«Noi giornalisti ci limitiamo a dare la parola. Ai giusti e agli ingiusti, agli accusatori e agli imputati, agli innocenti e ai colpevoli»

CERVETERI – Il direttore de “Il dubbio” Piero Sansonetti risponde a Marina Conte, mamma di Marco Vannini,   dopo che la donna gli ha scritto in merito alla pubblicazione dell’intervista ad Antonio Ciontoli, condannato a 14 anni in primo grado per la morte del figlio: 
«Cara signora, il dolore non si discute. Neanche la rabbia.
Specialmente la rabbia e il dolore delle persone che amavano un ragazzo che è stato ucciso. Figuriamoci se spetta a un giornalista sindacare il dolore.
Noi giornalisti ci limitiamo a dare la parola. Ai giusti e agli ingiusti, agli accusatori e agli imputati, agli innocenti e ai colpevoli.
Nell’intervista che ci ha rilasciato, il signor Ciontoli non mi pare sia stato mai offensivo nei vostri confronti.
Ha chiesto il vostro perdono.
Voi siete padronissimi di non concederglielo, lui è libero di chiedervelo.
Noi, credo, di dare voce».
Ecco la nota che ha inviato al direttore mamma Marina:
«Egregio sig. Direttore, le sarò grata se vorrà pubblicare la presente.
Sono Marina Conte, mamma di Marco Vannini, un ragazzo di venti anni barbaramente ucciso presso l’abitazione di Antonio Ciontoli il 18/05/2015.
Mi è stata segnalata ed ho letto l’intervista rilasciata dall’assassino di mio figlio (secondo la Corte di Assise di Roma) Antonio Ciontoli a Valentina Stella.
La lettura dell’intervista (che mi è sembrata per vero, una prolissa esternazione di un ufficio stampa) mi ha scocciato e disgustato.
L’assassino (sempre secondo la corte di Assise di Roma) di mio figlio viene raffigurato in una visione bucolica, un indecente quadretto pietistico nei confronti di un signore che ha l’impudicizia di atteggiarsi a vittima di fronte alla giornalista del «Il Dubbio»,  che ho immaginato in religioso ascolto con gli occhioni adoranti.
Egregio Signor Direttore, Lei e Valentina Stella, da giornalisti che scelgono di occuparsi di un fatto di cronaca, avevate il dovere di sapere, quantomeno, che mio figlio, un meraviglioso ragazzo di venti anni, è stato lasciato agonizzare per almeno un’ora (una eternità) mentre urlava disperato (in modo disumano ed ininterrotto come ha testimoniato la vicina di casa) alla presenza di chi doveva soccorrerlo e che ha invece dimostrato una crudeltà bestiale.
Non ho voglia né  intenzione di andare oltre: credo che questa breve riflessione sia più che sufficiente per avvertire un senso di profonda vergogna nel leggere l’indecoroso quadretto strappalacrime che avete voluto propinare ai vostri lettori, presentando persino come vittima chi ha lasciato morire mio figlio con una crudeltà inimmaginabile e che sino ad oggi non ha fatto neppure un giorno di galera.
Voi avete il diritto di svolgere la vostra professione come ritenete: a me, se non è troppo disturbo, lasciate il diritto di urlare la mia indignazione e il mio disgusto di fronte all’ennesimo oltraggio che il mio povero ragazzo ha dovuto ancora subire».

 

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Nata tetraplegica, 5 milioni di euro a Eleonora per errori in sala parto

La piccola Eleonora Gavazzeni oggi ha nove anni: il tribunale di Rovigo ha condannato le ginecologhe, l’azienda sanitaria e le due assicurazioni, a pagare un risarcimento mai riconosciuto in Italia

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«Al perdono non ci penso e non lo concederò mai»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Al perdono non ci penso e credo che non glielo concederò mai. Il perdono è un sentimento e nei confronti di quella gente non riesco a nutrire sentimenti. Ne sono indegni dopo i comportamenti tenuti nei confronti di mio figlio morente  verso il quale non ne hanno nutrito alcuno anteponendo i propri interessi alla possibilità di salvezza di Marco. Come può pretendere di avere il mio perdono dopo aver lasciato mio figlio agonizzante addirittura per terra, neanche sdraiato su un divano? No, non lo avrà mai. Ma non per questo io lo odio. L’odio è già un sentimento e loro non meritano neanche quello. Voglio soltanto, e penso di averne tutto il diritto, sapere la verità. Ma la verità vera, non quella processuale o quella di comodo che si sono inventati e ripetono tra tre anni e mezzo. Del resto non me ne frega niente».
Risponde così Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il ventenne deceduto il 18 maggio 2015 dopo una drammatica agonia a seguito di un colpo di pistola partito dalla beretta calibro nove di Antonio Ciontoli,  condannato a 14 anni in primo grado per omicidio volontario e i suoi familiari a tre anni per omicidio colposo (la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, fidanzata di Marco), che ieri  chiede il perdono attraverso un’intervista rilasciata a Valentina Stella per il quotidiano ''Il Dubbio'', di Piero Sansonetti. Mamma Marina dice di non averla letta perché, sottolinea: «Leggere quello che loro dicono mi fa solo star male. Loro già hanno ferito tanto me e mio marito Valerio e soprattutto mio figlio che a vent’anni non c’è più. Forse sarò dura ma continuando con questa solfa, riescono sempre più a farmi schifo. Si devono vergognare. Per come si muovono e per come agiscono. Tutti i giornalisti che sono venuti a casa mia hanno invitato anche loro a parlare. Ma non hanno mai voluto farlo. E’ inutile che continuano a fare le vittime». 
Mamma Marina, come un fiume in piena parla in modo concitato, facendo trasparire dalla voce un profondo fastidio non tanto per l’argomento quanto per le persone di cui è, per certi versi, costretta a parlare.  All’affermazione di Ciontoli quando dice: «abbiamo scelto di non parlare con la stampa per rispettare la famiglia di Marco e anche il giusto processo»,  lasciando intendere che loro sono stati rispettosi anche dell’istituzione, Marina risponde: «Se avesse voluto rispettare la famiglia di Marco mi chiedo perché fuori dall’udienza ha comunque attaccato mio nipote dicendogli “ma non ti vergogni”? E poi perché  è stato denunciato? Se non voleva ferirmi non doveva fare niente di tutto questo. Lui e la sua famiglia sono delle persone malvagie. Punto. Chi ha fatto cattiverie sono soltanto loro. Hanno strappato la foto di Marco e poi dice «il mio amatissimo Marco»? Ma quando mai l’ha amato. Sono stanca di sentire queste cose. Se ha qualcosa da dire, la verità, deve andare dai giudici e dirla a loro. Potrebbe così liberarsi la coscienza, ammesso che l’abbia».
Ciontoli nell’intervista parla del clamore mediatico che ha creato questa vicenda e Marina replica: «Se si lamenta del fatto che c’è un processo mediatico non dipende da me.  Sarebbe bastato soccorrere tempestivamente mio figlio e salvarlo ed oggi non staremo a parlare di questo. Ma l’hanno lasciato morire. Ed ora vogliono fare le vittime? Le vittime di che? Anche Federico quando lo vedo in televisione non mi sembra poi tanto angosciato per la morte di Marco».  
Non ci sta mamma Marina anche quando Ciontoli dice di non essere «né un assassino, né un criminale, né un delinquente». «Ha un senso quello che lui dice? – si chiede mamma Marina – Lui padre di due figli dice di amare Marco come un figlio ma non ha fatto niente per salvarlo. Parliamoci chiaro, ad oggi per la giustizia italiana lui e i suoi familiari sono quattro assassini. Chi uccide una persona è un assassino. Per come la vedo io e per come mi hanno educato i miei genitori, anche chi uccide un cagnolino lo è». 
Mamma Marina interviene sul punto in cui Ciontoli dice che: «Sin dall’inizio abbiamo provato a parlare con loro, abbiamo provato in vari modi ad avvicinarci a loro, tant’è che Martina nei giorni successivi è andata fuori casa loro, implorandoli di darle la possibilità di poterli abbracciare, senza riuscirci. Hanno comprensibilmente chiuso tutte le porte. A quel punto, abbiamo capito che forse il silenzio era il modo migliore per rispettarli».
«Non è vero – replica  mamma Marina – che noi abbiamo messo una barriera con loro. Nell’immediatezza del fatto ero sconvolta per quanto successo. Era morto mio figlio in un modo così violento e drammatico e tante cose non riuscivo a capirle. Mi ero come sconnessa da tutto e dal mondo. Non si capiva poi quello che era successo. Ma non avevamo chiuso i ponti con nessuno. Martina ha continuato a dialogare con mio nipote Alessandro per giorni e fino a quando lo stesso non si è reso conto che continuava a riferirgli una serie di bugie, tanto che alla fine le ha detto di non disturbarlo più. La verità stava iniziando ad emergere. Martina ha tentato di mettersi in contatto anche con me. Ma in quei primi giorni stavo tanto male, chiusa nel mio dolore lancinante, che non volevo vedere nessuno e neanche lei. Volevo vivere il mio dolore da sola. Così mio nipote gli ha detto di andare a casa sua per parlare con lui. Ma lei ha rifiutato. “Da te non ci vengo” è stata la sua risposta. Se avessi voluto chiudere le porte da subito non avrei certo permesso che Martina stesse in chiesa per i funerali. Io e mio marito eravamo distrutti dal dolore e se veramente anche loro vivevano la nostra stessa situazione avrebbero cercato un contatto con noi e ci potevano essere tanti modi per incontrarci. Loro con me vogliono fare solo le vittime. Ad oggi dopo tutto quello che ho vissuto, dopo tutte le menzogne che ho sentito, perché del prima non posso sapere niente visto che in quella casa non c’ero ma del dopo so tutto. Dall’arrivo al Pit io so tutto. L’ho vissuto in prima persona. E già dall’inizio hanno mentito.  Però col tempo ci sarà giustizia per Marco, e ci sarà anche una giustizia divina dalla quale nessuno potrà mai sfuggire. Una mamma non si da mai per vinta perché vorrà sempre sapere la verità. E questo è stato il mio incubo fin dal primo momento. Loro oramai si sono costruiti la loro verità, preparata e studiata con i loro legali».
Infine, un ultimo commento di mamma Marina quando Ciontoli afferma «Marco per me e mia moglie era come un figlio ed era il ragazzo che mia figlia Martina amava, e che sempre ameremo. Marco manca tantissimo anche a noi. Ma questo Marina e Valerio lo sanno benissimo come sanno benissimo che noi li continueremo ad amare».  
«Andiamo a vedere se è vero che loro amavano Marco – dice mamma Marina con un filo di voce –  Va ricordato che mio figlio ha urlato e urlato  e i vicini hanno dichiarato di aver sentito urla disumane. Tutti loro erano consapevoli che era partito un colpo d’arma da fuoco e Maria Pezzillo, invece, che ha disdetto la prima chiamata al 118 non mi sembra poi che lo amava così tanto visto che lo ha lasciato morire.  Non dimentico certo quando arrivata al Pit, si avvicina a me e accendendosi una sigaretta mi ha detto che il marito, per quanto successo, avrebbe perso il posto di lavoro. Quindi questo grande amore per mio figlio non lo vedo. Secondo me sono persone anaffettive. Per quanto riguarda il capofamiglia l’abbiamo sentita tutti, non solo io, la chiamata al 118 quando, con una tranquillità e una lucidità unica, diceva “venite c’è un ragazzo che sta male e si è ferito con un pettine a punta”. Dove sta questo amore? Dove sta? L’amore è solo verso loro stessi che fino ad oggi hanno solo pensato esclusivamente a ‘’pararsi il culo’’, come dice Viola (fidanzata di Federico e presente anche lei in casa quella maledetta sera), l’uno con l’altro. Loro stanno male perché vivono male. Era una famiglia che viveva di immagine. Purtroppo con quello che è successo la loro immagine è crollata. Quindi stanno male solo per questo, non per mio figlio. Ogni volta che hanno parlato di Marco, anche nel corso del processo, hanno sempre detto la “cosa” , il “ragazzo” e raramente hanno pronunciato il suo nome. Questo per dire di che vogliamo parlare? Loro non hanno mai fatto niente per lui. Antonio Ciontoli non è una vittima. Alla prima occasione ti salta addosso. Cosa c’entrava aggredire mio nipote? Che voleva da lui?. O quando  sempre Antonio, mentre stava sul divanetto,  parlando al telefono con il fratello, come registrato dalle intercettazioni ambientali nella caserma di Civitavecchia poche ore dopo il fatto, paragonavano la morte di mio figlio al furto di una Ferrari. O Federico quando diceva “ne abbiamo passate tante e passeremo pure questa”, cioè, come se è morto il gattino dentro casa. Di quale amore stiamo parlando?» conclude Marina.

 

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Totò Cuffaro «torna» in Regione nelle vesti di ex detenuto

L’ex governatore già condannato per favoreggiamento di Cosa Nostra è riapparso nella sede del parlamento siciliano scatenando vivaci polemiche

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Omicidio Vannini, i legali della famiglia Ciontoli ricorrono in Appello

LADISPOLI – Dopo il Pm D'Amore anche i legali della famiglia Ciontoli hanno deciso di presentare ricorso contro la Sentenza di primo grado che ha condannato, nel caso dell'omicidio di Marco Vannini, Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario e a 3 anni i suoi familiari, la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina. I legali della famiglia, come già preventivato a poca distanza dalla lettura della sentenza da parte dei giudici della Corte d'Assise di Roma, hanno sostanzialmente riproposto tutte le "incongruenze" rilevate durante il dibattimento, relativamente alla ricostruzioner dei soccorsi fatta dal collegio dei periti nominata dalla Corte. Ancora una volta gli avvocati Andrea Miroli e Pietro Messina puntano i riflettori sulla sentenza ThyssenKrupp. La corte, a loro modo di vedere, avrebbe ignorato "una svolta – ha spiegato Messina – rispetto le nozioni pregresse, sulla previsione dell'evento che non appare più come elemento determinante per stabilire la volontà dell'evento morte". Nel ricorso dunque, i due legali ribadiscono ancora una volta come non fosse volontà di Antonio Ciontoli far morire Marco (chiedendo dunque che da omicidio volontario si passi all'accusa di omicidio colposo). Per i due avvocati da rivedere è anche la posizione dei tre componenti della famiglia Ciontoli, condannati a tre anni per omicidio colposo. "La sentenza – ha infatti spiegato Messina – a nostro giudizio è molto contradditoria. Da una parte si esclude la consapevolezza della situazione così come si poteva rappresentare al capofamiglia e dall'altra attribuisce a questa, un mancato intervento o delle mancate sollecitazioni rispetto a quello che era successo". Insomma, se effettivamente Martina, Federico e Maria Pezzillo non erano a conoscenza dello sparo di pistola, per i legali, a loro non si potrebbe imputare il non aver fornito "informazioni precise ai sanitari su come si era arrivati al ferimento". "Abbiamo sottolineato – ha proseguito l'avvocato Messina – che se è vero, come ha dimostrato il dibattimento, che i famigliari non avevano la consapevolezza di quanto accaduto, non avevano responsabilità e alcuna posizione di garanzia rispetto alla necessità di sollecitare, di precisare i contorni della vicenda ai sanitari". A loro potrebbe essere addebitata "l'omissione di soccorso, ma non certamente un valore nel nesso di causalità tra il ferimento e l'evento morte". Nel ricorso in Appello dunque i due legali hanno chiesto l'assoluzione di Martina, Federico e Maria Pezzillo e in subordine l'omissione di soccorso.

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Omicidio Vannini, i legali della famiglia Ciontoli ricorrono in Appello

LADISPOLI – Dopo il Pm D'Amore anche i legali della famiglia Ciontoli hanno deciso di presentare ricorso contro la Sentenza di primo grado che ha condannato, nel caso dell'omicidio di Marco Vannini, Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario e a 3 anni i suoi familiari, la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina. I legali della famiglia, come già preventivato a poca distanza dalla lettura della sentenza da parte dei giudici della Corte d'Assise di Roma, hanno sostanzialmente riproposto tutte le "incongruenze" rilevate durante il dibattimento, relativamente alla ricostruzioner dei soccorsi fatta dal collegio dei periti nominata dalla Corte. Ancora una volta gli avvocati Andrea Miroli e Pietro Messina puntano i riflettori sulla sentenza ThyssenKrupp. La corte, a loro modo di vedere, avrebbe ignorato "una svolta – ha spiegato Messina – rispetto le nozioni pregresse, sulla previsione dell'evento che non appare più come elemento determinante per stabilire la volontà dell'evento morte". Nel ricorso dunque, i due legali ribadiscono ancora una volta come non fosse volontà di Antonio Ciontoli far morire Marco (chiedendo dunque che da omicidio volontario si passi all'accusa di omicidio colposo). Per i due avvocati da rivedere è anche la posizione dei tre componenti della famiglia Ciontoli, condannati a tre anni per omicidio colposo. "La sentenza – ha infatti spiegato Messina – a nostro giudizio è molto contradditoria. Da una parte si esclude la consapevolezza della situazione così come si poteva rappresentare al capofamiglia e dall'altra attribuisce a questa, un mancato intervento o delle mancate sollecitazioni rispetto a quello che era successo". Insomma, se effettivamente Martina, Federico e Maria Pezzillo non erano a conoscenza dello sparo di pistola, per i legali, a loro non si potrebbe imputare il non aver fornito "informazioni precise ai sanitari su come si era arrivati al ferimento". "Abbiamo sottolineato – ha proseguito l'avvocato Messina – che se è vero, come ha dimostrato il dibattimento, che i famigliari non avevano la consapevolezza di quanto accaduto, non avevano responsabilità e alcuna posizione di garanzia rispetto alla necessità di sollecitare, di precisare i contorni della vicenda ai sanitari". A loro potrebbe essere addebitata "l'omissione di soccorso, ma non certamente un valore nel nesso di causalità tra il ferimento e l'evento morte". Nel ricorso in Appello dunque i due legali hanno chiesto l'assoluzione di Martina, Federico e Maria Pezzillo e in subordine l'omissione di soccorso.

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BlaBlaCar, dà un passaggio a due stranieri irregolari: condannato a 9 mesi e 24 mila euro di multa

Il 26enne italiano ha scoperto solo alla frontiera che i due stranieri con cui condivideva il viaggio non avevano i documenti in regola. Gli è stato contestato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare

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Ladispoli, nasce il comitato ''No Piazza Almirante''

LADISPOLI – Non si placano le polemiche dopo l'approvazione in consiglio comunale per l'intitolazione di una Piazza ad Almirante. Dopo la presa di posizione delle diverse realtà politiche cittadine e del parroco del Sacro Cuore (la piazza si troverà proprio davanti la Chiesa) ora nasce il comitato "No Piazza Almirante".

«Siamo cittadine e cittadini liberi, associati, appartenenti a partiti politici ed istituzioni – si legge nella nota del Comitato – e abbiamo scelto di riunirci in un comitato per dire: “No a Piazza Almirante a Ladispoli” dichiarano  i promotori che aggiungono: Nella vita si può scegliere di raccontare e vivere molte storie ma quella di Piazza Almirante a Ladispoli si sta rivelando decisamente #unastoriasbagliata.” Sbagliata pensando anche alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella contro le leggi razziali accanto a quelle della Presidente del Senato unitamente alla comunità ebraica. Ci sono città che hanno delle caratteristiche naturali, quelle peculiarità che nessuno gli ha mai attribuito ma che crescono in maniera innata con lo sviluppo della città stessa. La nostra comunità ha avuto – storicamente – il dono dell’accoglienza. Sin dalle origini, quando famiglie intere si trasferirono dalle colline di Cerveteri così come da Pozzuoli, Mantova, Macerata, dalla Sicilia, dalla Sardegna ecc. sulla costa di Ladispoli. Lo stesso è avvenuto anche negli ultimi decenni, con il transito dei russi e dei cileni – ad esempio – e con l’arrivo di cittadini comunitari, immigrati e innumerevoli romani espulsi dalla Capitale a causa della crisi. Tutto ciò ci ha reso una comunità importante ed eterogenea, quasi una piccola metropoli, e la conferma di questa evoluzione è arrivata direttamente dal riconoscimento del titoli di “città”. Ora ci troviamo di fronte a chi, attraverso continue provocazioni, sta cercando di snaturare l’essenza della nostra Ladispoli. Non siamo disposti ad accettare l’immagine odierna che, tra odio sociale ed abbrutimento, si vuol far ricadere sulla città. Tali aspetti non rientrano nel patrimonio genetico di questo territorio, non hanno nulla a che vedere con lo sviluppo e con l’immagine futura che abbiamo del luogo in cui viviamo sin dalla nascita o in cui siamo approdati nel corso della nostra esistenza».

«Spesso, nell’ultimo anno – proseguono dal Comitato – abbiamo cercato di andare oltre, di non soffermarci sull’arroganza, sull’euforia post-elettorale che i nuovi amministratori hanno dispensato dopo aver assunto la guida della città, grazie al consenso ottenuto con la promessa di rimettere al centro l’attenzione verso il bene comune, verso il sociale, a favore della coesione e dell’inclusione, verso temi che – dopo un lungo corso – chi amministrava precedentemente Ladispoli sembrava aver accantonato. Beh, ad oggi, siamo costretti a parlare di proclami e sogni. Poco o nulla si è visto sul fronte delle proposte, mentre le provocazioni hanno toccato punti di non ritorno: a partire dagli insulti sui social, passando per alcune agghiaccianti dichiarazioni sul 25 aprile (Festa della Liberazione) e arrivando perfino a sfogliare pagine di una storia triste e dolorosa per tutti gli italiani, con una spinta revisionista che proprio non riusciamo ad accettare.Avere la pretesa di intitolare una piazza ad un personaggio come Giorgio Almirante, condannato per aver attentato la Costituzione italiana, tra i firmatari del manifesto sulla razza, autore di articoli xenofobi e razzisti non è possibile, non possiamo più attendere in silenzio. Ladispoli non può dare spazio al ricordo di un uomo simile, tutt’altro che favorevole ai quei principi che hanno reso la nostra città bella e in qualche modo unica. Ladispoli non può concentrare il dibattito su una questione legata a mere dinamiche d’equilibrio della maggioranza quando la vivibilità è ridotta all’osso, la manutenzione di strade ed illuminazione è prossima allo zero e nulla è stato fatto per migliorare o implementare i servizi alla persona. La città ha bisogno di altro e ne ha bisogno ora».

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Il piano per il rapimento delle salme di Ferrari e Pavarotti: condannato capobanda sardo

Venti anni a un uomo di Orgosolo trapiantato in Emilia: il piano, già in fase avanzata di attuazione, era stato scoperto grazie a una serie di intercettazioni telefoniche

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Fdi attacca: ''Manutenzione di aree verdi del tutto inadeguata''

CIVITAVECCHIA – Il circolo territoriale di Fratelli D’Italia Giorgio Almirante interviene sulla manutenzione delle aree verdi pubbliche della città lamentandone il degrado, dopo aver protocollato ieri una lettera di segnalazione presso palazzo del Pincio, e dichiara: «L’Amministrazione Comunale, dopo quattro anni, ha ottenuto risultati inadeguati ed insoddisfacenti anche in questo settore. Il servizio, per come è stato delineato il contratto di somministrazione, è strutturalmente inadeguato, e sarà sempre condannato ad essere insoddisfacente. La principale responsabilità ricade sul Comune, e non sugli operai Csp. Mentre scriviamo – continuano – alcune delle nostre segnalazione hanno ricevuto riscontro, ad esempio per il quartiere di San Liborio, ma il lavoro da fare è ancora moltissimo».

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