Omicidio Nica: oggi attesa la sentenza per Stefano Risi

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – Oggi davanti al gup del Tribunale di Civitavecchia Giuseppe Coniglio per Stefano Risi,  che ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, che permette lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna, si prevede la discussione e a seguire la  sentenza per la morte di Daniele Nica. Il giovane cerveterano, 31enne all’epoca dei fatti,  è stato accusato di omicidio stradale per aver investito con la sua Mercedes classe B di colore nero causandone il decesso in conseguenza delle gravi lesioni riportate, il 16enne ladispolano Daniele Nica. Il tragico incidente è avvenuto sulla Statale Aurelia, nei pressi del noto locale Pinar, nella notte tra venerdì 8 e sabato 9 luglio del 2016.  Udienza preliminare, invece, per l’altro imputato di omicidio stradale il 23enne di Ladispoli, Adam Galluccio, che conduceva  la Fiat Panda di colore rosso lasciata in sosta sull’Aurelia dalla quale era sceso Daniele, che ha chiesto di essere giudicato con il rito ordinario. Oggi, il gup, dovrà decidere su un eventuale rinvio a giudizio.  
Come noto, ad entrambi gli imputati la Procura ha riconosciuto la colpa consistita in «negligenza, imprudenza e imperizia, nonché nell’inosservanza delle norme di circolazione stradale» per la morte del giovane. In particolare, secondo l’accusa, Risi non avrebbe «regolato la velocità del veicolo con riguardo alle caratteristiche dello stesso e della strada, scarsamente illuminata e notoriamente frequentata, in quel tratto, per via della presenza nella vicinanze di un noto locale pubblico, e per non aver mantenuto un’andatura che consentisse di compiere tutte le manovre necessarie per evitare pericoli per la sicurezza delle persone», di quì l’investimento di Daniele e il decesso in conseguenza delle gravi lesioni riportate; mentre Galluccio, sempre secondo l’accusa, «per aver  oltrepassato le strisce longitudinali continue e aver sostato sulla banchina in prossimità della striscia continua che delimita la carreggiata, al fine di consentire al Nica di scendere dall’autovettura, in tal modo poneva in essere le condizioni perché il medesimo venisse investito dal Risi». 
Un fatto senz’altro di rilievo è che nel corso delle indagini difensive effettuate dalla parte civile nella fase preliminare, è stata acquisita e poi depositata una dichiarazione testimoniale di un giovane accorso subito sul luogo dell’incidente che avrebbe sentito Risi nell’immediatezza dei fatti dire che si era distratto perché gli era caduto il suo telefonino in macchina.  «E’ colpa mia mi sono distratto con il telefonino» avrebbe detto il giovane disperato. Questa testimonianza contrasta con quanto dichiarato dal Risi: «Notavo una fiat Panda di colore rosso ferma a bordo strada sulla mia stessa corsia di marcia. Nel mentre gli transitavo affianco, ho udito un colpo provenire dallo specchietto retrovisore destro della mia autovettura. Infatti guardando lo stesso specchietto, mi accorgevo che avevo urtato qualcosa».  Sostiene peraltro  «di non aver notato nessuno che stesse in piedi fuori dalla Fiat Panda». 
Oggi dopo due anni e mezzo terminerà la lunga attesa per avere giustizia da parte dei genitori di Daniele,  Katia Giordani e Marco Nica, ancora sconvolti per una perdita che ha creato un vuoto incolmabile. 
Rabbia, dolore e sconcerto nelle parole di mamma Katia che dice:  «Sono atterrita. Sentirsi dire che è stata una distrazione è un fatto inaccettabile. Ti distrugge l’anima. Quella distrazione non gli ha permesso di schivarlo, di scendere dalla macchina, di chiedere scusa e di finirla solo con un grande spavento. No. E’ morto. Mio figlio è morto e il responsabile deve essere punito. Chi  uccide non la può passare liscia. Ora la condanna a vita ce l’abbiamo noi. Loro no. Se non si viene puniti perché ci si distrae e si uccide, le vittime della strada aumenteranno. In questi 2 anni è mezzo ho conosciuto tante mamme che hanno perso i loro figli per causa di chi per distrazione, per alcool o per droga li ha uccisi. Io no, non ci sto e attendo fiduciosa». 
Mamma Katia si immedesima anche nella situazione della mamma di Marco Vannini dicendo: «Ho davanti ai miei occhi gli occhi di Marina icona della più grande delle ingiustizie. Terzo anno senza Marco  e gli assassini per tre Natali ancora fuori. Qualsiasi pena verrà data ai Ciontoli sarà poca, perché si sta parlando della vita di un figlio, che non ha valore» conclude sconsolata.

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Blitz al casello di Genova Est, fumogeni e scritte: «Società Autostrade assassini»

Sabato sera in azione un gruppo di una decina di persone: indossavano gilet giallo come i manifestanti che protestavano in Francia. Indaga la Digos

Leggi articolo completo

@code_here@

Macomer, omicidio Manuel Careddu. Gli assassini ridono al telefono, la madre: «Belve umane, la pagherete»

Il corpo del 18enne fatto a pezzi con una motosega e sotterrato: per riconoscerlo servirà l’esame del Dna. La brutalità del gruppo nelle intercettazioni dei carabinieri e la disperazione della mamma: «Ammazzato come una bestia». Caccia a un sesto uomo

Leggi articolo completo

@code_here@

«Al perdono non ci penso e non lo concederò mai»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Al perdono non ci penso e credo che non glielo concederò mai. Il perdono è un sentimento e nei confronti di quella gente non riesco a nutrire sentimenti. Ne sono indegni dopo i comportamenti tenuti nei confronti di mio figlio morente  verso il quale non ne hanno nutrito alcuno anteponendo i propri interessi alla possibilità di salvezza di Marco. Come può pretendere di avere il mio perdono dopo aver lasciato mio figlio agonizzante addirittura per terra, neanche sdraiato su un divano? No, non lo avrà mai. Ma non per questo io lo odio. L’odio è già un sentimento e loro non meritano neanche quello. Voglio soltanto, e penso di averne tutto il diritto, sapere la verità. Ma la verità vera, non quella processuale o quella di comodo che si sono inventati e ripetono tra tre anni e mezzo. Del resto non me ne frega niente».
Risponde così Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il ventenne deceduto il 18 maggio 2015 dopo una drammatica agonia a seguito di un colpo di pistola partito dalla beretta calibro nove di Antonio Ciontoli,  condannato a 14 anni in primo grado per omicidio volontario e i suoi familiari a tre anni per omicidio colposo (la moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, fidanzata di Marco), che ieri  chiede il perdono attraverso un’intervista rilasciata a Valentina Stella per il quotidiano ''Il Dubbio'', di Piero Sansonetti. Mamma Marina dice di non averla letta perché, sottolinea: «Leggere quello che loro dicono mi fa solo star male. Loro già hanno ferito tanto me e mio marito Valerio e soprattutto mio figlio che a vent’anni non c’è più. Forse sarò dura ma continuando con questa solfa, riescono sempre più a farmi schifo. Si devono vergognare. Per come si muovono e per come agiscono. Tutti i giornalisti che sono venuti a casa mia hanno invitato anche loro a parlare. Ma non hanno mai voluto farlo. E’ inutile che continuano a fare le vittime». 
Mamma Marina, come un fiume in piena parla in modo concitato, facendo trasparire dalla voce un profondo fastidio non tanto per l’argomento quanto per le persone di cui è, per certi versi, costretta a parlare.  All’affermazione di Ciontoli quando dice: «abbiamo scelto di non parlare con la stampa per rispettare la famiglia di Marco e anche il giusto processo»,  lasciando intendere che loro sono stati rispettosi anche dell’istituzione, Marina risponde: «Se avesse voluto rispettare la famiglia di Marco mi chiedo perché fuori dall’udienza ha comunque attaccato mio nipote dicendogli “ma non ti vergogni”? E poi perché  è stato denunciato? Se non voleva ferirmi non doveva fare niente di tutto questo. Lui e la sua famiglia sono delle persone malvagie. Punto. Chi ha fatto cattiverie sono soltanto loro. Hanno strappato la foto di Marco e poi dice «il mio amatissimo Marco»? Ma quando mai l’ha amato. Sono stanca di sentire queste cose. Se ha qualcosa da dire, la verità, deve andare dai giudici e dirla a loro. Potrebbe così liberarsi la coscienza, ammesso che l’abbia».
Ciontoli nell’intervista parla del clamore mediatico che ha creato questa vicenda e Marina replica: «Se si lamenta del fatto che c’è un processo mediatico non dipende da me.  Sarebbe bastato soccorrere tempestivamente mio figlio e salvarlo ed oggi non staremo a parlare di questo. Ma l’hanno lasciato morire. Ed ora vogliono fare le vittime? Le vittime di che? Anche Federico quando lo vedo in televisione non mi sembra poi tanto angosciato per la morte di Marco».  
Non ci sta mamma Marina anche quando Ciontoli dice di non essere «né un assassino, né un criminale, né un delinquente». «Ha un senso quello che lui dice? – si chiede mamma Marina – Lui padre di due figli dice di amare Marco come un figlio ma non ha fatto niente per salvarlo. Parliamoci chiaro, ad oggi per la giustizia italiana lui e i suoi familiari sono quattro assassini. Chi uccide una persona è un assassino. Per come la vedo io e per come mi hanno educato i miei genitori, anche chi uccide un cagnolino lo è». 
Mamma Marina interviene sul punto in cui Ciontoli dice che: «Sin dall’inizio abbiamo provato a parlare con loro, abbiamo provato in vari modi ad avvicinarci a loro, tant’è che Martina nei giorni successivi è andata fuori casa loro, implorandoli di darle la possibilità di poterli abbracciare, senza riuscirci. Hanno comprensibilmente chiuso tutte le porte. A quel punto, abbiamo capito che forse il silenzio era il modo migliore per rispettarli».
«Non è vero – replica  mamma Marina – che noi abbiamo messo una barriera con loro. Nell’immediatezza del fatto ero sconvolta per quanto successo. Era morto mio figlio in un modo così violento e drammatico e tante cose non riuscivo a capirle. Mi ero come sconnessa da tutto e dal mondo. Non si capiva poi quello che era successo. Ma non avevamo chiuso i ponti con nessuno. Martina ha continuato a dialogare con mio nipote Alessandro per giorni e fino a quando lo stesso non si è reso conto che continuava a riferirgli una serie di bugie, tanto che alla fine le ha detto di non disturbarlo più. La verità stava iniziando ad emergere. Martina ha tentato di mettersi in contatto anche con me. Ma in quei primi giorni stavo tanto male, chiusa nel mio dolore lancinante, che non volevo vedere nessuno e neanche lei. Volevo vivere il mio dolore da sola. Così mio nipote gli ha detto di andare a casa sua per parlare con lui. Ma lei ha rifiutato. “Da te non ci vengo” è stata la sua risposta. Se avessi voluto chiudere le porte da subito non avrei certo permesso che Martina stesse in chiesa per i funerali. Io e mio marito eravamo distrutti dal dolore e se veramente anche loro vivevano la nostra stessa situazione avrebbero cercato un contatto con noi e ci potevano essere tanti modi per incontrarci. Loro con me vogliono fare solo le vittime. Ad oggi dopo tutto quello che ho vissuto, dopo tutte le menzogne che ho sentito, perché del prima non posso sapere niente visto che in quella casa non c’ero ma del dopo so tutto. Dall’arrivo al Pit io so tutto. L’ho vissuto in prima persona. E già dall’inizio hanno mentito.  Però col tempo ci sarà giustizia per Marco, e ci sarà anche una giustizia divina dalla quale nessuno potrà mai sfuggire. Una mamma non si da mai per vinta perché vorrà sempre sapere la verità. E questo è stato il mio incubo fin dal primo momento. Loro oramai si sono costruiti la loro verità, preparata e studiata con i loro legali».
Infine, un ultimo commento di mamma Marina quando Ciontoli afferma «Marco per me e mia moglie era come un figlio ed era il ragazzo che mia figlia Martina amava, e che sempre ameremo. Marco manca tantissimo anche a noi. Ma questo Marina e Valerio lo sanno benissimo come sanno benissimo che noi li continueremo ad amare».  
«Andiamo a vedere se è vero che loro amavano Marco – dice mamma Marina con un filo di voce –  Va ricordato che mio figlio ha urlato e urlato  e i vicini hanno dichiarato di aver sentito urla disumane. Tutti loro erano consapevoli che era partito un colpo d’arma da fuoco e Maria Pezzillo, invece, che ha disdetto la prima chiamata al 118 non mi sembra poi che lo amava così tanto visto che lo ha lasciato morire.  Non dimentico certo quando arrivata al Pit, si avvicina a me e accendendosi una sigaretta mi ha detto che il marito, per quanto successo, avrebbe perso il posto di lavoro. Quindi questo grande amore per mio figlio non lo vedo. Secondo me sono persone anaffettive. Per quanto riguarda il capofamiglia l’abbiamo sentita tutti, non solo io, la chiamata al 118 quando, con una tranquillità e una lucidità unica, diceva “venite c’è un ragazzo che sta male e si è ferito con un pettine a punta”. Dove sta questo amore? Dove sta? L’amore è solo verso loro stessi che fino ad oggi hanno solo pensato esclusivamente a ‘’pararsi il culo’’, come dice Viola (fidanzata di Federico e presente anche lei in casa quella maledetta sera), l’uno con l’altro. Loro stanno male perché vivono male. Era una famiglia che viveva di immagine. Purtroppo con quello che è successo la loro immagine è crollata. Quindi stanno male solo per questo, non per mio figlio. Ogni volta che hanno parlato di Marco, anche nel corso del processo, hanno sempre detto la “cosa” , il “ragazzo” e raramente hanno pronunciato il suo nome. Questo per dire di che vogliamo parlare? Loro non hanno mai fatto niente per lui. Antonio Ciontoli non è una vittima. Alla prima occasione ti salta addosso. Cosa c’entrava aggredire mio nipote? Che voleva da lui?. O quando  sempre Antonio, mentre stava sul divanetto,  parlando al telefono con il fratello, come registrato dalle intercettazioni ambientali nella caserma di Civitavecchia poche ore dopo il fatto, paragonavano la morte di mio figlio al furto di una Ferrari. O Federico quando diceva “ne abbiamo passate tante e passeremo pure questa”, cioè, come se è morto il gattino dentro casa. Di quale amore stiamo parlando?» conclude Marina.

 

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

''Buoni'' assassini cattura il pubblico

CIVITAVECCHIA – Successo per il secondo appuntamento con la cronaca nera al Ghetto. Massimiliano Grasso e Gino Saladini hanno intervistato il giornalista Emilio Orlando, autore del libro ‘‘Buoni’’ assassini a piazza Fratti. Un’opera – inchiesta sull’uccisione di Luca Varani, torturato e seviziato da Marco Prato e Manuel Foffo. Un caso di cronaca di una brutalità inaudita, probabilmente uno degli omicidi più cruenti degli ultimi vent’anni. «La narrazione – ha spiegato Orlando – è legata anche al contesto sociale, non solo la cronaca. Tutto questo ci dà un quadro più completo sul contesto in cui è maturato il delitto». Padri e madri assenti in una Roma che è cambiata.

«Sulle macerie di una Roma felliniana – ha detto Orlando – si poggiano realtà degradate e degradanti. Tempo fa scrissi un saggio ‘‘Dove abita l’assassino’’ e dissi che non sempre l’assassino abita un piano sotto alla vittima, anzi molto spesso abita sopra». Da qua il ‘‘Buoni’’ assassini. Due famiglie della Roma bene, genitori lontani e figli sconosciuti. Una vittima di un altro contesto sociale legata a Foffo e Prato da un comune denominatore: la droga. Grasso e Saladini hanno saputo stimolare pubblico e intervistato, che ha rivelato molti dettagli sulla sua opera.

«Partendo dalla storia di Foffo e Prato – ha commentato Grasso – sono emersi interrogativi inquietanti per ognuno di noi: quanto conosciamo i nostri figli? E noi stessi? Basta l’uso smodato di cocaina a spiegare tanta cattiveria? O la droga ha fatto emergere senza più freni la zona buia che ciascuno porta rinchiusa dentro di sé? Tante domande e partecipazione anche dal folto pubblico che con Gino e l’associazione Ventuno voglio ringraziare dando appuntamento a settembre per una nuova serata d’autore». Insomma, dopo Il Canaro della Magliana anche  ‘‘Buoni’’ assassini fa centro e conquista il pubblico del Ghetto.

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Il Ghetto si tinge ancora di ‘‘nera’’

CIVITAVECCHIA – La cronaca nera torna a piazza Fratti grazie all’Associazione 21. Questa sera, a partire dalle 21,30, Gino Saladini e Massimiliano Grasso intervisteranno Emilio Orlando, cronista di “nera” e autore di “‘‘Buoni’’ assassini – Genesi di un delitto” . Si tratta del primo libro – inchiesta sull’uccisione di Luca Varani, torturato e seviziato da Marco Prato e Manuel Foffo, soltanto «per vedere che effetto che fa». Orlando nel suo libro cerca di raccontare uno degli omicidi più efferati degli ultimi venti anni, senza tralasciare gli elementi raccapriccianti emersi durante le indagini. I piani narrativi su cui si muove l’opera sono essenzialmente due. Nel primo viene usato un linguaggio letterario, fitto di riferimenti e citazioni cinematografiche e socioantropologiche. L’altro è quello giornalistico, con termini tipici della “nera” e della “giudiziaria”.

Nel libro sono presenti anche alcuni atti dell’inchiesta che riveleranno particolari inediti. Orlando è un giornalista di cronaca nera e giudiziaria per “la Repubblica” e ha seguito i maggiori casi di nera accaduti negli anni a Roma ed in provincia. Nel libro si continua ancora a scavare nel passato dei tre e nei momenti di sballo di entrambi gli assassini – rei confessi – per cercare di decriptare un enigma: in modo assolutamente inusuale e inedito, senza cedere allo ‘spettacolo della crudeltà. La partecipazione all’evento è libera e l’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale Ventuno. Si tratta del secondo appuntamento organizzato al Ghetto con la coppia di intervistatori Grasso – Saladini.

Il mese scorso era stata la volta del libro ‘‘Il Canaro della Magliana’’ di Massimo Lugli e Antonio Del Greco. Una ‘‘chiacchierata’’ con due grandi protagonisti della ‘‘nera’’ di Roma che è stata in grado di stregare il pubblico, catapultando piazza Fratti nelle atmosfere noir della Roma criminale di fine anni ‘80. Insomma, un successo come dimostrato anche dall’interesse del pubblico che ha partecipato all’intervista con domande e richieste di maggiori dettagli. Ma gli appuntamenti con la cultura al Ghetto non si fermano qui, infatti dopo la pausa estiva si torna in piazza con i grandi autori.

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Pirgo: stagione 2018 senza stabilimento

CIVITAVECCHIA – Chissà come commenterà ora l’assessore Vincenzo D’Antò la notizia relativa alla morte del Pirgo? Il grillino spiritoso, quello convinto di poter colmare le lacune legate alla propria incapacità amministrativa con l’ironia partenopea o con la battuta fuori luogo, oggi deve prendere atto di una sola cosa: la stagione estiva 2018 per quanto riguarda la spiaggia del Pirgo non inizierà mai. 
E questo nonostante i tardivi tentativi dell’amministrazione comunale di correre ai ripari, promettendo chissà cosa per avere bagnini e pulizia della spiaggia praticamente gratis. 
Già l’iter amministrativo (anomalia tutta civitavecchiese che coincide con l’arrivo al Pincio del Movimento 5 Stelle) è partito ancora una volta con colpevole ritardo, poi il salvataggio in extremis con l’individuazione dei soggetti a cui poter affidare le spiagge risalente a otto giorni fa. Ora la triste notizia: la paesaggistica è scaduta e le strutture al Pirgo non potranno essere montate. Così Mario Benedetti, il gestore dell’area, ha caricato l’attrezzatura su un camion e l’ha portata indietro, scontrandosi anche con il rammarico dei frequentatori abituali di una spiaggia che per anni, tra alti e bassi, ha rappresentato il biglietto da visita della città e che oggi è diventata una fogna a cielo aperto. Se l’amministrazione si fosse mossa prima, probabilmente il problema del rinnovo della paesaggistica sarebbe stato superato con una nuova domanda e la relativa attesa di risposta. Ma presentare una richiesta il 16 luglio significherebbe nella migliore delle ipotesi aprire lo stabilimento dopo Ferragosto. Chissà se almeno questa volta l’assessore D’Antò avrà l’umiltà di chiedere scusa senza aggiungere le solite giustificazioni senza senso alle quali sempre meno persone credono? 
Il Pirgo è morto e gli assassini hanno nome e cognome.

 

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

«Cristallizzate quelle verità che gli imputati hanno sempre negato»

CERVETERI – Ecco il commento dell’avvocato Celestino Gnazi, legale di mamma Marina, alla sentenza della Corte di Assise, che «contrariamente a quanto affermato dai difensori degli imputati – scrive Gnazi – ha cristallizzato in modo evidente quelle verità che le parti civili da sempre avevano fortemente sostenuto e che gli imputati avevano sempre negato contro l’evidenza, contro la ragionevolezza e contro la decenza. Quello che si deve dire, dunque, è che la Corte ha spazzato via le menzogne profuse, oltre che da Antonio Ciontoli, da tutti i suoi familiari”. “E – continua Gnazi -poiché le “chiacchiere” ci sono sempre piaciute poco, questi sono i fatti (processualmente accertati, ovviamente) affermati dalla Corte: 1- A nessuno dei familiari di Ciontoli Antonio “poteva realmente sfuggire che un colpo di pistola era stato esploso” (p. 29 della Sentenza): ricordate quando gli imputati negavano, contro l’evidenza, di essersi accorti che era stato esploso un colpo di pistola? 2- La “ferita sanguinante era presente ed era stata necessariamente vista dagli imputati” (p. 29): ricordate quando gli imputati negavano, contro la ragionevolezza, di non aver visto sangue? 3- Il povero Marco Vannini “urlava e non erano lamenti ad alta voce… si trattava di vere e proprie grida” pp. 29-30): ricordate quando gli imputati negavano, contro la decenza, di non aver udito grida e che curavano Marco con acqua e zucchero? Affermazioni assolutamente indecorose e rese in un contesto che invece, come afferma la Corte, “le oggettive condizioni del ferito erano tali da dover destare la massima preoccupazione”. 4- Il povero Marco – come dice la Corte necessariamente uniformandosi ai Periti- poteva essere agevolmente salvato se soccorso tempestivamente. Vi ricordate quando sostenevano che Marco aveva possibilità minime di sopravvivenza e solo se operato entro mezz’ora dal ferimento? Questi sono i dati essenziali, che hanno indotto la Corte ad affermare che la morte di Marco è ascrivibile alla responsabilità di quattro assassini. Tuttavia, questa è solo la prima tappa di una battaglia che, seppur difficilissima, ha consentito di far emergere gran parte – ma solo parte – della verità. Le parti civili, infatti, non possono accettare che la Corte, ancorché abbia evidenziato le gravissime responsabilità anche dei familiari di Antonio Ciontoli, abbiano, per loro, escluso – contraddittoriamente e con il travisamento di alcune circostanze – il dolo.  Ma questa è materia di appello ed abbiamo la ferma convinzione che la Procura di Civitavecchia lo proponga anche per non lasciare incompiuto l’egregio lavoro della dr.ssa Alessandra D’amore, che ebbe ad iniziare un percorso difficile ma che le evidenze dibattimentali hanno indubbiamente premiato. Deve anche essere ricordato, d’altra parte, che nella Sentenza della Corte vi è anche un’autentica lezione di diritto in una difficile materia come il dolo eventuale, in perfetta aderenza, peraltro, a quanto sostenuto sia dall’accusa che dalle parti civili.
Certo, vi sono anche aspetti della Sentenza che appaiono poco o per nulla convincenti: si pensi alla inconcepibile decisione di concedere le attenuanti generiche, con motivazioni prive di ogni pregio sostanziale e giuridico e frutto esclusivo di un malinteso e dannoso pietismo. Inconcepibile sol che si pensi che il povero Marco è stato lasciato agonizzare tra sofferenze atroci, anche nella palese consapevolezza della assoluta gravità delle sue condizioni. Una circostanza che, essa sola, avrebbe dovuto indurre la Corte, al contrario, ad applicare l’aggravante, in ipotesi di omicidio colposo, della previsione dell’evento. Frutto di un palese e grossolano equivoco il credito dato a Martina Ciontoli quando, dopo aver confessato, nelle intercettazioni, di essere stata presente al momento della sparo, si giustificava di avere appreso tali circostanze dal padre. Ebbene, la Corte, nel dare credito ai presunti racconti del padre, li colloca “nei giorni successivi” (p.10) quando la confessione intercettata di Martina risale a poche ore dopo il fatto! Incredibile, ma è così. Ripetiamo, in ogni caso, che questi e numerosi altri aspetti saranno, si ritiene, oggetto di appello da parte della Procura.
Un’ultima osservazione sulla posizione di Viola Giorgini: il suo comportamento, riteniamo, non si è affatto differenziato da quello degli altri familiari, come è pacificamente emerso in dibattimento e come, per questo, la Corte avrebbe dovuto dichiarare, diversamente qualificando la contestazione di mera omissione di soccorso. Ricordiamo a noi stessi, tuttavia, che la Corte ha assolto da quell’accusa la Giorgini dubitando (a nostro avviso, del tutto erroneamente) sulla sussistenza del dolo, ma ne ha chiaramente affermato la illegittimità della condotta, sicché, fermo restando – si ritiene – l’appello della Procura anche nei suoi confronti, rimane ferma la sua responsabilità sotto l’aspetto civilistico per non aver posto in essere le doverose condotte atte a soccorrere Marco. Tenuto conto delle motivazioni, sostanzialmente di carattere economico, che hanno caratterizzato i comportamenti degli imputati, le parti civili certamente non desisteranno dal pretendere l’affermazione della responsabilità di tutti i protagonisti in ogni sede. Ed anche questa sarà per tutti – Viola Giorgini compresa – una punizione per essi assai dolorosa.    
Sono necessarie, da ultimo, alcune osservazioni di altra natura. Molti hanno ritenuto che le pene inflitte siano eccessivamente miti. Sono d’accordo, ma solo parzialmente e nei limiti in cui si è sommariamente detto sopra.  Non sarò molto simpatico, ma sono costretto a ricordare che, all’inizio, la percezione di questa vicenda era caratterizzata, sotto il profilo della responsabilità penale, da ipotesi di omicidio colposo commesso da Antonio Ciontoli per aver sparato e di omissione di soccorso per gli altri. Reati puniti con pene che in talune situazioni (e questa, in particolare) si rivelano indubbiamente risibili. Ebbene (in disparte l’egregio, più importante e certamente più “discreto” lavoro della Procura) io ricordo di essermi immediatamente esposto affermando la fondatezza della ipotesi di omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale, collegato ai comportamenti dei presenti successivo alla sparo. Ciò molto prima delle conferme dibattimentali. Ma non trovai nessuno (soprattutto tra i cosiddetti “soloni”) a condividere questa ipotesi. Ricordo, invece, che gli atteggiamenti di sufficienza (anche se progressivamente scomparsi) erano largamente predominanti. E’ una ipotesi, come noto, ampiamente condivisa dalla Corte. E questo è il dato più importante. Così riepilogati i fatti storici, non posso condividere le critiche esacerbate e generalizzate nei confronti della Sentenza della Corte soprattutto quando si danno per scontate situazioni niente affatto scontate, quasi offendendo chi ha contribuito, in modo lungimirante e faticoso, alla loro realizzazione. Sono doverose maggiori umiltà, serietà e soprattutto la capacità di distinguere. Occorre, infatti, distinguere la individuazione delle responsabilità penali ed il loro trattamento sanzionatorio. Sono due cose diverse e solo per la prima è stato determinante il lavoro delle parti civili e, prima ancora, della Procura. E, con il loro lavoro, sono stati individuati – in primo grado e ferma la presunzione di innocenza – degli assassini. Questo è il dato. Sul trattamento sanzionatorio (sulle pene) esistono, non da oggi, le leggi da applicare. Sono le nostre leggi, sono quelle che fissano il minimo ed il massimo delle pene. E’ ovvio che comprendo e giustifico Marina e gli altri familiari di Marco, quando rilevano la eccessiva mitezza delle pene irrogate. A fronte di un episodio come questo, tanto singolare quanto tragico, come si può dar loro torto?  Ma se si vuole usare questa sentenza per sostenere, in modo generico e qualunquistico, che l’Italia è il paese di bengodi per i delinquenti, non mi sta bene. Capisco che può essere un tema di discussione, non lo nego. Ma chi protesta in modo esacerbato, per essere più credibile, comprenda ed apprezzi il lavoro di chi ha contribuito in modo determinante ad individuare i delinquenti ed all’affermazione della loro responsabilità».

 

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###

Inizia oggi la marcia di solidarietà di Signorini

di GIULIANA OLZAI 

CERVETERI – Inizia stamane alle 9 la marcia di solidarietà da Pontedera di Alessandro Signorini in direzione Cerveteri  per chiedere giustizia per Marco Vannini. Alessandro, 53 anni, percorrerà circa 300 km a piedi per arrivare dopo otto lunghissimi e durissimi giorni  alla fiaccolata #noninmionome che si terrà nella città Etrusca il 17 maggio alle 21. Uno zaino, poche cose dentro, lo stretto necessario, qualche maglietta e biancheria intima per il cambio, e rimanere il più leggero possibile. Un cambio d’abito per quando arriverà a Cerveteri. 
Alessandro nel suo tragitto che attraverserà tanti comuni del centro Italia conta sulla solidarietà e il supporto della gente per raggiungere la meta. 
Nutre la speranza che qualcuno si unisca a lui e fargli compagnia per qualche kilometro; o che qualcuno gli dia una mano magari portandogli una bottiglia d’acqua fresca, un piccolo pasto o offrendogli un posto per dormire. Questo dipenderà dalla sensibilità delle persone. Nella sua lunga camminata farà una pausa nelle ore più calde della giornata per riprendere fiato e recuperare le forze. Alessandro ha una grande motivazione che lo sosterrà durante il tragitto. Anche lui ha subito una gravissima perdita. 
Il nipote Emiliano Giovannini, figlio di una sua sorella,  nell’ottobre del ‘93, che aveva compiuto i diciotto anni da otto mesi, fu ucciso per una banale discussione. Il giovane, in sella ad un motorino con un amico,  dopo essere stato rincorso con l’auto dal suo aguzzino,  è stato freddato con tre colpi di pistola. E tutto per un semplice un sorpasso. L’assassino è stato condannato in primo grado a 14 anni, pena portata a 27 anni in appello. La sentenza però è stata annullata dalla Cassazione per un vizio di forma. Alla fine dopo una infinita  vicenda giudiziaria protrattasi per anni l’imputato è stato condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione ma col beneficio dell’indulto ne ha scontati solamente 11.  Una pena irrisoria per una vita così giovane spezzata senza alcun motivo che indignò e lasciò sgomenti  i familiari di Emiliano. 
«Da quando ho saputo della sentenza di primo grado per Marco Vannini – dice Alessandro Signorini – sto vivendo un incubo. Sto rivivendo tutto quello che ho vissuto 25 anni fa. E’ riesplosa tutta la rabbia e il senso di impotenza vissuto perché è inaccettabile che la vita di un ragazzo possa valere 14 anni di reclusione. Ma soprattutto questo senso di ingiustizia, ingiustizia totale. Noi familiari viviamo l’ergastolo. Io in questi giorni sto rivivendo lo stesso dolore, preciso e identico di 25 anni fa. Il dolore non passa. Non si affievolisce mai. Lo puoi elaborare quanto ti pare ma non cambia mai. Quello che cambia è la tua capacità di sopportarlo. Ad un certo punto ti abitui a portarti dietro questo masso sulla schiena. Ma basta una semplice notizia in televisione, una parola detta male al bar per ricordarti che ti hanno sparato un nipote. E la condanna peggiore per tutti noi.  I nostri morti non torneranno più ma i loro assassini devono stare in galera. Noi eravamo tranquilli perché c’era un omicida reo confesso,  un capo d’accusa inattaccabile, omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi e mai avevamo pensato che sarebbe stata inflitta una pena così lieve. Ma che attenuanti devi concedere ad uno che ha commesso un omicidio volontario?»  
«Quando si vive una tragedia di questo tipo – spiega Alessandro – ognuno ha un suo modo di elaborare il lutto e ci sono state conseguenze anche drammatiche nella mia famiglia.  C’è poi un dettaglio anche sconcertante in questa vicenda: Marco ed Emiliano erano entrambi giovanissimi. L’unico modo per avere giustizia è quello di tenere i riflettori sempre accesi. Diventa doloroso ogni volta tornare in tribunale, risentire le stesse cose. Riaprire quella ferita diventa veramente faticoso. E alla fine sei costretto ad arrenderti. Ho una grande motivazione dentro e sono intenzionato a portare avanti fino in cassazione questa battaglia al fianco dei genitori di Marco.  Se è necessario mi incatenerò davanti al tribunale» conclude determinato Alessandro.   
Ecco le frazioni, paesi e le città che attraverserà  Alessandro nella sua marcia verso Cerveteri:
9 maggio: Pontedera – Ponsacco – Forcoli – Baccanella – Peccioli – Montefoscoli – Toiano – Legoli – Sughera – Castelfalfi – San Vivaldo – Marrado – Iano – Pancole – San Gimignano.
10 maggio: San Gimignano – Monteoliveto – Montauto – Bibbiano – Borgatello – Maltraverso – Colle di Val D’Elsa – Staggia – Castellina Scalo – Abbadia Isola – Monteriggioni – Campo di Fiori – Badesse – Uopini – Siena.
11 maggio 2018: Siena – Monteroni d’Arbia – Lucignano D’arbia – Murlo – Ponte D’arbia – Torrenieri – Montalcino – San Quirico d’Orcia – Bagno Vignoni – Ripa D’orcia – Rocca D’orcia – Castiglione D’orcia – Gallina – Campiglia D’orcia – Bagni San Filippo – Radiocofani.
12 maggio 2018: Radiocofani- Ponte A Rigo – Centeno – Acquapendente – San Lorenzo Nuovo – Bolsena.
13 maggio: Bolsena – Montefiascone – Zepponami – Taveria – Viterbo.
14 maggio: Viterbo – Buon Respiro – Le Farine – Ponte di Cetti – Pian di San Martino – Madonna del Ponte – Monte Romano.
15 maggio: Monte Romani – Casale Santa Maria – Fontana Matta – Pantano – Sant’Agostino – Bagni di Sant’Agostino – Scaglia – Civitavecchia.
16 maggio: Civitavecchia – Santa Marinella – Santa Severa – Furbara – Marina di Cerveteri – Cerveteri

 

Leggi articolo completo

###BANNER_ADS###