Telecamere negli asili, convince la proposta Calabria

CIVITAVECCHIA – Mettere telecamere negli asili e nelle case di cura. L’obbligo scatterebbe per legge se passasse la proposta presentata lunedì pomeriggio nella sede di Forza Italia di San Gordiano dall’onorevole Annagrazia Calabria. La presidente dei giovani forzisti è stata infatti la protagonista dell’evento organizzato dalla responsabile del club Forza Silvio Emanuela Mari.

“Questa legge ha avuto il via libera d’urgenza dall’intera aula di Montecitorio. Dobbiamo dare protezione agli indifesi bambini ed anziani spesso vittime di violenze” ha spiegato la deputata.

Soddisfatto dell’iniziativa il deputato del territorio Alessandro Battilocchio: “Non ci ho pensato un secondo prima di firmare questa importante proposta di legge che rappresenta in pieno lo spirito di Forza Italia. Mi complimento inoltre con Emanuela Mari che è riuscita ad organizzare un evento di lunedì pomeriggio ottenendo una grande risposta di pubblico”.

Presente anche il capogruppo de La Svolta Massimiliano Grasso che ha sottolineato come questa legge rientri nel suo programma di governo cittadino: “La sicurezza è il primo punto del mio programma elettorale. Dobbiamo usare le telecamere negli asili, nelle case di cura, ma anche per la città. Servono telecamere vere e non di facciata come quelle annunciate da anni a Civitavecchia e mai entrate in funzione”.

Il coordinatore locale Roberto D’Ottavio ha ringraziato della presenza l’onorevole Calabria spiegando poi il momento del partito locale: “Sono anni che lavoriamo per le elezioni amministrative 2019. Abbiamo sottratto tempo e soldi alle nostre famiglie ma i risultati si sono visti. Ora siamo a pochi mesi dalle elezioni. Il candidato di Forza Italia lo sapete è qui e lo conoscete tutti, è Massimiliano Grasso. Stiamo provando a creare la coalizione più grande possibile. Altri devono risolvere dei problemi interni anche per sedersi ad un tavolo. Noi lavoriamo per cacciare dal Pincio chi sta distruggendo Civitavecchia, il sindaco Cozzolino”.

Molto soddisfatta dell’evento Emanuela Mari ha ringraziato i relatori ed il pubblico presente sottolineando poi il parere di alcune educatrici presenti tra il pubblico, anche loro favorevoli alla proposta di legge.

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Montanari (Rai): «Paragone? Infantile. Inventa scandali politici per cacciare chi fa un Tg1 autonomo»

«Confido nel dg. Sono un aziendalista, a differenza di altri ho fatto gradualmente la mia carriera. L’azienda mi ha dato tantissimo. Sono disposto a qualsiasi sacrificio»

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Dimissioni Mencarini, Palmini (Pd): "La toppa peggio del buco"

TARQUINIA – «La toppa è peggio del buco. Prendete esempio dal Sindaco cosa vuol dire dignità: il comunicato dei gruppi della maggioranza che chiedono al sindaco di ripensarci è patetico, vergognoso e conferma che chi amministrava questa città era ed è senza dignità. Le motivazioni del Sindaco Mencarini sono chiare, cristalline altro che strumentalizzate da avvoltoi e sciacalli”. Nuovo affondo del segretario del Partito democratico Armando Palmini che torna a rimarcare le parole del sindaco ‘’Lascio non per motivi di salute come qualcuno della mia maggioranza vorrebbe far credere, ma per motivi politici. Sono stanco dei ricatti continui che subisco da un anno a questa parte dai gruppi della mia stessa maggioranza’’. Avete capito bene cosa ha scritto il vostro Sindaco. Inutile adesso elaborare comunicati congiunti strappalacrime dove dite al” Babbo” non lo facciamo più, non ci cacciare, diventiamo buoni, votiamo tutto quello che vuoi. Cosa non si fa per un mese di stipendio in più, per trattenere la parte più nobile del corpo umano ancora per un pò di tempo sul comodo strapuntino dove i cittadini vi hanno messo e mai più vi ci metteranno. Senza dignità, come a quei bambini a cui la maestra gli toglie i giocattoli e piangenti la supplicano di non farlo più». 
«Vi siete dimenticati già come vi ha definiti? – aggiunge Palmini – Gruppi di potere a caccia di voti, sempre pronti ad azzannarvi, condizionando perennemente l’attività amministrativa per soli scopi personali. Non vi basta come vi ha definito e quello che state facendo all’Agraria dove addirittura il gruppo Serafini è passato all’opposizione? Non sappiamo chi ha scritto quel comunicato pietoso ,privo di dignità e di vergogna. Ma chi l’ha scritto doveva essere veramente nel panico, altrimenti un comunicato del genere non ha giustificazioni. Cari consiglieri di maggioranza, lo sappiamo cosa vi passa per la mente: che i cittadini hanno la memoria corta e tra qualche mese sarà tutto dimenticato. Ricordate che potranno avere qualche volta la memoria corta ma i cittadini nun’so’ fess e con il popolo, a forza di pigliarlo in giro “ ce se sbatte er muso”. Perché statene certi, che quello che ha scritto di voi il Sindaco Mencarini non lo dimenticherà nessuno, come i cittadini non dimenticheranno il vostro pietoso, indegno e vergognoso comunicato di ammissione di colpa».

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Padre Alex Zanotelli: dalle missioni in Africa al rione Sanità di Napoli

«Dono la mia pensione, vivo di offerte. Voto, ma è una sofferenza. Quando Andreotti e Craxi mi fecero cacciare da Nigrizia»

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Legalità, a Montalto gli studenti delle Medie dicono la loro

MONTALTO – È terminata la settimana dedicata a “Legalità e sicurezza” all’I.C. di Montalto di Castro. La dirigente scolastica plaude all’iniziativa promossa dalle insegnanti Cinzia Bocci e Bruna Mariani, iniziativa che ha assorbito per alcuni giorni l’intero Istituto (Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado). La nostra scuola è da anni impegnata nel progetto “Scuola amica” che vede la collaborazione di UNICEF Italia e MIUR, ma questa full immersion dentro al concetto di legalità ha avuto delle specifiche interessanti proprio per le modalità di intervento da parte degli operatori, chiamati ad operare con linguaggi differenti a seconda della fascia di età degli alunni. È già stato detto. Colleghe autorevoli hanno già raccontato in modo efficace, con articoli sul web, cosa è stata questa esperienza e chi è intervenuto. A questo punto mi chiedo: ma i ragazzi delle medie che ne pensano? Rimarrà qualcosa di significativo, in loro, di questa didattica parallela fatta di incontri, teatro, ragionamenti fuori dall’aula? Domanda insidiosa per noi insegnanti, che a volte abbiamo una percezione alterata degli interventi formativi (magari ben preparati, ma con scarsa ricaduta sugli alunni). Ma non possiamo esimerci dalla domanda. Quanto di questi discorsi sulla legalità viene assorbito? Provo a rispondere prendendo a prestito le parole utilizzate da alcune studentesse in un recentissimo compito in classe. “La legalità e quindi le leggi sono un muro formato da comportamenti corretti (invece che da mattoni). Dalla parte della legalità, è lì che voglio stare!”.
Accidenti! Lo scrive una ragazza di terza media in un tema sulla legalità. Be’, sarà una frase di circostanza, penso io. Altro tema, altra studentessa: “Noi ragazzi vediamo le norme come qualcosa che ci limita, ci blocca la strada; la curiosità ci sovrasta e si alimenta ancor di più quando qualcuno dice: NO, NON FARLO. (…) Ma secondo quello che percepisco io, la legalità raggruppa i comportamenti di ogni persona, questi modi di agire si costruiscono nel tempo, e pian piano si impara a conoscere quali di essi è sbagliato e quale è giusto”. Calma, dico io. Pensieri belli e anche ben scritti, ma non fanno statistica. E chi lo dice? A volte percepisco un disfattismo strisciante intorno al mondo della scuola e di cui noi insegnanti siamo in parte complici. L’educazione dei giovani non ha quasi mai effetti immediati, che si possano testare con strumenti di precisione. Ti accorgi che qualcuno recepisce subito il valore di una conoscenza o di un ragionamento condiviso, e te ne dà conferma in modo esplicito. Altri saranno più lenti a metabolizzare. Altri ancora potrebbero anche rimanere indifferenti, ma chissà, forse non del tutto. Gli adolescenti della Secondaria di primo grado hanno sentito parlare in questi giorni di “cultura del corretto” che non è concetto astratto, ma capacità di scegliere con consapevolezza. La vita quotidiana è fatta di decisioni continue su cosa fare, anche più volte al giorno. Decidere di tener fede agli impegni presi; decidere di faticare e studiare una materia piuttosto che copiare da altre fonti; convincersi che il proprio agire possa essere un modello per gli altri e possa rendere migliore l’ambiente, e agire di conseguenza. Cultura della legalità a cominciare da cose molto semplici, dunque, quando si parla ai ragazzi a scuola, ma che sono un vero e proprio programma di vita se prese sul serio. Le frasi sopra citate delle due studentesse mi rendono, in conclusione, ottimista sulla buona disposizione dei giovani, e pure sull’operato degli educatori. Non amo i proverbi, considerati da molti come una saggezza troppo a buon mercato. Eppure non posso cacciare dalla mia mente una massima che, impertinente e prepotente, insiste per essere citata. Dice più o meno così: “Se i tuoi progetti hanno come obiettivo un anno, pianta del riso. Se hanno un orizzonte di venti anni, pianta un albero. Se la prospettiva è un secolo, insegna ai ragazzi”. Ma guarda! Ma è il nostro lavoro di educatori, e genitori, e insegnanti. Sempre impegnativo. Imprevedibilmente complicato. In una parola: meraviglioso

Prof. Alberto Puri

                        (Docente di Lettere I.C. Montalto di Castro)

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Tregua di riflessione in Authority

CIVITAVECCHIA – Una tregua di riflessione. Si è conclusa così la lunga giornata di incontri, colloqui, faccia a faccia e confronti a Molo Vespucci, dopo la richiesta avanzata dal presidente Di Majo alla segretaria generale Roberta Macii: quella cioè di dimettersi, perché secondo lui sarebbe venuto meno il rapporto di fiducia tra i due. E ieri il via vai in Authority e le richieste di chiarimenti da parte di rappresentanti del cluster marittimo hanno portato ad una pausa di riflessione per i vertici dell’ente.

Macii, domenica, aveva comunque rotto il silenzio, spiegando di non avere alcuna intenzione di dimettersi. «Il porto ha bisogno di andare avanti con celerità e determinazione e questo porto per l’importanza che riveste a livello nazionale e internazionale ne ha bisogno più degli altri. In questo senso ho lavorato e sto lavorando con lealtà verso l’istituzione, verso chi in questo momento ne è alla guida ed il sistema portuale complessivamente inteso ed è quanto è mio dovere continuare a fare, finché mi sarà consentito, nell’ottica del perseguimento dell’interesse pubblico e dell’Adsp di cui sono stata nominata Segretario Generale». Certo che un cambiamento in corsa del Segretario Generale significherebbe perdere mesi preziosi per dare modo al subentrante di prendere conoscenza delle numerose e complesse questioni aperte in questo momento. «Quello di Civitavecchia – scrive Macii – è un porto molto particolare, ti sfianca per il livello di complessità che le questioni di cui è gravato hanno raggiunto, tra l’altro sovrapponendosi negli anni, e nello stesso tempo, ti conquista e ti sfida. E così è successo a me. Ci sono delle eccellenze in questa Amministrazione che lavorano con competenza, dedizione e passione per il ‘‘loro’’ porto, nel quale c’è ancora molto da costruire e da fare e non solo in termini infrastrutturali e il lavoro che noi siamo chiamati a fare non può che essere questo: costruire». Macii ha quindi evidenziato le diverse esperienze professionali maturate negli anni da entrambi e che inevitabilmente hanno portato ad affrontare in maniera differente alcune importanti tematiche.

Ma questo non giustifica di certo le sue dimissioni. Ne sono convinti anche dalla Filt Cgil. «Per il ruolo svolto con impegno, serietà e capacità professionale dalla segretaria generale – hanno spiegato – facciamo fatica a capire perché debba andare via e soprattutto avvertiamo il timore che un’eventuale sostituzione paralizzerebbe nuovamente l’ente, visto che chiunque fosse nominato, dovrebbe studiare e prendere conoscenza di tutte le trattative ed i fascicoli aperti. Il nostro sistema portuale vive una difficile fase evolutiva, al di là delle sbandierate statistiche, dove si evidenziano crescite che fanno passare i porti di questa Adsp dal niente al poco più di niente». Secondo la Filt, inoltre, un clima del genere non aiuta a creare «quelle condizioni di affidabilità, necessarie – hanno aggiunto – ad invogliare gli operatori del settore ad investire e riconoscere il nostro sistema come una opportunità in cui credere e sentirsi coinvolti».

Per il vicepresidente della Compagnia portuale Patrizio Scilipoti va garantito il supporto alla segretaria generale «perché lo merita – ha spiegato – per quanto ha dimostrati in questi mesi. La nostra volontà è quella di continuare a lavorare con lei. Serve oggi più che mai la collaborazione per il bene del porto». Se veramente Di Majo vorrà cacciare la segretaria, la Cpc sarà comunque pronta a scendere in piazza per lei.  

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Saluto romano con fascia tricolore: ancora polemiche

TARQUINIA – Non accenna a scemare la polemica partita sabato pomeriggio, poche ore prima della pasqua sul saluto romano con la fascia tricolore effettuato da un tarquiniese, Jacopo Bonini, mentre si trovava nella stanza del vicesindaco. Una bravata risalente a gennaio, della quale c’è testimonianza fotografica (una fotografia privata), fatta circolare, probabilmente ad arte, a poche ore dalle cerimonie pasquali. La fotografia, postata su una chat di gruppo, è giunta fino alle mani della politica cittadina, con una pioggia di critiche da parte delle forze di opposizione che sembra non arrestarsi. Il primo a rendere pubblica la fotografia, ma con il volto oscurato, è stato il consigliere comunale d’opposizione Anselmo Ranucci che ha condannato il gesto postando un commento sabato pomeriggio sul proprio profilo facebook:  “Ora basta – ha scritto Ranucci – Il Comune non è un luogo per bivacchi, ne per fotografie vergognose al limite della decenza. Ho oscurato il viso perché non è importante sapere chi ha inscenato questa pagliacciata ma chi l’ha fatto entrare e gli ha concesso la fascia tricolore. Stavolta il sindaco deve cacciare immediatamente chi ha permesso nelle stanze comunali questa foto delirante, offensiva e vergognosa. Dopo il bivacco, questa è l’ennesima offesa da parte di chi è troppo piccolo per cose così serie. A seguire il Pd di Tarquinia: «Qualcuno ha scambiato la stanza del vicesindaco per la Casa del Fascio…Conoscendo il sindaco Pietro Mencarini crediamo non condivida tanta grettezza e superficialità e gli chiediamo di prendere  provvedimenti nei confronti del vicesindaco e di fare chiarezza nelle sedi opportune». Ieri anche il consigliere regionale del Pd Enrico Panunzi: «È intollerabile quello che è avvenuto – ha detto Panunzi – il fatto denota assoluta assenza di rispetto verso le istituzioni e totale mancanza di conoscenza di un periodo quello fascista, tra i più drammatici della storia italiana contemporanea, m>i auguro che quanto prima sia fatta luce». Sulla vicenda c’è un’indagine in corso, intanto appare strumentale il gesto e il relativo scatto fotografico,  certamente inopportuno, ma fatto circolare ad arte per colpire, forse, il vicesindaco Catini, ignaro della bravata.

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Presidenze Camere, Salvini telefona a Di Maio Ma Berlusconi: �Ho aperto la porta per cacciare i 5Stelle �

Il leader della Lega ha chiamato anche Martina e (Pd) e Grasso (LeU) per trovare un accordo sui nomi dei presidenti delle due Camere . Di Maio: �Ho ricordato a Salvini che noi siamo il primo partito del Paese e la presidenza della Camera spetta a noi�

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Il giornalino di Gianburrasca – 29 novembre

Con oggi incomincia la nuova prova e questa volta voglio proprio vedere se mi riesce d’acchiappare questa famosa bicicletta che da tanto tempo mi vedo scappare davanti agli occhi.

A casa non ci siamo che io, Virginia e Caterina. I miei genitori con Ada sono andati a passare una settimana da Luisa. La mamma è partita, dicendo che questo viaggio non le farà pro; che si struggerà tutto il tempo che starà fuori, per la paura che io ne faccia delle solite. ma io le ho raccomandato di non stare in pensiero, promettendole che sarò buono, che andrò tutti i giorni a scuola, che ritornerò a casa appena finite le lezioni, e obbedirò a mia sorella; insomma sarò un ragazzo modello.

Voglio invocare tutti i santi del Paradiso che mi aiutino a cacciare le cattive tentazioni. Caterina dice che tutto sta a cominciare; che non è poi una cosa tanto difficile esser buoni per una settimana sola: basta volere. Non so come fa a sapere queste cose, lei che non è stata mai un ragazzo. Ma è certo che per aver finalmente una bicicletta, credo che potrò fare a meno di gettare i sassi dietro i cani per la strada, e salar la scuola. Non c’è che dire, quest’altra settimana potrò girare su e giù per il paese tutto trionfante su una bella Raleigh! E la mia buona condotta sarà portata per esempio agli altri ragazzi…

Mi sembra di sognare!

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Decameron – Giornata II – Novella VI

Avevan le donne parimente e’ giovani riso molto de’ casi d’Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia, sentendo la novella finita, per comandamento della reina così cominciò:

– Gravi cose e noiose sono i movimenti varii della fortuna, de’ quali però che quante volte alcuna cosa si parla, tante è un destare delle nostre menti, le quali leggiermente s’adormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non dover l’ascoltare e a’ felici e agli sventurati, in quanto li primi rende avvisati e i secondi consola. E per ciò, quantunque gran cose dette ne sieno avanti, io intendo di raccontarvene una novella non meno vera che pietosa: la quale ancora che lieto fine avesse, fu tanta e sì lunga l’amaritudine, che appena che io possa credere che mai da letizia seguita si radolcisse.

Carissime donne, voi dovete sapere che appresso la morte di Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia coronato Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece, il qual per moglie avea una bella e gentil donna similmente napoletana, chiamata madama Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto, avendo il governo dell’isola nelle mani, sentendo che il re Carlo primo aveva a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e tutto il Regno a lui si rivolgea, avendo poca sicurtà della corta fede de’ ciciliani, non volendo subdito divenire del nemico del suo signore, di fuggire s’apparecchiava. Ma questo da’ ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti altri amici e servidori del re Manfredi furono per prigioni dati al re Carlo e la possessione dell’isola appresso. Madama Beritola in tanto mutamento di cose, non sappiendo che d’Arrighetto si fosse e sempre di quello che era avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa lasciata, con un suo figliuolo d’età forse d’otto anni, chiamato Giuffredi, e gravida e povera montata sopra una barchetta se ne fuggì a Lipari, e quivi partorì un altro figliuol maschio, il quale nominò lo Scacciato; e presa una balia, con tutti sopra un legnetto montò per tornarsene a Napoli a’ suoi parenti.

Ma altramenti avvenne che il suo avviso; per ciò che per forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu trasportato all’isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol seno di mare, cominciarono a attender tempo al lor viaggio. Madama Beritola, come gli altri smontata in su l’isola e sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se n’acorgesse, una galea di corsari sopravenne, la quale tutti a man salva gli prese e andò via.

Madama Beritola, finito il suo diurno lamento, tornata al lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna persona vi trovò; di che prima si maravigliò e poi, subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli occhi infra ’l mar sospinse e vide la galea, non molto ancora allungata, dietro tirarsi il legnetto: per la qual cosa ottimamente cognobbe, sì come il marito, aver perduti i figliuoli. E povera e sola e abbandonata, senza saper dove mai alcuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita il marito e’ figliuoli chiamando cadde in su il lito. Quivi non era chi con acqua fredda o con altro argomento le smarrite forze rivocasse, per che a bell’agio poterono gli spiriti andar vagando dove lor piacque: ma poi che nel misero corpo le partite forze insieme con le lagrime e col pianto tornate furono, lungamente chiamò i figliuoli e molto per ogni caverna gli andò cercando. Ma poi che la sua fatica conobbe vana e vide la notte sopravenire, sperando e non sappiendo che, di se medesima alquanto divenne sollecita, e dal lito partitasi in quella caverna, dove di piagnere e di dolersi era usa, si ritornò.

E poi che la notte con molta paura e con dolore inestimabile fu passata e il dì nuovo venuto e già l’ora della terza valicata, essa, che la sera davanti cenato non avea, da fame constretta a pascer l’erbe si diede; e, pasciuta come poté, piangendo a varii pensieri della sua futura vita si diede. Ne’ quali mentre ella dimorava, vide venire una cavriuola e entrare ivi vicino in una caverna e dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene: per che ella, levatasi, là entrò donde uscita era la cavriuola, e videvi due cavriuoli forse il dì medesimo nati, li quali le parevano la più dolce cosa del mondo e la più vezzosa; e non essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il latte del petto, quegli teneramente prese e al petto gli si pose. Li quali, non rifiutando il servigio, così lei poppavano come la madre avrebber fatto; e d’allora innanzi dalla madre a lei niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil donna avere nel diserto luogo alcuna compagnia trovata, l’erbe pascendo e bevendo l’acqua e tante volte piagnendo quante del marito e de’ figliuoli e della sua preterita vita si ricordava, quivi è a vivere e a morire s’era disposta, non meno dimestica della cavriuola divenuta che de’ figliuoli.

E così dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne dopo più mesi che per fortuna similmente quivi arrivò uno legnetto di pisani dove ella prima era arrivata, e più giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo chiamato Currado de’ marchesi Malespini con una sua donna valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono e a casa loro se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme con la sua donna e con alcun suoi famigliari e con suoi cani un dì a andare fra l’isola si mise; e non guari lontano al luogo dove era madama Beritola cominciarono i cani di Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli pascendo andavano: li quali cavriuoli, da’ cani cacciati, in nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama Beritola. La quale, questo vedendo, levata in piè e preso un bastone li cani mandò indietro: e quivi Currado e la sua donna, che i lor cani seguitavan, sopravenuti, vedendo costei che bruna e magra e pelosa divenuta era, si maravigliarono, e ella molto più di loro. Ma poi che a’ prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro, dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse. Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece conosciuto avea, di compassion pianse e con parole assai s’ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero, offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Idio più lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le disse che da mangiare quivi facesse venire e lei, che tutta era stracciata, d’alcuna delle sue robe rivestisse, e del tutto facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto de’ suoi infortunii, fatti venir vestimenti e vivande, con la maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la condusse: e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la ’ndusse a doversene seco andare in Lunigiana insieme co’ due cavriuoli e con la cavriuola la quale in quel mezzo tempo era tornata e, non senza gran meraviglia della gentil donna, l’aveva fatta grandissima festa.

E così venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e con la sua donna sopra il lor legno montò, e con loro insieme la cavriuola e i due cavriuoli, da’ quali, non sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola dinominata; e con buon vento tosto infino nella foce della Magra n’andarono, dove smontati alle loro castella se ne salirono. Quivi appresso la donna di Currado madama Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta e umile e obediente stette, sempre a’ suoi cavriuoli avendo amore e faccendogli nutricare.

I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il quale madama Beritola venuta era, lei lasciata sì come da lor non veduta, con tutta l’altra gente a Genova n’andarono; e quivi tra’ padroni della galea divisa la preda, toccò per avventura, tra l’altre cose, in sorte a un messer Guasparrin Doria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei; il quale lei co’ fanciulli insieme a casa sua ne mandò per tenergli a guisa di servi ne’ servigi della casa. La balia, dolente oltre modo della perdita della sua donna e della misera fortuna nella quale sé e i due fanciulli caduti vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le lagrime niente giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come poté il meglio riconfortatasi e appresso riguardando dove erano pervenuti, s’avisò che se i due fanciulli conosciuti fossono per avventura potrebbono di leggiere impedimento ricevere: e oltre a questo sperando che, quando che sia, si potrebbe mutar la fortuna e essi potrebbono, se vivi fossero, nel perduto stato tornare, pensò di non palesare a alcuna persona chi fossero, se tempo di ciò non vedesse; e a tutti diceva, che di ciò domandata l’avessero, che suoi figliuoli erano. E il maggiore non Giuffredi ma Giannotto di Procida nominava, al minore non curò di mutar nome; e con somma diligenzia mostrò a Giuffredi perché il nome cambiato gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto fosse, e questo non una volta ma molte e molto spesso gli ricordava: la qual cosa il fanciullo, che intendente era, secondo l’amaestramento della savia balia ottimamente faceva. Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, a ogni vil servigio adoperati, con la balia insieme pazientemente più anni i due garzoni in casa messer Guasparino.

Ma Giannotto, già d’età di sedici anni, avendo più animo che a servo non s’apparteneva, sdegnando la viltà della servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria andavano, dal servigio di messer Guasparino si partì e in più parti andò in niente potendosi avanzare. Alla fine, forse dopo tre o quatro anni appresso la partita fatta da messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della persona divenuto e avendo sentito il padre di lui, il quale morto credeva che fosse, essere ancora vivo ma in prigione e in captività per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna disperato vagabundo andando, pervenne in Lunigiana: e quivi per ventura con Currado Malaspina si mise per famigliare, lui assai acconciamente e a grado servendo. E come che rade volte la sua madre, la quale con la donna di Currado era, vedesse, niuna volta la conobbe, né ella lui: tanto la età l’uno e l’altro, da quello che esser soleano quando ultimamente si videro, gli avea trasformati.

Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, avvenne che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, rimasa vedova d’uno Niccolò da Grignano alla casa del padre tornò: la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco più di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a Giannotto, e egli a lei, e ferventissimamente l’uno dell’altro s’innamorò. Il quale amore non fu lungamente senza effetto, e più mesi durò avanti che di ciò niuna persona s’accorgesse: per la qual cosa essi, troppo assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a così fatte cose non si richiedea. E andando un giorno per un bosco bello e folto d’alberi la giovane insieme con Giannotto, lasciata tutta l’altra compagnia, entrarono innanzi; e parendo loro molta di via aver gli altri avanzati, in un luogo dilettevole e pien d’erba e di fiori e d’alberi chiuso ripostisi, a prendere amoroso piacere l’un dell’altro incominciarono. E come che lungo spazio stati già fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere molto brieve, in ciò dalla madre della giovane prima e appresso da Currado soprapresi furono. Il quale, doloroso oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del perché, amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e a un suo castello legati menargliene; e d’ira e di cruccio fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.

La madre della giovane, quantunque molto turbata fosse e degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d’ogni crudel penitenza, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual fosse l’animo suo verso i nocenti, non potendo ciò comportare, avacciandosi sopragiunse l’adirato marito e cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di non correr furiosamente a volere nella sua vecchiezza della figliuola divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d’un suo fante, e ch’egli altra maniera trovasse a sodisfare all’ira sua, sì come di fargli imprigionare e in prigione stentare e piagnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte altre parole gli andò dicendo la santa donna, che essa da uccidergli l’animo suo rivolse; e comandò che in diversi luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati bene e con poco cibo e con molto disagio servati infino a tanto che esso altro diliberasse di loro; e così fu fatto.

Quale la vita loro in captività e in continue lagrime e in più lunghi digiuni, che loro non sarien bisognati, si fosse, ciascuno sel può pensare. Stando adunque Giannotto e la Spina in vita così dolente e essendovi già uno anno, senza ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re Piero da Raona per trattato di messer Gian di Procida l’isola di Cicilia ribellò e tolse al re Carlo; di che Currado, come ghibellino, fece gran festa.

La quale Giannotto sentendo da alcuno di quegli che a guardia l’aveano, gittò un gran sospiro e disse: “Ahi lasso me! ché passati sono omai quattordici anni che io sono andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando che questa, la quale ora che venuta è, acciò che io mai d’aver ben più non speri, m’ha trovato in prigione, della qual mai se non morto uscir non spero!”

“E come?” disse il prigioniere “che monta a te quello che i grandissimi re si facciano? che avevi tu a fare in Cicilia?”

A cui Giannotto disse: “El pare che ’l cuor mi si schianti ricordandomi di ciò che già mio padre v’ebbe a fare: il quale, ancora che piccol fanciul fossi quando me ne fuggi’, pur mi ricorda che io nel vidi signore, vivendo il re Manfredi.”

Seguì il prigioniere: “E chi fu tuo padre?”

“Il mio padre” disse Giannotto “posso io omai sicuramente manifestare, poi nel pericolo mi veggio il quale io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato e è ancora, s’el vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto ma Giuffredi ho nome; e non dubito punto, se io di qui fossi fuori, che tornando in Cicilia io non v’avessi ancora grandissimo luogo.”

Il valente uomo, senza più avanti andare, come prima ebbe tempo, tutto questo raccontò a Currado. Il che Currado udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non curarsene, andatosene a madama Beritola piacevolemente la domandò se alcun figliuolo avesse d’Arrighetto avuto che Giuffredi avesse nome. La donna piagnendo rispose che, se il maggior de’ suoi due che avuti avea fosse vivo, così si chiamerebbe e sarebbe d’età di ventidue anni.

Questo udendo Currado avvisò lui dovere esser desso, e caddegli nell’animo, se così fosse, che egli a una ora poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna e quella della figliuola tor via dandola per moglie a costui; e per ciò, fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente d’ogni sua passata vita l’esaminò; e trovando per assai manifesti indizii lui veramente esser Giuffredi figliuolo d’Arrighetto Capece, gli disse: “Giannotto, tu sai quanta e quale sia la ’ngiuria la quale tu m’hai fatta nella mia propria figliuola, là dove, trattandoti io bene e amichevolemente, secondo che servidor si dee fare, tu dovevi il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e molti sarebbero stati quegli, a’ quali se tu quello avessi fatto che a me facesti, che vituperosamente t’avrebbero fatto morire: il che la mia pietà non sofferse. Ora, poi che così è come tu mi di’ che tu figliuol se’ di gentile uomo e di gentil donna, io voglio alle tue angosce, quando tu medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria e della captività nella qual tu dimori, e a una ora il tuo onore e ’l mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina (la quale tu con amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a lei, amistà prendesti) è vedova, e la sua dota è grande e buona; quali sieno i suoi costumi e il padre e la madre di lei tu il sai; del tuo presente stato niente dico. Per che, quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente amica ti fu, che ella onestamente tua moglie divenga e che in guisa di mio figliuolo qui con esso meco e con lei quanto ti piacerà dimori.”

Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il generoso animo dalla sua origine tratto non aveva ella in cosa alcuna diminuito né ancora lo ’ntero amore il quale egli alla sua donna portava. E quantunque egli ferventemente disiderasse quello che Currado gli offereva e sé vedesse nelle sue forze, in niuna parte piegò quello che la grandezza dell’animo suo gli mostrava di dover dire, e rispose: “Currado, né cupidità di signoria né disiderio di denari né altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita né alle tue cose insidie come traditor porre. Amai tua figliuola e amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo del mio amore; e se io seco fui meno che onestamente, secondo la oppinion de’ meccanici, quel peccato commisi il qual sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che, se via si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la giovanezza, e il quale, se i vecchi si volessero ricordare d’essere stati giovani e gli altrui difetti con li lor misurare e li lor con gli altrui, non saria grave come tu e molti altri fanno: e come amico, non come nemico il commisi. Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai, e se io avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto, lungo tempo che domandato l’avrei; e tanto mi sarà ora più caro quanto di ciò la speranza è minore. Se tu non hai quello animo che le tue parole dimostrano, non mi pascere di vana speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti piace mi fa affliggere, ché tanto quanto io amerò la Spina, tanto sempre per amor di lei amerò te, che che tu mi facci, e avrotti in reverenza.”

Currado, avendo costui udito, si maravigliò e di grande animo il tenne e il suo amore fervente reputò e più ne l’ebbe caro; e per ciò, levatosi in piè, l’abbracciò e basciò, e senza dar più indugio alla cosa comandò che quivi chetamente fosse menata la Spina. Ella era nella prigione magra e pallida divenuta e debole, e quasi un’altra femina che esser non soleva parea, e così Giannotto un altro uomo: i quali nella presenzia di Currado di pari consentimento contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.

E poi che più giorni, senza sentirsi da alcuna persona di ciò che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che bisognò loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e la Cavriuola, così verso lor disse: “Che direste voi, madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior riavere, essendo egli marito d’una delle mie figliuole?”

A cui la Cavriuola rispose: “Io non vi potrei di ciò altro dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che io non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa, che non sono io medesima a me, mi rendereste; e rendendomela in quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta speranza rivocareste”; e lagrimando si tacque.

Allora disse Currado alla sua donna: “E a te che ne parebbe, donna, se io così fatto genero ti donassi?”

A cui la donna rispose: “Non che un di loro che gentili uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi piacerebbe.”

Allora disse Currado: “Io spero infra pochi dì farvi di ciò liete femine.”

E veggendo già nella prima forma i due giovani ritornati, onorevolemente vestitigli, domandò Giuffredi: “Che ti sarebbe caro sopra l’allegrezza la qual tu hai, se tu qui la tua madre vedessi?”

A cui Giuffredi rispose: “Egli non mi si lascia credere che i dolori de’ suoi sventurati accidenti l’abbian tanto lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro, sì come colui che ancora, per lo suo consiglio, mi crederei gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.”

Allora Currado l’una e l’altra donna quivi fece venire. Elle fecero ammendune maravigliosa festa alla nuova sposa, non poco maravigliandosi quale spirazione potesse essere stata che Currado avesse a tanta benignità recato, che Giannotto con lei avesse congiunto. Al quale madama Beritola, per le parole da Currado udite, cominciò a riguardare, e da occulta vertù desta in lei alcuna ramemorazione de’ puerili lineamenti del viso del suo figliuolo, senza aspettare altro dimostramento con le braccia aperte gli corse al collo; né la soprabbondante pietà e allegrezza materna le permisero di potere alcuna parola dire, anzi sì ogni virtù sensitiva le chiusero, che quasi morta nelle braccia del figliuolo ricadde. Il quale, quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi d’averla molte volte avanti in quel castel medesimo veduta e mai non riconosciutala, pur nondimeno conobbe incontanente l’odor materno; e, se medesimo della sua preterita trascutaggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente basciò. Ma poi che, madama Beritola pietosamente dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata, e con acqua fredda e con altre loro arti in sé le smarrite forze ebbero rivocate, rabracciò da capo il figliuolo con molte lagrime e con molte parole dolci; e piena di materna pietà mille volte o più il basciò, e egli lei reverentemente molto la vide e ricevette.

Ma poi che l’accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quatro volte, non senza gran letizia e piacere de’ circunstanti, e l’uno all’altro ebbe ogni suo accidente narrato, avendo già Currado a’ suoi amici significato, con gran piacer di tutti, il nuovo parentado fatto da lui, e ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giuffredi: “Currado, voi avete fatto me lieto di molte cose e lungamente avete onorata mia madre: ora, acciò che niuna parte in quello che per voi si possa ci resti a far, vi priego che voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti della presenza di mio fratello, il quale in forma di servo messer Guasparrin Doria tiene in casa, il quale, come io vi dissi già, e lui e me prese in corso; e appresso, che voi alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente s’informi delle condizioni e dello stato del paese, e mettasi a sentire quello che è d’Arrighetto mio padre, se egli è o vivo o morto, e, se è vivo, in che stato, e d’ogni cosa pienamente informato a noi ritorni.”

Piacque a Currado la domanda di Giuffredi, e senza alcuno indugio discretissime persone mandò e a Genova e in Cicilia. Colui che a Genova andò, trovato messer Guasparrino, da parte di Currado diligentemente il pregò che lo Scacciato e la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli ciò che per Currado era stato fatto verso Giuffredi e verso la madre.

Messer Guasparrin si maravigliò forte questo udendo, e disse: “Egli è vero che io farei per Currado ogni cosa, che io potessi, che gli piacesse; e ho bene in casa avuti, già sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una sua madre, li quali io gli manderò volentieri. Ma dira’gli da mia parte che si guardi di non aver troppo creduto o di non credere alle favole di Giannotto, il qual di’ che oggi si fa chiamar Giuffredi, per ciò che egli è troppo più malvagio che egli non s’avvisa.”

E così detto, fatto onorare il valente uomo, si fece in segreto chiamar la balia e cautamente la essaminò di questo fatto. La quale, avendo udita la rebellione di Cicilia e sentendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che già avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse e le cagioni gli mostrò per che quella maniera che fatto aveva tenuta avesse. Messer Guasparrin, veggendo li detti della balia con quegli dello ambasciador di Currado ottimamente convenirsi, cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e per uno altro, sì come uomo che astutissimo era, fatta inquisizion di questa opera e più ognora trovando cose che più fede gli davano al fatto, vergognandosi del vil trattamento fatto del garzone, in ammenda di ciò, avendo una sua bella figlioletta d’età d’undici anni, conoscendo egli chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dote gli diè per moglie. E dopo una gran festa di ciò fatta, col garzone e con la figliuola e con l’ambasciador di Currado e con la balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne venne a Lerici; dove, ricevuto da Currado, con tutta la sua brigata n’andò a un castel di Currado non molto di quivi lontano, dove la festa grande era apparecchiata.

Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo figliuolo, qual quella de’ due fratelli, qual quella di tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a messer Guasparrino e alla sua figliuola e di lui a tutti e di tutti insieme con Currado e con la sua donna e co’ figliuoli e co’ suoi amici, non si potrebbe con parole spiegare; e per ciò a voi, donne, la lascio a imaginare. Alla quale, acciò che compiuta fosse, volle Domenedio, abbondantissimo donatore quando comincia, sopragiugnere le liete novelle della vita e del buono stato d’Arrighetto Capece.

Per ciò che, essendo la festa grande e i convitati, le donne e gli uomini, alle tavole ancora alla prima vivanda, sopragiunse colui il quale andato era in Cicilia: e tra l’altre cose raccontò d’Arrighetto che, essendo egli in captività per lo re Carlo guardato, quando il romore contro al re si levò nella terra, il popolo a furore corse alla prigione e, uccise le guardie, lui n’avean tratto fuori, e sì come capitale nemico del re Carlo l’avevano fatto lor capitano e seguitolo a cacciare e a uccidere i franceschi. Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del re Petro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo onore rimesso aveva, laonde egli era in grande e buono stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e del figliuolo, de’ quali mai dopo la presura sua neente aveva saputo, e oltre a ciò mandava per loro una saettia con alquanti gentili uomini li quali appresso venieno. Costui fu con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e prestamente Currado con alquanti de’ suoi amici incontro si fecero a’ gentili uomini che per madama Beritola e per Giuffredi venieno, e loro lietamente ricevette e al suo convito, il quale ancora al mezzo non era, gl’introdusse.

Quivi e la donna e Giuffredi e oltre a questi tutti gli altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte d’Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio seppero e più poterono, Currado e la sua donna dell’onor fatto e alla donna di lui e al figliuolo, e Arrighetto e ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere. Quindi a messer Guasparrin rivolti, il cui beneficio era inoppinato, dissero sé esser certissimi che, qualora ciò che per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute sarebbono. Appreso questo, lietissimamente nella festa delle due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.

Né solo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giuffredi e agli altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia montati, seco la Spina menandone si partirono. E avendo prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta festa da Arrighetto tutti parimente, e’ figliuoli e le donne, furono in Palermo ricevuti, che dir non si potrebbe giammai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti felicemente vivessero e, come conoscenti del ricevuto beneficio, amici di messer Domenedio.

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