Niccolò, figlio di due mamme, registrato all’anagrafe di Torino. È la prima volta in Italia

Mai era accaduto che un bambino venisse indicato espressamente come figlio di due donne. La sindaca Appendino commossa: «Scritto un pezzo di Storia»

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Gabriele, il runner non vedente: «Mi guida la mano di mio figlio»

Oristano, corrono uniti da una cordicella: puntiamo alla maratona di New York. Andrea: «Da piccolo mi mancava sugli spalti alle partite, ma ora questo sport è solo nostro»

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«Con la fondazione Marco continuerà a vivere»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Sto al cimitero, davanti alla lapide di mio figlio e non so ancora come farò a dirgli che il mazzo di fiori  che gli avevo promesso come simbolo di giustizia non c’è perché questo passo avanti non c’è stato, non l’ho visto, non l’ho avvertito. Per me oggi è tutto fuori luogo. Sto qui, lo guardo ma non riesco a parlargli. Mi sento vuota. Sento il vuoto. Il niente. Il mio cuore si è inaridito con la sua morte e sta con lui, qui sulla terra ne è rimasto ben poco perché è come se me lo avessero strappato. Ieri questa sensazione si è acuita. Non so come dirglielo che ho lottato tanto per potergli raccontare di quel segnale che non c’è stato. Che la giustizia esiste, che l’ha avuta e invece non posso perché per me è come se l’hanno ucciso un’altra volta. Mi sento come inasprita». 
Queste le parole che dice con la voce rotta dal pianto Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, il giorno dopo la sentenza di primo grado che ha mitigato le richieste di condanna del pubblico ministero nei confronti della famiglia Ciontoli. Abbiamo tutti visto quell’esplosione incontenibile di sdegno di Marina in aula dopo la lettura del verdetto. 
«Sto male, molto peggio di ieri – continua Marina –  Sono come sotto un treno. Comunque io non mollo e spero che il pubblico ministero faccia il ricorso in appello. Confido in lei perché noi, come parte civile, non lo possiamo fare. Questo è quello che prevede la legge. Noi in quel processo sembriamo degli ospiti indesiderati. Sono ancora molto sconcertata per quello che è successo, della sentenza che c’è stata. Ieri ero arrabbiata ed oggi sono ancora più arrabbiata di ieri. Sono sempre stata una donna dignitosa e ho sempre confidato nella giustizia. E, invece, ieri, secondo me, la giustizia per Marco non c’è stata. E’ inaccettabile». 
E lì davanti alla tomba del figlio che Marina rivendica il suo ruolo di vittima: «I legali dei Ciontoli, parlano dei loro assistiti come persone vittime della pressione mediatica, e quindi  non più liberi di andare a comprare neanche il pane.  Ma la vittima sono io e lo rimarrò per sempre. Io non potrò essere più chiamata mamma. Non potrò mai vedere e gioire per la laurea di mio figlio. Non potrò essere mai chiamata nonna  Ma anche i comportamenti a latere fanno riflettere. Non hanno mai avuto un attimo di esitazione nella durezza che è apparsa evidente nei confronti di Marco. Mai una volta in cimitero a trovare mio figlio. Mai fatto niente per lui dimostrando anche così di pensare solo a se stessi».  
«Al di là di tutte le speculazioni che si sono sviluppate sulla pressione mediatica intorno a questo processo – spiega mamma Marina – non c’è mai stata da parte mia la volontà di trasformarlo in un processo di ‘’piazza’’ né tantomeno di negare i legittimi diritti di chicchessia. Il fatto è che non posso rinunciare al conforto che mi arriva spontaneo da tutte quelle mamme d’Italia che si immedesimano nella mia condizione. Da tutti quei papà che si immedesimano nella condizione di mio marito Valerio. Da tutti quei giovani che vedono in Marco un simbolo per una giustizia bramata e che trovano incompiuta. Nella trasmissione televisiva ‘‘Chi l’ha visto?’’, per esempio, nella quale ero ospite, le linee dei telefoni non funzionavano più da quanto erano intasate per i messaggi di solidarietà arrivati per me e Valerio. A Ladispoli il comitato dei commercianti ha fatto in forma di protesta per la sentenza  il manifesto con la scritta ‘’Io sono Marco, noninmionome’’, che è stato affisso nella porta di ingresso dei negozi. E questo non dipende dalla famiglia Vannini. E’ un gesto di solidarietà spontaneo della gente comune. Ritengo che chiedere verità sia la dimostrazione del rispetto che nutro nei confronti di una giustizia giusta, perché soltanto attraverso la ricerca della verità questa arriva al suo compimento come previsto da ogni società civile».  
Marina si entusiasma quando parla del progetto che ha in mente di realizzare. «Dopo che è successo il fattaccio ho capito a mie spese a quanti problemi e difficoltà si va incontro in un processo e  al grande sforzo economico per sostenerlo. Per questo trasmetterò la mia esperienza e la metterò a disposizione  attraverso una fondazione a nome di mio  figlio denominata ‘’Giustizia e Verità per Marco’’, dove lui continuerà a vivere e a dare giustizia a tante persone come lui che hanno subito una morte così crudele». 
Papà Valerio, al cimitero con la moglie, dice: «Non c’è la faccio a stare più di cinque minuti davanti alla lapide di mio figlio. Non riesco a sopportare l’idea che lui stia lì dentro. Un ragazzo così pieno di vita, come fai ad immaginarlo dentro ad un loculo? Così sorridente e gioioso, come fai ad immaginarlo dentro ad un loculo? Vengo al cimitero per rispetto ma ci sto poco, esco fuori e aspetto mia moglie. Oggi sento un vuoto immenso dentro. Non ce l’ha faccio. Non riesco a guardare neanche la sua  foto sulla lapide. E’ come se mi sentissi in colpa io per non essere riuscito a dargli quel minino di giustizia che attende da tre anni. Però questa è la sentenza di primo grado e spero che si vada avanti e si faccia l’appello. Non riesco ad accettare che abbiano derubricato il reato per i familiari del Ciontoli. E’ assurdo. Viola addirittura assolta perché il fatto non costituisce reato. Ma che stiamo dicendo?  Sono tante, tantissime le persone che ci sostengono. Si immedesimano nella nostra situazione e trovano inconcepibile che un’intera famiglia non abbia dato un briciolo di valore alla vita umana. Sono contento del loro sostegno perché ci danno forza e coraggio».

 

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Addio a Bruno Sammartino, il «ragazzo buono» del wrestling

Figlio di immigrati italiani, era arrivato negli Stati Uniti durante la guerra. Per undici anni numero uno al mondo nei pesi massimi. «Era il simbolo del sogno americano»

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Processo Vannini, condanna per la famiglia Ciontoli

CERVETERI – Dopo poche ore di camera di consiglio arriva il verdetto per la famiglia Ciontoli per la morte di Marco Vannini: 14 anni per Antonio, il capofamiglia e tre anni ciascuno per il figlio Federico, la figlia Martina e la moglie Maria Pezzillo. Assoluzione per Viola Giorgini, la fidanzata di Federico, accusata di omissione di soccorso. Caos in aula dopo la lettura della sentenza

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Condanna per la famiglia Ciontoli: 14 anni per Antonio e 3 per moglie e figli

CERVETERI – Dopo poche ore di camera di consiglio arriva il verdetto per la famiglia Ciontoli per la morte di Marco Vannini: 14 anni per Antonio, il capofamiglia e tre anni ciascuno per il figlio Federico, la figlia Martina e la moglie Maria Pezzillo. Assoluzione per Viola Giorgini, la fidanzata di Federico, accusata di omissione di soccorso

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Condanna per la famiglia Ciontoli: 14 anni per Antonio il capofamiglia e tre per moglie e figli

CERVETERI – Dopo poche ore di camera di consiglio arriva il verdetto per la famiglia Ciontoli per la morte di Marco Vannini: 14 anni per Antonio, il capofamiglia e tre anni ciascuno per il figlio Federico, la figlia Martina e la moglie Maria Pezzillo. Assoluzione per Viola Giorgini, la fidanzata di Federico, accusata di omissione di soccorso

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Processo Vannini: attesa per oggi la sentenza di primo grado

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Mi sento molto nervosa ma anche tanto fiduciosa» sono le parole dette da Marina Conte in un modo che non nasconde una tensione latente di quelle che non controlli con la volontà ma che ti attanagliano e non lasciano scampo. E’ attesa per oggi la sentenza di primo grado per l’omicidio del figlio Marco Vannini, il 20enne di Cerveteri ferito la serata del 17 maggio 2015, a Ladispoli, da un colpo di arma da fuoco esploso dalla pistola di  Antonio Ciontoli, reo confesso,  padre della sua fidanzata Martina, deceduto alcune ore dopo a seguito di una lenta, dolorosa  e drammatica agonia. Il processo iniziato il 23 maggio 2016 presso la Corte di Assise di Roma, Collegio giudicante, presidente Anna Argento e giudice a latere, Sandro Di Lorenzo, e affidato al pm Alessandra d’Amore,  prevede per oggi una prima verità processuale e le eventuali condanne nel primo grado di giudizio. Nell’udienza del 21 marzo scorso il pubblico ministero ha chiesto pene particolarmente severe per la  famiglia Ciontoli. Un’intera famiglia composta da padre, madre, figlio e figlia potrebbe finire in carcere per omicidio volontario. Per l’accusa non ci sono dubbi: anche se in modo diverso, sono tutti colpevoli per quello che è successo quella notte nella loro villetta di Ladispoli. Per Antonio Ciontoli, il capofamiglia, la richiesta è stata di  21 anni di reclusione; per la moglie Maria Pezzillo e per i loro due figli, Federico e Martina, di 14 anni di reclusione con la concessione delle attenuanti; per Viola Giorgini, fidanzata di Federico, imputata per omissione di soccorso, la richiesta è stata di 2 anni con la sospensione della pena. 
A quasi tre anni dalla morte del giovane, una giornata importantissima per i genitori di Marco che sperano vengano accolte le richieste del pubblico ministero.  
Papà Valerio:  «Mi sento tranquillo al contrario di Marina. Come ho sempre detto ho fiducia nelle istituzioni, ho fiducia nella giustizia e mi auguro che vengano accolte le richieste del pm». Valerio è più razionale, più sereno e pacato e specifica: «Nella mia posizione devo essere forte e fare coraggio anche a mia moglie. E’ uno sforzo in più. Debbo dire che di indole sono un po’ più tranquillo. Finalmente siamo arrivati al primo traguardo. Non so più cosa dire. Sono fiducioso».  
Anche gli zii, Roberto Carlini e la moglie Anna, sorella di Marina, non nascondono la tensione: «Siamo in fibrillazione. Mancano poche ore e quando ci tieni alla cose c’è sempre un po’ di paura che non vadano come dovrebbero andare. Il nostro auspicio è che perlomeno venga  confermata la richiesta del pubblico ministero. Anche perché non confermando quella si stravolgerebbero tutti i capi d’accusa. Ad una ipotesi del genere non ci vogliamo neanche pensare. Sono tre anni che ci stiamo battendo».
Mamma Marina è tesa, sconvolta e agitata nonostante riconosca che il processo sia andato bene. Si aspetta anche lei che vengano accolte le richieste del pm.  Un tarlo la corrode e la dilania dentro. Il suo corpo si chiude in una morsa di dolore quando sconsolata dice: «Non sapere tutta la verità sulla morte di mio figlio è una cosa che mi logorerà per tutta la vita. Una condanna non mi ridarà certo mio figlio, però sapere quello che è successo è per me fondamentale. Dovrò accontentarmi di una verità processuale e andare avanti. Per me e mio marito sarà come essere condannati all’ergastolo a vita. Qualsiasi pena per noi è relativa».  
Il cugino, Alessandro Carlini con un post sul gruppo Facebook  ‘’Giustizia e verità per Marco Vannini, scrive: «Sappiamo che molti di voi saranno presenti in Corte D’Assise per manifestarci la propria vicinanza. Per questo motivo vi chiediamo di assumere un comportamento adeguato e civile nel rispetto della figura di Marco e della nostra famiglia. Vi ricordo, come già hanno detto svariate volte i nostri avvocati che noi non chiediamo vendetta ma giustizia».  Infine in un altro post, in qualità di amministratore del gruppo, Alessandro invita tutti gli iscritti, in vista della sentenza, alla moderazione: «Nessuno si aspettava un numero così alto di persone che avessero a cuore questa vicenda e per questo la nostra famiglia vi ringrazia uno per uno, perché rappresentate comunque un conforto in questi mesi davvero duri. Perché perdere un figlio è di per sé terribile, ma perderlo nelle circostanze che tutti conosciamo è veramente insopportabile.  Il gruppo, come sappiamo, nasce per esprimere pubblicamente un’unica esigenza: verità e giustizia per Marco. E quindi ben vengano pensieri su Marco, ricordi, appelli affinché venga fuori la verità. Vi chiedo soltanto di non alimentare alcun clima di odio. E questo perché l’odio, non solo non porta alla verità, ma fa il gioco di quelle persone che stanno solo cercando di nascondersi e sfuggire alle proprie responsabilità».
Intanto i sostenitori della famiglia Vannini e in particolare Marco de Rubeis, Tiberio Cancellier e Antonella Proietti Marengo che fin dall’inizio sono stati vicini e sempre presenti alle udienze,  hanno organizzato per oggi un sit-in pacifico a piazzale Clodio, con addosso la maglietta con la scritta ‘’Giustizia per Marco Vannini’’. «Facciamo sentire la nostra presenza – dice Antonella Proietti che ha chiesto l’autorizzazione al Questore di Roma – partecipando all’udienza, la Corte deve sapere che la famiglia Vannini non è sola e che tutti noi non molliamo, che tutti noi insieme a loro aspettiamo la condanna perché crediamo nella giustizia. Marco è uno di noi». «Non è neanche una manifestazione – precisa Marco de Rubeis –  ma un calore affettivo e una doverosa gratitudine ad una famiglia che è stata sempre composta, come lo siamo stati sempre noi. Rispetteremo tutte le regole di civiltà. Se poi il tutto è diventato mediatico certamente lo hanno voluto i fatti scandalosi accaduti a Marco». 

 

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Oggi la sentenza di primo grado

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Mi sento molto nervosa ma anche tanto fiduciosa» sono le parole dette da Marina Conte in un modo che non nasconde una tensione latente di quelle che non controlli con la volontà ma che ti attanagliano e non lasciano scampo. E’ attesa per oggi la sentenza di primo grado per l’omicidio del figlio Marco Vannini, il 20enne di Cerveteri ferito la serata del 17 maggio 2015, a Ladispoli, da un colpo di arma da fuoco esploso dalla pistola di  Antonio Ciontoli, reo confesso,  padre della sua fidanzata Martina, deceduto alcune ore dopo a seguito di una lenta, dolorosa  e drammatica agonia. Il processo iniziato il 23 maggio 2016 presso la Corte di Assise di Roma, Collegio giudicante, presidente Anna Argento e giudice a latere, Sandro Di Lorenzo, e affidato al pm Alessandra d’Amore,  prevede per oggi una prima verità processuale e le eventuali condanne nel primo grado di giudizio. Nell’udienza del 21 marzo scorso il pubblico ministero ha chiesto pene particolarmente severe per la  famiglia Ciontoli. Un’intera famiglia composta da padre, madre, figlio e figlia potrebbe finire in carcere per omicidio volontario. Per l’accusa non ci sono dubbi: anche se in modo diverso, sono tutti colpevoli per quello che è successo quella notte nella loro villetta di Ladispoli. Per Antonio Ciontoli, il capofamiglia, la richiesta è stata di  21 anni di reclusione; per la moglie Maria Pezzillo e per i loro due figli, Federico e Martina, di 14 anni di reclusione con la concessione delle attenuanti; per Viola Giorgini, fidanzata di Federico, imputata per omissione di soccorso, la richiesta è stata di 2 anni con la sospensione della pena. 
A quasi tre anni dalla morte del giovane, una giornata importantissima per i genitori di Marco che sperano vengano accolte le richieste del pubblico ministero.  
Papà Valerio:  «Mi sento tranquillo al contrario di Marina. Come ho sempre detto ho fiducia nelle istituzioni, ho fiducia nella giustizia e mi auguro che vengano accolte le richieste del pm». Valerio è più razionale, più sereno e pacato e specifica: «Nella mia posizione devo essere forte e fare coraggio anche a mia moglie. E’ uno sforzo in più. Debbo dire che di indole sono un po’ più tranquillo. Finalmente siamo arrivati al primo traguardo. Non so più cosa dire. Sono fiducioso».  
Anche gli zii, Roberto Carlini e la moglie Anna, sorella di Marina, non nascondono la tensione: «Siamo in fibrillazione. Mancano poche ore e quando ci tieni alla cose c’è sempre un po’ di paura che non vadano come dovrebbero andare. Il nostro auspicio è che perlomeno venga  confermata la richiesta del pubblico ministero. Anche perché non confermando quella si stravolgerebbero tutti i capi d’accusa. Ad una ipotesi del genere non ci vogliamo neanche pensare. Sono tre anni che ci stiamo battendo».
Mamma Marina è tesa, sconvolta e agitata nonostante riconosca che il processo sia andato bene. Si aspetta anche lei che vengano accolte le richieste del pm.  Un tarlo la corrode e la dilania dentro. Il suo corpo si chiude in una morsa di dolore quando sconsolata dice: «Non sapere tutta la verità sulla morte di mio figlio è una cosa che mi logorerà per tutta la vita. Una condanna non mi ridarà certo mio figlio, però sapere quello che è successo è per me fondamentale. Dovrò accontentarmi di una verità processuale e andare avanti. Per me e mio marito sarà come essere condannati all’ergastolo a vita. Qualsiasi pena per noi è relativa».  
Il cugino, Alessandro Carlini con un post sul gruppo Facebook  ‘’Giustizia e verità per Marco Vannini, scrive: «Sappiamo che molti di voi saranno presenti in Corte D’Assise per manifestarci la propria vicinanza. Per questo motivo vi chiediamo di assumere un comportamento adeguato e civile nel rispetto della figura di Marco e della nostra famiglia. Vi ricordo, come già hanno detto svariate volte i nostri avvocati che noi non chiediamo vendetta ma giustizia».  Infine in un altro post, in qualità di amministratore del gruppo, Alessandro invita tutti gli iscritti, in vista della sentenza, alla moderazione: «Nessuno si aspettava un numero così alto di persone che avessero a cuore questa vicenda e per questo la nostra famiglia vi ringrazia uno per uno, perché rappresentate comunque un conforto in questi mesi davvero duri. Perché perdere un figlio è di per sé terribile, ma perderlo nelle circostanze che tutti conosciamo è veramente insopportabile.  Il gruppo, come sappiamo, nasce per esprimere pubblicamente un’unica esigenza: verità e giustizia per Marco. E quindi ben vengano pensieri su Marco, ricordi, appelli affinché venga fuori la verità. Vi chiedo soltanto di non alimentare alcun clima di odio. E questo perché l’odio, non solo non porta alla verità, ma fa il gioco di quelle persone che stanno solo cercando di nascondersi e sfuggire alle proprie responsabilità».
Intanto i sostenitori della famiglia Vannini e in particolare Marco de Rubeis, Tiberio Cancellier e Antonella Proietti Marengo che fin dall’inizio sono stati vicini e sempre presenti alle udienze,  hanno organizzato per oggi un sit-in pacifico a piazzale Clodio, con addosso la maglietta con la scritta ‘’Giustizia per Marco Vannini’’. «Facciamo sentire la nostra presenza – dice Antonella Proietti che ha chiesto l’autorizzazione al Questore di Roma – partecipando all’udienza, la Corte deve sapere che la famiglia Vannini non è sola e che tutti noi non molliamo, che tutti noi insieme a loro aspettiamo la condanna perché crediamo nella giustizia. Marco è uno di noi». «Non è neanche una manifestazione – precisa Marco de Rubeis –  ma un calore affettivo e una doverosa gratitudine ad una famiglia che è stata sempre composta, come lo siamo stati sempre noi. Rispetteremo tutte le regole di civiltà. Se poi il tutto è diventato mediatico certamente lo hanno voluto i fatti scandalosi accaduti a Marco». 

 

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Pierre Cardin: a 96 anni vorrei lasciare ago e filo a un figlio

Il decano degli stilisti: in giro ci sono troppi copiatori. mio nipote l’erede artistico. Sono un sarto comincio a lavorare di notte. Mi sveglio più volte per appuntarmi le idee che mi vengono in mente. Poi le consegno ai miei collaboratori

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