REGIONE BASILICATA – LEGGE REGIONALE 26 ottobre 2017, n. 22

Rendiconto per l'esercizio finanziario 2016 del Parco Regionale
Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane.
(18R00013)

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Duro colpo al clan di Messina Denaro

Nuovo duro colpo al clan del boss latitante Matteo Messina Denaro. Dalle prime ore dell'alba è in corso una imponente operazione di carabinieri, polizia e Dia, che stanno eseguendo nel trapanese un provvedimento di fermo nei confronti di 21 personeemesso dalla Dda di Palermo. Sono ritenute affiliate alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna. Sono indagati per associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni.

Tra le persone fermate ci sono anche due cognati di Matteo Messina Denaro. Si tratta di Gaspare Como e Rosario Allegra, i mariti di Bice e Giovanna Messina Denaro. Secondo gli inquirenti sarebbero stati proprio loro a organizzare la latitanza della primula rossa ricercata dal 1993.

Perquisizioni a tappeto sono state effettuate nella notte nelle abitazioni di persone ritenute vicine al boss. Decine di persone sono state controllate tra Castelvetrano e Campobello di Mazara.

Le indagini, "oltre ad accertare il capillare controllo del territorio esercitato da Cosa nostra ed il sistematico ricorso all'intimidazione per infiltrare il tessuto economico locale", hanno "consentito di individuare la rete relazionale funzionale allo smistamento dei "pizzini" con i quali il latitante impartiva le disposizioni ai suoi sodali". Ne sono convinti gli inquirenti che hanno condotto l'indagine 'Anno zero'.

L'operazione "ha confermato il perdurante ruolo apicale di Matteo Messina Denaro della provincia mafiosa trapanese e quello di reggente del mandamento di Castelvetrano assunto da un cognato, in conseguenza dell'arresto di altri membri del circuito familiare". È quanto dicono gli investigatori che hanno coordinato l'inchiesta che all'alba ha portato al fermo di 21 persone ritenute fiancheggiatori del boss latitante. (Adnkronos)

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Incendio al pub con 2 morti: non è stato il racket, volevano incassare la polizza

Per coprire i debiti. Arrestato ex fondatore del locale frequentato dalla gioventù locale e cognato del titolare. Fatali per le due vittime la nebulizzazione della benzina per il rogo: quando hanno acceso la miccia per loro non c’è stato scampo

Leggi articolo completo

@code_here@

REGIONE BASILICATA – LEGGE REGIONALE 16 giugno 2017, n. 14

Bilancio di previsione anno 2017 e pluriennale 2017/2019 del Parco
regionale Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane.
(17R00449)

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 27 dicembre

Giornalino mio, ti riprendo subito, appena arrivato a Roma, perché ho, da narrare nelle tue pagine tutte le mie avventure di viaggio che non sono piccole né poche.

Ieri, poco dopo che si fu partiti, il signor Clodoveo si mise a porre in ordine la sua roba esclamando: – Meno male! Siamo noi due soli… e speriamo che si rimanga così fino a Roma. Vedi, ragazzo mio? Questa è la mia cassetta coi miei campionari… Guarda qui quante boccette e boccettine, e che varietà d’inchiostri!… Ne avresti da scrivere per tutta la vita!… Questo è inchiostro per penne stilografiche… Questo qui è inchiostro per i ministeri dei quali ho la fornitura… e su questi ci guadagniamo bene, sai? Vedi? E bisogna che io sappia fino a un puntino i prezzi di tutti, e la qualità chimica… Ci vuol la testa a posto, sai, per il commercio! – Io da principio mi son divertito molto a veder tutte quelle boccette ma poi il signor Clodoveo ha avuto un’ispirazione infernale e mi ha detto: – Ora sta’ attento a tutte le principali stazioni dove si ferma il treno, e guarda dal finestrino; io ti spiegherò l’importanza dì tutte le città e te le farò conoscere meglio che la geografia, perché io ho la pratica commerciale e questa fa più dì tutti i libri… – E infatti via via che si arrivava a una stazione il signor Clodoveo si affannava a far la sua brava lezione peggio del professor Muscolo, finché a forza di sentire spiegazioni mi sono addormentato profondamente.

Quando mi sono destato ho visto nel divano difaccia il signor Clodoveo che dormiva, russando come un contrabbasso. Mi sono affacciato al finestrino e mi son messo a guardar la campagna; ma poi mi son seccato e non sapevo che cosa fare… Ho aperto la valigia, ho riguardato tutti i miei balocchi… Ma ormai li conoscevo da un pezzo, e non bastavano a farmi passar la noia da dosso. Allora ho tirato giù la cassetta dei campionari del signor Clodoveo e mi son divertito a riguardar tutte quelle boccette coi cartellini di tutti i colori.

In quel momento il treno si era fermato, e dal finestrino ho visto che un altro treno era fermo di faccia a noi, per lo scambio, a pochissima distanza, tanto che, spenzolandomi fuori, forse avrei potuto toccare la faccia dei viaggiatori che vi stavano affacciati. È stato allora che m’è venuta un’idea terribile. – Se avessi uno schizzetto! – ho pensato. Mentre pensavo a questo, lo sguardo si è fermato sulla palla di gomma che era nella mia valigia rimasta aperta, e allora ho detto fra me: – E perché non potrei fabbricarmelo? – E cavato di tasca il temperino ho fatto un buco nella palla; poi ho preso tre bottigliette d’inchiostro dalla cassetta del signor Clodoveo, e sono andato nella ritirata, dove, stappate le boccette, ho versato il contenuto nella catinella allungandolo con l’acqua. Fatto questo ho sgonfiato la palla, e immersala nella catinella l’ho riempita… Quando son tornato nello scompartimento il treno di faccia si moveva e i viaggiatori eran tutti affacciati. Non ho fatto altro che sporgere un po’ le braccia fuori del mio finestrino e stringere gradatamente la palla tra le mani, col foro rivolto in avanti… Ah, che emozione! Che effetto! Che divertimento!… Campassi mill’anni non riderò mai quanto ho riso in quel momento nel vedere tutti quei visi affacciati, che da principio avevano una grande espressione di stupore e poi subito di rabbia, spenzolarsi fuori in mezzo alle braccia che mi tendevano i pugni chiusi, mentre il treno si allontanava… Mi ricordo perfettamente di uno che ebbe uno schizzo d’inchiostro in un occhio, e che pareva diventato pazzo e ruggiva come una tigre… Se lo incontrassi lo riconoscerei… ma forse è meglio che non lo incontri più! Il signor Clodoveo intanto seguitava a dormire come un ghiro, sicché io ebbi il tempo di rimettere a posto la sua cassetta dei campionari in modo che non potesse accorgersi di niente. E tutto sarebbe andato a finir bene ed egli non avrebbe avuto di che lamentarsi di me, se più tardi non mi fosse venuta un’altra idea peggiore della prima, perché questa ha avuto delle serie conseguenze.

Ricominciavo a seccarmi di veder sempre il signor Tyrynnanzy sdraiato sul divano e di sentirlo stronfiare, quando disgraziatamente mi dètte nell’occhio il manubrio del segnale d’allarme che pendeva da una cassettina sospesa nel soffitto dello scompartimento. Bisogna sapere che qualche altra volta mi aveva dato nell’occhio quel gingillo, e che sempre avevo provato una grande tentazione di vedere che cosa succede in un treno quando si dà l’allarme. Questa volta non seppi resistere: montai sul divano, infilai la mano nel manubrio, e tirai giù con quanta forza avevo. Il treno si fermò quasi istantaneamente. Allora aiutandomi alla meglio col braccio malato mi riuscì d’arrampicarmi sulla rete dove si metton le valige e mi ci accovacciai, stando a vedere che cosa sarebbe accaduto. Immediatamente si aprirono tutti e due gli sportelli dello scompartimento e cinque o sei impiegati vi entrarono dentro, fermandosi dinanzi al signor Clodoveo che seguitava a dormire; e uno scotendolo disse: – Ah! forse gli è venuto un accidente! – Il signor Tyrynnanzy si svegliò di soprassalto, esclamando: – Che vi pigli!… – E allora vennero le spiegazioni: – Lei ha dato il segnale d’allarme! – Io? Niente affatto!… – Eppure è stato dato da questo scompartimento! – Ah! È Giannino!… Il ragazzo!… Dov’è il ragazzo!… – esclamò a un tratto come fuori di sé il signor Clodoveo. Ah! Forse qualche disgrazia! Dio mio! Il figlio di un mio amico che mi era stato affidato!… –

Mi cercarono nella ritirata; guardarono sotto i divani; finalmente un impiegato mi scoprì accucciato tra due valige sulla rete, ed esclamò: – Eccolo lassù!… – Disgraziato!… – gridò il signor Clodoveo. – Tu hai dato il segnale d’allarme?… Che hai fatto?… – Ohi!… – risposi con voce piagnucolosa, perché ora capivo tutto il male fatto – mi doleva tanto il braccio malato… – Ah! E per questo ti sei arrampicato costassù? – Intanto due impiegati mi avevano preso di peso e mi avevano tirato giù, mentre gli altri eran corsi via a far ripartire il treno. – Lei sa che c’è la multa! – dissero gl’impiegati rimasti. – Lo so: ma la pagherà il padre di questo signorino! – rispose il signor Clodoveo, guardandomi come se mi avesse voluto incenerire. – Intanto, però, bisogna che paghi lei… – Ma se io dormivo! – Appunto: dal momento che le era stato affidato il ragazzo doveva vigilarlo… – Sicuro! – esclamai io tutto contento, guardando l’impiegato che dava prova di tanto senso comune. – La colpa è del signor Clodoveo… Ha dormito per tutto il viaggio!… – Il signor Tyrynnanzy fece l’atto come di strozzarmi, ma non disse niente. È stato fatto il verbale di contravvenzione, e il signor Clodoveo ha dovuto pagar la multa. Rimasti soli, ha durato un pezzo a dirmi delle impertinenze; e il peggio è stato quando, essendosi egli ritirato nella ritirata, è riuscito fuori e, dopo aver dato un’occhiata nella sua cassetta dei campionari, s’è accorto delle boccette che mancavano. – Che hai fatto dei miei campioni d’inchiostro, assassino!… – ha gridato. – Ho scritto una lettera ai miei propri genitori! – ho risposto tremando. – Come una lettera!… Qui mancano tre bottigliette!…
– Ne avrò scritte tre… ora non mi ricordo!… – Ma tu sei peggio di Tiburzi!… Come fa la tua povera famiglia a sopportare una canaglia come te?… –

E così ha seguitato a dirmi parolacce finché non siamo arrivati a Roma. Bel modo, questo, di accompagnare un ragazzo affidato da un amico! Ma io ho avuto prudenza e non gli ho risposto mai niente, meno che quando mi ha consegnato al mio cognato Collalto, al quale ha detto: – Tenga: glielo consegno intatto… ma in parola d’onore darei dieci anni di vita piuttosto che essere nei piedi di lei che è costretto, povero signore, a tenerlo per diversi giorni!… Dio gliela mandi buona!… Hanno ragione a chiamarlo Gian Burrasca! – Allora non ne ho potuto più, e gli ho risposto:- Con codesti piedoni che ha lei, invece, dovrebbe ringraziare Iddio se potesse essere nei piedi di chiunque altro! E in quanto a Gian Burrasca è meglio farsi chiamar così che farsi chiamare con tre ipsilonni come fa lei che è proprio una ridicolaggine! –

Il dottor Collalto mi ha fatto cenno di stare zitto; e mentre mia sorella mi faceva passare in un’altra stanza, ho sentito che egli diceva sospirando: – Si comincia bene! –

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 23 Dicembre

È quasi una settimana che non scrivo in questo mio caro giornalino. Sfido! Come avrei potuto farlo con la clavicola spostata e il braccio sinistro ingessato? Ma oggi finalmente il dottore mi ha tolto l’apparecchio, e alla meglio posso descrivere qui, dove confido tutti i miei pensieri e tutti i casi della mia vita, la tremenda avventura che mi successe il 18 dicembre – data memorabile per me perché fu un vero miracolo che non segnasse l’ultimo giorno della mia vita.

Quella mattina, dunque, appena Cecchino Bellucci venne a sedermi accanto in scuola, lo trattai di vigliacco perché era scappato in automobile per paura della lezione che gli avevo promesso. Lui allora mi spiegò che in questi giorni essendo i suoi genitori a Napoli per la malattia di suo nonno, che sarebbe il babbo della sua mamma, era stato accolto in casa del suo zio Gaspero, il quale lo mandava a prendere a scuola tutti i giorni con l’automobile per lo scioffèr, e che perciò non poteva trovarsi a solo a solo con me, almeno per un certo tempo. Dietro queste spiegazioni mi calmai, e ci mettemmo a discorrere dell’automobile che è una cosa che mi interessa assai; e il Bellucci mi spiegò tutto il meccanismo, dicendomi che lui lo conosce benissimo e ci sa andare anche solo e ci è andato più d’una volta, perché basta saper girare il manubrio e stare attenti alle voltate, anche un ragazzo lo sa manovrare. Io veramente ci credevo poco, perché mi pareva impossibile che lasciassero l’automobile nelle mani a un ragazzetto come Cecchino Bellucci. E siccome glielo dissi, lui per punto d’impegno mi propose una scommessa.

– Senti, – mi disse – lo scioffèr oggi deve fermarsi alla Banca d’Italia per sbrigare una commissione che gli ha dato lo zio Gaspero, e io rimarrò solo sull’automobile. Tu cerca il modo di uscir prima dalla scuola, e fatti trovare sul portone della Banca; mentre lo scioffèr si tratterrà dentro tu monterai sull’automobile e io ti farò fare un giretto intorno alla piazza, e così vedrai se son capace o no. Va bene?
– Benone! –

E si scommise dieci pennini nuovi e un lapis rosso e turchino.

Detto fatto, una mezz’oretta prima dell’uscita cominciai a dimenarmi sulla panca, finché il professor Muscolo mi disse:

– Tutti fermi! Che cos’ha lo Stoppani che si divincola come un serpente? Tutti zitti!
– Mi dòle il corpo, – risposi. – Non ne posso più…
– Allora vada a casa… tanto c’è poco all’uscita. –

E io, come s’era stabilito con Cecchino, uscii e andai difilato alla Banca d’Italia, dove aspettai fuori del portone. Poco dopo eccoti l’automobile del Bellucci. Lo scioffèr discese, e quando fu entrato nella Banca, a un cenno di Cecchino, montai su e mi misi a sedere accanto a lui.

– Ora vedrai se so mandarla anche da me, – mi disse. – Tieni intanto la tromba, e suona… –

Sì chinò dicendo:

– Vedi? Per andare, basta girar questo… –

E girò il manubrio. L’automobile fece: putupum! due o tre volte, e via di gran carriera.

Io lì per lì mi divertii molto e mi misi a sonar la tromba a tutt’andare ed era un ridere a veder tutta la gente sgambettar di qua e di là per scansarsi, guardandoci spaventata. Ma fu un attimo; capii subito che Cecchino non sapeva regolar l’automobile in nessuna maniera, né frenarla, né fermarla. – Suona, suona! – mi diceva, come se il suonare la tromba potesse influire sul meccanismo. Si usci dalla città come una palla di schioppo, e via per la campagna con una velocità vertiginosa, tanto che non si respirava. Cecchino a un tratto lasciò il manubrio e si abbandonò sul sedile, bianco come un cencio lavato.

Dio mio, che momento!

Solamente a ripensarci, mi sento rizzare i capelli sulla testa. Fortunatamente la strada era larga e diritta, e io vedevo come in sogno sfuggirmi dinanzi agli occhi la campagna intorno.

Di questa visione mi è rimasta un’impressione così viva, che posso qui riprodurla come in una istantanea.

Ricordo benissimo che un contadino che badava ai buoi, vedendoci passare come una saetta, urlò con una voce formidabile che arrivò a coprire il rumore dell’automobile:

– L’osso del collo!… –

Il mal augurio si avverò anche troppo presto, e se non ci si ruppe proprio l’osso del collo, andaron rotte altre ossa non meno utili. Io ricordo appena che a un certo punto vidi dinanzi a me sorgere a un tratto dalla terra come un grande fantasma bianco che si riversasse sull’automobile… e poi più nulla. Dopo ho saputo che a una svoltata della strada eravamo andati contro una casa, che la violenza dell’urto era stata tale, che io e Cecchino avevamo fatto un volo per aria di una trentina di metri e che nella disgrazia avevamo avuto la fortuna di cascare dentro una macchia che ci servì come di una molla, attutendo il colpo della caduta, in modo che non fu – come poteva essere – mortale. Dice che dopo mezz’ora del disastro arrivò lo scioffèr del Bellucci con un’altra automobile, che era corso a prendere a nolo appena si era accorto della nostra fuga, e ci trasportò tutti e due all’ospedale dove a Cecchino ingessarono la gamba destra e a me il braccio sinistro. Io non mi potevo muovere, e dovettero accompagnarmi a casa in lettiga.

Certo è stato un brutto azzardo, e i miei poveri genitori e Ada hanno provato un gran dispiacere; ma però è stata anche una bella soddisfazione per me il raccontare a tutti quelli che son venuti a farmi visita questa mia avventura: descrivendo la nostra corsa vertiginosa che faceva ripetere a ciascuno:

– È stata una vera e propria corsa alla morte, come quella di Parigi!

E oltre a questo, ho la soddisfazione di aver vinto a quello sballone di Cecchino Bellucci dieci pennini nuovi e un lapis rosso e turchino che, appena saremo guariti, mi dovrà dare, se non vuole che gli dia quella famosa lezione che deve avere per i suoi bum contro mio cognato!

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 17 Dicembre

Oggi a scuola ho avuto che dire con Cecchino Bellucci per causa di Virginia.

– È vero – mi ha detto il Bellucci – che tua sorella ha sposato quell’arruffapopoli dell’avvocato Maralli?
– È vero – gli ho risposto – ma il Maralli non è quello che dici tu: invece è un uomo d’ingegno, e presto sarà deputato.
– Deputato? Bum!… – E il Bellucci si è coperto la bocca, soffocando una risata. Io, naturalmente, ho incominciato a riscaldarmi.
– C’è poco da ridere! – gli ho detto scuotendolo per un braccio.
– Ma non sai – ha ripreso lui – che per fare il deputato ci vogliono dimolti, ma dimolti quattrini? Sai chi sarà deputato? Mio zio Gaspero: ma lui è commendatore e il Maralli no; lui è stato sindaco e il Maralli no; lui è amico di tutte le persone più altolocate e il Maralli no; lui ha l’automobile e il Maralli no…
– Che c’entra l’automobile! – gli ho detto.
– C’entra, perché con l’automobile mio zio Gaspero può andare in tutti i paesi di campagna e anche in cima ai monti a fare i discorsi, mentre il Maralli, se ci vuole andare, bisogna che ci vada a piedi.
– Nel paesi di campagna? Il mio cognato, per una certa regola tua, è il capo di tutti gli operai e di tutti i contadini, e se il tuo zio va in campagna anche con l’automobile ci troverà delle brave bastonale!
– Bum! A parole!
– C’è poco da far bum…
– Bum!
– Smetti di fare bum, t’ho detto.
– Bum! bum!
– Quando poi s’esce di scuola, te lo dò io il bum! –

Lui s’è chetato perché sa, come sanno tutti, che Giannino Stoppani riffe non se ne lascia far da nessuno. Difatti dopo scuola l’ho raggiunto alla porta d’uscita dicendogli: – Ora facciamo i conti fra noi! – Ma lui ha affrettato il passo e, appena fuori, è montato sull’automobile di suo zio che lo aspettava e s’è messo a suonar la tromba tra l’ammirazione di tutti i nostri compagni, mentre lo scioffèr girava il manubrio e via di gran corsa.

Non importa. Gliele darò domani!

###BANNER_ADS###

Il giornalino di Gianburrasca – 24 ottobre

Eccoci al gran giorno! È dal 19 che non scrivo più una riga qui nel giornalino, ma ho avuto tanto da fare! In questi giorni mi sono accorto che i ragazzi possono essere molto utili nelle case quando vi sono circostanze solenni, e quando le persone grandi chiedono loro un piacere con educazione e con garbo. Giannino qua! Giannino là! Giannino su! Giannino giù! Non riparavo a contentar tutti. Chi voleva il rocchetto di cotone, chi la matassina di seta, chi i campioni di stoffe, chi mi mandava alla posta a ritirar lettere, chi a far telegrammi, insomma arrivavo alla sera stanco morto, ma con la coscienza tranquilla d’aver fatto il mio dovere per l’avvenire di mia sorella.
Finalmente il gran giorno è venuto, oggi ci sarà lo sposalizio e stasera farò i fuochi e così dimostrerò a Collalto, che ride sempre quando dice che io son suo cognato, come anche i ragazzi sappiano nutrire l’affetto per i parenti e la gratitudine per le scatole di tinte che ricevono in regalo.

È arrivata anche la zia Bettina per assistere allo sposalizio, e così ha rifatto la pace con tutti. Però, mentre la Luisa si aspettava da lei in regalo quel paio di diamanti che ebbe in eredità dalla povera nonna, ha avuto invece una coperta da letto di lana gialla e celeste che la zia Bettina aveva fatto con le sue mani.
Luisa è rimasta mortificata, e io ho sentito che diceva a Virginia: – Quella vecchia dispettosa si è voluta vendicare dell’altra volta che venne da noi. – Però mia sorella ha avuto dei bei regali da tutte le parti. Non dico nulla dei dolci che ci son preparati in sala da pranzo!.. Una cosa da sbalordire!… Però il migliore è la panna montata coi cialdoni.


Tutti son pronti, e fra pochi minuti si andrà al Municipio. Ma la zia Bettina non verrà, perché ha deciso invece di ritornare a casa sua col treno che parte tra mezz’ora. Nessuno sa spiegarsi il perché di questa improvvisa decisione essendo stata accolta con tutti i dovuti riguardi: e alla mamma che la pregava di dire francamente se qualcuno le aveva mancato di rispetto senza accorgersene, ella ha risposto a denti stretti: – Vo via, anzi, perché mi si rispetta troppo; e dirai a Luisa che se vuoi rispettarmi anche meglio, mi rimandi la coperta di lana che io ho avuto la stupidaggine di farle con le mie mani. – E così se n’è andata via senza voler dire altro. Il bello è che io solo so il vero motivo della partenza della zia, ma non lo dico per non guastare la bella sorpresa che avrà mia sorella. Un’ora fa io ho detto alla zia Bettina: – Cara zia, vuole un buon consiglio? Riporti via quella copertaccia di lana che ha regalato a Luisa e le regali invece i diamanti ai quali mia sorella aveva fatto la bocca… Così si farà più onore, e mia sorella non avrà più ragione di trattarla di vecchia dispettosa! – Ebbene, bisogna che riconosca che questa volta la zia Bettina si è condotta molto bene. Ella deve aver capito di avere sbagliato, perché ha accettato il mio consiglio e se ne va di corsa a casa sua a prendere i diamanti per Luisa che sarà felicissima, e tutto per merito mio. Ecco che cosa vuoi dire essere un buon fratello!


Giornalino mio, sono nella massima disperazione, e mentre sto qui chiuso nella mia cameretta non ho altro conforto che di confidare a te tutta la mia angoscia!

Il babbo mi ha chiuso qui dentro, dicendomi una filza di parolacce, in mezzo alle quali invece di virgole ci ha messo tanti calci così forti, che bisogna che stia a sedere su una parte sola e cambiando parte ogni cinque minuti… Bel modo di correggere i ragazzi che son perseguitati dalla disgrazia e dalle circostanze impreviste! È colpa mia, domando io, se stamani il Collalto ha ricevuto un telegramma ed è dovuto partire insieme alla Luisa col treno delle sei, invece di trattenersi la sera come era stato stabilito prima?
Naturalmente io che avevo fatto tutto il mio progetto per fare i fuochi stasera in giardino son rimasto male; ma nessuno si piglia mai pensiero di indagare i dolori che si nascondono nell’anima dei ragazzi, come se fossimo dei pezzi di legno, mentre invece tutti si scagliano addosso a noi quando per sfogare il nostro dolore si è fatto qualcosa che ha urtato i nervi alle persone grandi. E poi, alla fine, che ho fatto mai? Uno scherzo, un semplice scherzo, che, se il Collalto fosse stato meno pauroso, tutti avrebbero preso per il suo verso senza far tanto baccano.

Che scena!

Non potendo fare i fuochi la sera, avevo pensato di accendere almeno una girandola e me n’ero messa in tasca una di quelle più piccole, aspettando il momento opportuno.
Quando gli sposi sono scesi dal Municipio, io mi son messo dietro a loro. Erano così commossi, che non mi hanno neanche visto. Allora, non so come, m’è venuto l’idea di attaccar la girandola al bottone di dietro del frack di Collalto e acceso un fiammifero le ho dato fuoco. Non è possibile ridire quel che è successo… ed è meglio che cerchi di riprodurlo con le tinte che mi regalò il Collalto stesso, con quelle tinte per le quali io sentivo tanta gratitudine verso di lui da spendere tutto lo scudo che mi aveva dato sua moglie, che è mia sorella, in tanti fuochi d’artificio!

Che scena!

Il dottore, mentre la girandola gli girava dietro le falde, tremava e urlava senza sapere che cosa fosse accaduto, Luisa era quasi svenuta, gli invitati anch’essi erano tutti impauriti e io mi divertivo un mondo, quando a un tratto mio padre in mezzo alla confusione generale mi ha preso per un orecchio e mi ha accompagnato fin qui, a forza di parolacce e di pedate. In quel pandemonio mi pareva d’essere, un rivoluzionario russo dopo un attentato allo Zar! Ma io non avevo per niente l’intenzione di attentare alla vita di Collalto, e volevo fare semplicemente uno scherzo per esprimere la mia gioia, tant’è vero che non è accaduto nulla di male, e se la gente che s’è trovata al fatto fosse stata più coraggiosa, tutto sarebbe finito in una risata.

Purtroppo, però, le buone intenzioni dei ragazzi non sono mai riconosciute, ed eccomi qui in prigione, vittima innocente delle esagerazioni delle persone grandi, condannato a pane e acqua mentre giù tutti gozzovigliano e si finiscono i dolci!


Che giornata eterna! Ho sentito il rumore della carrozza che portava via gli sposi, poi la voce di Caterina che cantava la solita canzonetta della Gran Via, mentre metteva a posto i piatti:

Là sulla spiaggia
Che si vede remota…

Tutti sono allegri e contenti, tutti hanno mangiato a crepapelle, e io son qui solo, condannato a pane e acqua, e tutto questo mi succede per il troppo amor fraterno che mi ha spinto a festeggiare lo sposalizio di mia sorella. Il peggio è che si fa sera e io non ho né candela né fiammiferi. L’idea di dovere star qui solo al buio mi mette i brividi, e ora capisco tutto quello che doveva soffrire il povero Silvio Pellico e tanti altri gloriosi superstiti dalle patrie battaglie ingiustamente perseguitati.
Zitti! sento rumore all’uscio, qualcuno apre di fuori!


Quand’ho sentito armeggiare nella serratura dell’uscio mi son nascosto sotto il letto perché avevo paura che fosse il babbo e che venisse per picchiarmi. Invece era la mia cara sorella Ada. Sono uscito di sotto il letto e l’ho abbracciata gridando; ma lei mi ha detto subito: – Silenzio, per carità; il babbo è uscito un momento! Guai, se sapesse che son venuta qui da te! Prendi… – E mi ha dato un panino gravido col prosciutto e un involtino di confetti. L’ho sempre detto io: Ada è la migliore di tutte, e io le voglio molto bene perché lei compatisce i ragazzi e non li infastidisce con tante prediche inutili. Mi ha portato anche una candela e una scatola di fiammiferi e Il Corsaro nero del Salgari. Meno male… Almeno potrò leggere e dimenticare le ingiustizie!

###BANNER_ADS###