Va bene,… – ho detto. – Ma bisognerebbe, poter pigliare i pentolini delle tinte alla fattoria! – Questo è il momento buono, – ha detto Angiolino – perché è l’ora che i verniciatori vanno al paese a far colazione. – E siamo andati tutt’e due alla fattoria. Non c’era nessuno. Da una parte, a piè di una scala, c’eran due pentoli pieni di tinta a olio – in uno la tinta rossa e nell’altro la tinta verde; e c’era anche un bel pennellone grosso come il mio pugno. Angiolino ha preso un pentolo; io ho preso l’altro e il pennello, e via, siamo ritornati sull’aia di casa sua, dove Pietrino e la Geppina ci aspettavano ansiosi.

– Cominceremo dal fare il leone, – ho detto. A questo scopo avevo portato con me dalla villa, Bianchino, il vecchio can barbone della zia Bettina, al quale ella è così affezionata. Gli ho attaccato al collare una fune e l’ho legato alla stanga del carro da buoi che era sull’aia, e, dato di piglio al pennellone, ho incominciato a tingerlo tutto di rosso. – Veramente – ho detto a quei ragazzi perché avessero un’idea precisa dell’animale che volevo loro rappresentare – il leone è colore arancione, ma siccome manca il giallo noi lo faremo rosso, che in fondo viene a esser quasi lo stesso. –
In poco tempo Bianchino, interamente trasformato, non era più riconoscibile e, mentre esso si andava asciugando al sole, ho pensato a preparare un’altra belva. Poco distante da noi c’era una pecorella che pascolava; l’ho legata alla stanga del carro, accanto al cane, e ho detto:
– Questa la trasformeremo in una bellissima tigre. – E dopo aver mescolate in una catinella un po’ di tinta rossa e un po’ di tinta verde le ho dipinto sul dorso tante ciambelline in modo che pareva proprio una tigre del Bengala come quella che avevo visto da Numa Hava, meno che, per quanto le avessi tinto anche il muso, non aveva quell’espressione feroce che faceva una così bella impressione in quella vera.

A questo punto ho sentito un grugnito, e ho domandato ad Angiolino: – Che ci avete anche un maiale? – Sì: ma è un maialino piccolo: è qui nella stalla, guardi, sor Giannino. E ha tirato fuori, infatti, un porcellino grasso grasso, con la pelle color di rosa che era una bellezza. – Che se ne potrebbe fare? – ho domandato a me stesso. E Angiolino ha esclamato :
– Perché non ci fa un leofante? – Io mi son messo a ridere. – Vorrai dire un elefante! – gli ho risposto. – Ma sai che un elefante è grande come tutta questa casa? E poi con che gli si potrebbe far la proboscide? – A questa parola i figliuoli del contadino si son messi a ridere tutt’e tre e finalmente Angiolino ha domandato: – O che è ella, codesta cosa così buffa che ha detto lei, sor Giannino? – È, come un naso lungo lungo quasi quanto la stanga di questo carro e che serve all’elefante per pigliar la roba per alzare i pesi e per annaffiare i ragazzi quando gli fanno i dispetti. – Che brutta cosa è l’ignoranza! Quei villanacci di ragazzi non mi hanno voluto credere, e si son messi a ridere più che mai. Io intanto riflettevo per trovare il modo di utilizzare il maialino color di rosa che seguitava a grugnire come un disperato. Alla fine ho risoluto il problema e ho gridato: – Sapete che cosa farò? Io cambierò questo maialino in un coccodrillo! –

Sul carro c’era una copertaccia da cavallo. L’ho presa e l’ho fermata da un lato, legandola con una fune intorno alla pancia del maialino; poi, risollevando tutta la parte di coperta che avanzava strascicando di dietro, l’ho legata stretta stretta a uso salame, in modo che rappresentasse la lunga coda del coccodrillo. Fatto questo, ho tinto di verde tanto il maialino che la coperta, in modo che, a lavoro compiuto, l’illusione era perfetta.

Dopo aver legata anche questa belva alla stanga del carro da buoi, ho pensato di farne un’altra servendomi dell’asino che ho preso nella stalla e che, essendo di color grigio, si è prestato benissimo a far da zebra. Infatti è bastato che gli dipingessi sul corpo, sul muso e sulle gambe tante strisce, dopo aver mescolato daccapo il rosso col verde, per ottenere una zebra sorprendente, che ho legata con gli altri animali alla solita stanga. Infine, siccome per rallegrare la scena mancava la scimmia, con lo stesso colore ho tinto la faccia di Pietrino che appunto stava berciando e sgambettando come una bertuccia, e servendomi d’uno straccio strettamente legato gli ho anche fabbricato una splendida coda che ho assicurata alla cintola del marmocchio, sotto la sottanina. Poi, per rendere la cosa anche più naturale, ho pensato che il vedere la scimmia sopra un albero avrebbe fatto un bellissimo effetto e perciò, aiutato da Angiolino, ho messo Pietrino su un ramo dell’albero che è accanto all’aia, assicurandolo con una fune perché non cascasse. Così ho completato il mio serraglio e ho incominciato la spiegazione.

– Osservino, signori: questa bestia a quattro zampe con la groppa tutta rigata a strisce bige e nere è la Zebra, un curioso animale fatto come un cavallo ma che non è un cavallo, che morde e tira i calci come i ciuchi ma che non è un ciuco, e che vive nelle pianure dell’Africa cibandosi dei sedani enormi che nascono in quelle regioni, e scorrazzando qua e là a causa delle terribili mosche cavalline che in quei paesi caldi hanno le proporzioni dei nostri pipistrelli… – Accidempoli! – ha detto Angiolino. – O che può essere? – Può essere sicuro! – ho risposto io. Ma tu devi stare zitto, perché mentre si dà la spiegazione delle bestie feroci, è proibito al pubblico di interrompere perché è pericoloso. Quest’altra belva, che è qui accanto, è la Tigre del Bengala, che abita in Asia, in Affrica e in altri luoghi dove fa strage degli uomini e anche delle scimmie… – A questo punto della mia spiegazione Pietrino ha incominciato a piagnucolare di sull’albero e, voltandomi in su, ho visto che la fune con la quale l’avevamo legato al ramo s’era allentata ed egli stava sospeso con gli occhi fuor della testa per la paura. In quella posizione pareva proprio una scimmia vera quando sta attaccata agli alberi con la coda, e io ho approfittato subito della circostanza per richiamar l’attenzione del pubblico su questa nuova bestia del mio serraglio.
– Hanno udito, signori e signore? Al solo nome della tigre la Scimmia si è messa a stridere, e con ragione, perché essa è spesso vittima degli assalti di questo terribile animale ferino. La scimmia che loro osservano lassù sull’albero è una di quelle che si chiamano volgarmente bertucce e che vivono abitualmente in cima agli alberi delle foreste vergini, dove si nutrono di bucce di cocomero, di torsoli di cavolo e di tutto quel che si trova a portata delle loro mani. Questi curiosi e intelligenti animali hanno il brutto vizio di scimmiottare tutto quel che vedono fare agli altri, e questo è appunto il motivo per cui i naturalisti hanno messo loro il nome di scimmie… Bertuccia, fate una riverenza a questi signori!… –
Ma Pietrino non ha voluto saperne di far la riverenza, e ha seguitato a piagnucolare.
– Faresti meglio – gli ho detto – a soffiarti il naso… Ma intanto noi passeremo al Leone, a questo nobile e generoso animale che ben a ragione è chiamato il re di tutte le bestie perché col suo bel manto e la sua forza impone soggezione a tutti quanti, essendo capace di mangiarsi anche una mandra di bovi in un boccone… Esso è il carnivoro più carnivoro di tutti i carnivori, e quando ha fame non porta rispetto a nessuno, ma non è tanto feroce come altre belve che ammazzano la gente per puro divertimento; esso invece è un animale di cuore, e si racconta anche nei libri, che una volta, trovandosi egli a Firenze di passaggio, e avendo incontrato per la strada un piccolo bambino che si chiamava Orlanduccio e che si era perso, lo prese delicatamente per la giacchetta e lo riportò pari pari alla sua mamma che se non mori di paura e di consolazione fu un vero miracolo. –

Molte altre cose avrei potuto dire intorno al leone; ma siccome Pietrino seguitava a berciare sull’albero che pareva lo scannassero, mi sono affrettato a passare al Coccodrillo.

– Guardino, signori, questo terribile anfibio che può vivere tanto nell’acqua che nella terra e che abita sulle sponde del Nilo dove dà la caccia ai negri e ad altri animali facendoli sparire nell’enorme bocca come se fossero piccole pasticche di menta!… Esso si chiama coccodrillo perché ha il corpo ricoperto di grosse squame dure come le noci di cocco fresco che si vendono nei bar, e con le quali si difende dai morsi delle altre bestie feroci che si aggirano in quei paraggi… –
In così dire ho dato una buona dose di bacchettate sul groppone del maialino che ha incominciato a grugnire come un disperato, mentre il pubblico rideva a più non posso.
– La caccia al coccodrillo, signori e signore, è molto difficile appunto perché su quel groppone così duro le armi a punta come la sciabola e il coltello si spuntano, e le armi a fuoco sono inutili perché le palle rimbalzano e se ne vanno via. I coraggiosi cacciatori però hanno pensato un modo molto ingegnoso per pigliare i coccodrilli, servendosi di uno stile a due punte in mezzo al quale è legata una corda, che adoperano così… –
E perché quei due poveri ignoranti capissero qualcosa, ho preso un pezzo di legno, poi col temperino vi ho fatto le punte da tutt’e due le parti e vi ho legato uno spago nel mezzo; fatto questo, mi sono avvicinato al maialino, gli ho fatto aprir bocca e vi ho introdotto dentro arditamente il pezzo di legno, seguitando la mia spiegazione:
– Ecco qua; il cacciatore aspetta che il coccodrillo faccia uno sbadiglio, ciò che gli succede spesso, dovendo vivere sempre sulle sponde del Nilo dove anche una bestia finisce per annoiarsi; e allora ficca il suo dardo nell’enorme bocca dell’animale anfibio che naturalmente si affretta a richiuderla. Ma che cosa succede? Succede che chiudendo la bocca viene a infilarsi da sé stesso le due punte del dardo nelle due mascelle, come possono osservare lor signori… –
Infatti il maialino, richiudendo la bocca s’era bucato e mandava certi urli che arrivavano al cielo. In quel momento, voltandomi, ho visto il babbo e la mamma d’Angiolino, che venivano giù dal campo trafelati. Il contadino gridava: – Oh, il mi’ maialino!… – E la contadina sporgeva le braccia verso quel moccione di Pietrino che seguitava anche lui a piangere, e diceva: – Uh, povera la mi’ creatura!… –

È inutile. I contadini sono ignoranti, e perciò in tutte le cose si lasciano sempre trasportare all’esagerazione. A vederli correre affannati e fuor della grazia di Dio pareva che gli avessi ammazzato tutti i figliuoli e tutte le bestie, invece di cercare, come facevo io, di istruire que’ villani tentando di far entrare in que’ cervellacci duri, delle spiegazioni sulle cose che non avevano mai visto.

Ma sapendo quanto sia difficile di far entrar la ragione in quelle zucche, per non compromettermi ho sciolto alla svelta tutte le bestie feroci e, montato sul ciuco, gli ho dato un par di legnate, e via a precipizio su per la strada maestra, con Bianchino dietro, che abbaiava a più non posso. Dopo aver girato un pezzo, finalmente sono arrivato alla villa. La zia Bettina è corsa sulla porta, e vedendomi sul ciuco ha esclamato: – Ah, che hai fatto!… – Poi, vedendo Bianchino tutto tinto di rosso, ha dato un balzo indietro impaurita, come se fosse stato un leone davvero; ma l’ha riconosciuto subito e allora gli si è buttata addosso, tremando come una foglia e gemendo: – Uh, Bianchino mio, Bianchino caro! Come ti hanno ridotto, povero amor mio?… Ah! È stato di certo questo manigoldo!… – E si è rialzata tutta inviperita. Ma io ho fatto più presto di lei, e buttatomi giù dal ciuco, son corso in questa stanza e mi ci son chiuso. – Starai lì in prigione finché non viene a ripigliarti tuo padre! – ha detto la zia Bettina: e ha chiuso la porta di fuori, a chiave. Dopo poco ho sentito la contadina che è venuta a far rapporto di tutto quel che ho fatto sull’aia, s’intende esagerando ogni cosa. Ha detto che il maiale sputa sangue, che Pietrino è in uno stato da far pietà, ecc. Basti dire che mi si tiene responsabile anche di quel che non è successo, e infatti è la decima volta che quell’uggiosa ripete: – Ma ci pensa, lei, sora padrona, se il mi’ Pierino cascava giù dall’albero?… –
Lasciamola dire, bisogna compatire le persone ignoranti, perché loro non ci hanno colpa.

Tra pochi minuti arriverà il babbo e speriamo che egli saprà distinguere quel che è la verità…

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De rerum natura – Libro V – Parte 1

Chi può con mente possente comporre un canto
degno della maestà delle cose e di queste scoperte?
O chi vale con la parola tanto da poter foggiare
lodi che siano all’altezza dei meriti di colui
che ci lasciò tali doni, cercati ‹e› trovati dalla sua mente?
Nessuno, io credo, fra i nati da corpo mortale.
Infatti, se si deve parlare come richiede la conosciuta
maestà delle cose, un dio fu, un dio, o nobile Memmio,
colui che primo scoperse quella regola di vita
che ora è chiamata sapienza, e con la scienza
portò la vita da flutti così grandi e da così grandi tenebre
in tanta tranquillità e in tanto chiara luce.
Confronta, infatti, le divine scoperte che altri fecero in antico.
E in effetti si narra che Cerere le messi e Libero la bevanda
prodotta col succo della vite abbian fatto conoscere ai mortali;
eppure la vita avrebbe potuto durare senza queste cose,
come è fama che alcune genti vivano tuttora.
Ma vivere bene non si poteva senza mente pura;
quindi a maggior ragione ci appare un dio questi
per opera del quale anche ora, diffuse tra le grandi nazioni,
le dolci consolazioni della vita placano gli animi.
E se crederai che le gesta di Ercole siano superiori,
andrai molto più lontano dalla verità.
Quale danno, infatti, a noi ora potrebbero recare le grandi
fauci del leone nemeo e l’ispido cinghiale d’Arcadia?
E ancora, che potrebbero fare il toro di Creta e il flagello
di Lerna, l’idra cinta di un baluardo di velenosi serpenti?
Che mai, coi suoi tre petti, la forza del triplice Gerione
tanto danno farebbero a noi ‹gli uccelli› abitatori ‹del lago›
di Stinfalo e i cavalli del tracio Diomede che dalle froge
spiravano fuoco, presso le contrade bistonie e l’Ismaro?
E il guardiano delle auree fulgide mele delle Esperidi,
il feroce serpente, che torvo guatava, con l’immane corpo
avvolto intorno al tronco dell’albero, che danno alfine farebbe,
lì, presso il lido di Atlante e le severe distese del mare,
dove nessuno di noi si spinge, né alcun barbaro s’avventura?
E tutti gli altri mostri di questo genere che furono sterminati,
se non fossero stati vinti, in che, di grazia, nocerebbero vivi?
In nulla, io credo: a tal punto la terra tuttora
pullula di fiere a sazietà, ed è piena di trepido terrore,
per boschi e monti grandi e selve profonde;
luoghi che per lo più è in nostro potere evitare.
Ma, se non è purificato l’animo, in quali battaglie
e pericoli dobbiamo allora a malincuore inoltrarci!
Che acuti assilli di desiderio allora dilaniano
l’uomo angosciato e, insieme, che timori!
E la superbia, la sordida avarizia e l’insolenza?
Quali rovine producono! E il lusso e la pigrizia?
L’uomo, dunque, che ha soggiogato tutti questi mali
e li ha scacciati dall’animo coi detti, non con le armi,
non converrà stimarlo degno d’essere annoverato fra gli dèi?
Tanto più che bene e divinamente egli fu solito proferire
molti detti sugli stessi dèi immortali
e coi suoi detti rivelare tutta la natura.
Sull’orme sue io cammino e, mentre seguo
i suoi ragionamenti e con le mie parole insegno con che norma
tutte le cose siano state create, come debbano in essa permanere
e non possano spezzare le possenti leggi del tempo –
e così anzitutto si è trovato che la natura dell’animo
è in primo luogo generata e costituita di corpo che nasce,
ed è incapace di durare incolume per gran tratto di tempo,
e sono solo simulacri quelli che nei sogni sogliono ingannare
la mente, quando ci pare di vedere colui che la vita ha lasciato –
per quel che resta, ora l’ordine della dottrina mi ha condotto
a questo punto, che io devo spiegare come il mondo consista
di un corpo mortale e insieme ha avuto una nascita;
e in quali modi quel concorso di materia abbia costituito
le fondamenta di terra, cielo, mare, astri, sole
e del globo lunare; poi quali esseri viventi siano sorti
dalla terra, e quali non siano nati in alcun tempo;
e in che modo il genere umano abbia cominciato a usare
nei reciproci rapporti il vario linguaggio mediante i nomi
attribuiti alle cose; e in quali modi si sia insinuato negli animi
quel timore degli dèi, che su tutta la terra consacra e conserva
templi, laghi, boschi, altari e simulacri di dèi.
Inoltre spiegherò con quale forza la natura, che li governa,
volga i corsi del sole e i movimenti della luna;
perché non ci avvenga di credere che tra cielo e terra
questi percorrano liberi, spontaneamente, i corsi perenni
per favorire la crescita delle messi e degli esseri viventi,
né crediamo che girino secondo qualche disegno divino.
Difatti chi bene ha appreso che gli dèi conducono una vita serena,
se tuttavia frattanto si chiede stupito in che modo
ogni cosa possa svolgersi, specialmente fra quelle cose
che sopra il nostro capo si vedono nelle plaghe eteree,
nuovamente ricade nelle antiche superstizioni
e accetta padroni dispotici, e nella sua miseria
li crede onnipotenti, ignorando che cosa possa essere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto.
Del resto, perché non ti tratteniamo più a lungo
con promesse, contempla anzitutto i mari e le terre e il cielo:
la loro triplice natura, i loro tre corpi, o Memmio,
i tre aspetti tanto dissimili, le tre compagini così connesse,
li darà in preda alla rovina un solo giorno e, dopo essersi sostenuta
per molti anni, precipiterà l’immane macchina del mondo.
Né al mio pensiero sfugge quanto alla mente giunga nuova
e mirabile cosa la futura rovina del cielo e della terra,
e quanto sia per me difficile dimostrar questo con parole;
come accade se rechi alle orecchie una cosa prima inaudita,
ma non puoi sottoporla all’accertamento degli occhi,
né metterla fra le mani, per dove la via sicura della persuasione
più dritta porta al cuore umano e alla dimora della mente.
Ma tuttavia parlerò. Alle parole darà forse conferma
il fatto stesso, e per violento insorgere di terremoti
tutte le cose in poco tempo vedrai sconvolte.
Ma lontano da noi volga questo la fortuna reggitrice, e la ragione
piuttosto che il fatto stesso ci persuada che l’universo
può inabissarsi vinto, in un fragore di suono orrendo.
Ma, prima che m’accinga a proferire su questo tema
fatidiche parole, più santamente e con molto maggiore certezza
che la Pizia, la quale parla dal tripode e dal lauro di Febo,
molte consolazioni ti appresterò con dotte parole;
perché tu, inceppato dalla religione, non abbia per caso a credere
che le terre e il sole e il cielo, il mare, gli astri, la luna,
debbano durare eterni in virtù di un corpo divino,
e non giudichi perciò giusto che come i Giganti
paghino il fio per un immane delitto tutti quelli
che con la loro dottrina sconvolgono le mura del mondo
e vogliono estinguere in cielo il sole splendente,
marchiando con discorso mortale cose immortali;
mentre si tratta di cose che tanto distano dal nume divino,
tanto sono indegne d’essere annoverate fra gli dèi,
che le crederemmo piuttosto in grado di dare la nozione
di ciò che è remoto da moto e da senso vitale.
E infatti non si può credere che la natura dell’animo e il senno
si possano congiungere con un corpo qualsiasi;
come non può esistere nel cielo un albero, né nel mare salato
nuvole, né possono i pesci vivere nei campi,
né esserci sangue nel legno, né succo nei sassi.
È determinato e disposto dove ogni cosa cresca e abbia sede.
Così la natura dell’animo non può nascere sola,
senza il corpo, né esistere lontano dai nervi e dal sangue.
Se lo potesse, infatti, molto prima la stessa forza dell’animo
potrebbe essere nel capo o negli òmeri o in fondo ai talloni
e sarebbe solita nascere in qualsiasi parte, ma in fin dei conti
rimanere nello stesso uomo e nello stesso vaso.
Ora, poiché anche nel nostro corpo è fermamente determinato
e si vede disposto dove possano esistere e crescere
separatamente l’anima e l’animo, tanto più si deve negare
che possano durare fuori da tutto il corpo e dalla forma vivente,
nelle friabili zolle della terra o ‹nel› fuoco del sole
o nell’acqua o nelle alte plaghe dell’etere.
Questi dunque non sono dotati di senso divino,
giacché non possono essere vivificati da un’anima.
Questo parimenti non ti è possibile credere, che le sedi
sante degli dèi siano in alcuna parte del mondo.
Sottile, infatti, e di gran lunga remota dai nostri sensi, la natura
degli dèi è veduta appena dalla facoltà intellettiva dell’animo;
e poiché sfugge al contatto e all’urto delle mani,
non deve toccare niente che sia tangibile per noi.
Toccare infatti non può, ciò che non può essere esso stesso toccato.
Pertanto anche le loro sedi devono dalle nostre sedi
esser dissimili, sottili secondo i loro corpi.
Te lo proverò più tardi, con copioso discorso.
Dire, d’altro canto, che per amor degli uomini gli dèi
vollero apprestare la magnifica natura del mondo
e che perciò conviene lodare la loro opera lodevole
e crederla eterna e destinata a durare immortale;
e che non è giusto scuotere con alcuna violenza dalle fondamenta
ciò che da antico disegno degli dèi fu costruito per le genti umane
perché esistesse in perpetuo, o a parole oltraggiarlo
e sovvertirlo dal fondo alla sommità: immaginare queste cose
e aggiungerne altre di questo genere, o Memmio,
è follia. Che vantaggio infatti la nostra gratitudine
potrebbe arrecare ad esseri immortali e beati,
sì che intraprendano a fare qualcosa per cagion nostra?
O che novità poté dopo tanto allettare esseri che prima
se n’erano stati quieti, sì che volessero mutare la vita anteriore?
Difatti è evidente che di cose nuove deve godere chi ha danno
dalle antiche; ma in colui cui nulla di doloroso accadde
nel tempo andato, quando beatamente egli passava la vita,
in un tale essere che cosa poté accendere amore di novità?
O che male sarebbe stato per noi non essere creati?
Forse – ciò dovrei credere – la vita giaceva in tenebre e tristezza,
finché non albeggiò l’origine primigenia delle cose?
Infatti, chiunque è nato, è necessario che voglia restare
in vita, finché lo tratterrà il carezzevole piacere;
ma a colui che non gustò mai l’amore della vita,
né visse mai, che nuoce il non essere stato creato?
E poi, l’esemplare per la generazione delle cose e lo stesso
concetto dell’uomo donde furono primamente impressi negli dèi,
sì che sapessero e vedessero nella loro mente ciò che volevano fare?
O in che modo mai si conobbe il potere dei primi elementi
e che cosa questi potessero fare cambiando tra loro le disposizioni,
se la natura stessa non dette l’esempio della creazione?
E in verità tanto numerosi primi elementi delle cose, in molti modi,
da tempo infinito fino ad ora stimolati dagli urti
e tratti dal proprio peso, sono soliti muoversi e vagare
e in ogni modo congiungersi e provare tutto
quanto possano produrre aggregandosi tra loro,
che non meraviglia se caddero anche in tali disposizioni
e giunsero a tali movimenti quali son quelli
per cui ora il nostro universo rinnovandosi vive.
E quand’anche ignorassi quali siano i primi elementi delle cose,
questo tuttavia oserei affermare in base agli stessi fenomeni
del cielo e comprovare in forza di molte altre cose:
che la natura del mondo non è stata per nulla disposta
dal volere divino per noi: di così grande difetto essa è dotata.
In primo luogo, di quanto copre l’ampia distesa del cielo,
una grande parte è occupata da monti e selve
dominio di belve, la posseggono rupi e deserte paludi
e il mare che vastamente disgiunge le rive delle terre.
Inoltre, quasi due terzi il bruciante calore
e l’assiduo cadere del gelo li tolgono ai mortali.
Ciò che resta di terra coltivabile, la natura con la propria forza
lo coprirebbe tuttavia di rovi, se non le resistesse la forza dell’uomo,
per i bisogni della vita avvezzo a gemere sul robusto
bidente e a solcare la terra cacciandovi a fondo l’aratro.
Se, rivoltando col vomere le glebe feconde e domando
il suolo della terra, non le stimolassimo al nascere,
spontaneamente le piante non potrebbero sorgere nell’aria pura;
e nondimeno, talora, procurate con grande fatica,
quando già per i campi frondeggiano e tutte fioriscono,
o le brucia con eccessivi calori l’etereo sole
o le distruggono improvvise piogge e gelide brine,
e le devasta con violento turbine il soffiare dei venti.
E poi, la razza orrenda delle fiere, nemica
del genere umano, perché la natura in terra e in mare
la alimenta e la accresce? Perché le stagioni apportano
malattie? Perché la morte prematura s’aggira qua e là?
E inoltre, il bimbo, come un navigante gettato sulla riva
da onde furiose, giace a terra nudo, incapace di parlare,
bisognoso d’ogni aiuto per vivere, appena la natura lo fa uscire
con sforzi fuori dal ventre della madre alle rive della luce,
e riempie il luogo di un lugubre vagito, come è giusto
per uno che nella vita dovrà passare per tanti mali.
Ma crescono i vari animali domestici, gli armenti e le fiere,
né c’è bisogno di sonaglini, per nessuno occorre
la carezzevole e balbettante voce dell’amorevole nutrice,
né essi richiedono vesti diverse secondo le stagioni;
infine, non hanno bisogno di armi, né di alte mura,
per proteggere i propri averi, giacché per tutti tutto
largamente producono la terra stessa e la natura artefice.
Innanzitutto, poiché il corpo della terra e l’acqua
e i lievi soffi dei venti e i caldi vapori,
dei quali si vede consistere questo universo,
tutti constano d’un corpo che nasce e che muore,
d’uguale corpo si deve credere consti tutta la natura del mondo.
E infatti le cose, le cui parti e membra vediamo
essere di corpo che nasce e di forme mortali,
ci appaiono esse stesse costantemente mortali
e insieme soggette alla nascita. Perciò, quando vedo le membra
grandissime e parti del mondo consumarsi e rinascere,
concludo che anche il cielo e la terra ebbero parimenti
qualche tempo primordiale e subiranno distruzione.
A tale proposito, perché tu non creda che io abbia a mio pro carpito
l’ammissione di quel punto, quando ho asserito che la terra e il fuoco
sono mortali, e non ho esitato ad affermare che l’acqua e l’aria
periscono, e dissi che questi stessi nascono e crescono di nuovo,
in primo luogo, alquanta parte della terra, bruciata
continuamente dal sole, battuta dagli urti di molti piedi,
esala una nuvola di polvere e nubi volanti,
che i venti possenti sparpagliano per tutta l’aria.
E ancora, una parte delle zolle è trascinata dalle piogge
nell’inondazione, e i fiumi, radendo le rive, le corrodono.
Inoltre, ogni corpo che la terra alimenta e accresce, le è restituito
per la parte che esso ha ricevuta; e poiché certo essa appare
madre di tutto e insieme comune sepolcro delle cose, vedi
dunque che la terra subisce riduzione e, aumentata, ricresce.
Per il resto, che di nuovo liquido il mare, i fiumi, le fonti
sempre abbondino e che le acque scaturiscano perenni,
non c’è bisogno di dirlo: il loro grande scorrere da ogni parte
lo manifesta. Ma l’acqua che di volta in volta è prima, si perde,
e così avviene che nell’insieme il liquido non trabocchi mai,
in parte perché lo diminuiscono i venti possenti
spazzando il mare, e l’etereo sole dissolvendolo coi raggi,
in parte perché nelle profondità terrestri si spande ovunque:
vien filtrata infatti la salsedine, e l’elemento liquido
rifluisce indietro e s’aduna tutto alla sorgente dei fiumi
e di lì sgorga sulle terre con dolce corrente, là dove la via
una volta aperta ha fatto discendere le onde con liquido piede.
Ora dunque parlerò dell’aria, che in tutto il suo corpo
si muta innumerabilmente d’ora in ora.
Sempre infatti ciò che fluisce dalle cose, è trasportato tutto
nel gran mare dell’aria; e, se questa a sua volta non restituisse
elementi alle cose e non le reintegrasse di ciò che ne fluisce,
tutto sarebbe ormai dissolto e convertito in aria.
Dunque non cessa questa d’esser generata dalle cose e di risolversi
nelle cose, poiché è certo che tutto continuamente fluisce.
Così l’abbondante fonte di limpida luce, l’etereo sole,
perennemente inonda il cielo di fulgore sempre nuovo
e sùbito rifornisce la luce con luce nuova.
Ché ogni sua prima emanazione di fulgore perisce,
dovunque cada. E ciò puoi apprenderlo da questo,
che appena le nubi cominciano a passare sotto il sole
e a troncare, per così dire, a mezzo i raggi della luce,
d’un tratto la parte inferiore di questi perisce tutta
e la terra si vela d’ombra dovunque si portano i nembi;
sì che puoi conoscere che di nuovo splendore sempre le cose han bisogno
e che le emanazioni di fulgore periscono man mano che si producono,
né altrimenti le cose potrebbero essere vedute nella luce del sole,
se la stessa sorgente della luce non la fornisse perpetuamente.
E inoltre, vedi, i lumi notturni che sono sulla terra,
lampade appese e torce splendenti di lampeggianti baleni,
grasse di molta caligine, in simile modo s’affrettano
a fornire, mediante la loro fiamma, nuova luce,
e insistono nel tremolare dei fuochi, insistono, né la luce,
troncata, per così dire, a mezzo, lascia i luoghi d’intorno.
Tanto in fretta il suo estinguersi è celato
col celere scaturire di nuova fiamma da tutti i fuochi.
Così, dunque, il sole, la luna e le stelle è da credere
che spandano la luce con successive emanazioni
e che perdano sempre ogni fiamma che via via spunta;
che non ti avvenga di supporli dotati d’inviolabile vigore.
Ancora, non vedi che anche le pietre sono vinte dal tempo,
che le alte torri cadono in rovina e le rocce si sgretolano,
che i templi e le statue degli dèi rovinati si fendono,
e il santo nume non può differire i termini del fato,
né lottare contro le leggi della natura?
E ancora, non vediamo i monumenti degli eroi crollati
chiedere se tu credi che essi a loro volta invecchiano?
Non vediamo precipitare rupi divelte dagli alti monti,
incapaci di resistere e di sopportare le possenti forze di un tempo
sia pure limitato? Né infatti cadrebbero divelte d’un tratto,
se da tempo infinito avessero continuato a sopportare
tutti gli attacchi dell’età senza esserne spezzate.
Inoltre, contempla ora questo cielo che d’intorno e di sopra
cinge col suo abbraccio tutta la terra: se procrea da sé
tutte le cose, come alcuni dicono, e le accoglie dissolte,
tutto di corpo soggetto a nascita e a morte esso consta.
Infatti tutto ciò che di sé accresce e alimenta altre cose,
deve decrescere, e reintegrarsi quando riprende ciò che ha dato.
Oltre a ciò, se non ci fu un’origine primigenia
della terra e del cielo, e sempre essi esistettero eterni,
perché di là dalla guerra tebana e dalle rovine di Troia
non cantarono altri poeti anche altri eventi?
Dove mai tante gesta di eroi tante volte svanirono e perché non fioriscono
in alcun luogo, impresse negli eterni monumenti della fama?
Vero è, a parer mio, che tutto il nostro mondo è nella sua giovinezza,
e recente è la natura del cielo, né da molto tempo ebbe inizio.
Perciò alcune arti ancor oggi si raffinano, oggi ancora
progrediscono; oggi sono stati aggiunti alle navi
molti attrezzi; poc’anzi i musicisti hanno creato melodiosi suoni.
Infine, questo sistema della natura è stato scoperto
di recente, e primo fra tutti io stesso mi trovo
ora in grado di tradurlo nella lingua dei padri.
E se per caso credi che tutte le cose siano esistite identiche già in passato,
ma le generazioni degli uomini siano perite in avvampante fuoco,
o le città sian crollate in un grande sconvolgimento del mondo,
o a causa di piogge assidue fiumi rapinosi siano straripati
su per le terre e abbiano sommerso le città,
tanto più è inevitabile che tu, vinto, ammetta
che alla rovina soccomberanno anche la terra e il cielo:
infatti, quando le cose subivano l’assalto di tali flagelli e di tali pericoli,
se una forza più nociva si fosse in quel punto abbattuta su di loro,
per vasto spazio sarebbero precipitate in disastro e grandi rovine.
Né in altra maniera noi ci accorgiamo di essere mortali,
se non perché a vicenda siamo preda delle stesse malattie
di cui soffrirono coloro che la natura allontanò dalla vita.
Inoltre, tutte le cose che permangono eterne è necessario
o che respingano gli urti perché hanno corpo solido
e non si lascino penetrare da qualcosa che possa dissociare
nell’interno le parti strettamente unite, quali sono i corpi
della materia, di cui prima abbiamo rivelato la natura,
oppure che possano durare per ogni tempo per questo,
perché sono esenti da colpi, come è il vuoto,
che rimane intatto e non subisce il minimo urto,
o anche perché intorno non si trova tratto di spazio
ove, in qualche modo, le cose possano sperdersi e dissolversi:
così è eterna la somma delle somme, fuori della quale
non c’è luogo ove le cose saltino in pezzi, né ci son corpi
che possano cadere su di esse e con forte colpo dissolverle.
Ma, come ho insegnato, la natura del mondo non è dotata
di corpo solido, poiché dentro le cose è misto il vuoto,
né tuttavia esso è come il vuoto, né d’altronde mancano corpi
che, dall’infinito per caso irrompendo in folla, possano
far precipitare questo insieme di cose con violento turbine
o introdurvi qualche altro disastroso pericolo,
e inoltre non difettano il vuoto e le profondità dello spazio,
dove le mura del mondo possano disperdersi,
oppure possono perire colpite da qualsiasi altra forza.
Dunque la porta della morte non è chiusa al cielo,
né al sole, né alla terra, né alle acque profonde del mare,
ma sta spalancata e li aspetta con immane e vasta voragine.
Perciò devi anche ammettere che queste stesse cose hanno avuto
una nascita; e infatti cose che sono di corpo mortale
non avrebbero potuto da tempo infinito fino ad ora
disprezzare le possenti forze di un’età immensa.
Infine, poiché tanto lottano tra loro le grandissime
membra del mondo, sfrenate in empia guerra,
non vedi che alla loro lunga contesa può essere posto
qualche termine? Così, quando il sole e ogni fuoco,
assorbiti tutti gli umori, avranno preso il sopravvento:
a far ciò tendono, ma finora i tentativi non hanno avuto effetto:
tanto rifornimento danno i fiumi, e per di più minacciano
d’inondare ogni cosa riversandosi dai profondi gorghi del mare,
ma invano: poiché i venti, spazzando le acque, e l’etereo sole,
dissolvendole coi raggi, ne diminuiscono il volume,
e confidano di poter prosciugare ogni cosa prima che le onde
possano raggiungere il termine della loro impresa.
Da tanto spirito guerresco infiammati, con uguale esito
lottano per decidere di grandi cose ‹fra loro›,
e intanto il fuoco ebbe una volta il sopravvento,
e una volta, come si racconta, l’acqua regnò sui campi.
Il fuoco infatti sormontò e, raggiungendo molte cose, le bruciò,
quando la rapace forza dei cavalli del sole, uscendo di strada,
trascinò Fetonte attraverso tutto l’etere e su tutte le terre.
Ma il padre onnipotente, stimolato allora da un’ira violenta,
con un repentino colpo di fulmine gettò l’animoso Fetonte
giù dai cavalli sulla terra, e il Sole, andandogli incontro
mentre cadeva, raccolse l’eterna lampada del mondo
e ritrasse i cavalli sbandati e li aggiogò che ancora tremavano;
poi, guidandoli per la loro strada, ristorò tutte le cose.
Così invero cantarono gli antichi poeti di Grecia.
Ma questo si discosta troppo dalla verità.
Il fuoco infatti può sormontare quando più numerosi corpi
della sua materia hanno fatto in folla irruzione dall’infinito;
poi cadono le sue forze, sopraffatte da qualche causa,
oppure le cose periscono bruciate dai soffi cocenti.
Anche l’acqua un tempo, insorta, cominciò a sormontare,
come è fama, quando sommerse molti uomini sotto le onde.
Poi, quando venne meno, respinta da qualche causa,
la sua forza, quanta dall’infinito aveva fatto irruzione,
si fermarono le piogge e i fiumi scemarono la loro violenza.
Ma ora esporrò con ordine in quali modi quell’ammasso
di materia abbia costituito le fondamenta della terra e del cielo
e delle profondità marine, i corsi del sole e della luna.
Ché certo non secondo un deliberato proposito i primi elementi
delle cose si collocarono ciascuno al suo posto con mente sagace,
né in verità pattuirono quali moti dovesse produrre ciascuno,
ma, poiché molti primi elementi delle cose, in molti modi,
da tempo infinito fino ad ora stimolati dagli urti
e tratti dal proprio peso, sono soliti muoversi e vagare
e in ogni modo congiungersi e provare tutto
quanto possano produrre aggregandosi tra loro,
per questo avviene che, dopo aver vagato per gran tempo,
sperimentando ogni genere di aggregazioni e di moti,
alfine si incontrano quelli che, messi insieme d’un tratto,
diventano spesso inizi di grandi cose,
della terra, del mare e del cielo e delle specie viventi.
In tale situazione, non si poteva allora vedere il disco
del sole, volante nell’alto con la sua luce copiosa, né gli astri
del vasto firmamento, né mare, né cielo, e neppure terra, né aria,
né alcuna cosa simile alle nostre cose si poteva scorgere,
ma una specie di tempesta sorta di recente e un ammasso
composto di atomi d’ogni genere, la cui discordia perturbava
gl’intervalli, le vie, le connessioni, i pesi, gli urti,
gl’incontri, i movimenti, in un arder di battaglie,
perché, per le forme dissimili e le varie figure,
non potevano tutti così rimanere congiunti,
né produrre tra loro movimenti concordanti.
Indi parti diverse cominciarono a fuggire in varie direzioni,
e le cose simili a congiungersi con le simili, e segnare
i confini del mondo e dividerne le membra e disporre
le grandi parti, cioè distinguere dalle terre l’alto cielo,
e far sì che in disparte con distinte acque si stendesse il mare,
in disparte anche i fuochi dell’etere puri e distinti.
E, invero, dapprincipio i vari corpi di terra,
poiché erano pesanti e aggrovigliati, s’adunavano
nel mezzo e occupavano tutti le regioni più basse;
e, quanto più aggrovigliati tra loro s’adunavano,
tanto più spremevano fuori i corpi che dovevano produrre
il mare, gli astri, il sole e la luna e le mura del vasto mondo.
Tutti questi in effetti sono di semi più lisci
e più rotondi e di elementi molto più piccoli
che la terra. Così, erompendo, per i fori della terra porosa,
dalle parti di questa, primo si levò in alto l’etere
infuocato e, leggero, trasse su con sé molti fuochi,
non molto diversamente da quel che spesso vediamo,
quando l’aurea luce mattutina del sole raggiante
comincia a rosseggiare fra le erbe ingemmate di rugiada
ed esalano nebbia i laghi e i fiumi perenni,
e anche come la terra stessa si vede talora fumare;
e, quando tutte queste esalazioni, movendo verso l’alto, si aggregano,
lassù condensatesi diventano nuvole che col loro intreccio oscurano il cielo.
Così, dunque, allora l’etere leggero ed espansibile,
condensatosi e avvoltosi intorno, s’incurvò da ogni parte
e, ampiamente espanso da ogni parte in tutte le direzioni,
così circondò tutte le altre cose con avido abbraccio.
A questo tennero dietro gl’inizi del sole e della luna,
i cui globi si volgono nell’aria fra etere e terra:
né la terra li accolse in sé, né l’etere grandissimo, poiché non erano
tanto pesanti da cadere in basso e posarsi sul fondo,
né leggeri sì da potere scivolare per le plaghe più alte;
e tuttavia sono fra l’una e l’altro in tal modo che fanno girare
i loro corpi vivi ed esistono come parti di tutto il mondo:
come in noi certe membra possono restare immobili,
mentre ve ne sono altre che frattanto si muovono.
Ritiratesi, quindi, queste cose, d’un tratto la terra,
là dove ora la zona cerula del mare si stende amplissima,
sprofondò, e inondò di salati gorghi gli avvallamenti.
E di giorno in giorno, quanto più le vampe dell’etere
d’intorno e i raggi del sole serravano da ogni parte la terra
in spazio ristretto con colpi frequenti sugli estremi bordi,
sì che, compressa, si condensava e s’adunava al centro,
tanto più il salso sudore, spremuto fuori dal suo corpo,
scorrendo accresceva il mare e le distese fluttuanti,
e tanto più, guizzando fuori, volavano quei numerosi
corpi di calore e d’aria e addensavano lontano
dalla terra le alte e fulgide regioni del cielo.
Si abbassavano le pianure, ai monti elevati cresceva
l’altezza; e infatti le rocce non potevano abbassarsi,
né tutte le parti insieme ugualmente cader giù.
Così, dunque, il peso della terra col corpo condensato
si fissò, e tutto il limo, per così dire, del mondo confluì
pesante verso il basso e si posò nel fondo come feccia;
poi il mare, poi l’aria, poi lo stesso etere infuocato
coi loro corpi liquidi, tutti restarono puri,
e l’uno più leggero dell’altro; e l’etere, il più liquido
e il più leggero, scorre sopra i soffi dell’aria,
né mischia il suo liquido corpo con gli sconvolgenti
soffi dell’aria; lascia che tutte le cose quaggiù siano sossopra
per violenti turbini, lascia che s’agitino per mutevoli procelle,
mentre trasporta i suoi fuochi scorrendo con slancio immutato.
Infatti, che l’etere possa fluire con calma e con moto uniforme,
lo mostra il Ponto, il mare che fluisce con corrente immutata,
conservando sempre uguale l’andamento del suo scorrere.
Ora cantiamo quale sia la causa dei movimenti degli astri.
Anzitutto, se la grande sfera del cielo gira intorno,
dobbiamo dire che l’aria preme sui poli alle due estremità dell’asse
e la tiene a posto dall’esterno e la chiude da ambo i lati;
altra aria, poi, fluisce al di sopra e tende alla stessa meta
verso cui girano brillando gli astri dell’eterno mondo;
o altra aria fluisce di sotto e trascina la sfera in senso opposto,
come vediamo i fiumi far girare ruote e secchie.
Può anche darsi che tutto il cielo resti immoto,
mentre frattanto i lucidi astri sono in movimento,
o perché vi sono rinchiuse le rapide correnti dell’etere
e, cercando una via, s’aggirano tutt’intorno
e così volgono i fuochi qua e là per le notturne volte del cielo;
o un’aria, che fluisce da un altro luogo qualsiasi al di fuori,
trascina e fa girare i fuochi; o possono essi stessi scivolare
dove il cibo d’ognuno li chiama e invita mentre procedono,
pascendo qua e là per il cielo i loro corpi di fuoco.
Infatti è difficile dare per certo quale di tali cause operi
in questo mondo; ma che cosa possa avvenire e avvenga
per tutto l’universo nei vari mondi in vario modo creati,
questo io insegno, e proseguo a esporre diverse cause
che possono produrre i movimenti degli astri per l’universo;
fra esse tuttavia una sola dev’essere anche in questo mondo
la causa che dà vita al movimento delle stelle; ma spiegare quale
di esse sia, non è affatto proprio di chi avanza passo passo.
E perché la terra resti ferma nel mezzo del mondo,
bisogna che il peso svanisca a poco a poco e decresca,
e che di sotto essa abbia un’altra natura,
dall’inizio dell’esistenza congiunta e strettamente unita
con le parti aeree del mondo in cui è incorporata e vive.
Perciò non è di peso all’aria, né la preme giù;
come su ogni uomo non gravano le sue membra,
né la testa è di peso al collo, e, infine, non sentiamo
che tutto il peso del corpo poggia sui piedi;
mentre tutti i pesi che vengono dall’esterno e ci sono imposti,
ci molestano, quantunque sovente di gran lunga minori.
Di così grande importanza è quale potere abbia ciascuna cosa.
Così dunque la terra non s’aggiunse d’improvviso
come estranea, né da un altro luogo fu gettata su aria estranea,
ma insieme fu concepita sin dalla prima origine del mondo
e come parte determinata d’esso, quali si vedono in noi le membra.
Inoltre, scossa d’un tratto da un gran tuono,
la terra col suo moto scuote tutto quanto le sta sopra;
ciò non potrebbe essa fare in alcun modo, se non fosse
connessa con le parti aeree del mondo e col cielo.
In effetti mediante comuni radici aderiscono tra loro,
dall’inizio dell’esistenza congiunti e strettamente uniti.
Non vedi anche come il nostro corpo è sostenuto,
benché molto pesante, dalla sottilissima forza dell’anima,
perché essa gli è tanto congiunta e strettamente unita?
E infine, che cosa può sollevare il corpo con agile balzo,
se non la forza dell’anima che governa le membra?
Non vedi oramai quanto possa essere grande la forza
d’una natura sottile, quando è unita a un corpo pesante,
come l’aria è unita alla terra e la forza dell’animo a noi?
Né la ruota del sole può essere molto maggiore,
né il suo calore molto minore di quel che appare ai nostri sensi.
Giacché, da qualsiasi distanza possano i fuochi lanciarci
la luce e soffiare sulle membra l’ardente calore,
nulla la distanza toglie al corpo delle fiamme
per il suo intervallo, per nulla il fuoco è ristretto alla vista.
Quindi, poiché il calore del sole e la luce ch’esso spande
arrivano ai nostri sensi e i luoghi ne rifulgono, anche la forma
e la grandezza del sole devono esser viste di qui
quali sono davvero, sì che nulla puoi aggiungervi o toglierne.
E la luna, sia che viaggi illuminando i luoghi con luce estranea,
sia che emetta sua luce dal proprio corpo,
viaggia comunque con una forma per nulla maggiore
di quella con cui ci appare quando la vedono i nostri occhi.
Infatti tutte le cose che scorgiamo a grande distanza,
attraverso molta aria, si vedon confuse all’aspetto
prima che ne sembri diminuita la grandezza. Pertanto la luna,
giacché presenta chiaro aspetto e netta forma, dev’esser vista
da noi, di quaggiù, nell’alto così come essa è delineata
dagli estremi contorni e grande quanto lo è davvero.
Infine tutti i fuochi del cielo che vedi di quaggiù:
poiché tutti ‹i fuochi› che scorgiamo sulla terra,
finché il loro scintillìo ‹è› chiaro, finché la loro fiamma è scorta,
solo un tantino si vedono talora mutare in più o in meno
la loro grandezza, a seconda della distanza,
si può concludere che di pochissimo possono essere minori
di come ci appaiono o d’un’esigua e breve parte maggiori.
Neppure di questo ci si deve stupire, come il sole,
pur così piccolo, possa emettere tanta luce da riempire
dei suoi raggi i mari e tutte le terre e il cielo,
e inondare del suo ardente calore tutte le cose.
Può darsi infatti che in tutto il mondo s’apra di qui l’unica fonte
che faccia scaturire con flusso abbondante e prorompere la luce,
perché da ogni parte del mondo in tal modo gli elementi ignei
si raccolgono e in tal modo il loro ammasso
confluisce che l’ardore sgorga qui da un’unica sorgente.
Non vedi anche quanto ampiamente una piccola fonte
d’acqua talora inondi i prati e trabocchi sulla pianura?
Può anche essere che dal fuoco del sole, benché non grande,
una vampa invada l’aria col suo fervere ardente,
se per caso l’aria è così convenientemente acconcia
da potersi accendere colpita da vampe leggere;
come talora da una sola scintilla vediamo piombare
su messi e stoppie un incendio diffuso.
O forse il sole, che con rosea fiaccola splende nell’alto,
ha intorno a sé molto fuoco che ferve invisibile,
che non è indicato da alcun fulgore,
sì che, carico di calore, accresce solo la violenza dei raggi.
Né si dà un’unica e immediata possibilità di spiegare
in che modo il sole s’avvicini dalle regioni estive
al tropico invernale del Capricorno, e come, ritornando
di là, si volga alla meta solstiziale del Cancro,
e come si veda la luna percorrere tutti i mesi lo spazio
in cui il sole correndo consuma il tempo di un anno.
Non c’è, dico, un’unica causa assegnata a queste cose.
Prima di tutto, infatti, sembra che possa avvenire
ciò che afferma l’opinione di Democrito, uomo venerabile:
quanto più i vari astri sono vicini alla terra,
tanto meno essi possono esser tratti col turbine del cielo;
giacché la sua rapida e veemente forza diminuisce
e si perde in basso; e il sole è a poco a poco lasciato
indietro con le costellazioni posteriori per questo:
perché è molto meno alto delle costellazioni ardenti.
E ancor più di questo la luna: quanto più basso è il suo corso,
quanto più s’allontana dal cielo e s’appressa alla terra,
tanto meno essa può dirigere il corso gareggiando con gli astri.
Anzi, quanto più lento è il turbine da cui essa è tratta
trovandosi al disotto del sole, tanto più tutti gli astri
la raggiungono girandole intorno e la sorpassano.
E perciò avviene ch’essa sembri tornare a ogni astro
più celermente: perché sono gli astri che di nuovo la raggiungono.
Può anche avvenire che da regioni del mondo che attraversano
il corso del sole fluiscano a turno due correnti d’aria, ciascuna
in una stagione determinata: una che possa cacciare il sole
dalle costellazioni estive al tropico invernale e al rigido gelo;
l’altra che dalle gelide ombre del freddo lo ricacci
fino alle regioni cariche di calore e alle costellazioni ardenti.
E similmente si deve credere che la luna e le stelle,
che volgono in grandi orbite i grandi anni, possano muoversi
per correnti d’aria da opposte regioni alternamente.
Non vedi anche le nuvole più basse andare, per forza di venti
opposti, in direzione opposta a quella delle più alte?
Perché non potrebbero quegli astri, per le grandi orbite
dell’etere, volgersi per forza di correnti opposte fra loro?
Ma la notte ricopre d’enorme tenebra la terra,
o quando, al termine del lungo corso, il sole ha battuto
alle estreme regioni del cielo e, fiaccato, ha spirato i suoi fuochi
scossi dal viaggio e indeboliti dalla molta aria attraversata,
o perché lo costringe a volgere il corso sotto la terra
la stessa forza che ha portato il suo giro sopra la terra.
Parimenti a un’ora fissa Matuta diffonde la rosea
aurora per le plaghe dell’etere e propaga la luce,
o perché lo stesso sole, che ritorna di sotto la terra,
occupa prima il cielo coi raggi tentando di accenderlo,
o perché fuochi si raccolgono e molti semi
di calore son soliti confluire a un’ora fissa
e fanno che ogni giorno nasca la luce di un nuovo sole;
così è fama che dalle alte cime dell’Ida
fuochi sparsi si vedano al sorgere della luce,
poi s’uniscano come in un globo e formino il disco del sole.
Né tuttavia in queste cose dovrebbe suscitar meraviglia
che a un’ora così fissa questi semi di fuoco
possano confluire e rinnovare lo splendore del sole.
Giacché vediamo molti fenomeni che avvengono
a data fissa in tutte le cose. Fioriscono a data fissa
gli alberi e a data fissa fanno cadere il fiore.
A data non meno fissa il tempo ingiunge che cadano i denti,
e che l’impubere entri nella pubertà rivestendosi di molle lanugine,
e faccia scendere da entrambe le guance morbida barba.
Infine i fulmini, la neve, le piogge, le nuvole, i venti
si producono in periodi dell’anno non troppo incerti.
Infatti, poiché tali furono i primi principi delle cause
e così le cose si svolsero fin dall’origine prima del mondo,
anche oggi ritornano l’uno dopo l’altro in ordine fisso.
E del pari può darsi che s’allunghino i giorni e scemino le notti,
e poi s’accorcino i giorni e nel contempo crescano le notti,
perché lo stesso sole, sotto la terra e al disopra
descrivendo curve di lunghezza differente, spartisce
le plaghe dell’etere e divide la sua orbita in parti ineguali,
e ciò che da una parte ha tolto, lo aggiunge nell’opposta parte
dell’orbita, facendovi una corsa tanto più lunga,
finché non arriva a quel segno celeste, dove il nodo
dell’anno uguaglia ai giorni le ombre della notte.
Difatti a mezzo cammino fra i soffi dell’aquilone e dell’austro,
il cielo tiene separate ad uguale distanza le due mete
per la positura di tutto il cerchio delle costellazioni
in cui il sole scivolando conchiude il periodo di un anno,
illuminando di obliqua luce la terra e il cielo,
come spiega la dottrina di coloro che disegnarono tutte le regioni
del cielo, ornate delle costellazioni poste nell’ordine loro.
Può anche darsi che in certe parti l’aria sia più densa,
e perciò sotto la terra esiti il tremulo splendore del fuoco
e non possa penetrarla facilmente ed emergere a oriente;
perciò le notti nel tempo invernale lunghe indugiano,
finché non giunga il radioso ornamento del giorno.
Può ancora darsi che allo stesso modo in alterne stagioni dell’anno
siano soliti confluire, ora più lentamente, ora più rapidamente,
i fuochi che fanno sorgere il sole da una parte determinata.
Per questo avviene che sembrino dire il vero
Può darsi che la luna splenda perché percossa dai raggi del sole,
e che di giorno in giorno maggiormente volga ‹quella› luce
verso il nostro sguardo, quanto più s’allontana dal disco del sole,
finché di contro ad esso rifulge di pienissima luce
e sorgendo, alta sopra l’orizzonte, ne vede il tramonto;
poi, a poco a poco, essa deve parimenti ritrarsi e nascondere,
per così dire, la luce, quanto più vicino al fuoco del sole
ormai scivola dall’altra parte per il cerchio delle costellazioni;
tale è la teoria di coloro i quali immaginano che la luna
sia simile a una sfera e percorra la sua orbita al disotto del sole.
È dato anche supporre ch’essa possa ruotare con propria luce
e pur presentare differenti aspetti del suo splendore.
Può esserci infatti un altro corpo, che si muove e scivola
insieme con essa, in tutti i modi opponendosi ed eclissandola,
senza che sia possibile discernerlo, perché privo di luce si muove.
Ed essa può girare su sé stessa, come farebbe la sfera
d’una palla cosparsa per metà di candida luce
e, facendo girare la sua sfera, produrre varie fasi,
finché volge al nostro sguardo e agli occhi aperti
quella parte, qualunque sia, che è cinta di fuoco;
poi a poco a poco torce indietro e sottrae ai nostri occhi
la parte luminosa della sua massa sferica:
questo è ciò che la babilonica dottrina dei Caldei, confutando
la scienza degli astronomi, cerca di provare contro costoro,
quasiché non possa avverarsi ciò per cui lottano gli uni e gli altri
o ci sia un motivo per cui osi abbracciare meno questa che quella.
Infine, perché non possa ogni giorno una nuova luna
crearsi con ordine fisso di fasi e con forme fisse,
e ciascun giorno sparire quella che si era creata
e un’altra sostituirsi ad essa nella sua regione e posizione,
è difficile mostrare col ragionamento e provare con le parole,
quando ‹vedi› che tante cose si creano con ordine fisso.
Viene primavera e Venere, e l’alato nunzio di Venere
innanzi cammina, e sulle orme di Zefiro
la madre Flora davanti a loro tutta la via
cosparge di squisiti colori e odori.
Poi segue il calore arido e insieme la sua compagna,
la polverosa Cerere, ‹e› gli etesii soffi degli aquiloni.
Poi giunge l’autunno, e con esso cammina l’Evio Bacco.
Poi altre stagioni e i loro venti seguono,
l’altitonante Volturno e l’Austro possente col fulmine.
Infine la bruma porta le nevi e rinnova il pigro gelo;
la segue l’inverno che batte i denti per il freddo.
Perciò non c’è da meravigliarsi se a tempo fisso la luna
nasce e di nuovo a tempo fisso si dissolve,
quando tante cose possono a tempo fisso avvenire.
Parimenti devi credere che anche le eclissi del sole
e il celarsi della luna possano avvenire per diverse cause.
Infatti, perché la luna potrebbe escludere la terra dalla luce
del sole e a questo opporre il proprio capo alto dalla terra,
ponendo l’opaco disco davanti ai raggi ardenti,
e nello stesso tempo si dovrebbe credere che non possa
far ciò un altro corpo che scivoli sempre privo di luce?
E il sole stesso perché non potrebbe illanguidito
perdere i suoi fuochi a tempo fisso e poi rinnovare la luce,
quando, traversando l’aria, è passato per luoghi ostili alle fiamme,
i quali producono l’estinguersi e il perire dei fuochi?
E perché la terra potrebbe a sua volta spogliar di luce la luna
e tener nascosto il sole standogli sopra essa stessa, mentre la luna
nel suo mensile viaggio scivola per le rigide ombre del cono,
e nello stesso tempo non potrebbe un altro corpo
passar sotto la luna o scivolare sopra il disco del sole,
così da interromperne i raggi e la luce che esso spande?
E d’altronde, se la stessa luna rifulge di proprio splendore,
perché non potrebbe illanguidirsi in una determinata parte
del mondo, mentre attraversa luoghi nemici alla sua luce?

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De rerum natura – Libro I – Parte 2

Anzitutto, poiché abbiamo scoperto che sussiste
una duplice natura, di gran lunga dissimile, di due cose,
la materia e lo spazio, nel quale tutte le cose si svolgono,
è necessario che ognuna delle due esista per sé e scevra di mescolanza.
Difatti, dovunque si stende libero lo spazio, che chiamiamo
vuoto, lì non v’è corpo; d’altra parte, dovunque sta un corpo,
li non v’è assolutamente uno spazio sgombro, vuoto.
Sono dunque solidi e senza vuoto i corpi primi.
Inoltre, poiché nelle cose generate c’è il vuoto,
è necessario che tutt’intorno stia materia solida;
né si può con giusto ragionare provare che alcuna cosa
nel proprio corpo celi vuoto e l’abbia nel proprio interno,
se non ammetti che ciò che lo racchiude è solido.
D’altra parte, nient’altro può essere che aggregato di materia,
qualcosa che sia capace di racchiudere il vuoto delle cose.
La materia dunque, che consta di corpo solido,
può essere eterna, mentre tutto il resto si dissolve.
E poi, se non esistesse nulla che fosse sgombro e vuoto,
il tutto sarebbe solido; per contrario, se non esistessero
determinati corpi per empire tutti i luoghi che occupano,
tutto quanto esiste sarebbe spazio sgombro, vuoto.
Alternamente, dunque, senza dubbio il corpo è intramezzato
dal vuoto, poiché il tutto non è totalmente pieno, né, d’altronde,
è totalmente vuoto. Esistono dunque corpi determinati,
tali da potere intramezzare col pieno lo spazio vuoto.
Questi né possono dissolversi percossi da colpi
dall’esterno, né inoltre, penetrati a fondo, disgregarsi,
né possono in altro modo attaccati vacillare;
ciò che già sopra, poc’anzi, ti abbiamo dimostrato.
È infatti evidente che senza vuoto nessuna cosa può essere
schiacciata, né infranta, né scissa in due parti con un taglio;
né può ricevere in sé acqua e neppure il freddo che pervade,
né il fuoco penetrante, che sono i fattori d’ogni distruzione.
E quanto più ogni cosa in sé racchiude vuoto,
tanto più da queste cose a fondo attaccata vacilla.
Dunque, se i corpi primi sono solidi e senza vuoto,
così come ho dimostrato, è necessario che siano eterni.
Inoltre, se la materia non fosse stata eterna, prima d’ora
tutte le cose sarebbero tornate interamente al nulla,
e dal nulla sarebbero rinate tutte quelle cose che noi vediamo.
Ma poiché sopra ho dimostrato che nulla si può creare dal nulla
e ciò che fu generato non può essere ridotto al nulla,
di corpo immortale devono essere i primi principi,
in cui tutte le cose possano risolversi nel momento supremo,
sì che la materia sia bastante a ristorare la perdita delle cose.
Sono dunque di solida semplicità i primi principi,
né in altro modo possono essersi conservati attraverso le età
e ristorare le perdite delle cose, da tempo ormai infinito.
Ancora, se la natura non avesse fissato alcun limite
allo spezzarsi delle cose, ormai i corpi della materia,
spezzati dalle età passate, sarebbero ridotti a tal punto
che da essi nulla potrebbe, entro un tempo determinato,
esser concepito e raggiungere il sommo limite della vita.
Infatti vediamo che qualunque cosa può più in fretta dissolversi
che di nuovo rifarsi: pertanto ciò che la lunga durata
dei giorni, l’infinita durata di tutto il tempo già trascorso,
avrebbe fino ad ora spezzato, sconvolgendolo e dissolvendolo,
non potrebbe mai essere rinnovato nel tempo che resta.
Ma ora, senza dubbio, all’azione dello spezzare è fissato
un limite determinato, immutabile, poiché vediamo che ogni cosa
si rifà e, insieme, per le cose, secondo le specie, sono fissati
tempi limitati in cui possano attingere il fiore dell’età.
A ciò si aggiunge che, sebbene i primi corpi della materia
siano solidissimi, tuttavia tutte le cose molli che si producono,
l’aria l’acqua la terra i vapori, si può spiegare in che modo
si producano e per qual forza tutte si svolgano,
una volta che nelle cose è commisto il vuoto.
Ma per contro, se supponiamo molli i primi principi delle cose,
non si potrà spiegare donde possano crearsi le dure
rocce e il ferro, giacché radicalmente tutta la natura
sarà priva d’un principio che ne costituisca il fondamento.
Esistono dunque corpi possenti di solida semplicità,
ed è per il più compatto aggregarsi di essi che tutte le cose
possono farsi più salde e dimostrare valide forze.
Inoltre, se nessun limite è assegnato allo spezzarsi
dei corpi, tuttavia è necessario che dall’eternità sopravanzino
ancora, per ciascuna specie di cose, corpi che finora
non siano stati assaliti da alcun pericolo.
Ma, giacché sono dotati di natura fragile, con ciò non s’accorda
che abbiano potuto continuare a sussistere in eterno,
travagliati da innumerevoli colpi nel corso di tutte le età.
Infine, poiché per le cose è secondo le specie fissato
un termine di crescita e di conservazione della vita,
e giacché risulta sancito da leggi di natura che cosa possa
ognuna e che cosa non possa, né alcunché si muta,
anzi tutto rimane così costante che i variopinti uccelli,
di generazione in generazione, tutti mostrano
presenti nel corpo i colori propri di ciascuna specie,
evidentemente devono anche avere un corpo di materia
immutabile. Infatti, se i primi principi potessero
in qualche modo esser vinti e mutarsi,
in tal caso sarebbe incerto anche che cosa possa nascere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto;
né tante volte potrebbero le generazioni secondo ciascuna specie
riprodurre natura, costumi, modo di vivere e movimenti dei genitori.
E ancora: poiché c’è una punta estrema, in ogni caso,
di quel corpo che i nostri sensi non possono più
discernere, essa evidentemente è senza parti
e consta di natura minima, né esistette mai
per sé separata, né tale potrà essere in futuro,
poiché di un’altra cosa essa stessa è parte e prima e una;
poi altre ed altre parti simili, susseguendo in ordine,
in schiera compatta, completano la natura del corpo primo,
e, poiché non possono esistere per sé, è necessario
che aderiscano là donde non possono in alcun modo esser strappate via.
Sono dunque di solida semplicità i primi principi,
essi che compatti di parti minime hanno stretta coesione,
non aggregati per il concorso di quelle,
ma piuttosto possenti di eterna semplicità.
Da essi la natura, riservando i semi alle cose, non concede
che alcunché sia strappato via o venga ancora detratto.
D’altronde, se non ci sarà un minimo, tutti i corpi
più piccoli consteranno di parti infinite,
giacché in tal caso la metà di una metà avrà sempre
una propria metà, né alcuna cosa porrà un termine.
E allora, che differenza ci sarà tra la somma delle cose e la cosa più piccola?
Non sarà possibile alcun divario: infatti, per quanto
l’universo in tutto il suo insieme sia infinito, tuttavia
le cose più piccole consteranno egualmente di parti infinite.
Ma, poiché la verità protesta contro ciò e non ammette
che l’animo possa credervi, è necessario che tu, vinto, riconosca
che esistono quelle cose che non sono più costituite di parti
e constano di natura minima. E poiché esse esistono, è necessario
che tu riconosca che esistono anche quegli elementi, solidi ed eterni.
Infine, se la natura creatrice fosse solita costringere
tutte le cose a risolversi nelle parti minime,
nulla più essa sarebbe in grado di ricomporre con queste,
perché le cose che sono prive di parti non possono avere
le qualità che deve avere la materia generatrice,
le varie connessioni, i pesi, gli urti,
gl’incontri, i movimenti, per cui tutte le cose si svolgono.
Perciò coloro i quali pensarono che materia delle cose fosse
il fuoco e che di solo fuoco fosse costituito l’universo,
appare evidente che molto si allontanarono dalla verità.
Loro duce, entra primo in battaglia Eraclito,
illustre per l’oscura lingua più tra i fatui
che tra i seri Greci ricercatori del vero.
Gli sciocchi infatti più ammirano e amano tutte
quelle cose che scorgono nascoste sotto parole stravolte,
e tengono per vero ciò che può titillare gradevolmente
le orecchie ed è colorato di una piacevole sonorità.
Come potrebbero infatti le cose essere tanto varie, io domando,
se si suppone che siano nate dal solo e puro fuoco?
Nulla, in verità, gioverebbe che il caldo fuoco si condensasse
o si rarefacesse, se le parti del fuoco avessero
la medesima natura che ha anche il fuoco intero.
Più violento sarebbe difatti l’ardore per la concentrazione delle parti,
e, d’altro canto, più languido per la loro disgiunzione e dispersione
Che con tali cause possa avvenire più di questo,
non ti è dato credere; tanto meno, poi, tanta varietà di cose
può provenire da fuochi densi e radi. E aggiungi questo:
soltanto se ammettono che alle cose è misto il vuoto,
i fuochi potranno condensarsi o rarefarsi.
Ma, poiché vedono molte cose opporsi a loro
e rifuggono dall’ammettere nelle cose il vuoto puro,
mentre temono la via ardua, smarriscono la via giusta;
né d’altronde vedono che, tolto dalle cose il vuoto,
tutto si condensa e di tutto si fa un corpo solo,
tale che da sé non può emettere nulla istantaneamente,
nel modo in cui il fuoco avvampante getta luce e calore,
sì che vedi che non consta di parti compatte.
Ma, se per caso credono che in altro modo possano
i fuochi nell’addensamento estinguersi e mutar sostanza,
è evidente che, se non si asterranno dal far ciò in nessuna parte,
tutto l’ardore naturalmente cadrà appieno nel nulla,
‹e› dal nulla saranno prodotte tutte le creature.
Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri
termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.
Quindi è necessario che alle creature qualcosa sopravanzi incolume,
perché tutte le cose non ti si riducano appieno al nulla,
e dal nulla rinasca e prenda vigore l’insieme delle cose.
Ora, dunque, poiché ci sono certi corpi ben determinati,
che conservano una natura sempre uguale,
e per il cui distaccarsi o accostarsi e mutare di ordine
mutano natura le cose e si trasformano i corpi,
si vede che questi corpi primi non sono di fuoco.
Non farebbe infatti differenza che alcuni si disgiungessero
e partissero, e altri si aggiungessero, e alcuni mutassero ordine,
se tuttavia tutti quanti conservassero natura di fiamma:
infatti, qualunque cosa creassero, sarebbe in ogni modo fuoco.
Ma, a quel ch’io penso, la cosa sta così: esistono certi corpi,
di cui gl’incontri, i movimenti, l’ordine, la disposizione, le forme
producono i fuochi, e col mutare ordine mutano natura,
né sono simili al fuoco, né ad alcun’altra cosa
che possa emettere corpi ai sensi
e con l’accostarsi colpire il nostro tatto.
Dire, poi, che fuoco sono tutte le cose e che nel novero
delle cose non esiste nulla che sia reale tranne il fuoco,
come fa questo medesimo Eraclito, pare essere mero delirio.
Infatti contro i sensi, partendo dai sensi, egli stesso combatte,
e infirma quelli da cui dipendono tutte le opinioni,
da cui egli stesso apprese questo che chiama fuoco.
Crede infatti che i sensi conoscano realmente il fuoco,
ma non tutte le altre cose, che per nulla son meno chiare.
E questo a me sembra falsità e delirio.
A che ci riferiremo infatti? Che mai può essere per noi
più sicuro degli stessi sensi per discernere il vero e il falso?
E d’altronde, perché uno eliminerebbe tutte le altre cose
e vorrebbe lasciare la sola natura del fuoco, piuttosto che negare
l’esistenza del fuoco e lasciare tuttavia sussistere un’altra natura?
Uguale demenza sembra, infatti, dire e l’una e l’altra cosa.
Perciò coloro i quali pensarono che materia delle cose fosse
il fuoco e che di fuoco potesse essere costituito l’universo,
e coloro che posero l’aria quale principio generatore
delle cose, o quanti pensarono che l’acqua di per sé sola
formasse le cose, o che la terra creasse tutto
e si trasformasse in ogni natura di cose,
sembrano essersi sperduti molto lontano dal vero.
Aggiungi anche coloro che duplicano i primi principi
delle cose, unendo l’aria al fuoco e la terra all’acqua,
e coloro che credono che da quattro cose possa crescer tutto,
dal fuoco, dalla terra e dall’aria e dall’acqua.
Fra questi primeggia Empedocle di Agrigento,
che entro le sue rive triangolari produsse l’isola
intorno a cui fluttuando negli ampi anfratti il mare
Ionio spruzza dalle onde glauche le salse spume,
e per angusto stretto acque impetuose dividono
con le onde le rive della terra Eolia dal suo territorio.
Qui è la devastatrice Cariddi e qui i boati dell’Etna
minacciano di raccogliere di nuovo le ire delle fiamme,
sì che ancora la sua violenza vomiti fuochi prorompenti
dalle fauci e al cielo lanci di nuovo folgori di fiamma.
E se questa regione appare in molti modi grande, meravigliosa
alle genti umane, e si dice che sia degna di essere veduta,
opima di cose buone, munita di molta forza di uomini,
pure sembra che in sé non abbia avuto nulla di più glorioso
che quest’uomo, nulla di più santo e mirabile e caro.
E invero i canti del suo petto divino
svelano a gran voce ed espongono gloriose scoperte,
sì che a stento sembra nato da stirpe umana.
Egli, tuttavia, e quelli che abbiamo menzionati sopra,
notevolmente inferiori sotto molti aspetti e molto minori,
benché scoprissero molte cose bene e in maniera divina,
e quasi dai penetrali del cuore dessero responsi
più santamente e con molto maggiore certezza
che la Pizia, che parla dal tripode e dal lauro di Febo,
tuttavia nei primi principi delle cose rovinarono,
e gravemente ivi caddero, grandi in grande caduta;
prima perché, tolto dalle cose il vuoto, asseriscono
il movimento, e lasciano cose morbide e porose,
l’aria l’acqua il fuoco la terra gli animali le messi,
e tuttavia non mescolano nel loro corpo il vuoto;
poi perché credono che non ci sia alcun termine
alla divisione dei corpi, né esista arresto al loro spezzarsi,
né resti assolutamente alcun minimo nelle cose;
mentre vediamo che di ciascuna cosa esiste quel vertice estremo
che si vede essere il minimo rispetto ai nostri sensi,
sì che puoi inferirne che il punto estremo esistente nei corpi
che non sei in grado di scorgere è in essi la minima parte.
E a ciò s’aggiunge ancora questo: poiché suppongono
come primi principi cose molli, che noi vediamo soggette
alla nascita e dotate di corpo mortale, l’universo
dovrebbe in tal caso ritornare interamente al nulla,
e dal nulla rinascere e prender vigore l’insieme delle cose;
ma tu già saprai quanto e questo e quello siano lontani dal vero.
Poi, quelle cose sono in molti modi nemiche ed hanno l’una
per l’altra effetto di veleno: perciò o accozzatesi periranno
o fuggiranno qua e là, così come, per addensamento di tempesta,
vediamo fuggire qua e là fulmini e piogge e venti.
Infine, se da quattro cose tutto si crea
e in esse cose tutto di nuovo si dissolve,
come possono queste esser chiamate primi principi piuttosto
che, al contrario e inversamente, le cose principi di queste?
Alternamente infatti si generano e cambiano colore
e l’intera loro natura reciprocamente, da sempre.
Ma se per caso credi che il corpo del fuoco e quello della terra
e i soffi dell’aria e il rorido umore si congiungano
così che nell’unione per nulla muti la loro natura,
da essi non ti si potrà formare nessun essere,
né animato, né con corpo inanimato, come un albero.
Difatti nella congiunzione del vario coacervo ciascuna cosa
mostrerà la natura propria, e si vedrà l’aria mista insieme
con la terra, e il fuoco permanere insieme con l’acqua.
Ma nella generazione delle cose bisogna che i primi principi
apportino una natura occulta e invisibile,
perché non spicchi qualcosa che contrasti, e precluda
a quanto vien creato la possibilità di un’esistenza propria.
Anzi, risalgono sino al cielo e ai suoi fuochi,
e suppongono che prima il fuoco si trasformi nei soffi dell’aria,
di qui si generi la pioggia, e dalla pioggia si crei la terra,
e dalla terra tutto ritorni indietro,
prima l’acqua, poi l’aria, quindi il calore,
e che queste cose non cessino di mutarsi tra loro,
di passare dal cielo alla terra, dalla terra agli astri del cielo.
Cosa che i primi principi non devono fare in alcun modo.
È necessario, infatti, che qualcosa sopravanzi immutabile,
perché tutte le cose non si riducano appieno al nulla.
Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri
termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.
Perciò, poiché le cose che abbiamo dette poc’anzi
subiscono mutamento, è necessario che esse constino
di altre che non possano assolutamente cambiarsi,
se non vuoi che tutte le cose si riducano appieno al nulla.
Perché non supponi piuttosto certi corpi dotati
di tale natura che, se per caso hanno creato il fuoco,
possano anche, tolti pochi di essi ed aggiunti pochi altri,
mutati ordine e moto, produrre i soffi dell’aria,
e che così tutte le cose si mutino le une nelle altre?
“Ma fatti manifesti”, dici, “mostrano apertamente che tutte
le cose nei soffi dell’aria crescono e s’alimentano dalla terra;
e se la stagione non prodiga in tempo propizio le piogge,
sì che gli alberi vacillino per lo sciogliersi dei nembi,
e il sole per parte sua non li ristora e dispensa il calore,
non possono crescere messi, alberi, esseri viventi”.
Naturalmente! E, se cibi secchi e teneri liquidi
non ci sostenessero, senz’altro, deperito il corpo,
anche tutta la vita da tutti i nervi e le ossa si scioglierebbe.
Infatti senza dubbio noi siamo sostentati e alimentati da cose
determinate, come da cose determinate altri esseri e altri ancora.
Certo perché molti principi primi, comuni a molte cose
in molti modi, nelle cose son misti,
per questo cose diverse si alimentano di cose diverse.
E spesso importa molto con quali altri i medesimi primi
principi, e in quale disposizione, siano collegati,
e quali movimenti a vicenda imprimano e ricevano;
giacché gli stessi costituiscono il cielo, il mare, le terre, i fiumi,
il sole, gli stessi le messi, gli alberi, gli esseri viventi,
ma si muovono commisti ad altri e in altro modo.
Anzi qua e là nei nostri stessi versi tu vedi
molte lettere comuni a molte parole,
mentre tuttavia devi ammettere che versi e parole distano
tra loro, e per significato e per modulazione di suono.
Tanto è il potere delle lettere, solo che se ne muti l’ordine.
Ma i primi principi delle cose sono in grado di apportare
più mezzi, perché se ne possano creare tutte le varie cose.
Ora scrutiamo anche l’omeomeria di Anassagora,
come i Greci la chiamano, mentre a noi la povertà del patrio
linguaggio non concede di denominarla nella nostra lingua;
ma tuttavia la cosa stessa è facile esporla con parole.
Anzitutto – ciò che egli denomina omeomeria delle cose –
evidentemente crede che le ossa siano formate di ossa
piccolissime e minute, e di piccolissime e minute
carni la carne, e che il sangue si crei da molte
gocce di sangue che si uniscano tra loro,
e che l’oro possa esser costituito di briciole d’oro,
e che la terra si componga per aggregarsi di particelle di terra,
di particelle di fuoco sia fatto il fuoco, d’acqua l’acqua;
e in simile maniera immagina e crede tutte le altre cose.
Né tuttavia in alcuna parte egli concede che nelle cose ci sia
il vuoto, né che esista un limite alla divisione dei corpi.
Perciò in entrambe le dottrine mi sembra che egli erri
allo stesso modo di coloro di cui parlammo sopra.
Aggiungi che troppo deboli s’immagina i primi principi;
se effettivamente sono primi principi, quelli che son dotati
di natura simile a quella che è propria delle cose stesse, e ugualmente
soffrono fatica e morte, e nulla ne arresta il disfacimento.
Quale di essi infatti sotto una pressione violenta resisterà
tanto da sfuggire alla distruzione, tra i denti stessi della morte?
Il fuoco o l’acqua o l’aria? Quale di questi? Il sangue o le ossa?
Nessuno, a parer mio; quando in egual modo ogni cosa, senza eccezione,
sarà mortale, tanto quanto i corpi che manifestamente vediamo
scomparire, vinti da qualche forza, sotto i nostri occhi.
Ma che le cose non possano ricadere nel nulla, né, poi,
crescere dal nulla, chiamo a testimoniarlo le cose già provate.
Inoltre, poiché il cibo accresce il corpo e lo alimenta,
se ne può concludere che in noi le vene e il sangue e le ossa
o, se diranno che tutti i cibi sono di sostanza mista
ed hanno in sé piccoli corpi di nervi
e ossa e generalmente vene e parti di sangue,
ne conseguirà che ogni cibo, sia secco sia liquido,
si debba credere costituito esso stesso di cose d’altra natura,
di ossa e di nervi e di siero e di sangue commisti.
Inoltre, se tutti i corpi che crescon dalla terra son contenuti
nelle particelle di terra, la terra deve essere composta
delle cose d’altra natura che sorgono su dalla terra.
Trasporta lo stesso ragionamento a un altro oggetto: potrai usare
le stesse parole. Se nel legno stan nascosti fiamma e fumo e cenere,
è necessario che il legno consti di cose d’altra natura.
Inoltre, tutti quei corpi che la terra alimenta, accresce
delle cose d’altra natura che sorgono su dal legno.
Resta qui una tenue scappatoia: è quella di cui s’avvale
Anassagora, supponendo che in tutte le cose
si celino commiste tutte le cose, ma appaia
solo quella di cui nel miscuglio esistano più particelle,
e siano più in evidenza e collocate in prima linea.
Ma questo si discosta molto dalla verità.
Giacché in tal caso anche le messi dovrebbero spesso, quando
son frantumate dalla minacciosa forza della pietra, emettere traccia
di sangue o qualcuna di quelle cose che si alimentano nel nostro corpo;
quando le stritoliamo con pietra su pietra, il sangue dovrebbe versarsi.
Similmente dovrebbero anche spesso le erbe e le acque
stillare gocce dolci e di sapore simile a quello
che ha il grasso latte delle pecore lanute;
e certo dovremmo anche, sminuzzate le zolle di terra,
vedere spesso varie specie di erbe e messi e fronde
disseminate tra la terra nascondersi in particelle minute;
infine, nella legna spezzata si dovrebbero vedere
cenere e fumo e minuti fuochi nascosti.
Ma, poiché fatti manifesti mostrano che nessuna
di tali cose accade, è chiaro che nelle cose non sono in quel modo
mischiate le cose, ma semi comuni a molte cose
devono celarsi nelle cose, commisti in molti modi.
“Ma spesso”, tu dici, “sui grandi monti avviene
che le vicine cime degli alti alberi si sfreghino le une
contro le altre, quando a far ciò le costringono gli austri possenti,
finché rifulgono d’uno sbocciato fiore di fiamma”.
Certo; eppure nel legno non si annida il fuoco,
ma ci sono molti semi di calore, che, confluiti
per lo strofinìo, producono incendi nelle selve.
Che se la fiamma si nascondesse nelle selve già formata,
non potrebbero per alcun tratto di tempo restar celati i fuochi,
divorerebbero dappertutto le selve, brucerebbero gli alberi.
E dunque non vedi ora che, come dicemmo poc’anzi,
spesso importa moltissimo con quali altri i medesimi
primi principi, e in quale disposizione, siano collegati,
e quali movimenti a vicenda imprimano e ricevano,
e che i medesimi, di poco mutati tra loro, producono
i fuochi e il legno? Appunto come anche le parole stesse
constano di lettere di poco mutate tra loro,
mentre con distinti vocaboli significhiamo ligneo e igneo.
E infine, se tutto quanto discerni nelle cose visibili
credi che non possa avvenire senza che tu supponga
dotati di natura consimile i corpi primi della materia,
con questo criterio i primi principi ti vanno in rovina:
avverrà che sghignazzino, scossi da tremulo riso,
e di lacrime salse inumidiscano i volti e le guance.
E ora, suvvia, apprendi ciò che resta e ascolta più chiaro canto.
Né sfugge al mio pensiero quanto queste cose siano oscure;
ma una grande speranza di gloria ha trafitto il mio cuore
con tirso penetrante e insieme mi ha infuso nel petto un dolce
amore delle Muse, dal quale ora incitato con mente vivida
percorro remote regioni delle Pieridi, ove nessuno prima
impresse orma. Godo ad appressarmi alle fonti intatte
e bere, e godo a cogliere nuovi fiori
e comporre per il mio capo una corona gloriosa,
di cui prima a nessuno le Muse abbiano velato le tempie;
anzitutto perché grandi cose io insegno, e cerco
di sciogliere l’animo dagli stretti nodi della superstizione;
poi perché su oscura materia compongo versi tanto luminosi,
tutto cospargendo col fascino delle Muse.
Infatti anche questo appare non privo di ragione;
ma, come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt’attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell’imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l’amara
bevanda dell’assenzio e dall’inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l’hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché penetri tutta
la natura, in quale forma sia disposta e ornata.
Ma, poiché ho insegnato che gli atomi sono solidissimi
e in perpetuo volteggiano, invitti attraverso ogni tempo,
ora investighiamo se la loro somma abbia o non abbia
alcun limite; e parimenti, il vuoto di cui abbiamo scoperto
l’esistenza, o luogo o spazio, in cui tutte le cose si svolgono,
scrutiamo se sia tutto assolutamente finito
oppure si apra immenso e smisuratamente profondo.
Tutto quanto esiste, dunque, non è limitato in alcuna
direzione; altrimenti dovrebbe avere un’estremità.
È evidente, d’altra parte, che niente può avere un’estremità,
se al di là non esiste qualche cosa che lo delimiti, sì che appaia
un punto oltre il quale questa natura di senso non possa più seguirlo.
Ora, poiché dobbiamo ammettere che niente c’è al di fuori del tutto,
questo non ha un’estremità: manca, dunque, di confine e di misura.
Né importa in quali sue regioni tu ti fermi;
perché sempre, qualsiasi luogo uno abbia occupato,
per ogni verso lascia altrettanto infinito il tutto.
E inoltre, supponiamo ora che tutto lo spazio esistente
sia limitato e che qualcuno corra avanti, all’estrema
riva, spingendosi fino all’ultimo punto, e scagli un dardo volante:
preferisci tu pensare che esso, lanciato con valide forze,
vada ove è stato vibrato e voli lontano,
o credi che qualcosa possa arrestarlo e ad esso opporsi?
O l’una o l’altra ipotesi occorre infatti che tu ammetta e scelga.
Ma sia l’una che l’altra ti preclude ogni via di scampo
e ti obbliga a riconoscere che il tutto si estende senza confine.
Infatti, sia che esista qualcosa che l’arresti e gl’impedisca
di giungere ove è stato vibrato e di conficcarsi nel segno,
sia che più oltre esso voli, il punto donde è partito non è il confine estremo.
In tal modo ti incalzerò e, dovunque porrai l’estrema
riva, chiederò: “che sarà poi del dardo?”.
Avverrà che in nessun luogo si potrà fissare il confine,
e la possibilità della fuga sempre allontanerà la scappatoia.
Inoltre, se tutto lo spazio dell’intero universo
fosse chiuso da ogni parte e stesse entro certi confini,
se fosse limitato, già la massa della materia per il peso
dei suoi corpi solidi sarebbe confluita da ogni parte nel fondo,
né alcuna cosa potrebbe svolgersi sotto la volta del cielo;
e assolutamente non ci sarebbe cielo, né luce di sole,
ché in tal caso tutta la materia giacerebbe accumulata,
già da tempo infinito depositandosi.
Ma ora, certamente, nessuna requie è data ai corpi
dei primi principi, perché non c’è un ultimo fondo,
ove possano quasi confluire e porre le loro sedi.
Sempre in continuo moto si svolgono tutte le cose,
per ogni dove, e anche dal basso vengono forniti
i corpi della materia che muovono dall’infinito.
Infine, palesemente appare agli occhi che una cosa delimita
un’altra cosa: l’aria fa da confine ai colli, e i monti all’aria;
il mare confina con la terra e, a loro volta, tutte le terre col mare;
ma il tutto, invero, non c’è nulla che lo delimiti dall’esterno.
La natura dello spazio , dunque, e la distesa dell’abisso è tale
che i fulgidi fulmini non potrebbero percorrerla nella loro corsa,
volando per un tratto ininterrotto di tempo, né procedendo
potrebbero affatto ottenere che resti meno cammino da fare:
a tal segno s’apre dovunque alle cose un’immensa estensione,
senza confini da ogni punto verso qualunque parte.
Che poi tutto l’insieme delle cose possa porsi da sé stesso
un limite, lo vieta la natura; la quale costringe la materia
a essere limitata dal vuoto, e quanto è vuoto a essere limitato
dalla materia, sì che con la loro alternanza rende infinito
il tutto, o altrimenti l’uno o l’altro dei due, se non lo delimita
l’altro, con la semplice sua natura si stende tuttavia illimitato.
Né il mare, né la terra, né la volta luminosa del cielo,
né la stirpe mortale, né i santi corpi degli dèi
potrebbero sussistere per l’esiguo tratto di un’ora:
dispersa fuori dalla sua compagine la massa della materia
vagherebbe dissolta per il vuoto immenso,
o piuttosto non si sarebbe mai aggregata per formare
alcuna cosa, perché, sparpagliata, non avrebbe potuto adunarsi.
Ché certo non secondo un deliberato proposito i primi principi
delle cose si collocarono ciascuno al suo posto con mente sagace,
né in verità pattuirono quali moti dovesse produrre ciascuno;
ma, poiché molti di essi, in molti modi trasmigrando per il tutto,
da tempo infinito sono stimolati e travagliati dagli urti,
sperimentando ogni genere di movimenti e aggregazioni
pervengono finalmente a tali disposizioni,
quali son quelle per cui s’è formato e sussiste il nostro universo,
e, per molti lunghi anni conservatosi,
una volta che si combinò in movimenti concordanti,
fa che i fiumi con le onde abbondanti delle loro correnti
alimentino l’avido mare e, riscaldata dalle vampe del sole, la terra
rinnovi i parti e, sorte dal suo grembo, fioriscano le generazioni
degli animali e vivano i fuochi che scivolano nell’etere.
Ciò che in nessun modo farebbero, se dall’infinito
non potesse affluire in abbondanza la materia
con cui sogliono riparare a tempo tutte le perdite.
Infatti, come, privati del cibo, gli esseri viventi
si sfanno perdendo i corpi, così tutte le cose devono
dissolversi appena ha cessato di rifornirle la materia,
deviata per qualche cagione dal giusto cammino.
E gli urti dall’esterno, provenienti da ogni parte, non hanno il potere
di conservare tutto l’insieme di qualunque mondo si sia aggregato.
Possono bensì battere spesso e trattenere una parte,
fin quando ne vengano altri e l’insieme si possa completare;
tuttavia talora sono costretti a rimbalzare e ad accordare
frattanto ai principi delle cose spazio e tempo di fuga,
sì che possano volar via, liberi dall’aggregazione.
Perciò, ancora e ancora, è necessario che molti atomi affluiscano;
e d’altronde, perché possano essere sufficienti gli stessi urti,
da ogni parte abbisogna infinita quantità di materia.
A tale proposito, tieniti lontano dal credere, o Memmio,
a quello che dicono: che tutte le cose convergono verso il centro
dell’universo, e che la natura del mondo resta salda senza sostegno
di colpi dall’esterno, e l’alto e il basso non possono dissolversi
da nessuna parte, per questo: perché tutte le cose premono verso il centro
(se a te pare possibile che qualcosa poggi su sé stessa);
e che i corpi pesanti che sono sotto la terra, convergono tutti
verso l’alto e riposano poggiati all’inverso sulla terra,
come le immagini che adesso noi vediamo nell’acqua.
E similmente sostengono che animali camminano supini
e tuttavia non possono cader via dalla terra
nelle regioni inferiori del cielo, più di quanto i corpi nostri
possano di per sé stessi volare verso le plaghe del cielo;
e che, quando quelli vedono il sole, noi scorgiamo gli astri
della notte, e alternamente dividono con noi le stagioni
del cielo e trascorrono notti corrispondenti ai nostri giorni.
Ma un vano ‹errore ha fatto approvare› ad uomini sciocchi tali ‹assurdità›
perché hanno abbracciato ‹una teoria con falso ragionare›.
Infatti non può esserci un centro, ‹perché l’universo è›
infinito. Né assolutamente, se pure ‹ci fosse un centro›,
alcuna cosa potrebbe ivi star fissa ‹per questo,›
anziché ‹essere›, in qualsiasi altro modo, ‹respinta› lontano.
Infatti tutta l’estensione e lo spazio, che ‹chiamiamo vuoto›,
per il centro come fuori dal centro, ‹deve› ugualmente lasciare
il passo ai corpi pesanti, dovunque tendano i loro movimenti.
Non c’è alcun luogo, ove i corpi, quando siano giunti, possano,
perduta la forza del peso, restar fermi nel vuoto;
né, d’altra parte, ciò che è vuoto deve sussistere quale base sotto
alcuna cosa senza continuare a cedere, come esige la sua natura.
Dunque non possono le cose in tal modo esser tenute
insieme in un’aggregazione, vinte dalla brama del centro.
Inoltre, poiché s’immaginano che al centro tendano,
non già tutti i corpi, ma solo quelli della terra e dell’acqua,
i flutti del mare e le grandi onde che scendono giù dai monti,
e quelle cose che sono contenute, per così dire, nel corpo
terrestre, ma al contrario dicono che i tenui soffi dell’aria
e i caldi fuochi insieme si irradiino dal centro,
e che tutto l’etere all’intorno tremoli di stelle
e la fiamma del sole pascoli attraverso i ceruli spazi del cielo
perché, fuggendo dal centro, il calore si raccoglie tutto là,
e che agli alberi le cime dei rami non potrebbero affatto
frondeggiare, se dalla terra a poco a poco cibo a ciascuno
che le mura del mondo, al modo delle fiamme volanti,
fuggano via improvvisamente dissolte nel vuoto immenso,
e tutte le altre cose tengano loro dietro in modo consimile,
e crollino in alto le volte tonanti del cielo,
e la terra si sottragga rapidamente ai nostri piedi, e tutta,
fra le frammiste rovine delle cose terrene e del cielo
dissolventi i corpi, si inabissi attraverso il vuoto profondo,
sì che in un istante nessun avanzo resti,
tranne lo spazio deserto e i primi principi invisibili.
Infatti, da qualunque parte supporrai che prima vengano a mancare
i corpi, questa parte sarà per le cose la porta della morte,
per questa si riverserà fuori tutta la folla della materia.
Queste cose così conoscerai, condottovi con poca fatica;
e infatti da una cosa un’altra cosa si chiarirà, né la cieca notte
ti toglierà il cammino, sì che tu non giunga a vedere gli ultimi confini
della natura: così le cose accenderanno la luce su altre cose.

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