«Al perdono non ci penso e non lo concederò mai»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Al perdono non ci penso e credo che non glielo concederò mai. Il perdono è un sentimento e nei confronti di quella gente non riesco a nutrire sentimenti. Ne sono indegni dopo i comportamenti tenuti nei confronti di mio figlio morente  verso il quale non ne hanno nutrito alcuno anteponendo i propri interessi alla possibilità di salvezza di Marco. Come può pretendere di avere il mio perdono dopo aver lasciato mio figlio agonizzante addirittura per terra, neanche sdraiato su un divano? No, non lo avrà mai. Ma non per questo io lo odio. L’odio è già un sentimento e loro non meritano neanche quello. Voglio soltanto, e penso di averne tutto il diritto, sapere la verità. Ma la verità vera, non quella processuale o quella di comodo che si sono inventati e ripetono tra tre anni e mezzo. Del resto non me ne frega niente».
Risponde così Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il ventenne deceduto il 18 maggio 2015 dopo una drammatica agonia a seguito di un colpo di pistola partito dalla beretta calibro nove di Antonio Ciontoli,  condannato a 14 anni in primo grado per omicidio volontario e i suoi familiari a tre anni per omicidio colposo (la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, fidanzata di Marco), che ieri  chiede il perdono attraverso un’intervista rilasciata a Valentina Stella per il quotidiano ''Il Dubbio'', di Piero Sansonetti. Mamma Marina dice di non averla letta perché, sottolinea: «Leggere quello che loro dicono mi fa solo star male. Loro già hanno ferito tanto me e mio marito Valerio e soprattutto mio figlio che a vent’anni non c’è più. Forse sarò dura ma continuando con questa solfa, riescono sempre più a farmi schifo. Si devono vergognare. Per come si muovono e per come agiscono. Tutti i giornalisti che sono venuti a casa mia hanno invitato anche loro a parlare. Ma non hanno mai voluto farlo. E’ inutile che continuano a fare le vittime». 
Mamma Marina, come un fiume in piena parla in modo concitato, facendo trasparire dalla voce un profondo fastidio non tanto per l’argomento quanto per le persone di cui è, per certi versi, costretta a parlare.  All’affermazione di Ciontoli quando dice: «abbiamo scelto di non parlare con la stampa per rispettare la famiglia di Marco e anche il giusto processo»,  lasciando intendere che loro sono stati rispettosi anche dell’istituzione, Marina risponde: «Se avesse voluto rispettare la famiglia di Marco mi chiedo perché fuori dall’udienza ha comunque attaccato mio nipote dicendogli “ma non ti vergogni”? E poi perché  è stato denunciato? Se non voleva ferirmi non doveva fare niente di tutto questo. Lui e la sua famiglia sono delle persone malvagie. Punto. Chi ha fatto cattiverie sono soltanto loro. Hanno strappato la foto di Marco e poi dice «il mio amatissimo Marco»? Ma quando mai l’ha amato. Sono stanca di sentire queste cose. Se ha qualcosa da dire, la verità, deve andare dai giudici e dirla a loro. Potrebbe così liberarsi la coscienza, ammesso che l’abbia».
Ciontoli nell’intervista parla del clamore mediatico che ha creato questa vicenda e Marina replica: «Se si lamenta del fatto che c’è un processo mediatico non dipende da me.  Sarebbe bastato soccorrere tempestivamente mio figlio e salvarlo ed oggi non staremo a parlare di questo. Ma l’hanno lasciato morire. Ed ora vogliono fare le vittime? Le vittime di che? Anche Federico quando lo vedo in televisione non mi sembra poi tanto angosciato per la morte di Marco».  
Non ci sta mamma Marina anche quando Ciontoli dice di non essere «né un assassino, né un criminale, né un delinquente». «Ha un senso quello che lui dice? – si chiede mamma Marina – Lui padre di due figli dice di amare Marco come un figlio ma non ha fatto niente per salvarlo. Parliamoci chiaro, ad oggi per la giustizia italiana lui e i suoi familiari sono quattro assassini. Chi uccide una persona è un assassino. Per come la vedo io e per come mi hanno educato i miei genitori, anche chi uccide un cagnolino lo è». 
Mamma Marina interviene sul punto in cui Ciontoli dice che: «Sin dall’inizio abbiamo provato a parlare con loro, abbiamo provato in vari modi ad avvicinarci a loro, tant’è che Martina nei giorni successivi è andata fuori casa loro, implorandoli di darle la possibilità di poterli abbracciare, senza riuscirci. Hanno comprensibilmente chiuso tutte le porte. A quel punto, abbiamo capito che forse il silenzio era il modo migliore per rispettarli».
«Non è vero – replica  mamma Marina – che noi abbiamo messo una barriera con loro. Nell’immediatezza del fatto ero sconvolta per quanto successo. Era morto mio figlio in un modo così violento e drammatico e tante cose non riuscivo a capirle. Mi ero come sconnessa da tutto e dal mondo. Non si capiva poi quello che era successo. Ma non avevamo chiuso i ponti con nessuno. Martina ha continuato a dialogare con mio nipote Alessandro per giorni e fino a quando lo stesso non si è reso conto che continuava a riferirgli una serie di bugie, tanto che alla fine le ha detto di non disturbarlo più. La verità stava iniziando ad emergere. Martina ha tentato di mettersi in contatto anche con me. Ma in quei primi giorni stavo tanto male, chiusa nel mio dolore lancinante, che non volevo vedere nessuno e neanche lei. Volevo vivere il mio dolore da sola. Così mio nipote gli ha detto di andare a casa sua per parlare con lui. Ma lei ha rifiutato. “Da te non ci vengo” è stata la sua risposta. Se avessi voluto chiudere le porte da subito non avrei certo permesso che Martina stesse in chiesa per i funerali. Io e mio marito eravamo distrutti dal dolore e se veramente anche loro vivevano la nostra stessa situazione avrebbero cercato un contatto con noi e ci potevano essere tanti modi per incontrarci. Loro con me vogliono fare solo le vittime. Ad oggi dopo tutto quello che ho vissuto, dopo tutte le menzogne che ho sentito, perché del prima non posso sapere niente visto che in quella casa non c’ero ma del dopo so tutto. Dall’arrivo al Pit io so tutto. L’ho vissuto in prima persona. E già dall’inizio hanno mentito.  Però col tempo ci sarà giustizia per Marco, e ci sarà anche una giustizia divina dalla quale nessuno potrà mai sfuggire. Una mamma non si da mai per vinta perché vorrà sempre sapere la verità. E questo è stato il mio incubo fin dal primo momento. Loro oramai si sono costruiti la loro verità, preparata e studiata con i loro legali».
Infine, un ultimo commento di mamma Marina quando Ciontoli afferma «Marco per me e mia moglie era come un figlio ed era il ragazzo che mia figlia Martina amava, e che sempre ameremo. Marco manca tantissimo anche a noi. Ma questo Marina e Valerio lo sanno benissimo come sanno benissimo che noi li continueremo ad amare».  
«Andiamo a vedere se è vero che loro amavano Marco – dice mamma Marina con un filo di voce –  Va ricordato che mio figlio ha urlato e urlato  e i vicini hanno dichiarato di aver sentito urla disumane. Tutti loro erano consapevoli che era partito un colpo d’arma da fuoco e Maria Pezzillo, invece, che ha disdetto la prima chiamata al 118 non mi sembra poi che lo amava così tanto visto che lo ha lasciato morire.  Non dimentico certo quando arrivata al Pit, si avvicina a me e accendendosi una sigaretta mi ha detto che il marito, per quanto successo, avrebbe perso il posto di lavoro. Quindi questo grande amore per mio figlio non lo vedo. Secondo me sono persone anaffettive. Per quanto riguarda il capofamiglia l’abbiamo sentita tutti, non solo io, la chiamata al 118 quando, con una tranquillità e una lucidità unica, diceva “venite c’è un ragazzo che sta male e si è ferito con un pettine a punta”. Dove sta questo amore? Dove sta? L’amore è solo verso loro stessi che fino ad oggi hanno solo pensato esclusivamente a ‘’pararsi il culo’’, come dice Viola (fidanzata di Federico e presente anche lei in casa quella maledetta sera), l’uno con l’altro. Loro stanno male perché vivono male. Era una famiglia che viveva di immagine. Purtroppo con quello che è successo la loro immagine è crollata. Quindi stanno male solo per questo, non per mio figlio. Ogni volta che hanno parlato di Marco, anche nel corso del processo, hanno sempre detto la “cosa” , il “ragazzo” e raramente hanno pronunciato il suo nome. Questo per dire di che vogliamo parlare? Loro non hanno mai fatto niente per lui. Antonio Ciontoli non è una vittima. Alla prima occasione ti salta addosso. Cosa c’entrava aggredire mio nipote? Che voleva da lui?. O quando  sempre Antonio, mentre stava sul divanetto,  parlando al telefono con il fratello, come registrato dalle intercettazioni ambientali nella caserma di Civitavecchia poche ore dopo il fatto, paragonavano la morte di mio figlio al furto di una Ferrari. O Federico quando diceva “ne abbiamo passate tante e passeremo pure questa”, cioè, come se è morto il gattino dentro casa. Di quale amore stiamo parlando?» conclude Marina.

 

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''Buoni'' assassini cattura il pubblico

CIVITAVECCHIA – Successo per il secondo appuntamento con la cronaca nera al Ghetto. Massimiliano Grasso e Gino Saladini hanno intervistato il giornalista Emilio Orlando, autore del libro ‘‘Buoni’’ assassini a piazza Fratti. Un’opera – inchiesta sull’uccisione di Luca Varani, torturato e seviziato da Marco Prato e Manuel Foffo. Un caso di cronaca di una brutalità inaudita, probabilmente uno degli omicidi più cruenti degli ultimi vent’anni. «La narrazione – ha spiegato Orlando – è legata anche al contesto sociale, non solo la cronaca. Tutto questo ci dà un quadro più completo sul contesto in cui è maturato il delitto». Padri e madri assenti in una Roma che è cambiata.

«Sulle macerie di una Roma felliniana – ha detto Orlando – si poggiano realtà degradate e degradanti. Tempo fa scrissi un saggio ‘‘Dove abita l’assassino’’ e dissi che non sempre l’assassino abita un piano sotto alla vittima, anzi molto spesso abita sopra». Da qua il ‘‘Buoni’’ assassini. Due famiglie della Roma bene, genitori lontani e figli sconosciuti. Una vittima di un altro contesto sociale legata a Foffo e Prato da un comune denominatore: la droga. Grasso e Saladini hanno saputo stimolare pubblico e intervistato, che ha rivelato molti dettagli sulla sua opera.

«Partendo dalla storia di Foffo e Prato – ha commentato Grasso – sono emersi interrogativi inquietanti per ognuno di noi: quanto conosciamo i nostri figli? E noi stessi? Basta l’uso smodato di cocaina a spiegare tanta cattiveria? O la droga ha fatto emergere senza più freni la zona buia che ciascuno porta rinchiusa dentro di sé? Tante domande e partecipazione anche dal folto pubblico che con Gino e l’associazione Ventuno voglio ringraziare dando appuntamento a settembre per una nuova serata d’autore». Insomma, dopo Il Canaro della Magliana anche  ‘‘Buoni’’ assassini fa centro e conquista il pubblico del Ghetto.

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Il Ghetto si tinge ancora di ‘‘nera’’

CIVITAVECCHIA – La cronaca nera torna a piazza Fratti grazie all’Associazione 21. Questa sera, a partire dalle 21,30, Gino Saladini e Massimiliano Grasso intervisteranno Emilio Orlando, cronista di “nera” e autore di “‘‘Buoni’’ assassini – Genesi di un delitto” . Si tratta del primo libro – inchiesta sull’uccisione di Luca Varani, torturato e seviziato da Marco Prato e Manuel Foffo, soltanto «per vedere che effetto che fa». Orlando nel suo libro cerca di raccontare uno degli omicidi più efferati degli ultimi venti anni, senza tralasciare gli elementi raccapriccianti emersi durante le indagini. I piani narrativi su cui si muove l’opera sono essenzialmente due. Nel primo viene usato un linguaggio letterario, fitto di riferimenti e citazioni cinematografiche e socioantropologiche. L’altro è quello giornalistico, con termini tipici della “nera” e della “giudiziaria”.

Nel libro sono presenti anche alcuni atti dell’inchiesta che riveleranno particolari inediti. Orlando è un giornalista di cronaca nera e giudiziaria per “la Repubblica” e ha seguito i maggiori casi di nera accaduti negli anni a Roma ed in provincia. Nel libro si continua ancora a scavare nel passato dei tre e nei momenti di sballo di entrambi gli assassini – rei confessi – per cercare di decriptare un enigma: in modo assolutamente inusuale e inedito, senza cedere allo ‘spettacolo della crudeltà. La partecipazione all’evento è libera e l’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale Ventuno. Si tratta del secondo appuntamento organizzato al Ghetto con la coppia di intervistatori Grasso – Saladini.

Il mese scorso era stata la volta del libro ‘‘Il Canaro della Magliana’’ di Massimo Lugli e Antonio Del Greco. Una ‘‘chiacchierata’’ con due grandi protagonisti della ‘‘nera’’ di Roma che è stata in grado di stregare il pubblico, catapultando piazza Fratti nelle atmosfere noir della Roma criminale di fine anni ‘80. Insomma, un successo come dimostrato anche dall’interesse del pubblico che ha partecipato all’intervista con domande e richieste di maggiori dettagli. Ma gli appuntamenti con la cultura al Ghetto non si fermano qui, infatti dopo la pausa estiva si torna in piazza con i grandi autori.

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Pirgo: stagione 2018 senza stabilimento

CIVITAVECCHIA – Chissà come commenterà ora l’assessore Vincenzo D’Antò la notizia relativa alla morte del Pirgo? Il grillino spiritoso, quello convinto di poter colmare le lacune legate alla propria incapacità amministrativa con l’ironia partenopea o con la battuta fuori luogo, oggi deve prendere atto di una sola cosa: la stagione estiva 2018 per quanto riguarda la spiaggia del Pirgo non inizierà mai. 
E questo nonostante i tardivi tentativi dell’amministrazione comunale di correre ai ripari, promettendo chissà cosa per avere bagnini e pulizia della spiaggia praticamente gratis. 
Già l’iter amministrativo (anomalia tutta civitavecchiese che coincide con l’arrivo al Pincio del Movimento 5 Stelle) è partito ancora una volta con colpevole ritardo, poi il salvataggio in extremis con l’individuazione dei soggetti a cui poter affidare le spiagge risalente a otto giorni fa. Ora la triste notizia: la paesaggistica è scaduta e le strutture al Pirgo non potranno essere montate. Così Mario Benedetti, il gestore dell’area, ha caricato l’attrezzatura su un camion e l’ha portata indietro, scontrandosi anche con il rammarico dei frequentatori abituali di una spiaggia che per anni, tra alti e bassi, ha rappresentato il biglietto da visita della città e che oggi è diventata una fogna a cielo aperto. Se l’amministrazione si fosse mossa prima, probabilmente il problema del rinnovo della paesaggistica sarebbe stato superato con una nuova domanda e la relativa attesa di risposta. Ma presentare una richiesta il 16 luglio significherebbe nella migliore delle ipotesi aprire lo stabilimento dopo Ferragosto. Chissà se almeno questa volta l’assessore D’Antò avrà l’umiltà di chiedere scusa senza aggiungere le solite giustificazioni senza senso alle quali sempre meno persone credono? 
Il Pirgo è morto e gli assassini hanno nome e cognome.

 

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«Cristallizzate quelle verità che gli imputati hanno sempre negato»

CERVETERI – Ecco il commento dell’avvocato Celestino Gnazi, legale di mamma Marina, alla sentenza della Corte di Assise, che «contrariamente a quanto affermato dai difensori degli imputati – scrive Gnazi – ha cristallizzato in modo evidente quelle verità che le parti civili da sempre avevano fortemente sostenuto e che gli imputati avevano sempre negato contro l’evidenza, contro la ragionevolezza e contro la decenza. Quello che si deve dire, dunque, è che la Corte ha spazzato via le menzogne profuse, oltre che da Antonio Ciontoli, da tutti i suoi familiari”. “E – continua Gnazi -poiché le “chiacchiere” ci sono sempre piaciute poco, questi sono i fatti (processualmente accertati, ovviamente) affermati dalla Corte: 1- A nessuno dei familiari di Ciontoli Antonio “poteva realmente sfuggire che un colpo di pistola era stato esploso” (p. 29 della Sentenza): ricordate quando gli imputati negavano, contro l’evidenza, di essersi accorti che era stato esploso un colpo di pistola? 2- La “ferita sanguinante era presente ed era stata necessariamente vista dagli imputati” (p. 29): ricordate quando gli imputati negavano, contro la ragionevolezza, di non aver visto sangue? 3- Il povero Marco Vannini “urlava e non erano lamenti ad alta voce… si trattava di vere e proprie grida” pp. 29-30): ricordate quando gli imputati negavano, contro la decenza, di non aver udito grida e che curavano Marco con acqua e zucchero? Affermazioni assolutamente indecorose e rese in un contesto che invece, come afferma la Corte, “le oggettive condizioni del ferito erano tali da dover destare la massima preoccupazione”. 4- Il povero Marco – come dice la Corte necessariamente uniformandosi ai Periti- poteva essere agevolmente salvato se soccorso tempestivamente. Vi ricordate quando sostenevano che Marco aveva possibilità minime di sopravvivenza e solo se operato entro mezz’ora dal ferimento? Questi sono i dati essenziali, che hanno indotto la Corte ad affermare che la morte di Marco è ascrivibile alla responsabilità di quattro assassini. Tuttavia, questa è solo la prima tappa di una battaglia che, seppur difficilissima, ha consentito di far emergere gran parte – ma solo parte – della verità. Le parti civili, infatti, non possono accettare che la Corte, ancorché abbia evidenziato le gravissime responsabilità anche dei familiari di Antonio Ciontoli, abbiano, per loro, escluso – contraddittoriamente e con il travisamento di alcune circostanze – il dolo.  Ma questa è materia di appello ed abbiamo la ferma convinzione che la Procura di Civitavecchia lo proponga anche per non lasciare incompiuto l’egregio lavoro della dr.ssa Alessandra D’amore, che ebbe ad iniziare un percorso difficile ma che le evidenze dibattimentali hanno indubbiamente premiato. Deve anche essere ricordato, d’altra parte, che nella Sentenza della Corte vi è anche un’autentica lezione di diritto in una difficile materia come il dolo eventuale, in perfetta aderenza, peraltro, a quanto sostenuto sia dall’accusa che dalle parti civili.
Certo, vi sono anche aspetti della Sentenza che appaiono poco o per nulla convincenti: si pensi alla inconcepibile decisione di concedere le attenuanti generiche, con motivazioni prive di ogni pregio sostanziale e giuridico e frutto esclusivo di un malinteso e dannoso pietismo. Inconcepibile sol che si pensi che il povero Marco è stato lasciato agonizzare tra sofferenze atroci, anche nella palese consapevolezza della assoluta gravità delle sue condizioni. Una circostanza che, essa sola, avrebbe dovuto indurre la Corte, al contrario, ad applicare l’aggravante, in ipotesi di omicidio colposo, della previsione dell’evento. Frutto di un palese e grossolano equivoco il credito dato a Martina Ciontoli quando, dopo aver confessato, nelle intercettazioni, di essere stata presente al momento della sparo, si giustificava di avere appreso tali circostanze dal padre. Ebbene, la Corte, nel dare credito ai presunti racconti del padre, li colloca “nei giorni successivi” (p.10) quando la confessione intercettata di Martina risale a poche ore dopo il fatto! Incredibile, ma è così. Ripetiamo, in ogni caso, che questi e numerosi altri aspetti saranno, si ritiene, oggetto di appello da parte della Procura.
Un’ultima osservazione sulla posizione di Viola Giorgini: il suo comportamento, riteniamo, non si è affatto differenziato da quello degli altri familiari, come è pacificamente emerso in dibattimento e come, per questo, la Corte avrebbe dovuto dichiarare, diversamente qualificando la contestazione di mera omissione di soccorso. Ricordiamo a noi stessi, tuttavia, che la Corte ha assolto da quell’accusa la Giorgini dubitando (a nostro avviso, del tutto erroneamente) sulla sussistenza del dolo, ma ne ha chiaramente affermato la illegittimità della condotta, sicché, fermo restando – si ritiene – l’appello della Procura anche nei suoi confronti, rimane ferma la sua responsabilità sotto l’aspetto civilistico per non aver posto in essere le doverose condotte atte a soccorrere Marco. Tenuto conto delle motivazioni, sostanzialmente di carattere economico, che hanno caratterizzato i comportamenti degli imputati, le parti civili certamente non desisteranno dal pretendere l’affermazione della responsabilità di tutti i protagonisti in ogni sede. Ed anche questa sarà per tutti – Viola Giorgini compresa – una punizione per essi assai dolorosa.    
Sono necessarie, da ultimo, alcune osservazioni di altra natura. Molti hanno ritenuto che le pene inflitte siano eccessivamente miti. Sono d’accordo, ma solo parzialmente e nei limiti in cui si è sommariamente detto sopra.  Non sarò molto simpatico, ma sono costretto a ricordare che, all’inizio, la percezione di questa vicenda era caratterizzata, sotto il profilo della responsabilità penale, da ipotesi di omicidio colposo commesso da Antonio Ciontoli per aver sparato e di omissione di soccorso per gli altri. Reati puniti con pene che in talune situazioni (e questa, in particolare) si rivelano indubbiamente risibili. Ebbene (in disparte l’egregio, più importante e certamente più “discreto” lavoro della Procura) io ricordo di essermi immediatamente esposto affermando la fondatezza della ipotesi di omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale, collegato ai comportamenti dei presenti successivo alla sparo. Ciò molto prima delle conferme dibattimentali. Ma non trovai nessuno (soprattutto tra i cosiddetti “soloni”) a condividere questa ipotesi. Ricordo, invece, che gli atteggiamenti di sufficienza (anche se progressivamente scomparsi) erano largamente predominanti. E’ una ipotesi, come noto, ampiamente condivisa dalla Corte. E questo è il dato più importante. Così riepilogati i fatti storici, non posso condividere le critiche esacerbate e generalizzate nei confronti della Sentenza della Corte soprattutto quando si danno per scontate situazioni niente affatto scontate, quasi offendendo chi ha contribuito, in modo lungimirante e faticoso, alla loro realizzazione. Sono doverose maggiori umiltà, serietà e soprattutto la capacità di distinguere. Occorre, infatti, distinguere la individuazione delle responsabilità penali ed il loro trattamento sanzionatorio. Sono due cose diverse e solo per la prima è stato determinante il lavoro delle parti civili e, prima ancora, della Procura. E, con il loro lavoro, sono stati individuati – in primo grado e ferma la presunzione di innocenza – degli assassini. Questo è il dato. Sul trattamento sanzionatorio (sulle pene) esistono, non da oggi, le leggi da applicare. Sono le nostre leggi, sono quelle che fissano il minimo ed il massimo delle pene. E’ ovvio che comprendo e giustifico Marina e gli altri familiari di Marco, quando rilevano la eccessiva mitezza delle pene irrogate. A fronte di un episodio come questo, tanto singolare quanto tragico, come si può dar loro torto?  Ma se si vuole usare questa sentenza per sostenere, in modo generico e qualunquistico, che l’Italia è il paese di bengodi per i delinquenti, non mi sta bene. Capisco che può essere un tema di discussione, non lo nego. Ma chi protesta in modo esacerbato, per essere più credibile, comprenda ed apprezzi il lavoro di chi ha contribuito in modo determinante ad individuare i delinquenti ed all’affermazione della loro responsabilità».

 

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Inizia oggi la marcia di solidarietà di Signorini

di GIULIANA OLZAI 

CERVETERI – Inizia stamane alle 9 la marcia di solidarietà da Pontedera di Alessandro Signorini in direzione Cerveteri  per chiedere giustizia per Marco Vannini. Alessandro, 53 anni, percorrerà circa 300 km a piedi per arrivare dopo otto lunghissimi e durissimi giorni  alla fiaccolata #noninmionome che si terrà nella città Etrusca il 17 maggio alle 21. Uno zaino, poche cose dentro, lo stretto necessario, qualche maglietta e biancheria intima per il cambio, e rimanere il più leggero possibile. Un cambio d’abito per quando arriverà a Cerveteri. 
Alessandro nel suo tragitto che attraverserà tanti comuni del centro Italia conta sulla solidarietà e il supporto della gente per raggiungere la meta. 
Nutre la speranza che qualcuno si unisca a lui e fargli compagnia per qualche kilometro; o che qualcuno gli dia una mano magari portandogli una bottiglia d’acqua fresca, un piccolo pasto o offrendogli un posto per dormire. Questo dipenderà dalla sensibilità delle persone. Nella sua lunga camminata farà una pausa nelle ore più calde della giornata per riprendere fiato e recuperare le forze. Alessandro ha una grande motivazione che lo sosterrà durante il tragitto. Anche lui ha subito una gravissima perdita. 
Il nipote Emiliano Giovannini, figlio di una sua sorella,  nell’ottobre del ‘93, che aveva compiuto i diciotto anni da otto mesi, fu ucciso per una banale discussione. Il giovane, in sella ad un motorino con un amico,  dopo essere stato rincorso con l’auto dal suo aguzzino,  è stato freddato con tre colpi di pistola. E tutto per un semplice un sorpasso. L’assassino è stato condannato in primo grado a 14 anni, pena portata a 27 anni in appello. La sentenza però è stata annullata dalla Cassazione per un vizio di forma. Alla fine dopo una infinita  vicenda giudiziaria protrattasi per anni l’imputato è stato condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione ma col beneficio dell’indulto ne ha scontati solamente 11.  Una pena irrisoria per una vita così giovane spezzata senza alcun motivo che indignò e lasciò sgomenti  i familiari di Emiliano. 
«Da quando ho saputo della sentenza di primo grado per Marco Vannini – dice Alessandro Signorini – sto vivendo un incubo. Sto rivivendo tutto quello che ho vissuto 25 anni fa. E’ riesplosa tutta la rabbia e il senso di impotenza vissuto perché è inaccettabile che la vita di un ragazzo possa valere 14 anni di reclusione. Ma soprattutto questo senso di ingiustizia, ingiustizia totale. Noi familiari viviamo l’ergastolo. Io in questi giorni sto rivivendo lo stesso dolore, preciso e identico di 25 anni fa. Il dolore non passa. Non si affievolisce mai. Lo puoi elaborare quanto ti pare ma non cambia mai. Quello che cambia è la tua capacità di sopportarlo. Ad un certo punto ti abitui a portarti dietro questo masso sulla schiena. Ma basta una semplice notizia in televisione, una parola detta male al bar per ricordarti che ti hanno sparato un nipote. E la condanna peggiore per tutti noi.  I nostri morti non torneranno più ma i loro assassini devono stare in galera. Noi eravamo tranquilli perché c’era un omicida reo confesso,  un capo d’accusa inattaccabile, omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi e mai avevamo pensato che sarebbe stata inflitta una pena così lieve. Ma che attenuanti devi concedere ad uno che ha commesso un omicidio volontario?»  
«Quando si vive una tragedia di questo tipo – spiega Alessandro – ognuno ha un suo modo di elaborare il lutto e ci sono state conseguenze anche drammatiche nella mia famiglia.  C’è poi un dettaglio anche sconcertante in questa vicenda: Marco ed Emiliano erano entrambi giovanissimi. L’unico modo per avere giustizia è quello di tenere i riflettori sempre accesi. Diventa doloroso ogni volta tornare in tribunale, risentire le stesse cose. Riaprire quella ferita diventa veramente faticoso. E alla fine sei costretto ad arrenderti. Ho una grande motivazione dentro e sono intenzionato a portare avanti fino in cassazione questa battaglia al fianco dei genitori di Marco.  Se è necessario mi incatenerò davanti al tribunale» conclude determinato Alessandro.   
Ecco le frazioni, paesi e le città che attraverserà  Alessandro nella sua marcia verso Cerveteri:
9 maggio: Pontedera – Ponsacco – Forcoli – Baccanella – Peccioli – Montefoscoli – Toiano – Legoli – Sughera – Castelfalfi – San Vivaldo – Marrado – Iano – Pancole – San Gimignano.
10 maggio: San Gimignano – Monteoliveto – Montauto – Bibbiano – Borgatello – Maltraverso – Colle di Val D’Elsa – Staggia – Castellina Scalo – Abbadia Isola – Monteriggioni – Campo di Fiori – Badesse – Uopini – Siena.
11 maggio 2018: Siena – Monteroni d’Arbia – Lucignano D’arbia – Murlo – Ponte D’arbia – Torrenieri – Montalcino – San Quirico d’Orcia – Bagno Vignoni – Ripa D’orcia – Rocca D’orcia – Castiglione D’orcia – Gallina – Campiglia D’orcia – Bagni San Filippo – Radiocofani.
12 maggio 2018: Radiocofani- Ponte A Rigo – Centeno – Acquapendente – San Lorenzo Nuovo – Bolsena.
13 maggio: Bolsena – Montefiascone – Zepponami – Taveria – Viterbo.
14 maggio: Viterbo – Buon Respiro – Le Farine – Ponte di Cetti – Pian di San Martino – Madonna del Ponte – Monte Romano.
15 maggio: Monte Romani – Casale Santa Maria – Fontana Matta – Pantano – Sant’Agostino – Bagni di Sant’Agostino – Scaglia – Civitavecchia.
16 maggio: Civitavecchia – Santa Marinella – Santa Severa – Furbara – Marina di Cerveteri – Cerveteri

 

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Inizia oggi la marcia di solidarietà di Signorini

di GIULIANA OLZAI 

CERVETERI – Inizia stamane alle 9 la marcia di solidarietà da Pontedera di Alessandro Signorini in direzione Cerveteri  per chiedere giustizia per Marco Vannini. Alessandro, 53 anni, percorrerà circa 300 km a piedi per arrivare dopo otto lunghissimi e durissimi giorni  alla fiaccolata #noninmionome che si terrà nella città Etrusca il 17 maggio alle 21. Uno zaino, poche cose dentro, lo stretto necessario, qualche maglietta e biancheria intima per il cambio, e rimanere il più leggero possibile. Un cambio d’abito per quando arriverà a Cerveteri. 
Alessandro nel suo tragitto che attraverserà tanti comuni del centro Italia conta sulla solidarietà e il supporto della gente per raggiungere la meta. 
Nutre la speranza che qualcuno si unisca a lui e fargli compagnia per qualche kilometro; o che qualcuno gli dia una mano magari portandogli una bottiglia d’acqua fresca, un piccolo pasto o offrendogli un posto per dormire. Questo dipenderà dalla sensibilità delle persone. Nella sua lunga camminata farà una pausa nelle ore più calde della giornata per riprendere fiato e recuperare le forze. Alessandro ha una grande motivazione che lo sosterrà durante il tragitto. Anche lui ha subito una gravissima perdita. 
Il nipote Emiliano Giovannini, figlio di una sua sorella,  nell’ottobre del ‘93, che aveva compiuto i diciotto anni da otto mesi, fu ucciso per una banale discussione. Il giovane, in sella ad un motorino con un amico,  dopo essere stato rincorso con l’auto dal suo aguzzino,  è stato freddato con tre colpi di pistola. E tutto per un semplice un sorpasso. L’assassino è stato condannato in primo grado a 14 anni, pena portata a 27 anni in appello. La sentenza però è stata annullata dalla Cassazione per un vizio di forma. Alla fine dopo una infinita  vicenda giudiziaria protrattasi per anni l’imputato è stato condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione ma col beneficio dell’indulto ne ha scontati solamente 11.  Una pena irrisoria per una vita così giovane spezzata senza alcun motivo che indignò e lasciò sgomenti  i familiari di Emiliano. 
«Da quando ho saputo della sentenza di primo grado per Marco Vannini – dice Alessandro Signorini – sto vivendo un incubo. Sto rivivendo tutto quello che ho vissuto 25 anni fa. E’ riesplosa tutta la rabbia e il senso di impotenza vissuto perché è inaccettabile che la vita di un ragazzo possa valere 14 anni di reclusione. Ma soprattutto questo senso di ingiustizia, ingiustizia totale. Noi familiari viviamo l’ergastolo. Io in questi giorni sto rivivendo lo stesso dolore, preciso e identico di 25 anni fa. Il dolore non passa. Non si affievolisce mai. Lo puoi elaborare quanto ti pare ma non cambia mai. Quello che cambia è la tua capacità di sopportarlo. Ad un certo punto ti abitui a portarti dietro questo masso sulla schiena. Ma basta una semplice notizia in televisione, una parola detta male al bar per ricordarti che ti hanno sparato un nipote. E la condanna peggiore per tutti noi.  I nostri morti non torneranno più ma i loro assassini devono stare in galera. Noi eravamo tranquilli perché c’era un omicida reo confesso,  un capo d’accusa inattaccabile, omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi e mai avevamo pensato che sarebbe stata inflitta una pena così lieve. Ma che attenuanti devi concedere ad uno che ha commesso un omicidio volontario?»  
«Quando si vive una tragedia di questo tipo – spiega Alessandro – ognuno ha un suo modo di elaborare il lutto e ci sono state conseguenze anche drammatiche nella mia famiglia.  C’è poi un dettaglio anche sconcertante in questa vicenda: Marco ed Emiliano erano entrambi giovanissimi. L’unico modo per avere giustizia è quello di tenere i riflettori sempre accesi. Diventa doloroso ogni volta tornare in tribunale, risentire le stesse cose. Riaprire quella ferita diventa veramente faticoso. E alla fine sei costretto ad arrenderti. Ho una grande motivazione dentro e sono intenzionato a portare avanti fino in cassazione questa battaglia al fianco dei genitori di Marco.  Se è necessario mi incatenerò davanti al tribunale» conclude determinato Alessandro.   
Ecco le frazioni, paesi e le città che attraverserà  Alessandro nella sua marcia verso Cerveteri:
9 maggio: Pontedera – Ponsacco – Forcoli – Baccanella – Peccioli – Montefoscoli – Toiano – Legoli – Sughera – Castelfalfi – San Vivaldo – Marrado – Iano – Pancole – San Gimignano.
10 maggio: San Gimignano – Monteoliveto – Montauto – Bibbiano – Borgatello – Maltraverso – Colle di Val D’Elsa – Staggia – Castellina Scalo – Abbadia Isola – Monteriggioni – Campo di Fiori – Badesse – Uopini – Siena.
11 maggio 2018: Siena – Monteroni d’Arbia – Lucignano D’arbia – Murlo – Ponte D’arbia – Torrenieri – Montalcino – San Quirico d’Orcia – Bagno Vignoni – Ripa D’orcia – Rocca D’orcia – Castiglione D’orcia – Gallina – Campiglia D’orcia – Bagni San Filippo – Radiocofani.
12 maggio 2018: Radiocofani- Ponte A Rigo – Centeno – Acquapendente – San Lorenzo Nuovo – Bolsena.
13 maggio: Bolsena – Montefiascone – Zepponami – Taveria – Viterbo.
14 maggio: Viterbo – Buon Respiro – Le Farine – Ponte di Cetti – Pian di San Martino – Madonna del Ponte – Monte Romano.
15 maggio: Monte Romani – Casale Santa Maria – Fontana Matta – Pantano – Sant’Agostino – Bagni di Sant’Agostino – Scaglia – Civitavecchia.
16 maggio: Civitavecchia – Santa Marinella – Santa Severa – Furbara – Marina di Cerveteri – Cerveteri

 

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Vannini, pronto il ricorso in appello

LADISPOLI – “Ricorreremo in Appello”. Poche ma significative parole quelle pronunciate da Andrea Miroli, legale dei Ciontoli, all’indomani della sentenza sul caso Vannini. Il tribunale di Roma ha condannato in primo grado a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale Antonio Ciontoli, a 3 la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina assolvendo invece Viola Giorgini accusata di omissione di soccorso. “Chiederemo omicidio colposo per Antonio Ciontoli mente l’assoluzione per il resto dei familiari”, ha poi specificato Miroli. Nessun commento però sulla sentenza emessa dalla Corte di Assise di Roma anche se sia lo stesso Andrea Miroli che Pietro Messina hanno mostrato soddisfazione per l’assoluzione di Viola e la pena di 3 anni inflitta alla signora Pezzillo e ai figli Martina e Federico (il pm aveva chiesto 14 anni). Gli avvocati dei Ciontoli hanno sempre espresso delle perplessità su tutte le prove che udienza dopo udienza si sono sviluppate. “Nessuno ha mai preso in considerazione l’evento morte – aveva detto in precedenza Andrea Miroli – nessuno si poteva rendere conto della gravità delle lesioni, perché nessuno ha visto le lesioni interne del ragazzo. E’ questo per noi il nodo focale del processo”. 
Interviene anche l’avvocato dei Vannini: “Questa vicenda – sostiene Celestino Gnazi – ha sempre viaggiato su due binari destinati a non incontrarsi: quello tecnico e quello morale ed emotivo. Sotto il primo aspetto, dobbiamo ricordare che la Corte di Assise ha sentenziato che la vita di Marco Vannini è stata spazzata via da quattro assassini, uno dei quali avrebbe agito con dolo e tre con colpa. E’ stata una battaglia durissima, per nulla scontata. Ma non è questo il giorno delle osservazioni tecniche e ci torneremo quando saranno pubbliche le motivazioni. Oggi è il giorno della vicinanza e dell’affetto per i genitori di Marco, gli unici condannati all’ergastolo. La loro violenta reazione alla sentenza è comprensibile. Ciò che è davvero poco comprensibile è la mitezza delle pene inflitte ai condannati e, ripeto, è comprensibile la profonda delusione dei genitori nei confronti di una Corte che non ha saputo rendere la meritata giustizia ad essi ed al loro splendido ragazzo assassinato.  La nostra battaglia, naturalmente non finisce e saremo presenti in tutti i gradi di giudizio ad invocare e pretendere la giustizia che  Marco Vannini merita. Valuteremo ogni altra iniziativa. Voglio nuovamente ringraziare la Procura di Civitavecchia. Il percorso seguito dal PM Alessandra D’amore non era facile, ma lo ha fatto e la sostanza dell’impianto accusatoria è stata riconosciuta nella sua validità. Ora attendiamo le motivazioni della sentenza, ma le chiediamo sin da ora di impugnare la sentenza di primo grado e confidiamo che lo farà”.

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Usa, Gran Bretagna e Francia: missili sulla Siria

Dopo le minacce, Donald Trump passa ai fatti. A una settimana esatta dagli attacchi con gas chimici a Douma, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver ordinato un raid contro il regime siriano condotto assieme a Francia e Gran Bretagna. "Poco fa ho ordinato alle forze armate statunitensi di lanciare attacchi in Siria" ha detto Trump alle 21 ora americana, le 3 in Italia. Il presidente americano ha annunciato "attacchi di precisioni" contro obiettivi in Siria collegati al programma di armi chimiche. In Italia, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è stato costantemente informato durante la notte degli sviluppi degli attacchi, mantenendosi in contatto con i ministri Esteri e Difesa e con i vertici militari.

GLI OBIETTIVI – Tre gli obiettivi colpiti nella notte e indicati dal capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Joseph Dunford, durante un un briefing al Pentagono: un centro di ricerca a Damasco, un deposito di armi chimiche a ovest di Homs, un altro deposito e un centro di comando sempre nei pressi di Homs. "Questa volta, noi e i nostri alleati abbiamo colpito più duramente – ha affermato il segretario alla Difesa James Mattis, ricordando l'attacco dell'anno scorso alla base aerea siriana di Shayrat -. Evidentemente il regime di Assad non aveva colto il messaggio". Stavolta, ha proseguito Mattis, "abbiamo mandato un messaggio chiaro ad Assad ed ai suoi luogotenenti assassini". Il responsabile del Pentagono ha poi voluto sottolineare che "questi raid sono diretti contro il regime siriano: nel condurlo abbiamo fatto di tutto per evitare vittime civili e straniere".

"OLTRE 100 MISSILI" – Il ministero della Difesa russo, citato dalla Tass, ha reso noto che contro gli obiettivi siriani sono stati lanciati oltre 100 missili. "Il sistema di difesa aerea siriana è stato attivato, una parte considerevole dei missili cruise e aria-terra è stata abbattuta prima di raggiungere gli obiettivi". Tuttavia, nessuno dei missili lanciati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna è entrato nella zona della difesa area russa dispiegata a Tartus e Hmeymim. La Russia, ha precisato il ministro della difesa russo, "non ha dovuto usare le sue difese per rispondere all'attacco" in Siria.

IL DISCORSO DI TRUMP – Nel suo discorso in tv, Trump ha parlato di una decisione presa in seguito all'attacco "spregevole e malvagio" a Douma e attribuito al regime siriano. "Non è stata l'azione di un uomo – ha sottolineato – ma il crimine di un mostro". "L'obiettivo di questa azione – ha sottolineato Trump, ricordando che "il massacro" di una settimana fa ha rappresentato "un'escalation significativa" nell'utilizzo di armi chimiche da parte "di un regime veramente terribile" – è di creare un forte deterrente contro la produzione, la diffusione e l'uso di armi chimiche".

Quindi si è rivolto direttamente a Russia e Iran, alleati del regime di Damasco, "maggiormente responsabili per il sostegno ed il finanziamento del regime criminale di Assad". A loro, "chiedo: quale tipo di nazione vuole essere associata all'uccisione di massa di uomini, donne e bambini innocenti? Le nazioni del mondo possono essere giudicate dagli amici che hanno. Nessun Paese può nel lungo periodo avere successo, promuovendo stati canaglia, tiranni brutali e dittatori assassini". Poi, indirizzandosi a Mosca Trump ha sottolineato: "la Russia deve decidere se continuare lungo questo sentiero buio".

"SUPERATA LA LINEA ROSSA" – Alle parole di Trump hanno fatto seguito quelle del presidente francese, Emmanuel Macron. Con l'attacco del 7 aprile scorso a Douma, ha rimarcato Macron, "la linea rossa fissata dalla Francia a maggio del 2017 è stata superata". Per questo, ha detto "ho ordinato alle Forze armate francesi di intervenire. In una nota diffusa nella notte, il presidente francese ha fatto sapere che "non si può tollerare la banalizzazione dell'impiego di armi chimiche, un pericolo immediato per il popolo siriano e per la nostra sicurezza collettiva".

Sulla stessa lunghezza d'onda la premier britannica Theresa May. "Non c'erano alternative praticabili all'uso della forza per degradare e dissuadere dal ricorso alle armi chimiche il regime siriano" ha detto May, giustificando la partecipazione ai raid. "Non stiamo intervenendo nella guerra civile, non si tratta del cambio di regime" ha precisato la premier inglese, che ha descritto i raid come "un attacco limitato e mirato". L'azione, ha aggiunto, "manderà un segnale chiaro a chiunque creda di poter usare le armi chimiche impunemente: non possiamo permettere che l'uso di armi chimiche sia normalizzato, in Siria, nelle strade del Regno Unito o dovunque nel mondo".

MOSCA E IRAN MINACCIANO CONSEGUENZE – Immediata la replica del Cremlino. Il presidente Putin ha parlato di "un atto di aggressione contro una nazione sovrana", mentre l'ambasciatore russo negli Stati Uniti Anatoly Anatov ha annunciato che l'attacco non resterà senza "conseguenze". "Insultare il presidente della Russia – ha rimarcato – è inaccettabile e inammissibile". "Tutta la responsabilità sta a Washington, Londra e Parigi – ha detto in una nota – Gli Stati Uniti, Paese che ha il più grande arsenale di armi chimiche, non ha il diritto morale di accusare altri Paesi".

Anche l'Iran ha avvertito che dopo i raid, che condanna "fortemente", ci saranno "conseguenze regionali". Secondo quanto si legge sul canale Telegram del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, "gli Stati Uniti e i loro alleati, senza alcuna prova e prima anche di una presa di posizione dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), hanno condotto questa operazione militare contro la Siria e sono responsabili delle conseguenze regionali di questa azione avventurista".

LA REAZIONE DI DAMASCO – Le Forze armate siriane hanno confermato che sono stati colpiti obiettivi del regime. In un comunicato letto in tv da un generale dell'esercito delle Forze armate siriane si riferisce che il raid sul centro di ricerca di Barzeh, a nordest di Damasco, ha provocato danni materiali e che la difesa siriana è riuscita ad abbattere molti missili dopo aver risposto all'attacco con "grande efficienza". L'esercito ha inoltre confermato che alcuni missili hanno mancato l'obiettivo, finendo su una base militare nei pressi di Homs e ferendo tre civili.

Damasco ha condannato "nei termini più forti l'aggressione" di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro il territorio siriano. "La Repubblica araba siriana – afferma una fonte del ministero degli Esteri, citata dall'agenzia di stampa Sana – condanna nei termini più forti la brutale aggressione americana, francese e britannica contro la Siria, che rappresenta una palese violazione del diritto internazionale". (ADNkronos)

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