Premio ai Quartieri per il restyling al cimitero comunale

SANTA MARINELLA – Si è rivelato veramente emozionante l’incontro che il sindaco Tidei ha avuto con i Quartieri, la nota famiglia di operatori turistici di Santa Severa, che ha ricevuto un significativo riconoscimento da parte del primo cittadino per essere stata protagonista di un atto che ha consentito di effettuare un consistente restyling al cimitero comunale. «Dobbiamo dire grazie a Maddalena, Fabio e Stefano Quartieri – ha commentato Tidei – per aver fatto fare una vera e propria riqualificazione del cimitero a proprie spese. Tutto questo in onore del fratello Antonio, che io conoscevo benissimo, e che purtroppo ora non c’è più. Con questo gesto, il giorno dei defunti, il nostro camposanto è apparso tirato a nuovo».  Tra le lacrime, Maddalena Quartieri, ha voluto far presente che il restyling c’è stato anche grazie all’aiuto della cittadinanza e che il progetto deve essere ancora portato a termine.

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''L’unica guerra vinta è quella non combattuta''

di TONI MORETTI

CERVETERI – Domenica IV novembre, alle 11 era l’appuntamento al Parco delle Rimembranze per l’accurata cerimonia organizzata per la celebrazione del centenario della fine della Grande Guerra e la commemorazione di tutti i caduti di quella immane tragedia. Era prevista la presenza delle autorità militari, civili e religiose lì di fronte al monumento dei caduti e la partecipazione del complesso bandistico caerite, ma il tempo è stato inclemente. Una pioggia insistente e ha costretto tutti ad approfittare della cattedrale S. Maria Maggiore, in piazza Santa Maria, in verità non molto distante dal monumento, ed onorare lì, a margine della s. messa, quei caduti che hanno dato il loro contributo di sangue e di sacrifici  di cui moltissimi Cervetrani.
Incisivo e di grande valenza politica. È stato il discorso  del sindaco Alessio Pascucci che esordisce ponendosi una domanda: «Come facciamo a costruire un mondo migliore se non sappiamo da dove veniamo? – e si risponde da solo affermando – oggi siamo qui per questo. Oggi celebriamo la Giornata dell’Unità d’Italia, della Vittoria e delle Forze Armate. Ma c’è veramente Unità?»
A questo punto, il discorso si incentra  sulla Costituzione della quale è un estimatore ed un cultore, in quei punti in cui parla di diritti, di uguaglianza e di pace.  «L’articolo 3 della nostra Costituzione – dice Pascucci –  ci ricorda che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Sono settant’anni che è scritto così. Eppure tutti i giorni milioni di nostri concittadini devono affrontare una loro guerra personale. Le famiglie che con la crisi economica faticano ad arrivare a fine mese. Gli uomini e le donne che non si vedono riconosciuti gli stessi diritti nel poter scegliere chi amare e come farlo. Le donne che subiscono violenza, fisica, psicologica, verbale, che lavorano al pari degli uomini ma che non ricevono gli stessi compensi. I genitori con un figlio o una figlia con diverse abilità, che devono lottare quotidianamente perché ai loro bambini vengano riconosciuti dei diritti essenziali, come il poter andare a scuola, o poter accedere senza barriere agli uffici pubblici. I bambini e le bambine nate in Italia da genitori stranieri, che vanno a scuola con i nostri figli, che parlano i nostri dialetti, cantano l’inno italiano, apprezzano i piatti della nostra tradizione e ne conoscono gli usi, ma non possono sentirsi italiani. Quante guerre ci sono ancora aperte nel nostro territorio nazionale? Quante volte al giorno vediamo calpestati quei diritti scritti così bene nell’articolo 3?» E pare sconsolato quando dice: «Non ci può essere Unità in una Italia in cui le differenze sociali sono così marcate. Non c’è Unità, non ci può essere Unità, dove non c’è amore».
La seconda parte del suo discorso è incentrato invece sul significato da dare alla vittoria facendo una disamina con una statistica spietata sul numero totale dei morti che ha prodotto, (settecentocinquantamila),  dei mutilati, delle donne e dei bambini vittime della fame e quindi incalza con un’altra domanda: «Quale Vittoria possiamo festeggiare? Quella delle bare tornate a casa con una bandiera sopra? Quella delle madri che hanno perso un figlio? Delle mogli rimaste vedove? Dei bambini rimasti orfani? Come possiamo usare la parola vittoria? L’unica guerra vinta – afferma con forza –  è quella non combattuta. Non a caso la nostra Costituzione all’articolo 11 recita: ‘‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’’. Eppure siamo ancora coinvolti. In tante operazioni di cosiddetta esportazione della democrazia, i nostri giovani, donne e uomini che servono con onore il nostro paese, sono ancora sul fronte – e rivolgendosi ai tanti militari presenti – E a loro, ai tanti militari qui presenti, in rappresentanza di tutti quelli che da sempre rischiano la vita nelle zone calde del mondo per proteggere la nostra libertà, a loro, al loro impegno, alla loro tenacia, al loro ardore, al loro coraggio, noi dobbiamo molto. E stamattina, in questo 4 novembre, sotto al monumento ai caduti vogliamo ringraziarli e omaggiarli perché non ci sia mai più una lapide in questa città, perché non ci sia mai più una lapide in nessuna città del mondo macchiata di sangue innocente. Perché questo marmo possa servire a costruire ponti, scuole, luoghi di accoglienza. E non muri. E chiude indicando chi anche in un contesto bellico riesce a fare un gesto d’amore: Salvo D’Acquisto un ragazzo come noi. Un uomo normale. Uno come i tanti contadini, i tanti operai, chiamati alle armi e mandati a combattere sul fronte senza conoscerne il motivo».
Un  discorso orientato e frutto del suo tempo, quello di Pascucci. Che onora i caduti delle guerre ma non festeggia la vittoria di una guerra perché non ci deve essere più motivo di farne una , se vincere vuol dire prevaricazione  e affermazioni di supremazie che non hanno più ragione di esistere. Questo è stato il significato vero di quella corona di alloro, che nonostante la pioggia scrosciante, domenica  è stata deposta al monumento dei caduti.

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''Caso Fioravanti'', anche Governo Civico chiede il congelamento delle deleghe

LADISPOLI – «Un Sindaco a capo di una amministrazione dove un consigliere delegato all'edilizia e al ''project financing'', e implicato in una tale scabrosa vicenda, dovrebbe almeno in via precauzionale, congelarne la delega, se non toglierla del tutto». Continua a tenere banco, anche all'interno della politica locale, il ''caso'' Fioravanti finito agli onori della cronaca per una nuova vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto. Ad intervenire, dopo la richiesta al sindaco Grando di revocare in via precauzionale le deleghe al consigliere di maggioranza da parte del Partito democratico, ora è Governo Civico, sulla stessa lunghezza d'onda dei dem. «Anche il fatto di voler far passare questa faccenda come ''questione personale privata'', quando è invece evidente il coinvolgimento del Comune, come parte lesa, dato che quei soldi dovevano essere versati nelle casse comunali, ci suona come voler difendere a tutti i costi l'indifendibile. Noi ci proclamiamo da sempre garantisti – scrivono da Governo Civico – e per evitare che la nausea dei cittadini verso la politica, non aumenti oltre ogni misura, chiediamo al Sindaco di istituire una commissione tecnica, per la verifica di tutte le pratiche che il tecnico-consigliere comunale avrebbe presentato in Comune, almeno negli ultimi dieci anni. Inoltre – proseguono ancora da Governo Civico – anche alla luce della più recente indagine che lo vede coinvolto, ci sentiamo legittimati a suggerire di farne decadere, a mezzo dimissioni, ogni carica ricoperta all'interno dell'amministrazione comunale. Siamo convinti che questo sarebbe un gesto di responsabilità e trasparenza, finalizzato a fugare ogni dubbio sulla correttezza delle attività svolte, oltre ad essere un valido segnale di avvicinamento verso quei cittadini disillusi dalla politica, al contrario di una ostinata difesa a colpi di slogan e atteggiamenti da campagna elettorale».

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Tumore al seno, anche Tarquinia si colora di rosa

TARQUINIA – Ancora una volta il mese di ottobre si veste di rosa, un colore che richiama la prevenzione e la cura al tumore del seno. Come da tradizione, con l’arrivo dell’autunno, in Italia ci si muove per sensibilizzare alla prevenzione dei tumori al seno e molte sono le associazioni dedite ad organizzare eventi e appuntamenti per coinvolgere un numero sempre maggiore di pubblico femminile, troppo spesso ignaro e superficiale nei confronti di una patologia che, se presa in tempo, può essere sicuramente curata.

Anche a Tarquinia, al fine di mantenere accesa l’attenzione dell’opinione pubblica sull’efficacia di una corretta prevenzione e di una precoce diagnosi per la curabilità del tumore al seno, l’ANDOS ha chiesto all’amministrazione comunale di illuminare di rosa un monumento o un edificio particolarmente rappresentativo; così, a partire dal primo ottobre, il mese dedicato alla prevenzione, la torre di Santa Maria in Castello è stata illuminata del colore simbolo della lotta contro questo tipo di cancro. 

Un gesto importante che si inserisce nella battaglia non soltanto medica ma anche e soprattutto culturale per sconfiggere il tumore al seno attraverso gli strumenti della prevenzione, dell’educazione in campo oncologico e della sensibilizzazione; una battaglia alla quale tutti, ciascuno per il proprio ruolo, possono dare un contributo fondamentale. Maggiore informazione vuol dire maggiore consapevolezza, e quindi meno timore. La paura non fa rispondere la gente alle chiamate di screening ma la paura oggi uccide più del cancro, che ha invece molte possibilità di guarigione.

Molte sono le donne che, grazie alle iniziative messe in campo in questo mese, riescono ad approcciarsi ad una realtà difficile e complicata che troppe volte spaventa ma che può essere risolta.

Proprio in occasione dell’Ottobre Rosa, anche questo anno la Regione Lazio si è fatta promotrice dell’offerta della mammografia di screening ampliata anche alle donne che non rientrano nei percorsi organizzati. Oltre ai centri di screening, ci sono 45 strutture sanitarie che hanno aderito all’iniziativa per effettuare mammografie di prevenzione. 

A Tarquinia tutti conoscono il ruolo ed il lavoro svolti dall’Associazione nazionale donne operate al seno – Onlus, nata con lo scopo di seguire le donne che hanno subito un intervento al seno e da sempre impegnata in progetti che integrino l’esperienza di chi vive o ha vissuto la malattia con le competenze di professionisti socio-sanitari ed il contributo di chiunque voglia sostenere questa causa. 

Per fare questo, l’Andos offre una serie di iniziative che si susseguono nel corso dell’anno quali gruppi di training autogeno, danzaterapia, linfodrenaggio ed attività ricreative che accompagnano l’attività di sportello di ascolto e sostegno presso la sede di via Tagete. “Sconfiggiamo le paure e proteggiamo il nostro seno – dichiarano le volontarie – La consapevolezza della malattia e la prevenzione sono le nostre armi. Usiamole. Il nostro è un invito alle donne a non avere paura e a sottoporsi periodicamente agli screening preventivi con serenità. Come recita il nostro motto, insieme non si è sole.”

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La Croce rossa raccoglie sangue presso l’emoroteca di Allumiere

ALLUMIERE –  Il Comitato della Croce Rossa di Allumiere, coordinato dal commissario Andrea Lelli e dal responsabile della raccolta di sangue Andrea Fresi, darà vita domenica 28 ottobre ad Allumiere ad una raccolta di sangue. Dalle 8 alle 11 presso l’emoroteca di fronte al Poliambulatorio in via Civitavecchia ci sarà un’esperta équipe di sanitari e volontari che provvederanno ad accogliere i donatori e a raccogliere al meglio il sangue che servirà per salvare vite umane. «La donazione – spiegano gli organizzatori – è un nobile e altruistico gesto e noi vi aspetteremo per fare questo atto eccezionale nella più totale sicurezza. Sarà necessario presentarsi a digiuno e muniti di un documento di riconoscimento. Si può donare se si ha un peso superiore a 50 kg e si hanno meno di 65 anni, non si può donare se si ha meno di 18 anni. Vi aspettiamo numerosi: non mancate, abbiamo bisogno di voi, non restate indifferenti, venite a donare».

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«Ricordo solo il silenzio profondo della memoria»

LADISPOLI – «Oltre all'obbligo di risiedere all'interno del ghetto, i cui cancelli del ''serraglio'' di aprivano all'alba e si richiudevano al tramonto, gli ebrei dovevano portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili (un fazzoletto o un cappello color glauco), inoltre erano obbligati a svolgere soltanto alcuni tipi di lavori come rigattieri, straccivendoli, venditori ambulanti e non potevano possedere dei beni immobili». Inizia così il racconto dell'esperienza vissuta dagli alunni della terza H della Corrado Melone. I ragazzi, accompagnati dalle professoresse Di Girolamo e Specchi, si sono recati al ghetto di Roma, situato tra il rione di Trastevere, Largo Arenula, via del teatro di Marcello, Largo Argentina e il lungotevere dei Cenci. «Passando per le vie del ghetto – spiegano i ragazzi – abbiamo trovato delle ''pietre d'inciampo'' ovvero sampietrini situati davanti alle porte delle case in cui abitavano gli ebrei deportati. Sulla lastra di ottone viene inciso il nome della persona, la data di nascita, la data dell'arresto e in alcuni casi la data e il luogo della morte, è un modo ideato dall'architetto tedesco Gunter Demnig alla fine degli anni Novanta per non dimenticare e non diventare indifferenti a questa tragedia». I ragazzi hanno avuto la possibilità di visitare anche la mostra ''Vite Spezzate'' alla Casina dei Vallati. «Come si può comprendere dalle parole sclete, la mostra racconta il dramma vissuto dagli ebrei dopo l'emanazione delle leggi razziali del 1938 di cui quest'anno ricorre l'ttantesimo anniversario. In quella mostra delle foto, dei documenti diventano la prova tangibile che c'è stato un prima e un dopo. Qualcosa che probabilmente molti di noi non riescono neanche ad immaginare: persone che andavano a scuola, persone che frequentavano il liceo – proseguono i ragazzi nel loro racconto – l'università, che studiavano, insegnanti, docenti, persone che lavoravano nell'esercito, nella pubblica amministrazione, che praticavano sport e un giorno all'improvviso la loro vita ''si spezza'' e finisce la normalità. Infatti la nostra guida, Marco Calò, di ''razza ebraica'', come si è descritto lui stesso, sottolineanando il valore dispregiativo usato dai nazisti ai tempi del conflitto, ci ha illustrato con chiarezza e precisione cosa successe dopo l'emanazione delle leggi razziali». E i ragazzi hanno avuto la possibilità di sentire il racconto di quei giorni dalla voce di uno dei protagonisti: la loro guida, a quei tempi, nel 1943, ancora un bambino. Calò ha raccontato ai ragazzi quanto vissuto il 16 ottobre '43, quando «la sorte di queste persone divenne ancora più drammatica, la deportazione divise intere famiglie, molti gli ebrei che non fecero ritorno». Calò, quella mattina «era a casa malato in compagnia della zia, mentre la madre e la nonna si trovano a fare la fila per comprare le sigarette. Il padre si era già rifugiato in un convento. Quella mattina, avvisati da una vicina ''ariana'', riescono a rifugiarsi in una chiesa cattolica dove vengono raggiunti dall madre e dalla nonna. Per giorni vagano per Roma sui mezzi pubblici, rischiando la vita e passando le notti in alcune chiese, finché non vengono ospitati per nove mesi in un convento di suore nel quartiere Monteverde. All'arrivo degli americani a Roma, il 4 giugno 1944, l'unico ricordo di Marco è una tavoletta di cioccolata, regalatagli da un soldato americano: questo gesto, che non dimenticherà mai, gli diede il senso della libertà». Un viaggio, quello al ghetto di Roma, per i ragazzi della Melone, ricco di emozioni. «Capita in ogni strada – ha commentato Sofia Angeloni – di sentire un'emozione diversa, magari quella strada porta a un posto felice o forse semplicemente verso la propria casa, ma quel giorno (il 5/10/2018) in quella piccola strada, chiamata ''vicolo della Reginella'', che una volta portava al portone di una famiglia felice sentivo una sensazione strana come se le grida di quelle famiglie divise molti anni fa si sentissero ancora; come se tutte quelle lacrime che una volta facevano tanto male, si mescolassero all'acqua della piccola fontana delle tartarughe; come se in quel vicolo si fosse fermato il tempo e con lui anche le vite di persone che oggi vengono ricordate su una di quelle pietre di ottone, le ''pietre d'inciampo''. Non so bene il perché, ma quel giorno il rumore dei miei passi non si fece sentire. Forse perché, in quel giorno, in quel tranquillo vicolo del ghetto di Roma, ricordo solo il silenzio profondo della memoria».

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Vecchia sprecona

di MATTEO CECCACCI

L’obiettivo del Civitavecchia Calcio 1920 era mantenere l’imbattibilità tra le mura amiche della Cavaccia, ma quanto accaduto domenica ad Allumiere nel match valevole per la 7^ giornata del campionato di Eccellenza ha fatto sfumare completamente tutto quello che di buono aveva fatto fino al  30 settembre scorso. I nerazzurri, infatti, su tre match disputati in collina hanno ottenuto ben sette punti, frutto di due vittorie e un pareggio (c’è da considerare il punto di penalizzazione). I ragazzi di patron Ivano Iacomelli scendono in campo col solito 4-3-3 con Tomarelli tra i pali, in difesa torna l’esperta coppia Boriello e Simmi, a destra Leo Bellumori e a sinistra Fatarella, preferito al figlio del presidente, in mezzo al campo i soliti Mannozzi e Nuti con Pietranera a dar manforte alle spalle del micidiale tridente d’attacco Lorenzo Serafini, Manuel e Miguel Vittorini. I primi 45’ vedono una Vecchia che crea continue occasioni, prima con Fatarella e Mannozzi e dopo con un’occasione a testa dei fratelli Manuel e Miguel Vittorini, ma la sfera non entra, merito anche del portiere ospite Giordano. Nella ripresa i civitavecchiesi si intimidiscono e subiscono qualche tiro di troppo, in particolare quello dell’1-0 realizzato dal centrocampista Giusto al 25’ con un siluro dai venti metri che trafigge Tomarelli. Poco dopo arriva il generoso rigore di giornata, ma Vittorini colpisce la traversa e 5’ più tardi capitan Boriello viene mandato sotto la doccia per un gesto di stizza fatto dopo essere stato sostituito. Un Civitavecchia Calcio, dunque, troppo sprecone che costa l’imbattibilità tra le mura amiche.

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Il Comune e la Frates di Pescia Romana ad Amatrice

MONTALTO DI CASTRO – Una giornata all’insegna della solidarietà quella trascorsa domenica dall’amministrazione comunale e da una delegazione della Fratres di Pescia Romana. Il presidente Oliviera Lombardi insieme al sindaco Sergio Caci, all’assessore Corona, alla delegata all’agricoltura Goddi, e un gruppo di volontari Fratres hanno incontrato i rappresentati delle Avis di Amatrice, Fara Sabina e Latina per offrire la loro vicinanza a una cittadina che tanto ha sofferto, ma che tanto ha saputo impegnarsi per ricominciare.
I donatori hanno compiuto un gesto di generosità, offrendo alla popolazione di Amatrice i prodotti tipici locali di Montalto di Castro e Pescia Romana. «Siamo molto vicini alle persone di Amatrice – ha detto il presidente della Fratres Oliviera Lombardi –. In passato, durante la prima emergenza, avevamo già donato computer, stampanti e toner. Consegniamo oggi i prodotti della nostra terra alla Croce Rossa che provvederà a distribuirli alla popolazione». 
La delegazione di Montalto di Castro ha partecipato alla Santa Messa, poi si è recata nel centro commerciale della cittadina, dove ad attendere il sindaco Caci c’era il referente locale dell’Avis. Durante la lunga visita, il primo cittadino ha incontrato il vescovo di Rieti, Mons. Domenico Pompili e ha ricevuto la vista del consigliere regionale Sergio Pirozzi.
«Siamo tornati a casa con un cuore più grande e un’azione concreta – ha detto il sindaco Sergio Caci – contribuendo a fare shopping nei negozi e offrire così il nostro apporto alla crescita economica di Amatrice. Grazie alla Fratres di Pescia Romana per il suo aiuto alla popolazione».
La giornata si è poi conclusa al parco comunale, al monumento dedicato alle vittime del terremoto.

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Assessore del Comune di Montalto occupa il parcheggio per disabili: indignato il Pd

MONTALTO – Amministratore del Comune di Montalto di Castro parcheggia in uno stallo riservato ai disabili. Il Partito democratico di Montalto di Castro e Pescia Romana per voce del segretario Quinto Mazzoni stigmatizza l’accaduto.

“In un paese dove ancora si necessita di abbattere le barriere architettoniche, perché carenti, limitando  il normale movimento e i servizi  ai diversamente  abili, succede anche questo”, denuncia Mazzoni. 

“L’unico servizio, anch'esso carente, che lascia alcuni parcheggi riservati alla categoria dei disabili, con tanto di cartelli e strisce gialle, viene anch’esso violato – dice l’esponente del Pd castrense – Proprio chi deve  cercare di  abbattere quanto ancora non abbattuto e garantire la fruibilita'  ai disabili dei parcheggi a loro disposizione, si è appropriato, con prepotenza, dello spazio; come a voler rimarcare la battuta del Marchese del Grillo  " io so io e voi non siete un C…O "  

“Quei parcheggi non sono privilegi  per chi ha dei disagi , ma necessità. – tuona Mazzoni – Tanto meno non sono  privilegi  a disposizione del Marchese del Grillo.   Ecco qua in foto cosa accade: di chi sarà quell'auto posteggiata prepotentemente dentro le strisce gialle? Quale carica amministrativa avrà osato tanto? Ve lo diciamo noi, l' Assessore ai Lavori Pubblici!  Nessun rispetto è garantito con tale gesto”.

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Cattedrale in lacrime per l'ultimo saluto a Federica Palomba

CIVITAVECCHIA – Lacrime e commozione. Occhiali scuri per tentare di nascondere la tristezza. Palloncini colorati, a ricordare la vitalità e la gioia regalata in vita a chi le è stato accanto. Abbracci alla mamma Antonella e al fratello Emiliano. Cattedrale gremita per l'ultimo saluto a Federica Palomba, la 25enne studentessa di Medicina morta nei giorni scorsi a seguito di complicazioni nel decorso post operatorio di un intervento chirurgico per l'asportazione delle tonsille. Un intervento che, seppur considerato banale e di routine, può purtroppo avere complicanze nel decorso post operatorio, come in questo caso, dovute ad emorragie. L'intervento infatti era riuscito senza problemi. Poi, dopo pochi giorni, la tragedia. Medici e sanitari hanno tentato in tutti i modi di salvarle la vita, ma non c'è stato nulla da fare. La madre, in un ultimo gesto d'amore, ha così consentito la donazione degli organi, per dare speranza ad altre persone. 

C'erano i familiari ed i parenti, gli amici di sempre in Cattedrale, rappresentanti dell'istituto Marconi – frequentato da Federica e dove insegnava il padre, scomparso diversi anni fa – e dell'istituto Stendhal, dove insegna la madre Antonella Schioppa. In tanti si sono volutio stringere attorno a lei e al figlio. Come ha fatto anche il sindaco Antonio Cozzolino, presente per portare le più sentite condoglianze a nome della città alla famiglia di Federica "giovane civitavecchiese che ci ha lasciato troppo presto. Una ragazza sorridente – ha spiegato – buona, benvoluta da tanti suoi coetanei per il suo buon cuore. Alla famiglia e a tutti quelli che le volevano bene un commosso abbraccio dalla città di Civitavecchia".

"A te che hai reso la nostra vita bella come il tuo sorriso" recitava uno striscione su un balcone di fronte alla Cattedrale, firmato da "gli amici di una vita". Gli stessi che oggi hanno pianto una scomparsa prematura ed incomprensibile. Sentita l'omelia di monsignor Cono Firringa con il feretro bianco della 25enne che è stato accolto sul sagrato della chiesa tra due ali di folla in lacrime, sulle note di "Viva" di Ligabue. Palloncini colorati in aria per non far morire la freschezza, la solarità e la dolcezza di Federica.   

   

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