Scarico container: cambia tutto

CIVITAVECCHIA – Rischia di non mettere la parola fine alla guerra in banchina tra Rct e Cfft l’ordinanza pubblicata nel tardo pomeriggio di ieri dal presidente dell’Autorità di sistema Portuale Francesco Maria di Majo. Anzi, farà probabilmente discutere quanto messo nero su bianco dai vertici di Molo Vespucci, per dirimere la vertenza relativa allo scarico dei container e, in particolare, di quelli refrigerati che trasportano la frutta. Anche perché negli ultimi mesi la società italo belga che gestisce il terminal agroalimentare aveva messo sul tavolo un ingente investimento milionario per l’acquisto di due gru semimoventi per lo scarico in autonomia dei container; decisione motivata dalla necessità di rispondere alle richieste e alle esigenze del mercato, sempre più pressante. L’ordinanza fa riferimento al parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e al risultato a cui è giunta la commissione interistituzionale, disponendo come dal 15 settembre prossimo ‘‘l’imbarco sbarco dei contenitori da parte di unità navali adibite al trasporto di container che effettuano servizi di linea dovrà avvenire unicamente presso la banchina 25’’ (data dal 2006 in concessione alla società Rct). ‘‘Non risultano ostacoli di natura tecnico operativa – si legge ancora – che impediscono il trasporto dei container dalla 25 al magazzino della frutta’’. A partire da quella data, inoltre, ‘‘lo sbarco imbarco di container, inclusi quelli refeer, sulle banchine 23 e 24 sarà consentito solo se tali attività  rivestono carattere di occasionalità, ovvero quando tali attività non siano caratterizzate dall’abitualità, sistematicità, ripetitività, regolarità e stabilità’’. Con esposti presentati da parte di Rtc e uno stuolo di avvocati pronti a dare battaglia per Cfft la vertenza non sembra essere chiusa con questo documento.

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«Fine alle “chiacchiere” allestite sulla vicenda»

LADISPOLI – Con le motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Roma è stata messa «la parola fine a molte delle “chiacchiere” allestite dai vari programmi televisivi e articoli di stampa» sulla vicenda relativa all'omicidio di Marco Vannini. In primis, sulla posizione di Martina Ciontoli. Ne sono convinti gli avvocati Pietro Messina e Andrea Miroli, legali della famiglia Ciontoli che hanno così commentato le motivazioni della Corte. «L'imputata, sulla scorta dell'ormai noto stralcio delle intercettazioni ambientali, per tre anni – scrivono i due legali – è stata tacciata di mentire poiché accusata di essere presente in bagno al momento dello sparo». Tesi, come tengono a sottolineare Miroli e Messina smentita dalla Corte che ha così demolito «l'asserita portata accusatoria dell'intercettazione ambientale. Con particolare riguardo alle parole di Martina Ciontoli, è stata fornita una ricostruzione della situazione basata sul forte stato emotivo in cui versava l'imputata, aderendo integralmente, sul punto, alla ricostruzione della difesa. I giudici, sulla scorta delle inconfutabili prove scientifiche acquisite al patrimonio processuale hanno ben compreso quanto sostenuto fin dall'inizio del dibattimento dagli scriventi e cioè che Martina Ciontoli non poteva essere presente in bagno al momento dello sparo, anche attesa la smisurata differenza di particelle rinvenute sulle narici rispetto a quelle ritrovate indosso ad Antonio Ciontoli». Soddisfatti i due legali anche per i motivi che hanno portato all'assoluzione della fidanzata di Federico, Viola Giorgini «la cui posizione è stata sufficientemente chiarita nei suoi risvolti di comportamento e di assenza di responsabilità». Bene anche «la correttezza delle argomentazioni utilizzate dalla Corte per giustificare la concessione delle attenuanti generiche, quali l'effettiva occasionalità e irripetibilità del tragico occorso, il legame affettivo preesistente con la vittima, l'incensuratezza dei prevenuti e la drammaticità della vicenda che certamente ha colpito anche gli imputati. Elementi tutti che, a termine di legge, pacificamente, legittimano la loro attribuzione».

A non essere condivise dai due avvocati della famiglia sono invece «le conclusioni cui sono giunti i giudici sulla qualificazione giuridica della posizione dei familiari di Antonio Ciontoli, in solare contrasto – scrivono ancora – con quelli che sono i più recenti orientamenti della Suprema Corte che, per tale motivo, saranno oggetto di specifica censura». Ora per i due legali, terminato il primo grado di giudizio, motivazioni alla mano, si andrà verso l'appello al quale i due avvocati si preparano, dicono con un «incoraggiante impulso verso il percorso di verità che questa vicenda merita» e che sono certi sarà proprio rivista al grado di appello «in senso ancor più favorevole ai nostri assistiti».

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Caso Vannini, Marina: "Nessun commento, mi affido al procuratore"

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Lascio commentare al procuratore capo e al pubblico ministero che dovranno valutare le motivazioni della sentenza ed eventualmente trovare i motivi per ricorrere in appello. Per quanto mi riguarda, io personalmente  non ho parole. Torno a ripetere che Marco è stato ucciso per la seconda volta. Marco confidava nella giustizia, noi confidavamo nella giustizia e invece non c’è stata come speravamo. Non è che ora che sono uscite le motivazioni la situazione cambia. Non sono un avvocato, ne un pubblico ministero, e tantomeno un procuratore e quindi non mi rimane altro che affidarmi a loro. Spero che ci sia l’appello. Dalle carte ci sono tutti i presupposti per poterlo fare. Purtroppo questa, secondo me, è stata una sentenza che non ha avuto il coraggio di condannare adeguatamente  un’intera famiglia». 

Questo è quanto ha dichiarato Marina Conte, mamma di Marco Vannini, sentita dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado.  La più grande perplessità di Marina si riscontra nei motivi per i quali sono state concesse le attenuanti generiche, così motivate, come si legge in sentenza:  “Considerati, per tutti gli imputati per i quali è stata pronunciata condanna, la pregressa e del tutto regolare condotta di vita e la loro incensuratezza, l’evidente occasionalità e irripetibilità della vicenda, lo stesso legame affettivo esistente tra ciascuno di loro e la vittima e, quindi, la drammaticità, anche per loro, dei fatti in cui sono rimasti, in vario modo, coinvolti, possono essere loro riconosciute le circostanze attenuanti  generiche”.  

Non è d’accordo Marina perché «queste motivazioni – dice – non bilanciano adeguatamente l’immenso dolore arrecato alla mia famiglia. Non riesco a capire che attenuanti ci possono essere per il loro dolore. Questo lo vivo come un oltraggio a me e mio marito. E’ paragonabile al nostro dolore? E’ come un controsenso riconoscere delle attenuanti a chi non ha fatto niente per salvarlo. Mi ha sconvolto quando si parla di dolore quando poi tra le altre cose non hanno mai menzionato mio figlio. Nessuna parola buona nei suoi confronti. Non hanno mai detto per esempio a Marco gli volevamo bene. Ogni volta che hanno parlato di mio figlio hanno detto ‘’la cosa’’. E’ quindi inaccettabile un’attenuante perché soffrono a causa della morte di mio figlio. Noi soffriamo per la sua morte. Marco non c’è più. Aveva vent’anni  ero pieno di vita. Quando ho letto la sentenza non ho battuto ciglio nel senso che leggevo le motivazioni pur con animo polemico però quando sono arrivata alle attenuanti concesse anche per il dolore l’ho vissuto come un oltraggio. Loro (i Ciontoli) non hanno fatto niente,  non mi hanno mai detto niente e hanno continuato a mentire spudoratamente. Tranne quel giorno in udienza quando ha parlato il capofamiglia che si è girato verso di me e mio marito dicendo che ci aveva rovinato la vita ma aggiungendo che l’ha rovinata anche a lui e alla sua famiglia. Martina addirittura non si è mai girata, non mi ha mai cercato, mai detto una parola di conforto a me e mio marito. E mi parlano di dolore? Il dolore vero è il nostro». 

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«Nessun commento, mi affido al procuratore»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Lascio commentare al procuratore capo e al pubblico ministero che dovranno valutare le motivazioni della sentenza ed eventualmente trovare i motivi per ricorrere in appello. Per quanto mi riguarda, io personalmente  non ho parole. Torno a ripetere che Marco è stato ucciso per la seconda volta. Marco confidava nella giustizia, noi confidavamo nella giustizia e invece non c’è stata come speravamo. Non è che ora che sono uscite le motivazioni la situazione cambia. Non sono un avvocato, ne un pubblico ministero, e tantomeno un procuratore e quindi non mi rimane altro che affidarmi a loro. Spero che ci sia l’appello. Dalle carte ci sono tutti i presupposti per poterlo fare. Purtroppo questa, secondo me, è stata una sentenza che non ha avuto il coraggio di condannare adeguatamente  un’intera famiglia». 
Questo è quanto ha dichiarato Marina Conte, mamma di Marco Vannini, sentita dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado.  La più grande perplessità di Marina si riscontra nei motivi per i quali sono state concesse le attenuanti generiche, così motivate, come si legge in sentenza:  “Considerati, per tutti gli imputati per i quali è stata pronunciata condanna, la pregressa e del tutto regolare condotta di vita e la loro incensuratezza, l’evidente occasionalità e irripetibilità della vicenda, lo stesso legame affettivo esistente tra ciascuno di loro e la vittima e, quindi, la drammaticità, anche per loro, dei fatti in cui sono rimasti, in vario modo, coinvolti, possono essere loro riconosciute le circostanze attenuanti  generiche”.  
Non è d’accordo Marina perché «queste motivazioni – dice – non bilanciano adeguatamente l’immenso dolore arrecato alla mia famiglia. Non riesco a capire che attenuanti ci possono essere per il loro dolore. Questo lo vivo come un oltraggio a me e mio marito. E’ paragonabile al nostro dolore? E’ come un controsenso riconoscere delle attenuanti a chi non ha fatto niente per salvarlo. Mi ha sconvolto quando si parla di dolore quando poi tra le altre cose non hanno mai menzionato mio figlio. Nessuna parola buona nei suoi confronti. Non hanno mai detto per esempio a Marco gli volevamo bene. Ogni volta che hanno parlato di mio figlio hanno detto ‘’la cosa’’. E’ quindi inaccettabile un’attenuante perché soffrono a causa della morte di mio figlio. Noi soffriamo per la sua morte. Marco non c’è più. Aveva vent’anni  ero pieno di vita. Quando ho letto la sentenza non ho battuto ciglio nel senso che leggevo le motivazioni pur con animo polemico però quando sono arrivata alle attenuanti concesse anche per il dolore l’ho vissuto come un oltraggio. Loro (i Ciontoli) non hanno fatto niente,  non mi hanno mai detto niente e hanno continuato a mentire spudoratamente. Tranne quel giorno in udienza quando ha parlato il capofamiglia che si è girato verso di me e mio marito dicendo che ci aveva rovinato la vita ma aggiungendo che l’ha rovinata anche a lui e alla sua famiglia. Martina addirittura non si è mai girata, non mi ha mai cercato, mai detto una parola di conforto a me e mio marito. E mi parlano di dolore? Il dolore vero è il nostro». 

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