Saluto romano con fascia tricolore: ancora polemiche

TARQUINIA – Non accenna a scemare la polemica partita sabato pomeriggio, poche ore prima della pasqua sul saluto romano con la fascia tricolore effettuato da un tarquiniese, Jacopo Bonini, mentre si trovava nella stanza del vicesindaco. Una bravata risalente a gennaio, della quale c’è testimonianza fotografica (una fotografia privata), fatta circolare, probabilmente ad arte, a poche ore dalle cerimonie pasquali. La fotografia, postata su una chat di gruppo, è giunta fino alle mani della politica cittadina, con una pioggia di critiche da parte delle forze di opposizione che sembra non arrestarsi. Il primo a rendere pubblica la fotografia, ma con il volto oscurato, è stato il consigliere comunale d’opposizione Anselmo Ranucci che ha condannato il gesto postando un commento sabato pomeriggio sul proprio profilo facebook:  “Ora basta – ha scritto Ranucci – Il Comune non è un luogo per bivacchi, ne per fotografie vergognose al limite della decenza. Ho oscurato il viso perché non è importante sapere chi ha inscenato questa pagliacciata ma chi l’ha fatto entrare e gli ha concesso la fascia tricolore. Stavolta il sindaco deve cacciare immediatamente chi ha permesso nelle stanze comunali questa foto delirante, offensiva e vergognosa. Dopo il bivacco, questa è l’ennesima offesa da parte di chi è troppo piccolo per cose così serie. A seguire il Pd di Tarquinia: «Qualcuno ha scambiato la stanza del vicesindaco per la Casa del Fascio…Conoscendo il sindaco Pietro Mencarini crediamo non condivida tanta grettezza e superficialità e gli chiediamo di prendere  provvedimenti nei confronti del vicesindaco e di fare chiarezza nelle sedi opportune». Ieri anche il consigliere regionale del Pd Enrico Panunzi: «È intollerabile quello che è avvenuto – ha detto Panunzi – il fatto denota assoluta assenza di rispetto verso le istituzioni e totale mancanza di conoscenza di un periodo quello fascista, tra i più drammatici della storia italiana contemporanea, m>i auguro che quanto prima sia fatta luce». Sulla vicenda c’è un’indagine in corso, intanto appare strumentale il gesto e il relativo scatto fotografico,  certamente inopportuno, ma fatto circolare ad arte per colpire, forse, il vicesindaco Catini, ignaro della bravata.

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Presidenze Camere, Salvini telefona a Di Maio Ma Berlusconi: �Ho aperto la porta per cacciare i 5Stelle �

Il leader della Lega ha chiamato anche Martina e (Pd) e Grasso (LeU) per trovare un accordo sui nomi dei presidenti delle due Camere . Di Maio: �Ho ricordato a Salvini che noi siamo il primo partito del Paese e la presidenza della Camera spetta a noi�

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Il giornalino di Gianburrasca – 29 novembre

Con oggi incomincia la nuova prova e questa volta voglio proprio vedere se mi riesce d’acchiappare questa famosa bicicletta che da tanto tempo mi vedo scappare davanti agli occhi.

A casa non ci siamo che io, Virginia e Caterina. I miei genitori con Ada sono andati a passare una settimana da Luisa. La mamma è partita, dicendo che questo viaggio non le farà pro; che si struggerà tutto il tempo che starà fuori, per la paura che io ne faccia delle solite. ma io le ho raccomandato di non stare in pensiero, promettendole che sarò buono, che andrò tutti i giorni a scuola, che ritornerò a casa appena finite le lezioni, e obbedirò a mia sorella; insomma sarò un ragazzo modello.

Voglio invocare tutti i santi del Paradiso che mi aiutino a cacciare le cattive tentazioni. Caterina dice che tutto sta a cominciare; che non è poi una cosa tanto difficile esser buoni per una settimana sola: basta volere. Non so come fa a sapere queste cose, lei che non è stata mai un ragazzo. Ma è certo che per aver finalmente una bicicletta, credo che potrò fare a meno di gettare i sassi dietro i cani per la strada, e salar la scuola. Non c’è che dire, quest’altra settimana potrò girare su e giù per il paese tutto trionfante su una bella Raleigh! E la mia buona condotta sarà portata per esempio agli altri ragazzi…

Mi sembra di sognare!

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Decameron – Giornata II – Novella VI

Avevan le donne parimente e’ giovani riso molto de’ casi d’Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia, sentendo la novella finita, per comandamento della reina così cominciò:

– Gravi cose e noiose sono i movimenti varii della fortuna, de’ quali però che quante volte alcuna cosa si parla, tante è un destare delle nostre menti, le quali leggiermente s’adormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non dover l’ascoltare e a’ felici e agli sventurati, in quanto li primi rende avvisati e i secondi consola. E per ciò, quantunque gran cose dette ne sieno avanti, io intendo di raccontarvene una novella non meno vera che pietosa: la quale ancora che lieto fine avesse, fu tanta e sì lunga l’amaritudine, che appena che io possa credere che mai da letizia seguita si radolcisse.

Carissime donne, voi dovete sapere che appresso la morte di Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia coronato Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece, il qual per moglie avea una bella e gentil donna similmente napoletana, chiamata madama Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto, avendo il governo dell’isola nelle mani, sentendo che il re Carlo primo aveva a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e tutto il Regno a lui si rivolgea, avendo poca sicurtà della corta fede de’ ciciliani, non volendo subdito divenire del nemico del suo signore, di fuggire s’apparecchiava. Ma questo da’ ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti altri amici e servidori del re Manfredi furono per prigioni dati al re Carlo e la possessione dell’isola appresso. Madama Beritola in tanto mutamento di cose, non sappiendo che d’Arrighetto si fosse e sempre di quello che era avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa lasciata, con un suo figliuolo d’età forse d’otto anni, chiamato Giuffredi, e gravida e povera montata sopra una barchetta se ne fuggì a Lipari, e quivi partorì un altro figliuol maschio, il quale nominò lo Scacciato; e presa una balia, con tutti sopra un legnetto montò per tornarsene a Napoli a’ suoi parenti.

Ma altramenti avvenne che il suo avviso; per ciò che per forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu trasportato all’isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol seno di mare, cominciarono a attender tempo al lor viaggio. Madama Beritola, come gli altri smontata in su l’isola e sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se n’acorgesse, una galea di corsari sopravenne, la quale tutti a man salva gli prese e andò via.

Madama Beritola, finito il suo diurno lamento, tornata al lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna persona vi trovò; di che prima si maravigliò e poi, subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli occhi infra ’l mar sospinse e vide la galea, non molto ancora allungata, dietro tirarsi il legnetto: per la qual cosa ottimamente cognobbe, sì come il marito, aver perduti i figliuoli. E povera e sola e abbandonata, senza saper dove mai alcuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita il marito e’ figliuoli chiamando cadde in su il lito. Quivi non era chi con acqua fredda o con altro argomento le smarrite forze rivocasse, per che a bell’agio poterono gli spiriti andar vagando dove lor piacque: ma poi che nel misero corpo le partite forze insieme con le lagrime e col pianto tornate furono, lungamente chiamò i figliuoli e molto per ogni caverna gli andò cercando. Ma poi che la sua fatica conobbe vana e vide la notte sopravenire, sperando e non sappiendo che, di se medesima alquanto divenne sollecita, e dal lito partitasi in quella caverna, dove di piagnere e di dolersi era usa, si ritornò.

E poi che la notte con molta paura e con dolore inestimabile fu passata e il dì nuovo venuto e già l’ora della terza valicata, essa, che la sera davanti cenato non avea, da fame constretta a pascer l’erbe si diede; e, pasciuta come poté, piangendo a varii pensieri della sua futura vita si diede. Ne’ quali mentre ella dimorava, vide venire una cavriuola e entrare ivi vicino in una caverna e dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene: per che ella, levatasi, là entrò donde uscita era la cavriuola, e videvi due cavriuoli forse il dì medesimo nati, li quali le parevano la più dolce cosa del mondo e la più vezzosa; e non essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il latte del petto, quegli teneramente prese e al petto gli si pose. Li quali, non rifiutando il servigio, così lei poppavano come la madre avrebber fatto; e d’allora innanzi dalla madre a lei niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil donna avere nel diserto luogo alcuna compagnia trovata, l’erbe pascendo e bevendo l’acqua e tante volte piagnendo quante del marito e de’ figliuoli e della sua preterita vita si ricordava, quivi è a vivere e a morire s’era disposta, non meno dimestica della cavriuola divenuta che de’ figliuoli.

E così dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo più mesi che per fortuna similmente quivi arrivò uno legnetto di pisani dove ella prima era arrivata, e più giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo chiamato Currado de’ marchesi Malespini con una sua donna valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme con la sua donna e con alcun suoi famigliari e con suoi cani un dì a andare fra l’isola si mise; e non guari lontano al luogo dove era madama Beritola cominciarono i cani di Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli pascendo andavano: li quali cavriuoli, da’ cani cacciati, in nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama Beritola. La quale, questo vedendo, levata in piè e preso un bastone li cani mandò indietro: e quivi Currado e la sua donna, che i lor cani seguitavan, sopravenuti, vedendo costei che bruna e magra e pelosa divenuta era, si maravigliarono, e ella molto più di loro. Ma poi che a’ prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro, dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse. Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse e con parole assai s’ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero, offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Idio più lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le disse che da mangiare quivi facesse venire e lei, che tutta era stracciata, d’alcuna delle sue robe rivestisse, e del tutto facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto de’ suoi infortunii, fatti venir vestimenti e vivande, con la maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la condusse: e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la ’ndusse a doversene seco andare in Lunigiana insieme co’ due cavriuoli e con la cavriuola la quale in quel mezzo tempo era tornata e, non senza gran meraviglia della gentil donna, l’aveva fatta grandissima festa.

E così venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e con la sua donna sopra il lor legno montò, e con loro insieme la cavriuola e i due cavriuoli, da’ quali, non sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinominata; e con buon vento tosto infino nella foce della Magra n’andarono, dove smontati alle loro castella se ne salirono. Quivi appresso la donna di Currado madama Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta e umile e obediente stette, sempre a’ suoi cavriuoli avendo amore e faccendogli nutricare.

I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata sì come da lor non veduta, con tutta l’altra gente a Genova n’andarono; e quivi tra’ padroni della galea divisa la preda, toccò per avventura, tra l’altre cose, in sorte a un messer Guasparrin Doria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei; il quale lei co’ fanciulli insieme a casa sua ne mandò per tenergli a guisa di servi ne’ servigi della casa. La balia, dolente oltre modo della perdita della sua donna e della misera fortuna nella quale sé e i due fanciulli caduti vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le lagrime niente giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come poté il meglio riconfortatasi e appresso riguardando dove erano pervenuti, s’avisò che se i due fanciulli conosciuti fossono per avventura potrebbono di leggiere impedimento ricevere: e oltre a questo sperando che, quando che sia, si potrebbe mutar la fortuna e essi potrebbono, se vivi fossero, nel perduto stato tornare, pensò di non palesare a alcuna persona chi fossero, se tempo di ciò non vedesse; e a tutti diceva, che di ciò domandata l’avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giuffredi ma Giannotto di Procida nominava, al minore non curò di mutar nome; e con somma diligenzia mostrò a Giuffredi perché il nome cambiato gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto fosse, e questo non una volta ma molte e molto spesso gli ricordava: la qual cosa il fanciullo, che intendente era, secondo l’amaestramento della savia balia ottimamente faceva. Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, a ogni vil servigio adoperati, con la balia insieme pazientemente più anni i due garzoni in casa messer Guasparino.

Ma Giannotto, già d’età di sedici anni, avendo più animo che a servo non s’apparteneva, sdegnando la viltà della servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria andavano, dal servigio di messer Guasparino si partì e in più parti andò in niente potendosi avanzare. Alla fine, forse dopo tre o quatro anni appresso la partita fatta da messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della persona divenuto e avendo sentito il padre di lui, il quale morto credeva che fosse, essere ancora vivo ma in prigione e in captività per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna disperato vagabundo andando, pervenne in Lunigiana: e quivi per ventura con Currado Malaspina si mise per famigliare, lui assai acconciamente e a grado servendo. E come che rade volte la sua madre, la quale con la donna di Currado era, vedesse, niuna volta la conobbe, né ella lui: tanto la età l’uno e l’altro, da quello che esser soleano quando ultimamente si videro, gli avea trasformati.

Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, avvenne che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, rimasa vedova d’uno Niccolò da Grignano alla casa del padre tornò: la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco più di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a Giannotto, e egli a lei, e ferventissimamente l’uno dell’altro s’innamorò. Il quale amore non fu lungamente senza effetto, e più mesi durò avanti che di ciò niuna persona s’accorgesse: per la qual cosa essi, troppo assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a così fatte cose non si richiedea. E andando un giorno per un bosco bello e folto d’alberi la giovane insieme con Giannotto, lasciata tutta l’altra compagnia, entrarono innanzi; e parendo loro molta di via aver gli altri avanzati, in un luogo dilettevole e pien d’erba e di fiori e d’alberi chiuso ripostisi, a prendere amoroso piacere l’un dell’altro incominciarono. E come che lungo spazio stati già fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere molto brieve, in ciò dalla madre della giovane prima e appresso da Currado soprapresi furono. Il quale, doloroso oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del perché, amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e a un suo castello legati menargliene; e d’ira e di cruccio fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.

La madre della giovane, quantunque molto turbata fosse e degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d’ogni crudel penitenza, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual fosse l’animo suo verso i nocenti, non potendo ciò comportare, avacciandosi sopragiunse l’adirato marito e cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di non correr furiosamente a volere nella sua vecchiezza della figliuola divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d’un suo fante, e ch’egli altra maniera trovasse a sodisfare all’ira sua, sì come di fargli imprigionare e in prigione stentare e piagnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte altre parole gli andò dicendo la santa donna, che essa da uccidergli l’animo suo rivolse; e comandò che in diversi luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati bene e con poco cibo e con molto disagio servati infino a tanto che esso altro diliberasse di loro; e così fu fatto.

Quale la vita loro in captività e in continue lagrime e in più lunghi digiuni, che loro non sarien bisognati, si fosse, ciascuno sel può pensare. Stando adunque Giannotto e la Spina in vita così dolente e essendovi già uno anno, senza ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re Piero da Raona per trattato di messer Gian di Procida l’isola di Cicilia ribellò e tolse al re Carlo; di che Currado, come ghibellino, fece gran festa.

La quale Giannotto sentendo da alcuno di quegli che a guardia l’aveano, gittò un gran sospiro e disse: “Ahi lasso me! ché passati sono omai quattordici anni che io sono andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando che questa, la quale ora che venuta è, acciò che io mai d’aver ben più non speri, m’ha trovato in prigione, della qual mai se non morto uscir non spero!”

“E come?” disse il prigioniere “che monta a te quello che i grandissimi re si facciano? che avevi tu a fare in Cicilia?”

A cui Giannotto disse: “El pare che ’l cuor mi si schianti ricordandomi di ciò che già mio padre v’ebbe a fare: il quale, ancora che piccol fanciul fossi quando me ne fuggi’, pur mi ricorda che io nel vidi signore, vivendo il re Manfredi.”

Seguì il prigioniere: “E chi fu tuo padre?”

“Il mio padre” disse Giannotto “posso io omai sicuramente manifestare, poi nel pericolo mi veggio il quale io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato e è ancora, s’el vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto ma Giuffredi ho nome; e non dubito punto, se io di qui fossi fuori, che tornando in Cicilia io non v’avessi ancora grandissimo luogo.”

Il valente uomo, senza più avanti andare, come prima ebbe tempo, tutto questo raccontò a Currado. Il che Currado udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non curarsene, andatosene a madama Beritola piacevolemente la domandò se alcun figliuolo avesse d’Arrighetto avuto che Giuffredi avesse nome. La donna piagnendo rispose che, se il maggior de’ suoi due che avuti avea fosse vivo, così si chiamerebbe e sarebbe d’età di ventidue anni.

Questo udendo Currado avvisò lui dovere esser desso, e caddegli nell’animo, se così fosse, che egli a una ora poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna e quella della figliuola tor via dandola per moglie a costui; e per ciò, fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente d’ogni sua passata vita l’esaminò; e trovando per assai manifesti indizii lui veramente esser Giuffredi figliuolo d’Arrighetto Capece, gli disse: “Giannotto, tu sai quanta e quale sia la ’ngiuria la quale tu m’hai fatta nella mia propria figliuola, là dove, trattandoti io bene e amichevolemente, secondo che servidor si dee fare, tu dovevi il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e molti sarebbero stati quegli, a’ quali se tu quello avessi fatto che a me facesti, che vituperosamente t’avrebbero fatto morire: il che la mia pietà non sofferse. Ora, poi che così è come tu mi di’ che tu figliuol se’ di gentile uomo e di gentil donna, io voglio alle tue angosce, quando tu medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria e della captività nella qual tu dimori, e a una ora il tuo onore e ’l mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina (la quale tu con amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a lei, amistà prendesti) è vedova, e la sua dota è grande e buona; quali sieno i suoi costumi e il padre e la madre di lei tu il sai; del tuo presente stato niente dico. Per che, quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente amica ti fu, che ella onestamente tua moglie divenga e che in guisa di mio figliuolo qui con esso meco e con lei quanto ti piacerà dimori.”

Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il generoso animo dalla sua origine tratto non aveva ella in cosa alcuna diminuito né ancora lo ’ntero amore il quale egli alla sua donna portava. E quantunque egli ferventemente disiderasse quello che Currado gli offereva e sé vedesse nelle sue forze, in niuna parte piegò quello che la grandezza dell’animo suo gli mostrava di dover dire, e rispose: “Currado, né cupidità di signoria né disiderio di denari né altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita né alle tue cose insidie come traditor porre. Amai tua figliuola e amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo del mio amore; e se io seco fui meno che onestamente, secondo la oppinion de’ meccanici, quel peccato commisi il qual sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che, se via si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la giovanezza, e il quale, se i vecchi si volessero ricordare d’essere stati giovani e gli altrui difetti con li lor misurare e li lor con gli altrui, non saria grave come tu e molti altri fanno: e come amico, non come nemico il commisi. Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai, e se io avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto, lungo tempo che domandato l’avrei; e tanto mi sarà ora più caro quanto di ciò la speranza è minore. Se tu non hai quello animo che le tue parole dimostrano, non mi pascere di vana speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti piace mi fa affliggere, ché tanto quanto io amerò la Spina, tanto sempre per amor di lei amerò te, che che tu mi facci, e avrotti in reverenza.”

Currado, avendo costui udito, si maravigliò e di grande animo il tenne e il suo amore fervente reputò e più ne l’ebbe caro; e per ciò, levatosi in piè, l’abbracciò e basciò, e senza dar più indugio alla cosa comandò che quivi chetamente fosse menata la Spina. Ella era nella prigione magra e pallida divenuta e debole, e quasi un’altra femina che esser non soleva parea, e così Giannotto un altro uomo: i quali nella presenzia di Currado di pari consentimento contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.

E poi che più giorni, senza sentirsi da alcuna persona di ciò che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che bisognò loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e la Cavriuola, così verso lor disse: “Che direste voi, madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d’una delle mie figliuole?”

A cui la Cavriuola rispose: “Io non vi potrei di ciò altro dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che io non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa, che non sono io medesima a me, mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste”; e lagrimando si tacque.

Allora disse Currado alla sua donna: “E a te che ne parebbe, donna, se io così fatto genero ti donassi?”

A cui la donna rispose: “Non che un di loro che gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi piacerebbe.”

Allora disse Currado: “Io spero infra pochi dì farvi di ciò liete femine.”

E veggendo già nella prima forma i due giovani ritornati, onorevolemente vestitigli, domandò Giuffredi: “Che ti sarebbe caro sopra l’allegrezza la qual tu hai, se tu qui la tua madre vedessi?”

A cui Giuffredi rispose: “Egli non mi si lascia credere che i dolori de’ suoi sventurati accidenti l’abbian tanto lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro, sì come colui che ancora, per lo suo consiglio, mi crederei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.”

Allora Currado l’una e l’altra donna quivi fece venire. Elle fecero ammendune maravigliosa festa alla nuova sposa, non poco maravigliandosi quale spirazione potesse essere stata che Currado avesse a tanta benignità recato, che Giannotto con lei avesse congiunto. Al quale madama Beritola, per le parole da Currado udite, cominciò a riguardare, e da occulta vertù desta in lei alcuna ramemorazione de’ puerili lineamenti del viso del suo figliuolo, senza aspettare altro dimostramento con le braccia aperte gli corse al collo; né la soprabbondante pietà e allegrezza materna le permisero di potere alcuna parola dire, anzi sì ogni virtù sensitiva le chiusero, che quasi morta nelle braccia del figliuolo ricadde. Il quale, quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi d’averla molte volte avanti in quel castel medesimo veduta e mai non riconosciutala, pur nondimeno conobbe incontanente l’odor materno; e, se medesimo della sua preterita trascutaggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente basciò. Ma poi che, madama Beritola pietosamente dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata, e con acqua fredda e con altre loro arti in sé le smarrite forze ebbero rivocate, rabracciò da capo il figliuolo con molte lagrime e con molte parole dolci; e piena di materna pietà mille volte o più il basciò, e egli lei reverentemente molto la vide e ricevette.

Ma poi che l’accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quatro volte, non senza gran letizia e piacere de’ circunstanti, e l’uno all’altro ebbe ogni suo accidente narrato, avendo già Currado a’ suoi amici significato, con gran piacer di tutti, il nuovo parentado fatto da lui, e ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giuffredi: “Currado, voi avete fatto me lieto di molte cose e lungamente avete onorata mia madre: ora, acciò che niuna parte in quello che per voi si possa ci resti a far, vi priego che voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti della presenza di mio fratello, il quale in forma di servo messer Guasparrin Doria tiene in casa, il quale, come io vi dissi già, e lui e me prese in corso; e appresso, che voi alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente s’informi delle condizioni e dello stato del paese, e mettasi a sentire quello che è d’Arrighetto mio padre, se egli è o vivo o morto, e, se è vivo, in che stato, e d’ogni cosa pienamente informato a noi ritorni.”

Piacque a Currado la domanda di Giuffredi, e senza alcuno indugio discretissime persone mandò e a Genova e in Cicilia. Colui che a Genova andò, trovato messer Guasparrino, da parte di Currado diligentemente il pregò che lo Scacciato e la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli ciò che per Currado era stato fatto verso Giuffredi e verso la madre.

Messer Guasparrin si maravigliò forte questo udendo, e disse: “Egli è vero che io farei per Currado ogni cosa, che io potessi, che gli piacesse; e ho bene in casa avuti, già sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una sua madre, li quali io gli manderò volentieri. Ma dira’gli da mia parte che si guardi di non aver troppo creduto o di non credere alle favole di Giannotto, il qual di’ che oggi si fa chiamar Giuffredi, per ciò che egli è troppo più malvagio che egli non s’avvisa.”

E così detto, fatto onorare il valente uomo, si fece in segreto chiamar la balia e cautamente la essaminò di questo fatto. La quale, avendo udita la rebellione di Cicilia e sentendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che già avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse e le cagioni gli mostrò per che quella maniera che fatto aveva tenuta avesse. Messer Guasparrin, veggendo li detti della balia con quegli dello ambasciador di Currado ottimamente convenirsi, cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e per uno altro, sì come uomo che astutissimo era, fatta inquisizion di questa opera e più ognora trovando cose che più fede gli davano al fatto, vergognandosi del vil trattamento fatto del garzone, in ammenda di ciò, avendo una sua bella figlioletta d’età d’undici anni, conoscendo egli chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dote gli diè per moglie. E dopo una gran festa di ciò fatta, col garzone e con la figliuola e con l’ambasciador di Currado e con la balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne venne a Lerici; dove, ricevuto da Currado, con tutta la sua brigata n’andò a un castel di Currado non molto di quivi lontano, dove la festa grande era apparecchiata.

Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo figliuolo, qual quella de’ due fratelli, qual quella di tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino e alla sua figliuola e di lui a tutti e di tutti insieme con Currado e con la sua donna e co’ figliuoli e co’ suoi amici, non si potrebbe con parole spiegare; e per ciò a voi, donne, la lascio a imaginare. Alla quale, acciò che compiuta fosse, volle Domenedio, abbondantissimo donatore quando comincia, sopragiugnere le liete novelle della vita e del buono stato d’Arrighetto Capece.

Per ciò che, essendo la festa grande e i convitati, le donne e gli uomini, alle tavole ancora alla prima vivanda, sopragiunse colui il quale andato era in Cicilia: e tra l’altre cose raccontò d’Arrighetto che, essendo egli in captività per lo re Carlo guardato, quando il romore contro al re si levò nella terra, il popolo a furore corse alla prigione e, uccise le guardie, lui n’avean tratto fuori, e sì come capitale nemico del re Carlo l’avevano fatto lor capitano e seguitolo a cacciare e a uccidere i franceschi. Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del re Petro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva, laonde egli era in grande e buono stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del figliuolo, de’ quali mai dopo la presura sua neente aveva saputo, e oltre a ciò mandava per loro una saettia con alquanti gentili uomini li quali appresso venieno. Costui fu con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e prestamente Currado con alquanti de’ suoi amici incontro si fecero a’ gentili uomini che per madama Beritola e per Giuffredi venieno, e loro lietamente ricevette e al suo convito, il quale ancora al mezzo non era, gl’introdusse.

Quivi e la donna e Giuffredi e oltre a questi tutti gli altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte d’Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e più poterono, Currado e la sua donna dell’onor fatto e alla donna di lui e al figliuolo, e Arrighetto e ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere. Quindi a messer Guasparrin rivolti, il cui beneficio era inoppinato, dissero sé esser certissimi che, qualora ciò che per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute sarebbono. Appreso questo, lietissimamente nella festa delle due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.

Né solo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giuffredi e agli altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia montati, seco la Spina menandone si partirono. E avendo prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta festa da Arrighetto tutti parimente, e’ figliuoli e le donne, furono in Palermo ricevuti, che dir non si potrebbe giammai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti felicemente vivessero e, come conoscenti del ricevuto beneficio, amici di messer Domenedio.

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Decameron – Giornata I – Novella II

La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata dalle donne: la quale diligentemente ascoltata e al suo fine essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le comandò la reina che, una dicendone, l’ordine dello incominciato sollazzo seguisse. La quale, sì come colei che non meno era di cortesi costumi che di bellezze ornata, lietamente rispose che volentieri: e cominciò in questa guisa:

– Mostrato n’ha Panfilo nel suo novellare la benignità di Dio non guardare a’ nostri errori quando da cosa che per noi veder non si possa procedano: e io nel mio intendo di dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo pazientemente i difetti di coloro li quali d’essa ne deono dare e con l’opere e con le parole vera testimonianza, il contrario operando, di sé argomento d’infallibile verità ne dimostri, acciò che quello che noi crediamo con più fermezza d’animo seguitiamo.

Sì come io, graziose donne, già udii ragionare, in Parigi fu un gran mercatante e buono uomo il quale fu chiamato Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran traffico d’opera di drapperia: e avea singulare amistà con uno ricchissimo uomo giudeo chiamato Abraam, il quale similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto, gl’incominciò forte a increscere che l’anima d’un così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a perdizione; e per ciò amichevolmente lo ’ncominciò a pregare che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e ritornassesi alla verità cristiana, la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire al niente poteva discernere.

Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in quella intendeva e vivere e morire, né cosa sarebbe che mai da ciò il facesse rimuovere. Giannotto non stette per questo che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti parole, mostrandogli così grossamente, come il più i mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era migliore che la giudaica; e come che il giudeo fosse nella giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l’amicizia grande che con Giannotto avea che il movesse o forse parole le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell’uomo idiota poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto: ma pure, ostinato in su la sua credenza, volger non si lasciava.

Così come egli pertinace dimorava, così Giannotto di sollecitarlo non finava giammai, tanto che il giudeo, da così continua instanzia vinto, disse: “Ecco, Giannotto, a te piace che io divenga cristiano: e io sono disposto a farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma e quivi vedere colui il quale tu di’ che è vicario di Dio in terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e similmente de’ suoi fratelli cardinali; e se essi mi parranno tali, che io possa tra per le tue parole e per quegli comprendere che la vostra fede sia miglior che la mia, come tu ti se’ ingegnato di dimostrarmi, io farò quello che detto t’ho: ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo come io mi sono.”

Quando Giannotto intese questo, fu in se stesso oltre modo dolente, tacitamente dicendo: “Perduta ho la fatica la quale ottimamente mi pareva avere impiegata, credendomi costui aver convertito: per ciò che, se egli va in corte di Roma e vede la vita scellerata e lorda de’ cherici, non che egli di giudeo si faccia cristiano, ma se egli fosse cristian fatto senza fallo giudeo si ritornerebbe.” E a Abraam rivolto disse: “Deh! amico mio, perché vuoi tu entrare in questa fatica e così grande spesa come a te sarà d’andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, a un ricco uomo come tu se’ ci è tutto pien di pericoli. Non credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse alcuni dubbii hai intorno alla fede che io ti dimostro, dove ha maggior maestri e più savi uomini in quella, che son qui, da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai dichiarire? Per le quali cose, al mio parere, questa tua andata è di soperchio. Pensa che tali sono là i prelati quali tu gli hai qui potuti vedere, e più, e tanto ancor migliori quanto essi son più vicini al pastor principale; e per ciò questa fatica per mio consiglio ti serberai in altra volta a alcuno perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia.”

A cui il giudeo rispose: “Io mi credo, Giannotto, che così sia come tu mi favelli; ma recandoti le molte parole in una, io son del tutto, se tu vuogli che io faccia quello di che tu m’hai cotanto pregato, disposto a andarvi, e altramenti mai non ne farò nulla.”

Giannotto, vedendo il voler suo, disse: “E tu va’ con buona ventura!” e seco avvisò lui mai non doversi far cristiano come la corte di Roma veduta avesse; ma pur, niente perdendovi, si stette.

Il giudeo montò a cavallo, e, come più tosto poté, se n’andò in corte di Roma, dove pervenuto da’ suoi giudei fu onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire a alcuno perché ito vi fosse, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del Papa e de’ cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani: e tra che egli s’accorse, sì come uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu informato, egli trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale ma ancora nella sogdomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la potenza delle meretrici e de’ garzoni in impetrare qualunque gran cosa non v’era di picciol potere. Oltre a questo, universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre serventi a guisa d’animali bruti, appresso alla lussuria, che a altro gli conobbe apertamente; e più avanti guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che parimente l’uman sangue, anzi il cristiano, e le divine cose, chenti che elle si fossero o a sacrificii o a benefici appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi di drappi o d’alcuna altra cosa non erano, avendo alla manifesta simonia ’procureria’ posto nome e alla gulosità ’substentazioni’, quasi Idio, lasciamo stare il significato di vocaboli, ma la ’ntenzione de’ pessimi animi non conoscesse e a guisa degli uomini a’ nomi delle cose si debba lasciare ingannare. Le quali, insieme con molte altre che da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a Parigi; e così fece.

Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n’era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero; e poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo Padre e de’ cardinali e degli altri cortigiani gli parea.

Al quale il giudeo prestamente rispose: “Parmene male che Idio dea a quanti sono: e dicoti così, che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d’altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve, ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori, se piggiori esser possono in alcuno, mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore e per consequente tutti gli altri si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella. E perciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par discerner lo Spirito santo esser d’essa, sì come di vera e di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a’ tuoi conforti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian farmi: andiamo adunque alla chiesa, e quivi secondo il debito costume della vostra santa fede mi fa’ battezzare.”

Giannotto, il quale aspettava dirittamente contraria conclusione a questa, come lui così udì dire, fu il più contento uomo che giammai fosse: e a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che a Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo che esso l’adomandava, prestamente il fecero; e Giannotto il levò del sacro fonte e nominollo Giovanni, e appresso a gran valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella nostra fede, la quale egli prestamente apprese: e fu poi buono e valente uomo e di santa vita. –

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De rerum natura – Libro V – Parte 2

Quanto al resto, poiché ho spiegato come ogni cosa
possa avvenire per i ceruli spazi del vasto mondo,
sì che potessimo conoscere quale forza e causa produca
i vari corsi del sole e i movimenti della luna,
e in che modo quegli astri, oscurata la luce, ‹possano› eclissarsi
e coprire di tenebre la terra che non le aspettava,
quando pare che chiudano gli occhi e poi, apertili di nuovo,
frugano ogni luogo che si imbianca di chiara luce,
ora torno alla giovinezza del mondo e ai molli campi della terra,
e dirò che cosa dapprima essi s’indussero a levare, con nuova
procreazione, alle plaghe della luce e affidare ai volubili venti.
Da principio la terra produsse la famiglia delle erbe
e il verde splendore intorno ai colli e per tutti i piani,
i floridi prati rifulsero di verdeggiante colore,
e ai vari alberi in séguito fu dato di gareggiare
grandemente nel crescere per l’aria a briglie sciolte.
Come sulle membra dei quadrupedi e sul corpo
dei pennuti spuntano dapprima piume e peli e setole,
così allora la giovane terra generò dapprima erbe e virgulti,
in séguito creò le stirpi mortali,
che nacquero in gran numero, in molti modi, con varie forme.
Infatti non possono esser caduti dal cielo gli animali,
né le specie terrestri essere uscite dai salati abissi.
Resta che a ragione la terra ha ricevuto il nome di madre
poiché dalla terra traggono origine tutte le creature.
Ed anche ora molti animali sorgono dalla terra,
generati dalle piogge e dall’ardente calore del sole;
perciò non c’è da stupire se più numerosi ne nacquero allora,
e più grandi, essendo cresciuti quando terra e cielo eran giovani.
Da principio la specie degli alati e i vari uccelli
lasciavano le uova, uscendo dai gusci in primavera,
come ora d’estate le cicale spontaneamente abbandonano
i tondeggianti involucri per cercare il cibo e la vita.
Allora, vedi, la terra cominciò a produrre le stirpi mortali.
Molto calore, infatti, e umidità sovrabbondavano nei campi.
Perciò, ovunque si offriva idonea disposizione di luogo,
crescevano uteri attaccati alla terra con radici;
e quando, maturato il tempo, li aveva aperti l’età
degli infanti, fuggendo l’umidità e cercando l’aria,
lì la natura rivolgeva i canali della terra
e li costringeva a versare dalle vene aperte un succo
simile al latte, come ora ogni femmina,
quando ha partorito, s’empie di dolce latte, perché tutto
alle mammelle converge l’impeto del suo alimento.
La terra offriva ai bimbi il cibo, il calore una veste, l’erba
un giaciglio riboccante di molta e morbida lanugine.
Ma la giovinezza del mondo non produceva rigidi freddi,
né eccessivi calori, né venti di forze possenti.
Tutte le cose infatti di pari passo crescono e prendono vigore.
Perciò, ancora e ancora, la terra a ragione ha ricevuto
e conserva il nome di madre, poiché da sé essa creò
il genere umano e, quasi a un momento stabilito, partorì
ogni animale che sui grandi monti scorrazza selvaggio
e insieme gli uccelli dell’aria nelle varie forme.
Ma, poiché il suo partorire deve avere un termine,
essa cessò, come donna fiaccata da vecchiezza.
Il tempo infatti muta la natura di tutto il mondo,
e in tutte le cose a uno stato deve subentrarne un altro,
né alcunché resta simile a sé stesso: tutte le cose passano,
tutte la natura le trasmuta e le costringe a trasformarsi.
Giacché una imputridisce e fiaccata dal tempo langue,
poi un’altra cresce ed esce ‹dalle› condizioni di disprezzo.
Così dunque il tempo muta la natura di tutto il mondo,
e nella terra a uno stato ne subentra un altro, sicché non può
produrre ciò che poté, ma può ciò che non poté in passato.
E anche molti portenti allora la terra tentò di creare,
nati con facce e membra strane: l’androgino, che sta tra i due
sessi, e non è né l’uno, né l’altro, ma è lontano da ambedue;
alcune creature prive di piedi, altre mancanti, a loro volta,
di mani, o anche mute senza la bocca, o ch’erano cieche
senza gli occhi, o avviluppate in tutto il corpo per l’aderire delle membra,
sì che non potevano fare alcunché, né muoversi verso alcun luogo,
né evitare un danno, né prendere ciò che era necessario.
Ogni altro mostro e portento di questa specie essa creava,
ma invano, perché la natura ne impedì la crescita,
né poterono attingere il bramato fiore dell’età,
né trovare cibo, né congiungersi con gli atti di Venere.
Molte cose vediamo infatti che devono concorrere negli esseri
perché possano generare e propagare le stirpi;
bisogna anzitutto che abbiano di che nutrirsi, poi passaggi per cui
i semi genitali possano scorrere attraverso i corpi ed emanare
dalle membra rilassate; e, affinché la femmina possa congiungersi col maschio,
devono avere ambedue ciò che occorre per scambiarsi vicendevoli piaceri.
E molte stirpi di esseri viventi dovettero allora soccombere
e non poterono generare e propagare la prole.
Giacché tutte quelle che vedi respirare le aure vitali,
o l’astuzia o la forza o almeno la velocità le protesse
dal principio dell’esistenza e ne conservò le generazioni.
E molte ce ne sono che, raccomandate a noi
dalla loro utilità, furono affidate alla nostra tutela.
In primo luogo alla fiera progenie dei leoni e alle stirpi selvagge
fornì difesa la forza, alle volpi l’astuzia e ai cervi la fuga.
Ma i cani dal sonno leggero, che nei petti hanno cuori fedeli,
e ogni progenie nata dal seme delle bestie da soma
e insieme le greggi lanose e le cornute stirpi dei buoi,
tutti furono affidati alla tutela degli uomini, o Memmio.
Ardentemente infatti fuggirono le fiere e cercarono pace
e copiose pasture ottenute senza loro fatica,
cose che noi diamo loro in ricompensa della loro utilità.
Ma quelli cui la natura non diede nulla di ciò,
né di vivere da sé stessi liberamente, né di rendere a noi
qualche servigio per cui consentissimo alla loro progenie
di nutrirsi e di vivere sicura sotto la nostra protezione,
questi certo soggiacevano ad altri come preda e bottino,
inceppati come erano tutti dalle loro catene fatali,
finché la natura ne portò la progenie ad estinzione.
Ma non ci furono Centauri, né in alcun tempo
possono esistere esseri di duplice natura e di corpo doppio,
messi insieme con membra eterogenee, così che le facoltà di creature
nate da questa specie e da quella possano corrispondere abbastanza.
Ciò si può conoscere di qui, anche con mente ottusa.
Anzitutto, nel giro di tre anni il focoso cavallo
è nel suo fiore, ma il bambino per niente; ché spesso ancora
cercherà nel sonno i capezzoli del seno materno colmi di latte.
Poi, quando al cavallo per vecchiaia vengon meno le forze
poderose e languiscono le membra per il fuggire della vita,
solo allora il fanciullo raggiunge il fiore dell’età e comincia
per lui la gioventù, che gli veste di morbida lanugine le guance.
Non ti avvenga, dunque, di credere che dall’uomo e dal seme
di bestie da soma, dei cavalli, possan formarsi Centauri,
ed esistere, o Scille coi corpi semimarini, cinte di rabbiosi cani,
e tutti gli altri esseri di questa fatta,
le cui membra vediamo discordanti fra loro;
che nello stesso tempo né fioriscono, né prendono il vigore
del corpo, né lo perdono a causa della vecchiaia,
né di simile amore ardono, né armonizzano per abitudini
uniformi, né identiche sono le cose che giovano alle loro membra.
Spesso infatti si può vedere che le barbute capre ingrassano
con la cicuta, mentre questa per l’uomo è violento veleno.
Poiché, ‹d’altra parte,› la fiamma suole cuocere e bruciare
i corpi fulvi dei leoni, tanto quanto qualunque altra specie
di carne e sangue che esiste sulla terra,
come sarebbe potuto avvenire che un unico essere con triplice corpo,
nella parte anteriore leone, nella posteriore drago, nella mediana lei,
la Chimera, spirasse per la bocca una fiamma violenta uscita dal corpo?
Così, dunque, chi immagina che tali animali potessero nascere
quando la terra era giovane e il cielo da poco formato,
fondandosi soltanto su questo vano nome di gioventù,
molte cose similmente può dire a vanvera;
può dire che allora fiumi d’oro scorrevano sulla terra ovunque
e che gli alberi comunemente fiorivano di pietre preziose
o che nacque un uomo con membra tanto gigantesche
da poter con un passo poggiare il piede di là da mari profondi
e con le mani rotare intorno a sé tutto il cielo.
Ché, se la terra contenne molti semi di cose
nel tempo in cui il suolo cominciò a produrre gli animali,
questo tuttavia non è segno che si siano potute creare
bestie miste fra loro e membra accozzate di esseri viventi,
poiché le specie delle erbe e le messi e gli alberi rigogliosi,
che tuttora pullulano in abbondanza dalla terra,
non posson tuttavia nascere intrecciati fra loro,
ma ognuna di queste cose procede secondo un proprio modo
e tutte per salda legge di natura conservano le differenze.
Ma la stirpe umana che visse allora nei campi fu molto
più dura, com’era naturale, ché la dura terra l’aveva creata;
e nell’interno del corpo fu piantata su ossa più grandi
e più salde, connessa attraverso le carni da nervi poderosi,
tale che non poteva facilmente esser vinta dal caldo, né dal freddo,
né da cibo inconsueto, né da alcun difetto del corpo.
E, durante il corso di molti lustri del sole per il cielo,
conducevano la vita a guisa di fiere vagabonde.
Non c’era nessuno che robusto reggesse l’aratro ricurvo,
nessuno sapeva lavorare i campi col ferro,
né piantare nella terra i virgulti novelli, né dagli alti
alberi tagliar via coi falcetti i rami vecchi.
Ciò che donavano il sole e le piogge, ciò che produceva
di per sé la terra, era un dono bastevole a placare quei petti.
Tra le querce cariche di ghiande per lo più ristoravano i corpi;
e le corbezzole, che ora nella stagione invernale vedi
farsi mature, di colore purpureo, allora la terra
le produceva in grandissimo numero e anche più grosse.
E la fiorente gioventù del mondo produsse allora
molti altri rudi alimenti, abbondanza per i miseri mortali.
Ma a sedare la sete li chiamavano i fiumi e le fonti,
come ora il torrente, che precipita giù dai grandi monti,
chiama per ampio spazio col chiaro suono sitibonde famiglie di fiere.
Occupavano infine i silvestri recessi delle ninfe, scoperti
nel loro vagare, dai quali sapevano che rivoli d’acqua
fluivano con larga corrente lavando le umide rocce,
le umide rocce, stillanti sopra il verde muschio,
mentre altri scaturivano ed erompevano per la piana campagna.
E non sapevano ancora trattare le cose col fuoco,
né servirsi di pelli e vestire il corpo con spoglie di fiere,
ma abitavano boschi e caverne montane e selve
e nascondevano le scabre membra tra le macchie,
quando eran costretti a evitare sferzate di venti e piogge.
Né erano capaci di mirare al bene comune,
né sapevano valersi di costumi e di leggi nei loro rapporti.
Ciò che a ciascuno la fortuna aveva offerto come preda, ciascuno
se lo prendeva, avvezzo a usare la forza e a vivere da sé, per sé stesso.
E Venere nelle selve congiungeva i corpi degli amanti;
conquistava infatti la donna o un reciproco desiderio
o la violenta forza dell’uomo e la sua brama intensa
o una mercede: ghiande e corbezzole o pere scelte.
E, confidando nella meravigliosa forza delle mani e dei piedi,
davano la caccia alle silvestri stirpi delle fiere
con lancio di sassi e con clave pesanti;
e molte ne vincevano, poche ne evitavano nascondendosi;
e, come setolosi cinghiali, abbandonavano sulla terra
nude le membra silvestri, quando li sorprendeva la notte,
avvolgendosi, tutt’intorno, di foglie e di fronde.
Né con grande lamento cercavano il giorno e il sole
per i campi vagando paurosi tra le ombre della notte,
ma taciti e sepolti nel sonno aspettavano
che con la rosea fiaccola il sole portasse la luce nel cielo.
E infatti, poiché dalla fanciullezza s’erano abituati a vedere
sempre le tenebre e la luce prodursi in tempi alterni,
non poteva avvenire mai che li colpisse meraviglia
o il timore che una notte senza fine occupasse la terra
e il lume del sole fosse stato rapito per sempre.
Ma più angoscioso era questo, che le stirpi ferine
spesso a quei miseri facevano tribolato il riposo.
E, scacciati dalla loro dimora, fuggivano i rocciosi ripari
all’arrivo d’un cinghiale schiumante o d’un possente leone,
e a notte fonda atterriti cedevano
agli ospiti feroci i covili coperti di fronde.
Né allora molto più che ora le stirpi mortali
lasciavano con lamenti la dolce luce della vita.
Certo, allora più spesso qualcuno di loro, sorpreso,
offriva pasto vivente alle fiere, dilaniato dalle zanne,
e riempiva di lamenti boschi e monti e selve,
vedendo le proprie vive carni seppellite in un vivo sepolcro.
E quelli che si erano salvati fuggendo col corpo lacerato,
poi, tenendo le mani tremanti sopra le orribili piaghe,
invocavano con grida spaventose Orco,
finché spasimi crudeli li privavano della vita,
senza aiuto, ignari delle cure che le ferite reclamavano.
Tuttavia molte migliaia di uomini adunate sotto le insegne
non dava a morte un solo giorno, né le procellose acque
del mare gettavano navi e uomini a infrangersi contro gli scogli;
ma alla cieca, a vuoto, invano il mare spesso si sollevava
imperversando, e facilmente deponeva le inutili minacce,
né la lusinga della bonaccia poteva subdola
trarre in inganno qualcuno col sorridere delle onde.
La rovinosa arte del navigare giaceva allora ignorata.
Allora la penuria di cibo dava alla morte le membra
languenti, ora al contrario le sommerge l’abbondanza.
Per ignoranza gli uomini d’allora spesso versavano il veleno
a sé stessi, quelli d’ora più scaltramente lo danno essi ‹agli altri.›
Poi, quando si provvidero di capanne e di pelli e di fuoco,
e la donna congiunta con l’uomo passò ad un solo
*
furono conosciuti, ed essi videro la prole nata da loro,
allora primamente il genere umano cominciò a dirozzarsi.
Il fuoco infatti fece sì che i corpi freddolosi non potessero più
sopportare bene il freddo sotto la volta del cielo,
e Venere diminuì le forze, e i bambini con le carezze
facilmente vinsero l’indole fiera dei genitori.
Allora cominciarono anche a stringere amicizia fra loro
i vicini, desiderando non nuocere e non subire violenza,
e si affidarono l’un l’altro i fanciulli e le donne,
con balbettanti voci e col gesto significando
che era giusto che tutti avessero pietà per i deboli.
Né tuttavia poteva la concordia nascere sempre, ma una buona,
una gran parte degli uomini osservava i patti fedelmente;
altrimenti il genere umano già allora sarebbe perito tutto,
né il suo propagarsi avrebbe potuto far durare fino ad ora le stirpi.
I vari suoni della lingua, poi, fu la natura che costrinse
ad emetterli, e l’utilità foggiò i nomi delle cose,
in modo non molto diverso da quello in cui si vede che la stessa
incapacità della lingua a esprimere parole induce i bimbi a gestire,
quando fa che mostrino a dito le cose che sono presenti.
Difatti ognuno sente per qual uso possa valersi delle proprie facoltà.
Il vitello, prima che le corna gli siano spuntate e sporgano
dalla fronte, con esse irato assale e ostile incalza.
Dal canto loro, i cuccioli delle pantere e i leoncini
si difendono con unghie e zampe e morsi già quando
denti e unghie non sono ancora ben formati.
Vediamo poi ogni specie di uccelli affidarsi alle ali
e chiedere alle penne un aiuto che ancora è tremolante.
Perciò pensare che qualcuno allora abbia assegnato i nomi
alle cose e che da lui gli uomini abbiano imparato i primi vocaboli,
è follia. Infatti, perché colui avrebbe potuto designare con parole
ogni cosa ed emettere i vari suoni della lingua, ma si dovrebbe
credere che nello stesso tempo altri non abbiano potuto farlo?
Inoltre, se delle parole non avevano fatto uso fra loro
anche altri, donde fu impressa in quello la nozione
della loro utilità e donde fu data a lui per primo la facoltà
di sapere e di vedere nella mente che cosa volesse fare?
Parimenti, non poteva uno solo costringer molti e vincerli
e domarli, sì che acconsentissero a imparare i nomi delle cose.
Né in alcun modo è facile insegnare a sordi e persuaderli
di ciò che bisogna fare; difatti non lo sopporterebbero,
né in alcun modo tollererebbero che inauditi suoni di voce
più volte assordassero le loro orecchie invano.
Infine, che c’è di tanto sorprendente in questo,
se il genere umano, che aveva voce e lingua vigorose,
secondo le diverse impressioni designava le cose con suoni diversi?
Quando le greggi prive di parola, quando perfino le stirpi
delle fiere son solite formare voci dissimili e varie,
secondo che sentano timore o dolore o cresca in esse la gioia.
E infatti è possibile conoscer questo in base a fatti palesi.
Quando le larghe morbide labbra dei cani molossi
incominciano a fremere irritate, scoprendo i duri denti,
tirate indietro per la rabbia, minacciano con suono molto diverso
da quando poi latrano ed empiono tutti i luoghi delle loro voci.
Ma, quando prendono a lambire con la lingua carezzevolmente i cuccioli
o li sballottano con le zampe e, minacciando di morderli,
senza stringere i denti fingono di volerli divorare teneramente,
li vezzeggiano col mugolìo in modo molto diverso
da quando lasciati soli in casa abbaiano, o quando
uggiolando scansano col corpo schiacciato a terra le percosse.
E ancora, non si vede che parimenti differisce il nitrito,
quando un polledro nel fiore dell’età infuria fra le cavalle,
colpito dagli sproni di amore alato,
e con le froge dilatate freme movendo all’assalto,
e quando, in altri casi, nitrisce con membra tremanti?
Infine, le specie degli alati e i vari uccelli,
gli sparvieri e le aquile marine e gli smerghi
che cercano il nutrimento e la vita nei salati flutti del mare,
in un tempo diverso gettano gridi di gran lunga diversi
da quando contendono per il cibo e le prede fanno resistenza.
E alcuni mutano col mutare del tempo i rauchi canti,
come le longeve stirpi delle cornacchie e le frotte dei corvi,
di cui si dice che a volte invochino l’acqua e la pioggia,
altre volte chiamino i venti e le brezze.
Dunque, se sensi diversi costringono gli animali,
benché siano privi di parola, a emettere voci diverse,
quanto è più naturale che gli uomini allora abbian potuto
designare cose dissimili con suoni differenti fra loro!
Perché a tale proposito non ti ponga per caso, tacito, questa
domanda, fu il fulmine che portò giù in terra ai mortali il fuoco
dapprincipio; di là si diffonde ogni ardore di fiamme.
Molte cose infatti vediamo accendersi penetrate dai semi delle fiamme
celesti, quando un colpo dal cielo ha dato ad esse il suo calore.
E d’altronde, quando un albero ramoso, battuto dai venti,
vacillando fluttua e si getta sui rami di un altro albero,
si sprigiona il fuoco, cavato fuori dal possente attrito,
prorompe talora il fervido ardore della fiamma,
mentre tra loro i rami e i tronchi si sfregano a vicenda.
E l’una e l’altra di queste cause può aver dato ai mortali il fuoco.
Poi il sole insegnò loro a cuocere il cibo e ad ammollirlo
col calore della fiamma, poiché vedevano molte cose maturare
vinte dalle sferzate dei raggi e dalla calura per i campi.
E di giorno in giorno sempre più a mutare il cibo e la vita
anteriore con nuove scoperte e col fuoco insegnavano loro
quelli che eccellevano per ingegno e vigore d’animo.
I re incominciarono a fondare città e a costruire rocche,
per trovarvi essi stessi difesa e rifugio,
e divisero il bestiame e i campi, e li donarono
secondo la bellezza e la forza e l’ingegno di ciascuno;
perché la bellezza ebbe molto valore e la forza gran pregio.
Più tardi fu scoperta la ricchezza e fu trovato l’oro,
che facilmente tolse onore sia ai belli che ai forti;
al séguito del più ricco difatti gli uomini per lo più s’accodano,
quantunque siano e forti e dotati di bei corpi.
Ma, se si vuol governare la vita secondo la verità,
ricchezza grande è per l’uomo il vivere parcamente
con animo sereno; giacché del poco non c’è mai penuria.
Ma gli uomini vollero essere illustri e potenti,
perché su fondamento stabile perdurasse la loro fortuna
e opulenti potessero condurre una placida vita;
invano, perché, lottando per ascendere al vertice degli onori,
si fecero pieno di insidie il cammino,
e, quand’anche vi giungano, dal vertice l’invidia, come un fulmine,
colpendoli talvolta li precipita con disprezzo nel Tartaro tetro;
perché per l’invidia, come per il fulmine, per lo più ardono
i vertici e tutte le cose che si elevano al disopra di altre;
sì che è molto meglio obbedire quieto
che aspirare al potere supremo e al possesso di regni.
Lascia dunque che invano spossati sudino sangue,
lottando per l’angusto cammino dell’ambizione;
giacché il loro sapere dipende dalla bocca altrui, e mirano alle cose
seguendo ciò che hanno udito dire piuttosto che i propri sensi,
né ciò è ora, né sarà in avvenire più di quanto fu per l’innanzi.
Dunque, uccisi i re, giacevano abbattuti
l’antica maestà dei troni e gli scettri superbi;
e lo splendido ornamento della testa regale, insanguinato,
sotto i piedi del volgo piangeva il grande onore;
con ardore infatti si calpesta ciò che troppo fu prima temuto.
Così le cose eran ridotte a estrema confusione e turbamento,
mentre ognuno cercava per sé il potere e la sovranità.
Poi una parte di essi insegnò a creare magistrati
e fondò il diritto, perché volessero osservare le leggi.
Infatti il genere umano, spossato dal vivere una vita di violenza,
languiva per le inimicizie; perciò tanto più spontaneamente
si sottomise da sé stesso alle leggi e alla stretta giustizia.
Poiché ognuno, difatti, nell’ira s’apprestava a vendetta
più crudele di quella che ora concedono le giuste leggi,
per questo agli uomini venne a tedio il vivere una vita di violenza.
Da allora il timore delle pene guasta i doni della vita.
Giacché violenza e ingiustizia irretiscono ognuno
e per lo più ricadono su colui da cui nacquero,
né trascorrere una vita placida e pacata è facile
per chi vìola coi propri atti i comuni patti di pace.
Infatti, benché sfugga alla stirpe divina e all’umana,
tuttavia non può esser sicuro che il misfatto resterà sempre occulto;
e invero si dice che molti, spesso parlando nel sonno
o delirando per malattia, si tradirono
e manifestarono colpe ‹a lungo› celate.
Ora, quale causa abbia diffuso per le grandi nazioni
la potenza degli dèi e abbia riempito le città di altari
e abbia fatto istituire solenni riti, quei riti
che oggi fioriscono in grandi occasioni e in grandi sedi,
donde ancor oggi è piantato dentro i mortali l’orrore
che innalza nuovi templi di dèi su tutta la terra
e costringe a frequentarli nei giorni festivi,
non è tanto difficile spiegare con parole.
E difatti già allora le stirpi dei mortali vedevano
nelle menti durante la veglia eccellenti immagini di dèi,
e queste in sogno apparivano di ancor più mirabile corporatura.
A queste, dunque, attribuivano il senso perché pareva
che movessero le membra e proferissero parole superbe,
confacenti allo splendido aspetto e alle forze imponenti.
E attribuivano loro vita eterna, perché sempre la loro immagine
si rinnovava e la forma rimaneva inalterata
e, d’altronde, soprattutto perché pensavano che esseri dotati di forze
così grandi non potessero facilmente esser vinti da alcuna forza.
E pensavano che per sorte molto eccellessero,
perché il timore della morte non ne tormentava alcuno,
e insieme perché in sogno li vedevano compiere molte
e mirabili azioni senza risentirne essi stessi alcuna fatica.
Scorgevano inoltre i fenomeni celesti e le varie stagioni
dell’anno rotare secondo un ordine costante,
né potevano conoscere per quali cause questo avvenisse.
Dunque avevano per sé via d’uscita l’assegnare ogni cosa
agli dèi e supporre che al cenno di quelli ogni cosa obbedisse.
E nel cielo collocarono le sedi e le regioni degli dèi,
perché nel cielo si vedono girare la notte e la luna,
la luna, il giorno e la notte, e le severe stelle della notte,
e le faci del cielo che vagano di notte, e le fiamme volanti,
le nubi, il sole, le piogge, la neve, i venti, i fulmini, la grandine,
e i rapidi fremiti e i grandi minacciosi fragori.
O infelice genere umano, quando agli dèi
attribuì tali azioni ed aggiunse ire acerbe!
Che gemiti allora a sé stessi, che piaghe a noi,
che lacrime cagionarono ai nostri discendenti!
Né è punto vera pietà farsi spesso vedere nell’atto di volgersi
velato a un sasso e accostarsi a tutti gli altari,
né gettarsi a terra prosternato e protendere le palme
innanzi ai templi degli dèi, né cospargere gli altari
con molto sangue di quadrupedi, né intrecciar voti a voti,
ma piuttosto il poter contemplare ogni cosa con mente tranquilla.
Difatti, quando leviamo lo sguardo alle celesti plaghe
del vasto mondo, lassù, e all’etere trapunto di stelle fulgenti,
e il pensiero si volge ai corsi del sole e della luna,
allora, contro i petti oppressi da altri mali comincia
a ergere il capo ridesto anche quell’angoscioso pensiero,
che non ci sia per caso su di noi un immenso potere di dèi,
che con vario movimento volga gli astri splendenti.
Ignorando le cause, infatti, la mente è assillata dal dubbio
se mai ci sia stata un’origine primigenia del mondo
e, insieme, se ci sia un termine fino al quale le mura del mondo
possano sopportare questo travaglio di moto affannoso,
oppure, dotate di eterna esistenza dal volere divino,
possano, volando per un tratto ininterrotto di tempo,
disprezzare le possenti forze di un’età immensa.
Oltre a ciò, a chi non si stringe il cuore per timore degli dèi,
a chi non si raggricciano le membra per paura,
quando sotto l’orribile colpo del fulmine la terra arsa
trema tutta e fragori percorrono il vasto cielo?
Non tremano popoli e genti, e i re superbi
non contraggono le membra percossi dal timore degli dèi,
immaginando che per qualche azione turpe o parola superba
sia giunto il penoso tempo di pagare il fio?
E, quando l’enorme forza del vento che imperversa per il mare
spazza via su per l’onde il comandante d’una flotta
insieme con le possenti legioni e gli elefanti,
non cerca egli con voti la pace degli dèi, non invoca pregando
pavido il placarsi dei venti e brezze favorevoli,
ma invano, giacché spesso, afferrato da turbine violento,
vien tuttavia trasportato nelle secche della morte?
A tal punto una forza nascosta schiaccia le cose umane
e sembra calpestare e avere a scherno
gli splendidi fasci e le scuri spietate.
Infine, quando sotto i piedi la terra tutta vacilla
e scosse cadono le città o minacciano di cadere,
che meraviglia se le stirpi mortali disprezzano sé stesse
e ammettono nel mondo vasti poteri e mirabili forze
di dèi che governino tutte le cose?
Quanto al resto, il rame e l’oro e il ferro e, insieme ad essi,
il peso dell’argento e il potere del piombo furono scoperti
quando il fuoco avvampante aveva arso immense selve
su grandi monti, o per un fulmine piombato dal cielo,
o perché gli uomini, guerreggiando tra loro nelle selve,
avevano scagliato il fuoco tra i nemici per atterrirli,
o perché, allettati dalla bontà del terreno, volevano
aprire pingui campi e a pascoli ridurre le campagne,
o far massacro di belve e arricchirsi di preda.
Difatti il cacciare con la fossa e col fuoco sorse prima
che il cingere il bosco con reti e lo scovare la selvaggina coi cani.
Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l’ardore
delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve
dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,
colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra
rivoli d’argento e d’oro e anche di rame e di piombo.
E quando gli uomini li vedevano poi rappresi
risplendere sul suolo di lucido colore,
li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,
e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella
che aveva l’impronta dell’incavo di ognuno.
Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,
potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,
e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali
quanto mai si volesse acute e sottili,
sì da procurarsi armi e poter tagliare selve
ed asciare il legname e piallare e levigare travi
ed anche trapanare e trafiggere e perforare.
E dapprima s’apprestavano a far queste cose con l’argento e l’oro
non meno che con la forza violenta del possente rame,
ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,
né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo.
Difatti ‹il rame› era più pregiato e l’oro era trascurato
per l’inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata.
Ora è trascurato il rame, l’oro è asceso al più alto onore.
Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:
ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;
quindi subentra un’altra cosa ed esce ‹dal› disprezzo
e sempre più, di giorno in giorno, è desiderata, e una volta scoperta
fiorisce di lodi e gode tra i mortali di mirabile onore.
Ora in qual modo sia stata scoperta la natura del ferro,
ti è facile conoscere da te stesso, o Memmio.
Armi furono in antico le mani, le unghie e i denti
e i sassi, e inoltre i rami spezzati nelle selve,
poi fiamme e fuoco, da quando se n’ebbe la prima conoscenza.
In séguito fu scoperta la forza del ferro e del bronzo.
E l’uso del bronzo fu conosciuto prima di quello del ferro,
in quanto la sua natura è più malleabile e di più esso abbonda.
Col bronzo lavoravano il terreno, e col bronzo agitavano
flutti di guerra e spargevano ferite devastatrici
e depredavano greggi e campi. Infatti tutto quel ch’era nudo
e inerme cedeva facilmente a quelli ch’erano armati.
Poi a poco a poco si fece strada la spada di ferro
e divenne obbrobriosa la foggia della falce di bronzo,
e col ferro incominciarono a solcare il suolo della terra
e furono uguagliati i cimenti della guerra dall’esito incerto.
E montare armato sui fianchi del cavallo e guidarlo
col morso e combattere con la destra, è uso più antico
che tentare i rischi della guerra su un carro a due cavalli.
E due cavalli si usò aggiogare prima che quattro
e prima che salire armati sui carri muniti di falci.
Poi ai bovi lucani dal corpo turrito, spaventosi,
con la proboscide serpentina, i Punici insegnarono a sopportare
in guerra le ferite e a scompigliare le grandi schiere di Marte.
Così la triste discordia produsse, l’una dopo l’altra,
cose fatte per incutere orrore alle genti umane in armi,
e di giorno in giorno fece crescere i terrori della guerra.
Sperimentarono anche tori nelle imprese di guerra
e tentarono d’avventare contro i nemici cinghiali feroci.
E alcuni lanciarono innanzi a sé vigorosi leoni
con domatori armati e spietati maestri,
che potessero guidarli e tenerli in catene,
ma invano, perché, caldi della confusa strage, inferociti,
i leoni scompigliavano le torme senza alcuna distinzione,
squassando dappertutto le criniere terrificanti,
né i cavalieri potevano placare i petti dei cavalli
spauriti al ruggito, né rivolgerli coi freni contro i nemici.
Le leonesse slanciavano d’un balzo, da ogni lato, i corpi concitati,
e s’avventavano ai volti di quelli che andavano incontro ad esse,
e strappavano giù quelli che sorprendevano da tergo
e, avvinghiandosi intorno, li gettavano a terra vinti dalle ferite,
attaccate a loro con i morsi poderosi e gli artigli adunchi.
E i tori sbalzavan via gli uomini della propria schiera e con le zampe
li schiacciavano, e ai cavalli fianchi e ventri trafiggevano di sotto
con le corna, e sconvolgevano il terreno con impeto minaccioso.
E i cinghiali con le zanne poderose massacravano gli alleati,
cospargendo furibondi col proprio sangue i dardi in loro infranti,
[cospargendo col proprio sangue i dardi infranti nei propri corpi]
e atterravano cavalieri e fanti in confusa rovina.
I cavalli infatti cercavano di schivare le feroci zannate gettandosi
di traverso, o impennandosi percotevano l’aria con gli zoccoli,
ma invano, ché si potevano vedere coi garretti troncati
crollare e coprire il terreno con pesante caduta.
Se alcune belve prima gli uomini credevano abbastanza domate
e addomesticate, nel fervere della mischia le vedevano infiammarsi
per le ferite, il clamore, la fuga, il terrore, il tumulto,
né potevano ricondurne indietro alcuna parte;
infatti tutte le varie specie delle fiere fuggivano qua e là;
come ora i bovi lucani, malamente colpiti dal ferro, sovente
fuggono qua e là, dopo aver fatto stragi di amici.
Se avvenne che facessero questo. Ma a stento posso indurmi
a credere che non abbiano potuto presentire e vedere con la mente,
prima che avvenisse, l’atroce male che li avrebbe colpiti tutti;
e meglio potresti asserire che ciò sia avvenuto entro l’universo,
nei vari mondi in varia maniera creati,
anziché su una qualunque determinata ed unica terra.
Ma vollero far questo, non tanto per la speranza di vincere,
quanto per dar motivo di pianto ai nemici, e perire essi stessi,
giacché non confidavano nel numero ed erano privi di armi.
La veste intrecciata precedette l’abito tessuto.
Il tessuto viene dopo il ferro, perché col ferro s’appresta il telaio,
né in altro modo si posson produrre strumenti così levigati,
spole e fusi, navette e rulli sonori.
E a lavorare la lana la natura costrinse gli uomini prima
che la stirpe delle donne (giacché molto eccelle nell’arte
e molto più industriosa è in genere la stirpe virile),
finché i severi contadini fecero di ciò una colpa,
sì che quelli vollero lasciarne la cura a mani femminili
e sopportare essi stessi ugualmente dura fatica
e indurire in duro lavoro le membra e le mani.
Ma esempio per la semina e origine dell’innesto
fu dapprima la stessa natura creatrice delle cose,
perché le bacche e le ghiande cadute dagli alberi facevano
a piè di questi pullulare nella giusta stagione sciami di polloni;
di là venne anche l’idea di inserire germogli nei rami
e di piantare nella terra novelli virgulti per i campi.
Poi tentavano altre e altre colture del caro campicello
e vedevano che i frutti selvatici si ammansivano nel terreno
per effetto di premurosa attenzione e amorevole cura.
E ogni giorno di più costringevano le selve a ritrarsi
in su, sopra i monti, e a far posto in basso alle colture,
per aver prati, stagni, ruscelli, messi e floridi vigneti
sui colli e nelle pianure, e perché la cerula zona
degli ulivi col suo risalto potesse correre in mezzo,
sparsa per poggi e convalli e pianure; come ora vedi
per varia bellezza risaltare tutta la campagna,
che gli uomini ornano piantandovi in mezzo
dolci frutteti e cingono piantando intorno alberi feraci.
Ma l’imitare con la bocca le limpide voci degli uccelli
fu molto prima che gli uomini fossero capaci di praticare
il canto di versi armoniosi e dilettare gli orecchi.
E i sibili dello zefiro per le cavità delle canne dapprima
insegnarono ai campagnoli a soffiare entro cave zampogne.
Poi a poco a poco appresero i dolci lamenti
che effonde il flauto toccato dalle dita dei sonatori,
scoperto fra remoti boschi e selve e pascoli,
nei solinghi luoghi dei pastori e negli ozi divini.
[Così gradatamente il tempo rivela ogni cosa,
e la ragione la innalza alle plaghe della luce.]
Questi suoni carezzavano loro gli animi e davano diletto,
quando erano sazi di cibo; allora infatti tutto è caro al cuore.
Spesso, dunque, familiarmente distesi sull’erba morbida,
presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto,
con tenui mezzi davano giocondità ai corpi,
soprattutto quando il tempo arrideva e la stagione
dipingeva di fiori le erbe verdeggianti.
Allora solevano esserci gli scherzi, allora i conversari, allora i dolci
scoppi di gaiezza; allora infatti la musa agreste era in rigoglio;
allora una libera allegria li spingeva a ornare il capo
e le spalle con corone intrecciate di fiori e di foglie,
e ad avanzare in danza senza ritmo, duramente movendo
le membra, e a battere con duro piede la madre terra;
di lì nascevano risa e dolci scoppi di gaiezza, perché allora
tutte queste cose, più nuove e meravigliose, erano pregiate.
E se vegliavano, di qui avevano sollievo per il sonno perduto:
far passare la voce per molti toni e modulare il canto,
e correre col labbro incurvato su per le canne del flauto;
donde venne questa usanza che anche ora conservano le scolte,
e hanno imparato a osservare i tipi dei ritmi, ma intanto
non colgono affatto un frutto di dolcezza maggiore di quello
che coglieva la stirpe silvestre dei figli della terra.
Difatti ciò che è a disposizione, se non abbiamo conosciuto prima
qualche cosa di più dolce, ci piace sopra tutto e sembra prevalere,
ma per lo più una scoperta posteriore lo annienta
e muta il nostro sentire riguardo a ogni cosa passata.
Così nacque l’avversione per le ghiande, così furono abbandonati
quei giacigli cosparsi di erbe e guarniti di fronde.
Cadde anche nel disprezzo la veste di pelle ferina;
che, quando fu scoperta, suscitò, io credo, tale invidia
da cagionare insidie e morte a chi la indossò per primo;
e tuttavia, lacerata da coloro che se la strappavan di mano,
fra molto sangue fu distrutta senza poter giovare.
Allora, dunque, le pelli, ora l’oro e la porpora tormentano
con affannosi desideri la vita degli uomini e l’affaticano in guerra;
e perciò, come credo, la colpa maggiore sta in noi.
Infatti, nudi, senza pelli, i figli della terra erano martoriati
dal freddo; ma a noi non nuoce affatto l’esser privi
d’una veste di porpora e adorna d’oro e di grandi figure,
purché abbiamo una veste plebea che possa proteggerci.
Dunque il genere umano a vuoto e invano si travaglia
sempre e consuma ‹in› affanni inutili la vita,
certo perché non conosce quale sia il limite del possesso
e generalmente fino a qual punto cresca il vero piacere.
E questo a poco a poco ha sospinto la vita in alto mare
e ha suscitato dal profondo grandi tempeste di guerra.
Ma quelle scolte, il sole e la luna, con la loro luce
percorrendo tutt’intorno la grande, rotante volta del cielo,
insegnarono agli uomini che le stagioni ruotano e che la cosa
si svolge secondo un costante piano e un ordine costante.
Già protetti da torri possenti passavano la vita
e divisa e distinta da confini era coltivata la terra,
e inoltre il mare fioriva di navi volanti con le vele,
già per patti fissati avevano ausiliari e alleati, quando i poeti
cominciarono a tramandare coi canti le gesta compiute;
né molto prima furono scoperte le lettere dell’alfabeto.
Perciò la nostra età non può discernere quel che è avvenuto prima,
tranne che il ragionamento in qualche modo non le mostri le tracce.
Navi e colture dei campi, mura, leggi,
armi, vie, vesti ‹e› le altre cose siffatte,
i doni e anche le delizie della vita, tutte quante,
canti, pitture e statue lavorate con arte, levigate, gradatamente
li insegnarono la pratica e, insieme, lo sperimentare
della mente alacre agli uomini avanzanti passo passo.
Così gradatamente il tempo rivela ogni cosa
e la ragione la innalza alle plaghe della luce.
Difatti con la mente vedevano chiarirsi una cosa dall’altra,
finché con le arti giunsero al culmine più alto.

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