Ha confessato il killer di Tanina

di FABIO BERETTA

FIUMICINO – Andrea De Filippis, il personal trainer indagato per la morte di Maria Tanina Momilia, si è costituito presso la stazione dei carabinieri di Fiumicino. L’uomo ha confessato l’omicidio.
Così, poco prima delle 13:00, un lancio dell’Ansa, ha rotto gli indugi su una notizia che la città aveva iniziato a respirare già nelle scorse ore. Una certezza arrivata a quattro giorni dal ritrovamento del corpo senza vita di Tanina (leggi qui), e dopo una lunga serie di sopralluoghi.
Il legale, atteso alla Procura di Civitavecchia per la “notifica di un accertamento peritale irreperibile”, aveva aggiunto: “Relata refero, riferisco ciò che mi ha comunicato il cliente ovvero l’assoluta estraneità ai fatti per cui si procede. Anzi, ciò che è successo alla vittima ha causato in lui, oltre ad essere affranto per questa situazione mediatica in cui è stato coinvolto suo malgrado, anche l’aspetto di tristezza per la perdita di una sua allieva, che lo ha sconvolto”.
“Su altre cose c’è chiaramente il massimo riserbo. Lui da una parte è affranto, e dall’altra parte è una persona che sa mantenere il controllo di se stesso per via dell’attività sportiva che fa, le arti marziali, e per quella di cui è amante, l’apnea, che consente di avere in generale un self control”, ha concluso l’avvocato.
Dichiarazioni a cui ha fatto seguito la confessione dell’uomo. Per dovere di cronaca, va ricordato che le prove si formeranno in Tribunale, e che fino alla eventuale sentenza di condanna, l’uomo va considerato “presunto” omicida. Così come va sottolineato che le indagini non si fermano alla confessione, ma casomai ripartono proprio da questa.
Nella serata di domenica 7 ottobre, il marito di Tanina ha denunciato la scomparsa della donna, lanciando un appello sui social (leggi qui). Il giorno dopo, in via Castagnevizza, all’Isola Sacra, in un canale di bonifica, il corpo della 39enne, è stato ritrovato senza vita.
L’ipotesi della caduta accidentale è stata scartata dopo l’analisi del medico legale, spingendo gli inquirenti a seguire la pista dell’omicidio. Un sospetto confermato successivamente dall’autopsia: Maria Tanina è stata uccisa con un colpo alla nuca.
I medici del Gemelli hanno infatti confermano che la morte della donna è sopraggiunta a seguito dello sfondamento del cranio dalla parte della nuca, con un oggetto contundente.
Il fatto che sia un oggetto compatibile con un bilanciere da body building o qualcosa di molto pesante, ha condotto le indagini nella palestra che la vittima frequentava (leggi qui). Non solo: dall’autopsia emerge anche un tentativo di soffocamento, il che farebbe pensare ad una colluttazione.
Dopo l’omicidio l’assassino, probabilmente a notte fonda, si è disfatto del cadavere facendolo rotolare nel canale di via Castagnevizza dalla cima della sponda.
Il personal trainer, un ex agente di polizia di 56 anni, nei giorni scorsi, è stato ascoltato più volte dai carabinieri del Gruppo Ostia su disposizione della Procura di Civitavecchia.
L’attenzione degli investigatori si è poi concentrata sulla palestra, dove Maria sarebbe stata domenica mattina proprio per una lezione con il personal trainer.
Al momento, gli inquirenti stanno ancora di capire che tipo di relazione ci potesse essere tra i due, tanto da scatenare una reazione così violenta che ha portato alla morte della donna.
Nei giorni scorsi, i carabinieri del Nucleo investigativo di Ostia, a cui è stata affidata l’indagine dalla Procura di Civitavecchia, hanno compiuto diversi sopralluoghi: dapprima sul canale di via Castagnevizza, dove la donna è stata ritrovata senza vita (leggi qui).
Poi, per diverse volte, nella palestra frequentata dalla vittima. La struttura, dopo il terzo sopralluogo, è stata messa sotto sequestro (leggi qui).
Le indagini si sono quindi concentrate nell’abitazione del personal trainer, l’unico sospettato iscritto nel registro degli indagati. In via Valderoa, sono stati due, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, i sopralluoghi delle forze dell’ordine (legegi qui).
Ieri, in tarda mattinata, la confessione dell’uomo. In città resta il dolore e lo sgomento per questa tragedia.
Si aspetta il via libera per i funerali.

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«Noi giornalisti ci limitiamo a dare la parola. Ai giusti e agli ingiusti, agli accusatori e agli imputati, agli innocenti e ai colpevoli»

CERVETERI – Il direttore de “Il dubbio” Piero Sansonetti risponde a Marina Conte, mamma di Marco Vannini,   dopo che la donna gli ha scritto in merito alla pubblicazione dell’intervista ad Antonio Ciontoli, condannato a 14 anni in primo grado per la morte del figlio: 
«Cara signora, il dolore non si discute. Neanche la rabbia.
Specialmente la rabbia e il dolore delle persone che amavano un ragazzo che è stato ucciso. Figuriamoci se spetta a un giornalista sindacare il dolore.
Noi giornalisti ci limitiamo a dare la parola. Ai giusti e agli ingiusti, agli accusatori e agli imputati, agli innocenti e ai colpevoli.
Nell’intervista che ci ha rilasciato, il signor Ciontoli non mi pare sia stato mai offensivo nei vostri confronti.
Ha chiesto il vostro perdono.
Voi siete padronissimi di non concederglielo, lui è libero di chiedervelo.
Noi, credo, di dare voce».
Ecco la nota che ha inviato al direttore mamma Marina:
«Egregio sig. Direttore, le sarò grata se vorrà pubblicare la presente.
Sono Marina Conte, mamma di Marco Vannini, un ragazzo di venti anni barbaramente ucciso presso l’abitazione di Antonio Ciontoli il 18/05/2015.
Mi è stata segnalata ed ho letto l’intervista rilasciata dall’assassino di mio figlio (secondo la Corte di Assise di Roma) Antonio Ciontoli a Valentina Stella.
La lettura dell’intervista (che mi è sembrata per vero, una prolissa esternazione di un ufficio stampa) mi ha scocciato e disgustato.
L’assassino (sempre secondo la corte di Assise di Roma) di mio figlio viene raffigurato in una visione bucolica, un indecente quadretto pietistico nei confronti di un signore che ha l’impudicizia di atteggiarsi a vittima di fronte alla giornalista del «Il Dubbio»,  che ho immaginato in religioso ascolto con gli occhioni adoranti.
Egregio Signor Direttore, Lei e Valentina Stella, da giornalisti che scelgono di occuparsi di un fatto di cronaca, avevate il dovere di sapere, quantomeno, che mio figlio, un meraviglioso ragazzo di venti anni, è stato lasciato agonizzare per almeno un’ora (una eternità) mentre urlava disperato (in modo disumano ed ininterrotto come ha testimoniato la vicina di casa) alla presenza di chi doveva soccorrerlo e che ha invece dimostrato una crudeltà bestiale.
Non ho voglia né  intenzione di andare oltre: credo che questa breve riflessione sia più che sufficiente per avvertire un senso di profonda vergogna nel leggere l’indecoroso quadretto strappalacrime che avete voluto propinare ai vostri lettori, presentando persino come vittima chi ha lasciato morire mio figlio con una crudeltà inimmaginabile e che sino ad oggi non ha fatto neppure un giorno di galera.
Voi avete il diritto di svolgere la vostra professione come ritenete: a me, se non è troppo disturbo, lasciate il diritto di urlare la mia indignazione e il mio disgusto di fronte all’ennesimo oltraggio che il mio povero ragazzo ha dovuto ancora subire».

 

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«Al perdono non ci penso e non lo concederò mai»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Al perdono non ci penso e credo che non glielo concederò mai. Il perdono è un sentimento e nei confronti di quella gente non riesco a nutrire sentimenti. Ne sono indegni dopo i comportamenti tenuti nei confronti di mio figlio morente  verso il quale non ne hanno nutrito alcuno anteponendo i propri interessi alla possibilità di salvezza di Marco. Come può pretendere di avere il mio perdono dopo aver lasciato mio figlio agonizzante addirittura per terra, neanche sdraiato su un divano? No, non lo avrà mai. Ma non per questo io lo odio. L’odio è già un sentimento e loro non meritano neanche quello. Voglio soltanto, e penso di averne tutto il diritto, sapere la verità. Ma la verità vera, non quella processuale o quella di comodo che si sono inventati e ripetono tra tre anni e mezzo. Del resto non me ne frega niente».
Risponde così Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il ventenne deceduto il 18 maggio 2015 dopo una drammatica agonia a seguito di un colpo di pistola partito dalla beretta calibro nove di Antonio Ciontoli,  condannato a 14 anni in primo grado per omicidio volontario e i suoi familiari a tre anni per omicidio colposo (la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, fidanzata di Marco), che ieri  chiede il perdono attraverso un’intervista rilasciata a Valentina Stella per il quotidiano ''Il Dubbio'', di Piero Sansonetti. Mamma Marina dice di non averla letta perché, sottolinea: «Leggere quello che loro dicono mi fa solo star male. Loro già hanno ferito tanto me e mio marito Valerio e soprattutto mio figlio che a vent’anni non c’è più. Forse sarò dura ma continuando con questa solfa, riescono sempre più a farmi schifo. Si devono vergognare. Per come si muovono e per come agiscono. Tutti i giornalisti che sono venuti a casa mia hanno invitato anche loro a parlare. Ma non hanno mai voluto farlo. E’ inutile che continuano a fare le vittime». 
Mamma Marina, come un fiume in piena parla in modo concitato, facendo trasparire dalla voce un profondo fastidio non tanto per l’argomento quanto per le persone di cui è, per certi versi, costretta a parlare.  All’affermazione di Ciontoli quando dice: «abbiamo scelto di non parlare con la stampa per rispettare la famiglia di Marco e anche il giusto processo»,  lasciando intendere che loro sono stati rispettosi anche dell’istituzione, Marina risponde: «Se avesse voluto rispettare la famiglia di Marco mi chiedo perché fuori dall’udienza ha comunque attaccato mio nipote dicendogli “ma non ti vergogni”? E poi perché  è stato denunciato? Se non voleva ferirmi non doveva fare niente di tutto questo. Lui e la sua famiglia sono delle persone malvagie. Punto. Chi ha fatto cattiverie sono soltanto loro. Hanno strappato la foto di Marco e poi dice «il mio amatissimo Marco»? Ma quando mai l’ha amato. Sono stanca di sentire queste cose. Se ha qualcosa da dire, la verità, deve andare dai giudici e dirla a loro. Potrebbe così liberarsi la coscienza, ammesso che l’abbia».
Ciontoli nell’intervista parla del clamore mediatico che ha creato questa vicenda e Marina replica: «Se si lamenta del fatto che c’è un processo mediatico non dipende da me.  Sarebbe bastato soccorrere tempestivamente mio figlio e salvarlo ed oggi non staremo a parlare di questo. Ma l’hanno lasciato morire. Ed ora vogliono fare le vittime? Le vittime di che? Anche Federico quando lo vedo in televisione non mi sembra poi tanto angosciato per la morte di Marco».  
Non ci sta mamma Marina anche quando Ciontoli dice di non essere «né un assassino, né un criminale, né un delinquente». «Ha un senso quello che lui dice? – si chiede mamma Marina – Lui padre di due figli dice di amare Marco come un figlio ma non ha fatto niente per salvarlo. Parliamoci chiaro, ad oggi per la giustizia italiana lui e i suoi familiari sono quattro assassini. Chi uccide una persona è un assassino. Per come la vedo io e per come mi hanno educato i miei genitori, anche chi uccide un cagnolino lo è». 
Mamma Marina interviene sul punto in cui Ciontoli dice che: «Sin dall’inizio abbiamo provato a parlare con loro, abbiamo provato in vari modi ad avvicinarci a loro, tant’è che Martina nei giorni successivi è andata fuori casa loro, implorandoli di darle la possibilità di poterli abbracciare, senza riuscirci. Hanno comprensibilmente chiuso tutte le porte. A quel punto, abbiamo capito che forse il silenzio era il modo migliore per rispettarli».
«Non è vero – replica  mamma Marina – che noi abbiamo messo una barriera con loro. Nell’immediatezza del fatto ero sconvolta per quanto successo. Era morto mio figlio in un modo così violento e drammatico e tante cose non riuscivo a capirle. Mi ero come sconnessa da tutto e dal mondo. Non si capiva poi quello che era successo. Ma non avevamo chiuso i ponti con nessuno. Martina ha continuato a dialogare con mio nipote Alessandro per giorni e fino a quando lo stesso non si è reso conto che continuava a riferirgli una serie di bugie, tanto che alla fine le ha detto di non disturbarlo più. La verità stava iniziando ad emergere. Martina ha tentato di mettersi in contatto anche con me. Ma in quei primi giorni stavo tanto male, chiusa nel mio dolore lancinante, che non volevo vedere nessuno e neanche lei. Volevo vivere il mio dolore da sola. Così mio nipote gli ha detto di andare a casa sua per parlare con lui. Ma lei ha rifiutato. “Da te non ci vengo” è stata la sua risposta. Se avessi voluto chiudere le porte da subito non avrei certo permesso che Martina stesse in chiesa per i funerali. Io e mio marito eravamo distrutti dal dolore e se veramente anche loro vivevano la nostra stessa situazione avrebbero cercato un contatto con noi e ci potevano essere tanti modi per incontrarci. Loro con me vogliono fare solo le vittime. Ad oggi dopo tutto quello che ho vissuto, dopo tutte le menzogne che ho sentito, perché del prima non posso sapere niente visto che in quella casa non c’ero ma del dopo so tutto. Dall’arrivo al Pit io so tutto. L’ho vissuto in prima persona. E già dall’inizio hanno mentito.  Però col tempo ci sarà giustizia per Marco, e ci sarà anche una giustizia divina dalla quale nessuno potrà mai sfuggire. Una mamma non si da mai per vinta perché vorrà sempre sapere la verità. E questo è stato il mio incubo fin dal primo momento. Loro oramai si sono costruiti la loro verità, preparata e studiata con i loro legali».
Infine, un ultimo commento di mamma Marina quando Ciontoli afferma «Marco per me e mia moglie era come un figlio ed era il ragazzo che mia figlia Martina amava, e che sempre ameremo. Marco manca tantissimo anche a noi. Ma questo Marina e Valerio lo sanno benissimo come sanno benissimo che noi li continueremo ad amare».  
«Andiamo a vedere se è vero che loro amavano Marco – dice mamma Marina con un filo di voce –  Va ricordato che mio figlio ha urlato e urlato  e i vicini hanno dichiarato di aver sentito urla disumane. Tutti loro erano consapevoli che era partito un colpo d’arma da fuoco e Maria Pezzillo, invece, che ha disdetto la prima chiamata al 118 non mi sembra poi che lo amava così tanto visto che lo ha lasciato morire.  Non dimentico certo quando arrivata al Pit, si avvicina a me e accendendosi una sigaretta mi ha detto che il marito, per quanto successo, avrebbe perso il posto di lavoro. Quindi questo grande amore per mio figlio non lo vedo. Secondo me sono persone anaffettive. Per quanto riguarda il capofamiglia l’abbiamo sentita tutti, non solo io, la chiamata al 118 quando, con una tranquillità e una lucidità unica, diceva “venite c’è un ragazzo che sta male e si è ferito con un pettine a punta”. Dove sta questo amore? Dove sta? L’amore è solo verso loro stessi che fino ad oggi hanno solo pensato esclusivamente a ‘’pararsi il culo’’, come dice Viola (fidanzata di Federico e presente anche lei in casa quella maledetta sera), l’uno con l’altro. Loro stanno male perché vivono male. Era una famiglia che viveva di immagine. Purtroppo con quello che è successo la loro immagine è crollata. Quindi stanno male solo per questo, non per mio figlio. Ogni volta che hanno parlato di Marco, anche nel corso del processo, hanno sempre detto la “cosa” , il “ragazzo” e raramente hanno pronunciato il suo nome. Questo per dire di che vogliamo parlare? Loro non hanno mai fatto niente per lui. Antonio Ciontoli non è una vittima. Alla prima occasione ti salta addosso. Cosa c’entrava aggredire mio nipote? Che voleva da lui?. O quando  sempre Antonio, mentre stava sul divanetto,  parlando al telefono con il fratello, come registrato dalle intercettazioni ambientali nella caserma di Civitavecchia poche ore dopo il fatto, paragonavano la morte di mio figlio al furto di una Ferrari. O Federico quando diceva “ne abbiamo passate tante e passeremo pure questa”, cioè, come se è morto il gattino dentro casa. Di quale amore stiamo parlando?» conclude Marina.

 

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''Buoni'' assassini cattura il pubblico

CIVITAVECCHIA – Successo per il secondo appuntamento con la cronaca nera al Ghetto. Massimiliano Grasso e Gino Saladini hanno intervistato il giornalista Emilio Orlando, autore del libro ‘‘Buoni’’ assassini a piazza Fratti. Un’opera – inchiesta sull’uccisione di Luca Varani, torturato e seviziato da Marco Prato e Manuel Foffo. Un caso di cronaca di una brutalità inaudita, probabilmente uno degli omicidi più cruenti degli ultimi vent’anni. «La narrazione – ha spiegato Orlando – è legata anche al contesto sociale, non solo la cronaca. Tutto questo ci dà un quadro più completo sul contesto in cui è maturato il delitto». Padri e madri assenti in una Roma che è cambiata.

«Sulle macerie di una Roma felliniana – ha detto Orlando – si poggiano realtà degradate e degradanti. Tempo fa scrissi un saggio ‘‘Dove abita l’assassino’’ e dissi che non sempre l’assassino abita un piano sotto alla vittima, anzi molto spesso abita sopra». Da qua il ‘‘Buoni’’ assassini. Due famiglie della Roma bene, genitori lontani e figli sconosciuti. Una vittima di un altro contesto sociale legata a Foffo e Prato da un comune denominatore: la droga. Grasso e Saladini hanno saputo stimolare pubblico e intervistato, che ha rivelato molti dettagli sulla sua opera.

«Partendo dalla storia di Foffo e Prato – ha commentato Grasso – sono emersi interrogativi inquietanti per ognuno di noi: quanto conosciamo i nostri figli? E noi stessi? Basta l’uso smodato di cocaina a spiegare tanta cattiveria? O la droga ha fatto emergere senza più freni la zona buia che ciascuno porta rinchiusa dentro di sé? Tante domande e partecipazione anche dal folto pubblico che con Gino e l’associazione Ventuno voglio ringraziare dando appuntamento a settembre per una nuova serata d’autore». Insomma, dopo Il Canaro della Magliana anche  ‘‘Buoni’’ assassini fa centro e conquista il pubblico del Ghetto.

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Sabrina, uccisa in casa a Pesaro: confessa il presunto assassino

Divorziata, due figli: la pista di una conoscenza recente

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Bolzano, uccidono la figlia a Vienna: «Padre evade per cercare l’assassino»

L’uomo non è rientrato da un permesso nel carcere a Bolzano dove scontava una condanna per immigrazione clandestina. A maggio sua figlia di 7 anni era stata uccisa a Vienna e il corpo era stato ritrovato in un cassonetto. Il presunto assassino ha 16 anni

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Comunali, tweet di Salvini a urne aperte. Il Pd: spot elettorale, grave che lo faccia il ministro dell’Interno

Il tweet del vicepremier: «Buon voto agli italiani, se poi arriveranno tanti voti per la Lega sarà un bel segnale politico a chi fa cortei al grido di `Salvini assassino´»

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Buttafuori ucciso a Bologna: catturato il killer dopo 19 anni

Il 5 dicembre 1999 Valeriano Poli, 34 anni, fu freddato da otto colpi di pistola sotto casa sua. Arrestato il presunto assassino: � un 59enne bolognese. A incastrarlo una nuova tecnica scientifica usata per la prima volta in Italia

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La lunga marcia per Marco

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – Inizia stamattina per Alessandro Signorini la terza giornata di marcia per raggiungere Cerveteri il 17 maggio, giorno in cui ci sarà la fiaccolata @noninmionome per chiedere giustizia per Marco Vannini a tre anni esatti dalla sua tragica scomparsa.  E’ doveroso ricordare che tale fiaccolata è la risposta irritata e volontaria  della gente ad una sentenza di primo grado ritenuta lieve nei confronti degli imputati.  Oggi Alessandro da Siena dovrà raggiungere in serata  la meta della terza tappa prevista a Montalcino. Una faticosa e lunga camminata di protesta e di indignazione per chiedere pene certe e più severe per chi commette un omicidio e al contempo manifestare vicinanza e solidarietà ai genitori di Marco. Come approfondito su queste colonne Alessandro ha vissuto in prima persona la stessa tragedia dei Vannini perché anche lui ha subito una gravissima perdita: il nipote, all’epoca diciottenne fu ammazzato, nel  ’93, da un colpo di pistola. Dopo una lunga vicenda giudiziaria l’assassino fu condannato a 14 anni,  ridotti però nei fatti ad 11 per via di un indulto.  
Come è noto Alessandro è partito mercoledì da Pontedera  e dopo aver attraversato diverse frazioni e paesi del centro Italia ha raggiunto passo dopo passo la prima meta, San Cimignano.  Alessandro però non è riuscito a completare tutti i 48 Km a piedi ma ne ha percorso 38, poi è stato raggiunto a San Vivaldo da Alberto Rosi, titolare del camping Il Boschetto Di Piemme,  con la macchina che lo ha portato con lui e ospitato per la notte. «Una persona molto gentile e disponibile – dice Alessandro – mi ha ospitato e offerto la cena. Si è anche molto commosso per la vicenda di Marco».  Dopo qualche kilometro dalla partenza Alessandro ha avuto un problema. Si è spaccato lo zaino e ha perso due ore di marcia in attesa che un suo amico gliene portasse uno nuovo.  «Una giornata – spiega Alessandro –  nella quale non ho potuto fare le pause di riposo come programmato quindi ho spinto di più. Una tappa parecchio dura. Ho faticato tanto e il ginocchio mi faceva molto male per cui alla fine sono arrivato a San Vivaldo e mi sono arreso. Ho fatto il passo più lungo della gamba come si suol dire».
A questo si aggiunge che poco prima di arrivare a Castelfalfi Alessandro ha incontrato la pioggia e si è dovuto fermare per un’oretta.  Va detto che questa marcia per lui è molto dura anche perché a seguito di un incidente in moto nel 99 ha dei problemi al ginocchio e porta  un tutore.
Ieri mattina pienamente in forma ha iniziato la marcia alle 7,30 per coprire i 35km della seconda tappa: da San Cimignano a Siena. Si è dovuto fermare quasi subito per qualche oretta per via della pioggia. Sbucato il sole è ripartito e con vigore ha ripreso a ‘’pedalare’’. Di filato ha percorso i primi 15 km. Poi è stato raggiunto da un amico di Pontedera che lo ha rifocillato con un panino e l’acqua. Abbiamo raggiunto telefonicamente Alessandro verso le 14 quando si trovava in un bar vicino a Monteriggioni per fare la pausa pranzo. Mancano solo 15 kilometri per raggiungere la meta. Alessandro è molto triste e commosso perché ha sentito un’intervista di mamma Marina e per l’esperienza personale vissuta sa bene cosa la donna sta passando. 
«Quando succedono queste tragedie si entra in un limbo che è difficile da spiegare. Sono momenti indescrivibili. Perdi la lucidità, perdi la ragione. Entri in un marasma di emozioni che ti arrivano addosso e che non sei capace in quei momenti di gestire. Sono comunque abituato a portarmi dietro questo masso per cui riesco con facilità a superare la tristezza e a cambiare umore velocemente. Basta un attimo. Ci ho fatto il callo al dolore. Purtroppo Marina ancora se lo deve fare. Tre anni non sono niente. Sono come un battito di ciglia per Marina.  E’ dura farsene una ragione. La rabbia più grande è comprendere per quali motivo vengono date pene così lievi di fronte ad un caso di omicidio.  Marco è morto perché l’hanno lasciato morire. E io non riesco a capire questa sentenza. La trovo ingiusta perché alla famiglia Vannini al danno sembra si sia aggiunta la beffa. Sentenze assurde se ne possono citare a decine». Alessandro nel corso della conversazione ci parla anche della telefonata di solidarietà ricevuta dalla mamma di Jennifer Sterlecchini, la giovane di 26 anni  ammazzata a coltellate dal compagno, mentre lei impotente fuori dalla porta sentiva le urla atroci della figlia.

 

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Inizia oggi la marcia di solidarietà di Signorini

di GIULIANA OLZAI 

CERVETERI – Inizia stamane alle 9 la marcia di solidarietà da Pontedera di Alessandro Signorini in direzione Cerveteri  per chiedere giustizia per Marco Vannini. Alessandro, 53 anni, percorrerà circa 300 km a piedi per arrivare dopo otto lunghissimi e durissimi giorni  alla fiaccolata #noninmionome che si terrà nella città Etrusca il 17 maggio alle 21. Uno zaino, poche cose dentro, lo stretto necessario, qualche maglietta e biancheria intima per il cambio, e rimanere il più leggero possibile. Un cambio d’abito per quando arriverà a Cerveteri. 
Alessandro nel suo tragitto che attraverserà tanti comuni del centro Italia conta sulla solidarietà e il supporto della gente per raggiungere la meta. 
Nutre la speranza che qualcuno si unisca a lui e fargli compagnia per qualche kilometro; o che qualcuno gli dia una mano magari portandogli una bottiglia d’acqua fresca, un piccolo pasto o offrendogli un posto per dormire. Questo dipenderà dalla sensibilità delle persone. Nella sua lunga camminata farà una pausa nelle ore più calde della giornata per riprendere fiato e recuperare le forze. Alessandro ha una grande motivazione che lo sosterrà durante il tragitto. Anche lui ha subito una gravissima perdita. 
Il nipote Emiliano Giovannini, figlio di una sua sorella,  nell’ottobre del ‘93, che aveva compiuto i diciotto anni da otto mesi, fu ucciso per una banale discussione. Il giovane, in sella ad un motorino con un amico,  dopo essere stato rincorso con l’auto dal suo aguzzino,  è stato freddato con tre colpi di pistola. E tutto per un semplice un sorpasso. L’assassino è stato condannato in primo grado a 14 anni, pena portata a 27 anni in appello. La sentenza però è stata annullata dalla Cassazione per un vizio di forma. Alla fine dopo una infinita  vicenda giudiziaria protrattasi per anni l’imputato è stato condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione ma col beneficio dell’indulto ne ha scontati solamente 11.  Una pena irrisoria per una vita così giovane spezzata senza alcun motivo che indignò e lasciò sgomenti  i familiari di Emiliano. 
«Da quando ho saputo della sentenza di primo grado per Marco Vannini – dice Alessandro Signorini – sto vivendo un incubo. Sto rivivendo tutto quello che ho vissuto 25 anni fa. E’ riesplosa tutta la rabbia e il senso di impotenza vissuto perché è inaccettabile che la vita di un ragazzo possa valere 14 anni di reclusione. Ma soprattutto questo senso di ingiustizia, ingiustizia totale. Noi familiari viviamo l’ergastolo. Io in questi giorni sto rivivendo lo stesso dolore, preciso e identico di 25 anni fa. Il dolore non passa. Non si affievolisce mai. Lo puoi elaborare quanto ti pare ma non cambia mai. Quello che cambia è la tua capacità di sopportarlo. Ad un certo punto ti abitui a portarti dietro questo masso sulla schiena. Ma basta una semplice notizia in televisione, una parola detta male al bar per ricordarti che ti hanno sparato un nipote. E la condanna peggiore per tutti noi.  I nostri morti non torneranno più ma i loro assassini devono stare in galera. Noi eravamo tranquilli perché c’era un omicida reo confesso,  un capo d’accusa inattaccabile, omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi e mai avevamo pensato che sarebbe stata inflitta una pena così lieve. Ma che attenuanti devi concedere ad uno che ha commesso un omicidio volontario?»  
«Quando si vive una tragedia di questo tipo – spiega Alessandro – ognuno ha un suo modo di elaborare il lutto e ci sono state conseguenze anche drammatiche nella mia famiglia.  C’è poi un dettaglio anche sconcertante in questa vicenda: Marco ed Emiliano erano entrambi giovanissimi. L’unico modo per avere giustizia è quello di tenere i riflettori sempre accesi. Diventa doloroso ogni volta tornare in tribunale, risentire le stesse cose. Riaprire quella ferita diventa veramente faticoso. E alla fine sei costretto ad arrenderti. Ho una grande motivazione dentro e sono intenzionato a portare avanti fino in cassazione questa battaglia al fianco dei genitori di Marco.  Se è necessario mi incatenerò davanti al tribunale» conclude determinato Alessandro.   
Ecco le frazioni, paesi e le città che attraverserà  Alessandro nella sua marcia verso Cerveteri:
9 maggio: Pontedera – Ponsacco – Forcoli – Baccanella – Peccioli – Montefoscoli – Toiano – Legoli – Sughera – Castelfalfi – San Vivaldo – Marrado – Iano – Pancole – San Gimignano.
10 maggio: San Gimignano – Monteoliveto – Montauto – Bibbiano – Borgatello – Maltraverso – Colle di Val D’Elsa – Staggia – Castellina Scalo – Abbadia Isola – Monteriggioni – Campo di Fiori – Badesse – Uopini – Siena.
11 maggio 2018: Siena – Monteroni d’Arbia – Lucignano D’arbia – Murlo – Ponte D’arbia – Torrenieri – Montalcino – San Quirico d’Orcia – Bagno Vignoni – Ripa D’orcia – Rocca D’orcia – Castiglione D’orcia – Gallina – Campiglia D’orcia – Bagni San Filippo – Radiocofani.
12 maggio 2018: Radiocofani- Ponte A Rigo – Centeno – Acquapendente – San Lorenzo Nuovo – Bolsena.
13 maggio: Bolsena – Montefiascone – Zepponami – Taveria – Viterbo.
14 maggio: Viterbo – Buon Respiro – Le Farine – Ponte di Cetti – Pian di San Martino – Madonna del Ponte – Monte Romano.
15 maggio: Monte Romani – Casale Santa Maria – Fontana Matta – Pantano – Sant’Agostino – Bagni di Sant’Agostino – Scaglia – Civitavecchia.
16 maggio: Civitavecchia – Santa Marinella – Santa Severa – Furbara – Marina di Cerveteri – Cerveteri

 

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