Il giornalino di Gianburrasca – 28 dicembre

Il mio braccio è molto peggiorato a causa dello sforzo fatto ieri per salire nella rete del compartimento. Il Collalto mi ha portato stamani da quel suo amico che fa le cure elettriche, e che si chiama il professor Perussi il quale, dopo avermi visitato, mi ha detto: – Ci vorrà una diecina di giorni e anche più… – Meglio! – ho detto io.
– O che hai piacer a star male? – ha esclamato il professore sorpreso. – No, ma mi piace tanto di stare a Roma, e poi a far la cura elettrica con tutte quelle macchine deve essere molto divertente… –

Il professor Perussi ha incominciato subito a farmi il massaggio elettrico applicandomi la corrente con una macchina motto complicata che mi faceva come un gran formicolìo in tutto il braccio, mentre io ridevo a più non posso. – Questa – ho detto – è la macchina per fare il solletico… Ci vorrebbe per il signor Tyrynnanzy che, dopo l’affare del segnale d’allarme, è diventato così serio! – Vergognati! – ha detto il Collalto; ma l’ha detto ridendo.


Mia sorella Luisa mi ha fatto grandi raccomandazioni di star buono e quieto in questi giorni che rimarrò presso di lei, perché prima di tutto la sora Matilde che è sua cognata, ossia la sorella di Collalto, è una ragazza invecchiata ed è molto ordinata nelle sue cose e anche un po’ meticolosa, e poi perché il dottor Collalto è specialista per le malattie del naso, della gola e degli orecchi, come è scritto nel cartellino sull’uscio di casa, e dà le consultazioni tutti i giorni, motivo per cui non bisogna far rumore a causa dei clienti che vengono a farsi visitare. – Del resto – ha detto – tu anderai molto fuori, a veder Roma, e ti accompagnerà il cavalier Metello che la conosce sasso per sasso. –

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Il giornalino di Gianburrasca – 27 dicembre

Giornalino mio, ti riprendo subito, appena arrivato a Roma, perché ho, da narrare nelle tue pagine tutte le mie avventure di viaggio che non sono piccole né poche.

Ieri, poco dopo che si fu partiti, il signor Clodoveo si mise a porre in ordine la sua roba esclamando: – Meno male! Siamo noi due soli… e speriamo che si rimanga così fino a Roma. Vedi, ragazzo mio? Questa è la mia cassetta coi miei campionari… Guarda qui quante boccette e boccettine, e che varietà d’inchiostri!… Ne avresti da scrivere per tutta la vita!… Questo è inchiostro per penne stilografiche… Questo qui è inchiostro per i ministeri dei quali ho la fornitura… e su questi ci guadagniamo bene, sai? Vedi? E bisogna che io sappia fino a un puntino i prezzi di tutti, e la qualità chimica… Ci vuol la testa a posto, sai, per il commercio! – Io da principio mi son divertito molto a veder tutte quelle boccette ma poi il signor Clodoveo ha avuto un’ispirazione infernale e mi ha detto: – Ora sta’ attento a tutte le principali stazioni dove si ferma il treno, e guarda dal finestrino; io ti spiegherò l’importanza dì tutte le città e te le farò conoscere meglio che la geografia, perché io ho la pratica commerciale e questa fa più dì tutti i libri… – E infatti via via che si arrivava a una stazione il signor Clodoveo si affannava a far la sua brava lezione peggio del professor Muscolo, finché a forza di sentire spiegazioni mi sono addormentato profondamente.

Quando mi sono destato ho visto nel divano difaccia il signor Clodoveo che dormiva, russando come un contrabbasso. Mi sono affacciato al finestrino e mi son messo a guardar la campagna; ma poi mi son seccato e non sapevo che cosa fare… Ho aperto la valigia, ho riguardato tutti i miei balocchi… Ma ormai li conoscevo da un pezzo, e non bastavano a farmi passar la noia da dosso. Allora ho tirato giù la cassetta dei campionari del signor Clodoveo e mi son divertito a riguardar tutte quelle boccette coi cartellini di tutti i colori.

In quel momento il treno si era fermato, e dal finestrino ho visto che un altro treno era fermo di faccia a noi, per lo scambio, a pochissima distanza, tanto che, spenzolandomi fuori, forse avrei potuto toccare la faccia dei viaggiatori che vi stavano affacciati. È stato allora che m’è venuta un’idea terribile. – Se avessi uno schizzetto! – ho pensato. Mentre pensavo a questo, lo sguardo si è fermato sulla palla di gomma che era nella mia valigia rimasta aperta, e allora ho detto fra me: – E perché non potrei fabbricarmelo? – E cavato di tasca il temperino ho fatto un buco nella palla; poi ho preso tre bottigliette d’inchiostro dalla cassetta del signor Clodoveo, e sono andato nella ritirata, dove, stappate le boccette, ho versato il contenuto nella catinella allungandolo con l’acqua. Fatto questo ho sgonfiato la palla, e immersala nella catinella l’ho riempita… Quando son tornato nello scompartimento il treno di faccia si moveva e i viaggiatori eran tutti affacciati. Non ho fatto altro che sporgere un po’ le braccia fuori del mio finestrino e stringere gradatamente la palla tra le mani, col foro rivolto in avanti… Ah, che emozione! Che effetto! Che divertimento!… Campassi mill’anni non riderò mai quanto ho riso in quel momento nel vedere tutti quei visi affacciati, che da principio avevano una grande espressione di stupore e poi subito di rabbia, spenzolarsi fuori in mezzo alle braccia che mi tendevano i pugni chiusi, mentre il treno si allontanava… Mi ricordo perfettamente di uno che ebbe uno schizzo d’inchiostro in un occhio, e che pareva diventato pazzo e ruggiva come una tigre… Se lo incontrassi lo riconoscerei… ma forse è meglio che non lo incontri più! Il signor Clodoveo intanto seguitava a dormire come un ghiro, sicché io ebbi il tempo di rimettere a posto la sua cassetta dei campionari in modo che non potesse accorgersi di niente. E tutto sarebbe andato a finir bene ed egli non avrebbe avuto di che lamentarsi di me, se più tardi non mi fosse venuta un’altra idea peggiore della prima, perché questa ha avuto delle serie conseguenze.

Ricominciavo a seccarmi di veder sempre il signor Tyrynnanzy sdraiato sul divano e di sentirlo stronfiare, quando disgraziatamente mi dètte nell’occhio il manubrio del segnale d’allarme che pendeva da una cassettina sospesa nel soffitto dello scompartimento. Bisogna sapere che qualche altra volta mi aveva dato nell’occhio quel gingillo, e che sempre avevo provato una grande tentazione di vedere che cosa succede in un treno quando si dà l’allarme. Questa volta non seppi resistere: montai sul divano, infilai la mano nel manubrio, e tirai giù con quanta forza avevo. Il treno si fermò quasi istantaneamente. Allora aiutandomi alla meglio col braccio malato mi riuscì d’arrampicarmi sulla rete dove si metton le valige e mi ci accovacciai, stando a vedere che cosa sarebbe accaduto. Immediatamente si aprirono tutti e due gli sportelli dello scompartimento e cinque o sei impiegati vi entrarono dentro, fermandosi dinanzi al signor Clodoveo che seguitava a dormire; e uno scotendolo disse: – Ah! forse gli è venuto un accidente! – Il signor Tyrynnanzy si svegliò di soprassalto, esclamando: – Che vi pigli!… – E allora vennero le spiegazioni: – Lei ha dato il segnale d’allarme! – Io? Niente affatto!… – Eppure è stato dato da questo scompartimento! – Ah! È Giannino!… Il ragazzo!… Dov’è il ragazzo!… – esclamò a un tratto come fuori di sé il signor Clodoveo. Ah! Forse qualche disgrazia! Dio mio! Il figlio di un mio amico che mi era stato affidato!… –

Mi cercarono nella ritirata; guardarono sotto i divani; finalmente un impiegato mi scoprì accucciato tra due valige sulla rete, ed esclamò: – Eccolo lassù!… – Disgraziato!… – gridò il signor Clodoveo. – Tu hai dato il segnale d’allarme?… Che hai fatto?… – Ohi!… – risposi con voce piagnucolosa, perché ora capivo tutto il male fatto – mi doleva tanto il braccio malato… – Ah! E per questo ti sei arrampicato costassù? – Intanto due impiegati mi avevano preso di peso e mi avevano tirato giù, mentre gli altri eran corsi via a far ripartire il treno. – Lei sa che c’è la multa! – dissero gl’impiegati rimasti. – Lo so: ma la pagherà il padre di questo signorino! – rispose il signor Clodoveo, guardandomi come se mi avesse voluto incenerire. – Intanto, però, bisogna che paghi lei… – Ma se io dormivo! – Appunto: dal momento che le era stato affidato il ragazzo doveva vigilarlo… – Sicuro! – esclamai io tutto contento, guardando l’impiegato che dava prova di tanto senso comune. – La colpa è del signor Clodoveo… Ha dormito per tutto il viaggio!… – Il signor Tyrynnanzy fece l’atto come di strozzarmi, ma non disse niente. È stato fatto il verbale di contravvenzione, e il signor Clodoveo ha dovuto pagar la multa. Rimasti soli, ha durato un pezzo a dirmi delle impertinenze; e il peggio è stato quando, essendosi egli ritirato nella ritirata, è riuscito fuori e, dopo aver dato un’occhiata nella sua cassetta dei campionari, s’è accorto delle boccette che mancavano. – Che hai fatto dei miei campioni d’inchiostro, assassino!… – ha gridato. – Ho scritto una lettera ai miei propri genitori! – ho risposto tremando. – Come una lettera!… Qui mancano tre bottigliette!…
– Ne avrò scritte tre… ora non mi ricordo!… – Ma tu sei peggio di Tiburzi!… Come fa la tua povera famiglia a sopportare una canaglia come te?… –

E così ha seguitato a dirmi parolacce finché non siamo arrivati a Roma. Bel modo, questo, di accompagnare un ragazzo affidato da un amico! Ma io ho avuto prudenza e non gli ho risposto mai niente, meno che quando mi ha consegnato al mio cognato Collalto, al quale ha detto: – Tenga: glielo consegno intatto… ma in parola d’onore darei dieci anni di vita piuttosto che essere nei piedi di lei che è costretto, povero signore, a tenerlo per diversi giorni!… Dio gliela mandi buona!… Hanno ragione a chiamarlo Gian Burrasca! – Allora non ne ho potuto più, e gli ho risposto:- Con codesti piedoni che ha lei, invece, dovrebbe ringraziare Iddio se potesse essere nei piedi di chiunque altro! E in quanto a Gian Burrasca è meglio farsi chiamar così che farsi chiamare con tre ipsilonni come fa lei che è proprio una ridicolaggine! –

Il dottor Collalto mi ha fatto cenno di stare zitto; e mentre mia sorella mi faceva passare in un’altra stanza, ho sentito che egli diceva sospirando: – Si comincia bene! –

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Il giornalino di Gianburrasca – 26 dicembre

Parto per Roma fra due ore.
C’è una grande novità; il babbo non viene ad accompagnarmi, ma mi affida invece al signor Clodoveo Tyrynnanzy, suo intimo amico che viene appunto nella capitale per affari, e che mi consegnerà al dottor Collalto, – nelle sue proprie mani medesime – come ha detto lui.

Che tipo buffo è il signor Clodoveo!
Prima di tutto vuol far sempre il forestiero, e s’è cambiato gli i del suo cognome, che sarebbe Tirinnanzi, in tanti ipsilonni facendone un Tyrynnanzy, perché dice che nel suo commercio, rappresentando le principali fabbriche d’inchiostri dell’Inghilterra, gli giova presentarsi ai clienti con tre ipsilonni…
E poi è un tombolotto grosso e grasso con un faccione largo contornato da due cespugli rossi di fedine e con un nasino più rosso che mai e tondo tondo nel mezzo, che pare proprio un di que’ pomodorini piccoli ma tutto sugo.

– Bada! – gli ha detto il babbo – ti prendi una bella responsabilità, perché Giannino è un ragazzaccio capace di tutto… – Eh! – ha risposto il signor Clodoveo – ma non sarà capace di scuotere la mia flemma inglese garantita come i miei inchiostri… Se non è buono gli tingo la faccia e lo mando in una colonia indiana!…

– Marameo! – ho detto fra me, e son salito a prepararmi la valigia con Caterina, perché da me solo, col braccio malato, non posso. Ho messo tutto quel che mi può occorrere a Roma: le tinte, la palla di gomma coi tamburelli, la pistola col bersaglio, e ora metterò anche te, mio caro giornalino, che mi accompagni in tutte le vicende della mia vita…
A rivederci dunque a Roma!

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Il giornalino di Gianburrasca – 25 dicembre

Io preferisco a tutti gli altri mesi dell’anno quello di dicembre, perché c’è il Natale e Caterina fa sempre due bei budini, uno di riso e uno di semolino perché alla mamma piace quello di semolino e quello di riso non lo può soffrire, e il babbo va matto per quello di riso mentre quello di semolino l’ha a noia come il fumo agli occhi; io, invece, li preferisco tutti e due, e siccome anche il dottore dice che tra i dolci i budini sono i più igienici, così ne mangio quanto mi pare e nessuno mi dice nulla.

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Il giornalino di Gianburrasca – 24 dicembre

Il dottore ha detto che il braccio ritornerà certo come prima, ma intanto io non posso moverlo. Luisa, alla quale il babbo aveva scritto di questa mia malattia, ha risposto proponendo di mandarmi da lei a Roma dove il dottor Collalto dice che c’è un suo amico specialista che mi farebbe la cura elettrica e il massaggio sicché potrei trattenermi da loro durante le vacanze di Natale e poi ritornare a casa guarito.

Io ho incominciato a urlare dalla contentezza, e avrei anche battuto le mani se mi riuscisse d’alzare il braccio. – Però – ha detto il babbo – con che coraggio ti si può mandar fuori di casa? – Io starei sempre in pensiero di qualche disgrazia – ha aggiunto la mamma. L’Ada ha messo la nota finale: – Bisogna proprio dire che il Collalto sia un buon uomo a invitarti a casa sua dopo il bel regalo di nozze che gli facesti…- Io son rimasto così avvilito da questo plebiscito, che la mamma s’è mossa a compassione e ci ha messo subito una buona parola: – Se almeno, dopo tanti guai, promettesse proprio sul serio d’esser buono d’esser gentile col dottor Collalto… – Sì lo prometto! – ho gridato con quello slancio e quell’entusiasmo che metto sempre nelle mie promesse.

E così, dopo un po’ dì discussione, è stato stabilito che per Santo Stefano il babbo mi accompagnerà a Roma. Io sono felice e benedico il momento in cui mi son rovinato il braccio. Andare a Roma è un mio antico sogno, e non mi par vero di vedere il Re, il Papa, gli Svizzeri e tutti i monumenti antichi che ci sono. Quello poi che mi solletica più di tutto è l’idea di far la cura elettrica, solamente a pensarci mi par di sentirmi dentro il corpo una batteria di pile e non posso star fermo.

Viva Roma capitale!


In questo momento ho saputo che Cecchino Bellucci sta male. Pare che sia proprio un affare serio, e che sia difficile che la gamba gli ritorni come prima. Povero Cecchino! Ecco a che cosa si può andare incontro quando ci si vanta di saper fare una cosa, mentre invece non se ne sa niente! Però mi dispiace molto di questa cosa perché il Bellucci con tutti i suoi difetti è un buon ragazzo.

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Il giornalino di Gianburrasca – 23 Dicembre

È quasi una settimana che non scrivo in questo mio caro giornalino. Sfido! Come avrei potuto farlo con la clavicola spostata e il braccio sinistro ingessato? Ma oggi finalmente il dottore mi ha tolto l’apparecchio, e alla meglio posso descrivere qui, dove confido tutti i miei pensieri e tutti i casi della mia vita, la tremenda avventura che mi successe il 18 dicembre – data memorabile per me perché fu un vero miracolo che non segnasse l’ultimo giorno della mia vita.

Quella mattina, dunque, appena Cecchino Bellucci venne a sedermi accanto in scuola, lo trattai di vigliacco perché era scappato in automobile per paura della lezione che gli avevo promesso. Lui allora mi spiegò che in questi giorni essendo i suoi genitori a Napoli per la malattia di suo nonno, che sarebbe il babbo della sua mamma, era stato accolto in casa del suo zio Gaspero, il quale lo mandava a prendere a scuola tutti i giorni con l’automobile per lo scioffèr, e che perciò non poteva trovarsi a solo a solo con me, almeno per un certo tempo. Dietro queste spiegazioni mi calmai, e ci mettemmo a discorrere dell’automobile che è una cosa che mi interessa assai; e il Bellucci mi spiegò tutto il meccanismo, dicendomi che lui lo conosce benissimo e ci sa andare anche solo e ci è andato più d’una volta, perché basta saper girare il manubrio e stare attenti alle voltate, anche un ragazzo lo sa manovrare. Io veramente ci credevo poco, perché mi pareva impossibile che lasciassero l’automobile nelle mani a un ragazzetto come Cecchino Bellucci. E siccome glielo dissi, lui per punto d’impegno mi propose una scommessa.

– Senti, – mi disse – lo scioffèr oggi deve fermarsi alla Banca d’Italia per sbrigare una commissione che gli ha dato lo zio Gaspero, e io rimarrò solo sull’automobile. Tu cerca il modo di uscir prima dalla scuola, e fatti trovare sul portone della Banca; mentre lo scioffèr si tratterrà dentro tu monterai sull’automobile e io ti farò fare un giretto intorno alla piazza, e così vedrai se son capace o no. Va bene?
– Benone! –

E si scommise dieci pennini nuovi e un lapis rosso e turchino.

Detto fatto, una mezz’oretta prima dell’uscita cominciai a dimenarmi sulla panca, finché il professor Muscolo mi disse:

– Tutti fermi! Che cos’ha lo Stoppani che si divincola come un serpente? Tutti zitti!
– Mi dòle il corpo, – risposi. – Non ne posso più…
– Allora vada a casa… tanto c’è poco all’uscita. –

E io, come s’era stabilito con Cecchino, uscii e andai difilato alla Banca d’Italia, dove aspettai fuori del portone. Poco dopo eccoti l’automobile del Bellucci. Lo scioffèr discese, e quando fu entrato nella Banca, a un cenno di Cecchino, montai su e mi misi a sedere accanto a lui.

– Ora vedrai se so mandarla anche da me, – mi disse. – Tieni intanto la tromba, e suona… –

Sì chinò dicendo:

– Vedi? Per andare, basta girar questo… –

E girò il manubrio. L’automobile fece: putupum! due o tre volte, e via di gran carriera.

Io lì per lì mi divertii molto e mi misi a sonar la tromba a tutt’andare ed era un ridere a veder tutta la gente sgambettar di qua e di là per scansarsi, guardandoci spaventata. Ma fu un attimo; capii subito che Cecchino non sapeva regolar l’automobile in nessuna maniera, né frenarla, né fermarla. – Suona, suona! – mi diceva, come se il suonare la tromba potesse influire sul meccanismo. Si usci dalla città come una palla di schioppo, e via per la campagna con una velocità vertiginosa, tanto che non si respirava. Cecchino a un tratto lasciò il manubrio e si abbandonò sul sedile, bianco come un cencio lavato.

Dio mio, che momento!

Solamente a ripensarci, mi sento rizzare i capelli sulla testa. Fortunatamente la strada era larga e diritta, e io vedevo come in sogno sfuggirmi dinanzi agli occhi la campagna intorno.

Di questa visione mi è rimasta un’impressione così viva, che posso qui riprodurla come in una istantanea.

Ricordo benissimo che un contadino che badava ai buoi, vedendoci passare come una saetta, urlò con una voce formidabile che arrivò a coprire il rumore dell’automobile:

– L’osso del collo!… –

Il mal augurio si avverò anche troppo presto, e se non ci si ruppe proprio l’osso del collo, andaron rotte altre ossa non meno utili. Io ricordo appena che a un certo punto vidi dinanzi a me sorgere a un tratto dalla terra come un grande fantasma bianco che si riversasse sull’automobile… e poi più nulla. Dopo ho saputo che a una svoltata della strada eravamo andati contro una casa, che la violenza dell’urto era stata tale, che io e Cecchino avevamo fatto un volo per aria di una trentina di metri e che nella disgrazia avevamo avuto la fortuna di cascare dentro una macchia che ci servì come di una molla, attutendo il colpo della caduta, in modo che non fu – come poteva essere – mortale. Dice che dopo mezz’ora del disastro arrivò lo scioffèr del Bellucci con un’altra automobile, che era corso a prendere a nolo appena si era accorto della nostra fuga, e ci trasportò tutti e due all’ospedale dove a Cecchino ingessarono la gamba destra e a me il braccio sinistro. Io non mi potevo muovere, e dovettero accompagnarmi a casa in lettiga.

Certo è stato un brutto azzardo, e i miei poveri genitori e Ada hanno provato un gran dispiacere; ma però è stata anche una bella soddisfazione per me il raccontare a tutti quelli che son venuti a farmi visita questa mia avventura: descrivendo la nostra corsa vertiginosa che faceva ripetere a ciascuno:

– È stata una vera e propria corsa alla morte, come quella di Parigi!

E oltre a questo, ho la soddisfazione di aver vinto a quello sballone di Cecchino Bellucci dieci pennini nuovi e un lapis rosso e turchino che, appena saremo guariti, mi dovrà dare, se non vuole che gli dia quella famosa lezione che deve avere per i suoi bum contro mio cognato!

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Il giornalino di Gianburrasca – 17 Dicembre

Oggi a scuola ho avuto che dire con Cecchino Bellucci per causa di Virginia.

– È vero – mi ha detto il Bellucci – che tua sorella ha sposato quell’arruffapopoli dell’avvocato Maralli?
– È vero – gli ho risposto – ma il Maralli non è quello che dici tu: invece è un uomo d’ingegno, e presto sarà deputato.
– Deputato? Bum!… – E il Bellucci si è coperto la bocca, soffocando una risata. Io, naturalmente, ho incominciato a riscaldarmi.
– C’è poco da ridere! – gli ho detto scuotendolo per un braccio.
– Ma non sai – ha ripreso lui – che per fare il deputato ci vogliono dimolti, ma dimolti quattrini? Sai chi sarà deputato? Mio zio Gaspero: ma lui è commendatore e il Maralli no; lui è stato sindaco e il Maralli no; lui è amico di tutte le persone più altolocate e il Maralli no; lui ha l’automobile e il Maralli no…
– Che c’entra l’automobile! – gli ho detto.
– C’entra, perché con l’automobile mio zio Gaspero può andare in tutti i paesi di campagna e anche in cima ai monti a fare i discorsi, mentre il Maralli, se ci vuole andare, bisogna che ci vada a piedi.
– Nel paesi di campagna? Il mio cognato, per una certa regola tua, è il capo di tutti gli operai e di tutti i contadini, e se il tuo zio va in campagna anche con l’automobile ci troverà delle brave bastonale!
– Bum! A parole!
– C’è poco da far bum…
– Bum!
– Smetti di fare bum, t’ho detto.
– Bum! bum!
– Quando poi s’esce di scuola, te lo dò io il bum! –

Lui s’è chetato perché sa, come sanno tutti, che Giannino Stoppani riffe non se ne lascia far da nessuno. Difatti dopo scuola l’ho raggiunto alla porta d’uscita dicendogli: – Ora facciamo i conti fra noi! – Ma lui ha affrettato il passo e, appena fuori, è montato sull’automobile di suo zio che lo aspettava e s’è messo a suonar la tromba tra l’ammirazione di tutti i nostri compagni, mentre lo scioffèr girava il manubrio e via di gran corsa.

Non importa. Gliele darò domani!

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Il giornalino di Gianburrasca – 16 Dicembre

Oggi ho avuto una gran soddisfazione. Era stato stabilito che appena tornato da scuola dovessi andare con la mamma e l’Ada dalla signora Olga a confessare quella che chiamano la mia colpa e a chieder perdono. Infatti siamo andati da lei, e io, tutto confuso, ho incominciato subito a raccontarle il fatto del gioco dì prestigio, che la signora Olga ha ascoltato con molta curiosità. Poi ha detto – Ma vedete un po’ che testa ho io! Ho tenuto per tanto tempo un orologio che non è mio senza neppure accorgermene! – Ed è corsa a pigliarlo per restituirlo alla mamma che diceva – Ma le pare! Ma le pare! –

Ecco! Questo si chiama ragionare! Infatti se la signora Olga si fosse accorta subito dell’orologio, tutto si sarebbe spiegato a suo tempo. È colpa mia dunque, se la signora Olga è tanto distratta? Ma il più bello è stato quando la mamma e l’Ada hanno dovuto raccontare la faccenda della cleptomania. Via via che procedeva il racconto, la signora Olga si interessava divertendosi come se si fosse trattato di un’altra persona invece che di lei, e da ultimo dette in una solenne risata, agitandosi sul canapè esclamando:
– Ah bella! Ah bellissima! Come! Mi hanno fatto prendere anche delle medicine per guarire della cleptomania? Ah! Ma questo è un episodio graziosissimo, degno di un romanzo! E tu, birichino, ti ci divertivi, eh? Chi sa quanto hai riso! Sfido! mi ci sarei divertita anche io! – E mi ha acchiappato per la testa e mi ha coperto di baci.

Come è buona la signora Olga! Come si capisce subito che è una donna piena di cuore e piena d’ingegno, senza tutte le esagerazioni che hanno le altre donne! La mamma e l’Ada son rimaste molto confuse perché si aspettavano, invece, chi sa che scena! Ma quando siamo venuti via non ho potuto far a meno di dir loro: – Imparate dalla signora Olga come si devono trattare i ragazzi! –

E mi son grattato dove mi duole tanto a camminare.

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Il giornalino di Gianburrasca – 15 Dicembre

Sono stato a scuola: e rinunzio a dire quel che ho provato nell’andare, nello stare e nel tornare. Scrivo in piedi perché mi stanco meno.

Il motivo, dunque, delle busse avute ieri è da ricercarsi nella mania che ha la Caterina di occuparsi sempre delle cose che non la riguardano invece di pensare alle sue faccende. E si sa, ormai, che in ultimo, chi ci va di mezzo son sempre io, anche se si tratta di antiche sciocchezze che a quest’ora dovrebbero essere dimenticate.

Ieri sera Caterina cercando non so che in un armadio, pescò un paio di calzoni miei da mezza stagione che non mi ero più messo da quest’autunno; e frugando nelle tasche trovò, involtato in un fazzoletto, un orologio d’oro da donna ridotto in bricioli. Invece di lasciar la roba dove l’aveva trovata come le avrebbe dovuto suggerire la più elementare delicatezza, che cosa fece la Caterina? Andò subito dall’Ada, la quale andò dalla mamma e tanto chiacchierarono tutt’e due su questa faccenda che arrivò il babbo e volle sapere anche lui di che cosa si trattava. E allora vennero tutti da me per le spiegazioni. – Non è niente, – dissi io – è una cosa proprio da nulla. conto neanche di parlarne. – Ma come! Un orologio d’oro. – Sì, ma è inservibile. – Sfido! È ridotto in mille bricioli. – Appunto. Serviva per fare certi giochi tra noi ragazzi, ma è passato tanto tempo! – Meno discorsi! – disse il babbo a un tratto – e sentiamo subito di che si tratta. – Mi è toccato naturalmente a raccontare tutta la storia del gioco di prestigio che feci tanto tempo fa con Fofo e con Marinella facendomi dare l’orologio della signora Olga che pestai nel mortaio e che sostituii poi con quello della mamma. Appena ebbi finito il mio racconto fa un diluvio di esclamazioni, di rimproveri, di minacce.

– Come! – gridava la mamma. – Ah! Ora capisco! Ora si spiega tutto! La signora Olga che è tanto distratta non si è mai accorta della sostituzione. – Sicuro! proprio così! – urlava Ada. – E noi che abbiam creduto a un caso di cleptomania! E quel che è peggio lo abbiam fatto credere anche a suo marito! Che figura! – Ma tu, – ripigliava a gridare la mamma – tu, sciagurato, perché non dicesti niente? – E qui le aspettavo. – Io anzi lo volevo dire! – risposi. – Mi ricordo benissimo che incominciai a dirvi che non era per niente un caso di cleptomania, e allora saltaste su tutte a gridare che io in queste cose non dovevo metter bocca, che i ragazzi non devono impicciarsi di quel che dicono i grandi, che non posson capire l’importanza delle cose… e via dicendo. Io stetti zitto per obbedienza. – E la nostra ampolliera d’argento che ritrovammo poi in casa della signora Olga? – E i miei fazzoletti ricamati? – Anche questa roba la portai io in casa della signora Olga per divertirmi. – A questo punto s’è avanzato verso di me il babbo, spalancando gli occhi ed esclamando con voce minacciosa: – Ah tu ti diverti così? Ora ti farò vedere come mi diverto io! – Ma io ho incominciato a girare intorno alla tavola, mentre dicevo le mie ragioni: – Ma è colpa mia se loro s’eran messe in testa l’affare della cleptomania? – Brutto birbante, ora l’hai da pagar tutte!
– Ma pensa, babbo, – seguitavo io a dire piagnucolando – pensa che son cose passate… I fuochi li misi nella gola del camino quando prese marito la Luisa… L’affare dell’orologio è dell’ottobre… Capirei che tu mi avessi picchiato allora… Ma ora no, ecco, ora son cose passate, babbo, non me ne ricordo più… –

Qui il babbo riuscì ad acciuffarmi, e disse con accento feroce: – Ora, invece, io te ne farò ricordare per un pezzo! – E infatti… mi ha lasciato molti segni nel taccuino!
È giusta? Se è giusta mi aspetto un giorno o l’altro d’esser picchiato per le bizze che facevo quando ero piccino di due anni!

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Il giornalino di Gianburrasca – 14 dicembre

Niente di nuovo, né a scuola, né in casa. Non ho ancora rivisto il babbo e ormai spero che quando lo rivedrò gli sarà già passato ogni cosa.


Ah, stasera purtroppo, giornalino mio, l’ho visto e l’ho sentito! Scrivo col lapis, stando disteso sul letto… perché mi sarebbe impossibile stare a sedere dopo avercene prese tante! Che umiliazione! Che avvilimento!

Vorrei scrivere ancora raccontando la causa di questa nuova bufera che mi s’è scaricata sulle spalle, anzi, per essere più esatti, sotto le spalle: ma non posso; soffro troppo nel morale per l’amore proprio che è stato colpito a sangue, e anche nel materiale che è stato purtroppo anch’esso colpito a sangue senza nessuna pietà.

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