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Decameron – Giornata II – Novella III

Furono con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d’Asti dalle donne e da’ giovani e la sua divozion commendata e Idio e san Giuliano ringraziati che al suo bisogno maggiore gli avevano prestato soccorso; né fu per ciò, quantunque cotal mezzo di nascoso si dicesse, la donna reputata sciocca che saputo aveva pigliare il bene che Idio a casa l’aveva mandato. E mentre che della buona notte che colei ebbe soghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato a Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la volta dovesse toccare, in se stessa recatasi quel che dovesse dire cominciò a pensare; e, dopo il comandamento della reina, non meno ardita che lieta così cominciò a parlare:

– Valorose donne, quanto più si parla de’ fatti della fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare, ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia, se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio, senza alcuna posa d’uno in altro e d’altro in uno successivamente, senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa e tutto il giorno si mostri e ancora in alcune novelle di sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina che sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli ascoltanti aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale avviso dovrà piacere.

Fu già nella nostra città un cavaliere il cui nome fu messer Tebaldo, il quale, secondo che alcuni vogliono, fu de’ Lamberti, e altri affermano lui essere stato degli Agolanti, forse più dal mestier de’ figliuoli di lui poscia fatto, conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto e fanno, prendendo argomento che da altro. Ma lasciando stare di quale delle due case si fosse, dico che esso fu ne’ suoi tempi ricchissimo cavaliere, e ebbe tre figliuoli, de’ quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo e il terzo Agolante, già belli e leggiadri giovani, quantunque il maggiore a diciotto anni non aggiugnesse, quando esso messer Tebaldo ricchissimo venne a morte e loro, sì come a legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile lasciò. Li quali, veggendosi rimasi ricchissimi e di contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che del loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno cominciarono a spendere, tenendo grandissima famiglia e molti e buoni cavalli e cani e uccelli e continuamente corte, donando e armeggiando e faccendo ciò non solamente che a gentili uomini s’appartiene ma ancor quello che nello appetito loro giovenile cadeva di voler fare. Né lungamente fecero cotal vita, che il tesoro lasciato loro dal padre venne meno; e non bastando alle cominciate spese solamente le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le possessioni: e oggi l’una e doman l’altra vendendo, appena s’avvidero che quasi al niente venuti furono e aperse loro gli occhi la povertà, li quali la ricchezza aveva tenuti chiusi.

Per la qual cosa Lamberto, chiamati un giorno gli altri due, disse loro qual fosse l’orrevolezza del padre stata e quanta la loro e quale la loro ricchezza e chente la povertà nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e come seppe il meglio, avanti che più della loro miseria apparisse, gli confortò con lui insieme a vendere quel poco che rimaso era loro e andarsene via: e così fecero. E senza commiato chiedere o fare alcuna pompa di Firenze usciti, non si ritennero sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente cominciarono a prestare a usura; e sì fu in questo loro favorevole la fortuna, che in pochi anni grandissima quantità di denari avanzarono.

Per la qual cosa con quelli, successivamente or l’uno or l’altro a Firenze tornandosi, gran parte delle loro possessioni ricomperarono e molte dell’altre comperar sopra quelle, e presero moglie; e continuamente in Inghilterra prestando, a attendere a’ fatti loro un giovane lor nepote, che avea nome Allessandro, mandarono, e essi tutti e tre a Firenze, avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo sconcio spendere altra volta recati, non obstante che in famiglia tutti venuti fossero, più che mai strabocchevolmente spendeano e erano sommamente creduti da ogni mercatante, e d’ogni gran quantità di denari. Le quali spese alquanti anni aiutò lor sostenere la moneta da Alessandro lor mandata, il quale messo s’era in prestare a baroni sopra castella e altre loro entrate, le quali da gran vantaggio bene gli rispondeano.

E mentre così i tre fratelli largamente spendeano e mancando denari accattavano, avendo sempre la speranza ferma in Inghilterra, avvenne che, contra l’oppinion d’ogni uomo, nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo figliuolo, per la quale tutta l’isola si divise, e chi tenea con l’uno e chi con l’altro; per la qual cosa furono tutte le castella de’ baroni tolte a Alessandro, né alcuna altra rendita era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che di giorno in giorno tra ’l figliuolo e ’l padre dovesse esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita a Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell’isola non si partiva, e i tre fratelli che in Firenze erano in niuna cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno più accattando. Ma poi che in più anni niuno effetto seguir si vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la credenza perderono ma, volendo coloro che aver doveano esser pagati, furono subitamente presi; e non bastando al pagamento le lor possessioni, per lo rimanente rimasono in prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se ne andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in arnese, più non sappiendo che aspettar si dovessono se non misera vita sempre.

Alessandro, il quale in Inghilterra la pace più anni aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli quivi non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare, diliberato di tornarsi in Italia, tutto soletto si mise in cammino. E per ventura di Bruggia uscendo, vide n’usciva similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e con molta famiglia e con gran salmeria avanti; al quale appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co’ quali, sì come con conoscenti, Alessandro accontatosi, da loro in compagnia fu volentieri ricevuto.

Camminando adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli domandò chi fossero i monaci che con tanta famiglia cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale l’uno de’ cavalieri rispose: “Questi che avanti cavalca è un giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d’una delle maggiori badie d’Inghilterra; e per ciò che egli è più giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta dignità, andiam noi con essolui a Roma a impetrare dal Santo Padre che nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e appresso nella dignità il confermi: ma ciò non si vuol con altrui ragionare.”

Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora appresso alla sua famiglia, sì come noi tutto il giorno veggiamo per cammino avvenir de’ signori, gli venne nel cammino presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane assai, di persona e di viso bellissimo, e, quanto alcuno altro esser potesse, costumato e piacevole e di bella maniera: il quale maravigliosamente nella prima vista gli piacque quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta; e chiamatolo a sé, con lui cominciò piacevolmente a ragionare e domandare chi fosse, donde venisse e dove andasse. Al quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e sodisfece alla sua domanda, e sé a ogni suo servigio, quantunque poco potesse, offerse. L’abate, udendo il suo ragionare bello e ordinato e più partitamente i suoi costumi considerando, e lui seco estimando, come che il suo mestiere fosse stato servile, esser gentile uomo, più del piacere di lui s’accese; e già pieno di compassion divenuto delle sue sciagure, assai familiarmente il confortò e gli disse che a buona speranza stesse, per ciò che, se valente uom fosse, ancora Idio il riporrebbe là onde la fortuna l’aveva gittato e più a alto: e pregollo che, poi verso Toscana andava, gli piacesse d’essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che esso là similmente andasse. Alessandro gli rendé grazie del conforto e sé a ogni suo comandamento disse esser presto.

Camminando adunque l’abate, al quale nuove cose si volgean per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che dopo più giorni essi pervennero a una villa la quale non era troppo riccamente fornita d’alberghi. E volendo quivi l’abate albergare, Alessandro in casa d’uno oste, il quale assai suo dimestico era, il fece smontare, e fecegli la sua camera fare nel meno disagiato luogo della casa. E quasi già divenuto un siniscalco dell’abate, sì come colui che molto era pratico, come il meglio si poté per la villa allogata tutta la sua famiglia, chi qua e chi là, avendo l’abate cenato e già essendo buona pezza di notte e ogni uomo andato a dormire, Alessandro domandò l’oste là dove esso potesse dormire.

Al quale l’oste rispose: “In verità io non so: tu vedi che ogni cosa è pieno e puoi veder me e la mia famiglia dormire su per le panche; tuttavia nella camera dell’abate son certi granai a’ quali io ti posso menare e porovvi suso alcun letticello, e quivi, se ti piace, come meglio puoi questa notte ti giaci.”

A cui Alessandro disse: “Come andrò io nella camera dell’abate, che sai che è piccola e per istrettezza non v’è potuto giacere alcuno de’ suoi monaci? Se io mi fossi di ciò accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire sopra i granai i monaci suoi e io mi sarei stato dove i monaci dormono.”

Al quale l’oste disse: “L’opera sta pur così, e tu puoi, se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo. L’abate dorme e se’ cortine son dinanzi: io vi ti porrò chetamente una coltricetta, e dormiviti.”

Alessandro, veggendo che questo si potea fare senza dare alcuna noia all’abate, vi s’accordò, e quanto più chetamente poté vi s’acconciò. L’abate, il quale non dormiva anzi alli suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che l’oste e Alessandro parlavano e similmente avea sentito dove Allessandro s’era a giacer messo; per che, seco stesso forte contento, cominciò a dire: “Idio ha mandato tempo a’ miei disiri: se io nol prendo, per avventura simile a pezza non mi tornerà.”

E diliberatosi del tutto di prenderlo, parendogli ogni cosa cheta per l’albergo, con sommessa voce chiamò Alessandro e gli disse che appresso lui si coricasse: il quale, dopo molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L’abate, postagli la mano sopra il petto, lo ’ncominciò a toccare non altramenti che sogliano fare le vaghe giovani i loro amanti: di che Alessandro si maravigliò forte e dubitò non forse l’abate, da disonesto amor preso, si movesse a così fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione o per alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente l’abate conobbe e sorrise; e prestamente di dosso una camiscia, ch’avea, cacciatasi, presa la mano d’Allessandro, e quella sopra il petto si pose dicendo: “Alessandro, caccia via il tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci quello che io nascondo.” Alessandro, posta la mano sopra il petto dell’abate, trovò due poppelline tonde e sode e dilicate, non altramenti che se d’avorio fossono state; le quali egli trovate e conosciuto tantosto costei esser femina, senza altro invito aspettare, prestamente abbracciatala la voleva basciare: quando ella gli disse: “Avanti che tu più mi t’avicini, attendi quello che io ti voglio dire. Come tu puoi conoscere, io son femina e non uomo; e pulcella partitami da casa mia, al Papa andava che mi maritasse: o tua ventura o mia sciagura che sia, come l’altro dì ti vidi, sì di te m’accese Amore, che donna non fu mai che tanto amasse uomo. E per questo io ho diliberato di volere te avanti che alcuno altro per marito: dove tu me per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo luogo ritorna.”

Alessandro, quantunque non la conoscesse, avendo riguardo alla compagnia che ella avea, lei stimò dovere essere nobile e ricca, e bellissima la vedea: per che senza troppo lungo pensiero rispose che, se questo a lei piacea, a lui era molto a grado. Essa allora levatasi a sedere in su il letto, davanti a una tavoletta dove Nostro Signore era effigiato postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso insieme abbracciatisi, con gran piacer di ciascuna delle parti quanto di quella notte restava si sollazzarono. E preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come il giorno venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo donde era entrato, senza sapere alcuno ove la notte dormito si fosse, lieto oltre misura con l’abate e con sua compagnia rientrò in cammino; e dopo molte giornate pervennero a Roma.

E quivi, poi che alcun dì dimorati furono, l’abate con li due cavalieri e con Alessandro senza più entrarono al Papa; e fatta la debita reverenza così cominciò l’abate a favellare: “Santo Padre, sì come voi meglio che alcuno altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente vuol vivere dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale a altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io, che onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare, nell’abito nel qual mi vedete fuggita segretamente con grandissima parte de’ tesori del re d’Inghilterra mio padre (il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo io giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per qui venire, acciò che la vostra Santità mi maritasse, mi misi in via. Né mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia fuggire, quanto la paura di non fare per la fragilità della mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che fosse contra le divine leggi e contra l’onore del real sangue del padre mio. E così disposta venendo, Idio, il quale solo ottimamente conosce ciò che fa mestiere a ciascuno, credo per la sua misericordia colui che a Lui piacea che mio marito fosse mi pose avanti agli occhi: e quel fu questo giovane” e mostrò Alessandro “il quale voi qui appresso di me vedete, li cui costumi e il cui valore son degni di qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà del suo sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho adunque preso e lui voglio, né mai alcuno altro n’avrò, che che se ne debba parere al padre mio o a altrui; per che la principal cagione per la quale mi mossi è tolta via, ma piacquemi di fornire il mio cammino sì per visitare li santi luoghi e reverendi, de’ quali questa città è piena, e la vostra Santità, e sì acciò che per voi il contratto matrimonio tra Alessandro e me solamente nella presenza di Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli altri uomini. Per che umilmente vi priego che quello che a Dio e a me è piaciuto sia a grado a voi, e la vostra benedizion ne doniate, acciò che con quella, sì come con più certezza del piacere di Colui del quale voi sete vicario, noi possiamo insieme all’onore di Dio e del vostro vivere e ultimamente morire.”

Maravigliossi Alessandro udendo la moglie esser figliuola del re d’Inghilterra e di mirabile allegrezza occulta fu ripieno: ma più si maravigliarono li due cavalieri e sì si turbarono, che, se in altra parte che davanti al Papa stati fossero, avrebbono a Alessandro e forse alla donna fatta villania. D’altra parte il Papa si maravigliò assai e dello abito della donna e della sua elezione: ma conoscendo che indietro tornare non si potea, le volle del suo priego sodisfare. E primieramente racconsolati i cavalieri li quali turbati conoscea e in buona pace con la donna e con Alessandro rimessigli, diede ordine a quello che da far fosse. E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti uomini, li quali invitati a una grandissima festa da lui apparecchiata eran venuti, fece venire la donna realmente vestita, la quale tanto bella e sì piacevol parea che meritamente da tutti era commendata, e simigliantemente Alessandro splendidamente vestito, in apparenza e in costumi non miga giovane che a usura avesse prestato ma più tosto reale, e da’ due cavalieri molto onorato; e quivi da capo fece solennemente le sponsalizie celebrare, e appresso, le nozze belle e magnifiche fatte, con la sua benedizione gli licenziò.

Piacque a Alessandro e similmente alla donna, di Roma partendosi, di venire a Firenze, dove già la fama aveva la novella recata; e quivi da’ cittadini con sommo onore ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo prima fatto ogn’uom pagare, e loro e le lor donne rimise nelle loro possessioni. Per la qual cosa con buona grazia di tutti Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante, si partì di Firenze, e a Parigi venuti onorevolmente dal re ricevuti furono.

Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col re adoperarono, che egli le rendé la grazia sua e con grandissima festa lei e ’l suo genero ricevette; il quale egli poco appresso con grandissimo onore fé cavaliere e donogli la contea di Cornovaglia. Il quale fu da tanto e tanto seppe fare, che egli paceficò il figliulo col padre: di che seguì gran bene all’isola, e egli n’acquistò l’amore e la grazia di tutti i paesani, e Agolante ricoverò tutto ciò che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si tornò a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente visse; e, secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore e l’aiuto del suocero egli conquistò poi la Scozia e funne re coronato. –

22/02/2017 – Isaia 41:10

Tu, non temere, perché Io sono con te; non ti smarrire, perché Io sono il tuo Dio; Io ti fortifico, Io ti soccorro, Io ti sostengo.

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Decameron – Giornata II – Novella II

Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza modo risero le donne, e massimamente tra’ giovani Filostrato; al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea, comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale senza indugio alcuno incominciò:

– Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose catoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolata, la quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi paesi d’amore sono caminanti, ne’ quali chi non ha detto il paternostro di san Giuliano spesse volte, ancora che abbia buon letto, alberga male.

Era adunque, al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un mercatante chiamato Rinaldo d’Asti per sue bisogne venuto a Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi, avvenne che, uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona, s’abbatté in alcuni li quali mercatanti parevano, e erano masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione, con li quali ragionando incautamente s’accompagnò. Costoro, veggendol mercatante e estimando lui dovere portar denari, seco diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di rubarlo: e per ciò, acciò che egli niuna suspeccion prendesse, come uomini modesti e di buona condizione pure d’oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando, rendendosi in ciò che potevano e sapevano umili e benigni verso di lui: per che egli gli avergli trovati si reputava in gran ventura, per ciò che solo era con un suo fante a cavallo.

E così camminando, d’una cosa in altra, come ne’ ragionamenti addivien, trapassando, caddero in sul ragionare delle orazioni che gli uomini fanno a Dio; e l’uno de’ masnadieri, che eran tre, disse verso Rinaldo: “E voi, gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?”

Al quale Rinaldo rispose: “Nel vero io sono uomo di queste cose materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì come colui che mi vivo all’antica e lascio correr due soldi per ventiquatro denari; ma nondimeno ho sempre avuto in costume, camminando, di dir la mattina, quando esco dell’albergo, un paternostro e una avemaria per l’anima del padre e della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego Idio e lui che la seguente notte mi deano buono albergo. E assai volte già de’ miei dì sono stato, camminando, in gran pericoli, de’ quali tutti scampato pur sono la notte poi stato in buon luogo e bene albergato: per che io porto ferma credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m’abbia questa grazia impetrata da Dio; né mi parrebbe il dì bene potere andare né dovere la notte vegnente bene arrivare, che io non l’avessi la mattina detto.”

A cui colui, che domandato l’avea, disse: “E istamane dicestel voi?”

A cui Rinaldo rispose: “Sì bene.”

Allora quegli, che già sapeva come andar doveva il fatto, disse seco medesimo: “Al bisogno ti fia venuto, ché, se fallito non ci viene, per mio avviso tu albergherai pur male”; e poi gli disse: “Io similemente ho già molto camminato e mai nol dissi, quantunque io l’abbia a molti molto udito già commendare, né giammai non m’avenne che io per ciò altro che bene albergassi; e questa sera per avventura ve ne potrete avvedere chi meglio albergherà, o voi che detto l’avete o io che non l’ho detto. Bene è il vero che io uso in luogo di quello il dirupisti o la ’ntemerata o il deprofundi, che sono, secondo che una mia avola mi solea dire, di grandissima virtù.”

E così di varie cose parlando e al lor cammin procedendo e aspettando luogo e tempo al lor malvagio proponimento, avvenne che, essendo già tardi, di là dal Castel Guiglielmo, al valicar d’un fiume questi tre, veggendo l’ora tarda e il luogo solitario e chiuso, assalitolo il rubarono, e, lui a piè e in camiscia lasciato, partendosi dissero: “Va e sappi se il tuo san Giuliano questa notte ti darà buono albergo, ché il nostro il darà bene a noi”; e valicato il fiume andaron via.

Il fante di Rinaldo veggendolo assalire, come cattivo, niuna cosa al suo aiuto adoperò, ma volto il cavallo sopra il quale era non si ritenne di correre sì fu a Castel Guiglielmo, e in quello, essendo già sera, entrato, senza darsi altro impaccio albergò.

Rinaldo, rimaso in camiscia e scalzo, essendo il freddo grande e nevicando tuttavia forte, non sappiendo che farsi, veggendo già sopravenuta la notte, tremando e battendo i denti, cominciò a riguardare se da torno alcuno ricetto si vedesse dove la notte potesse stare, che non si morisse di freddo; ma niun veggendone, per ciò che poco davanti essendo stata guerra nella contrada v’era ogni cosa arsa, sospinto dalla freddura, trottando si dirizzò verso Castel Guiglielmo, non sappiendo perciò che il suo fante là o altrove si fosse fuggito, pensando, se dentro entrar vi potesse, qualche soccorso gli manderebbe Idio. Ma la notte obscura il sopraprese di lungi dal castello presso a un miglio: per la qual cosa sì tardi vi giunse, che, essendo le porte serrate e i ponti levati, entrar non vi poté dentro. Laonde, dolente e isconsolato piagnendo, guardava dintorno dove porre si potesse, che almeno addosso non gli nevicasse: e per avventura vide una casa sopra le mura del castello sportata alquanto in fuori, sotto il quale sporto diliberò d’andarsi a stare infino al giorno. E là andatosene e sotto quello sporto trovato uno uscio, come che serrato fosse, a piè di quello ragunato alquanto di pagliericcio che vicin v’era, tristo e dolente si pose a stare, spesse volte dolendosi a san Giuliano, dicendo questo non essere della fede che aveva in lui. Ma san Giuliano, avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò buono albergo.

Egli era in questo castello una donna vedova, del corpo bellissima quanto alcuna altra, la quale il marchese Azzo amava quanto la vita sua e quivi a instanzia di sé la facea stare: e dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo sporto della quale Rinaldo s’era andato a dimorare. E era il dì dinanzi per avventura il marchese quivi venuto per doversi la notte giacere con essolei, e in casa di lei medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno e nobilmente da cena. E essendo ogni cosa presta (e niuna altra cosa che la venuta del marchese era da lei aspettata) avvenne che un fante giunse alla porta, il quale recò novelle al marchese per le quali a lui subitamente cavalcar convenne: per la qual cosa, mandato a dire alla donna che non l’attendesse, prestamente andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non sappiendo che farsi, diliberò d’entrare nel bagno fatto per lo marchese e poi cenare e andarsi a letto; e così nel bagno se n’entrò.

Era questo bagno vicino all’uscio dove il meschino Rinaldo s’era accostato fuori della terra; per che, stando la donna nel bagno, sentì il pianto e ’l triemito che Rinaldo faceva, il quale pareva diventato una cicogna: laonde, chiamata la sua fante, le disse: “Va sù e guarda fuori del muro a piè di questo uscio chi v’è e chi egli è e quel ch’el vi fa.” La fante andò e aiutandola la chiarità dell’aere vide costui in camiscia e scalzo quivi sedersi, come detto è, tremando forte; per che ella il domandò chi el fosse. E Rinaldo, sì forte tremando che appena poteva le parole formare, chi el fosse e come e perché quivi quanto più brieve poté le disse: e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se esser potesse, quivi non lo lasciasse di freddo la notte morire. La fante, divenutane pietosa, tornò alla donna e ogni cosa le disse. La qual similmente pietà avendone, ricordatasi che di quello uscio aveva la chiave, il quale alcuna volta serviva alle occulte entrate del marchese, disse: “Va e pianamente gli apri; qui è questa cena e non saria chi mangiarla, e da poterlo albergar ci è assai.”

La fante, di questa umanità avendo molto commendata la donna, andò e sì gli aperse; e dentro messolo, quasi assiderato veggendolo, gli disse la donna: “Tosto, buono uomo, entra in quel bagno, il quale ancora è caldo.”

E egli questo, senza più inviti aspettare, di voglia fece: e tutto dalla caldezza di quello riconfortato da morte a vita gli parve esser tornato. La donna gli fece apprestare panni stati del marito di lei poco tempo davanti morto, li quali, come vestiti s’ebbe, a suo dosso fatti parevano; e aspettando quello che la donna gli comandasse incominciò a ringraziare Idio e san Giuliano che di sì malvagia notte, come egli aspettava, l’avevano liberato e a buono albergo, per quello che gli pareva, condotto. Appresso questo la donna, alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo fuoco in una sua camminata, in quella se ne venne e del buono uomo domandò che ne fosse.

A cui la fante rispose: “Madonna, egli s’è rivestito e è un bello uomo e pare persona molto da bene e costumato.”

“Va dunque, “ disse la donna “e chiamalo e digli che qua se ne venga: al fuoco si cenerà, ché so che cenato non ha.”

Rinaldo nella camminata entrato, e veggendo la donna e da molto parendogli, reverentemente la salutò e quelle grazie le quali seppe maggiori del beneficio fattogli le rendé. La donna, vedutolo e uditolo e parendole quello che la fante dicea, lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente il fé sedere e dello accidente che quivi condotto l’avea il domandò: alla quale Rinaldo per ordine ogni cosa narrò. Aveva la donna, nel venire del fante di Rinaldo nel castello, di questo alcuna cosa sentita, per che ella ciò che da lui era detta interamente credette, e sì gli disse ciò che del suo fante sapea e come leggiermente la mattina appresso ritrovare il potrebbe. Ma poi che la tavola fu messa, come la donna volle, Rinaldo con lei insieme, le mani lavatesi, si pose a cenare. Egli era grande della persona e bello e piacevole nel viso e di maniere assai laudevoli e graziose e giovane di mezza età; al quale la donna avendo più volte posto l’occhio addosso e molto commendatolo, e già, per lo marchese che con lei doveva venire a giacersi, il concupiscibile appetito avendo desto nella mente ricevuto l’avea. Dopo la cena, da tavola levatasi, con la sua fante si consigliò se ben fatto le paresse che ella, poi che il marchese beffata l’avea, usasse quel bene che innanzi l’aveva la fortuna mandato.

La fante, conoscendo il disiderio della sua donna, quanto poté e seppe a seguirlo la confortò: per che la donna, al fuoco tornatasi dove Rinaldo solo lasciato aveva, cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse: “Deh, Rinaldo, perché state voi così pensoso? non credete voi potere essere ristorato d’un cavallo e d’alquanti panni che voi abbiate perduti? Confortatevi, state lietamente, voi siete in casa vostra. Anzi vi voglio dir più avanti: che, veggendovi cotesti panni indosso, li quali del mio morto marito furono, parendomi voi pur desso, m’è venuta stasera forse cento volte voglia d’abracciarvi e di basciarvi: e, s’io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo io l’avrei fatto.”

Rinaldo, queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi della donna veggendo, come colui che mentacatto non era, fattolesi incontro con le braccia aperte, disse: “Madonna, pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse non m’ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro d’abracciarmi e di basciarmi, ché io abraccerò e bascerò voi vie più che volentieri.”

Oltre a queste non bisognar più parole. La donna, che tutta d’amoroso disio ardeva, prestamente gli si gittò nelle braccia; e poi che mille volte, disiderosamente strignendolo, basciato l’ebbe e altrettante da lui fu basciata, levatisi di quindi nella camera se ne andarono, e senza niuno indugio coricatisi pienamente e molte volte, anzi che il giorno venisse, i loro disii adempierono. Ma poi che a apparir cominciò l’aurora, sì come alla donna piacque levatisi, acciò che questa cosa non si potesse presummere per alcuno, datigli alcuni panni assai cattivi e empiutagli la borsa di denari, pregandolo che questo tenesse celato, avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciuolo onde era entrato il mise fuori.

Egli, fatto dì chiaro, mostrando di venire di più lontano, aperte le porte, entrò nel castello e ritrovò il suo fante; per che, rivestitosi de’ panni suoi che nella valigia erano e volendo montare in sul cavallo del fante, quasi per divino miracolo addivenne che li tre masnadieri che la sera davanti rubato l’aveano, per altro maleficio da lor fatto poco poi appresso presi, furono in quello castel menati; e per confessione da loro medesimi fatta, gli fu restituito il suo cavallo, i panni e i denari, né ne perdé altro che un paio di cintolini de’ quali non sapevano i masnadieri che fatto se n’avessero. Per la qual cosa Rinaldo, Idio e san Giulian ringraziando, montò a cavallo e sano e salvo ritornò a casa sua; e i tre masnadieri il dì seguente andaro a dare de’ calci a rovaio. –

21/02/2017 – Giovanni 14:26

Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.

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I clienti insolventi

Come ci si comporta con un cliente insolvente? Quando possiamo definirlo tale? Il professionista dopo aver effettuato la prestazione professionale emette solitamente la fattura proforma, che rappresenta il compenso a lui spettante, che sarà certificato dalla fattura emessa al momento del pagamento. Abbiamo due casi:

  • Prestazione definita da contratto – Quando le parti, come da buona prassi, hanno raggiunto un accordo scritto che regola la prestazione professionale, sarà inclusa la clausola che fissa i termini di pagamento della fattura, a 30 o 60 giorni. Si tende troppo spesso a chiudere l’accordo con il cliente solamente con un accordo verbale. Questa scelta può rivelarsi deleteria e pericolosa, soprattutto in caso di clienti insolventi. In assenza di un vero e proprio contratto, può essere opportuno utilizzare almeno la posta elettronica per inviare l’offerta e ricevere l’accettazione del cliente. Infatti, a norma dell’articolo 1326 del codice civile, comma 1: “Il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte”. In questo caso, ricordatevi sempre di farvi pagare un acconto dal cliente, all’inizio della prestazione, questo potrà ridurre il rischio di futura insolvenza del cliente;
  • Prestazione a vista – Quando, in mancanza di un contratto scritto che vincola le parti la fattura viene emessa a vista, pagabile al momento dell’emissione. Naturalmente, in questo caso, vi sono minori tutele per il professionista, in caso di insolvenza del cliente.

Qualunque sia il caso, è fondamentale l’emissione della fattura. La fattura, infatti, rappresenta nei rapporti civili grande rilevanza in funzione della valenza probatoria che la stessa può assumere tra le parti, in particolare nel caso di inadempimento dell’obbligazione (cioè del pagamento) da parte del destinatario della stessa. Al riguardo, la Cassazione, con sentenza 28 aprile 2004, n. 8126, ha sancito che:

“la fattura commerciale, non può, attese le sue caratteristiche genetiche (formazione ad opera della stessa parte che intende avvalersene) assurgere a prova del contratto, ma, al più rappresentare un mero indizio della stipulazione di quest’ultimo e dell’esecuzione della prestazione indicata, mentre nessun valore, nemmeno indiziario, le si può riconoscere tanto in ordine alla corrispondenza della prestazione indicata con quella pattuita, quanto in relazione agli altri elementi costitutivi del contratto (…)“

Quello che sovente succede a questo punto, è che il cliente porti le più svariate scuse (crisi economica, lavoro non soddisfacente, difficoltà finanziaria, ecc), per evitare o quanto meno prolungare i tempi di pagamento del professionista. Per questo motivo, al fine di evitare che il compenso dovuto dal cliente per la prestazione professionale non vada del tutto perduto è opportuno che il professionista solleciti il pagamento delle proprie prestazioni professionali. Tuttavia, è necessario attivarsi tempestivamente, in quanto il termine di prescrizione delle parcelle dei professionisti è soltanto di tre anni. Trascorso tale termine, il cliente, alla richiesta di pagamento da parte del professionista, può rifiutarsi di adempiere.

In caso di ritardo nel pagamento della fattura, nonostante ripetuti inviti, è necessario procedere in via stragiudiziale, mettendo in mora il cliente attraverso l’invio di una lettera raccomandata con avviso di ricevimento, nella quale si sollecita il pagamento dell’importo dovuto per la prestazione professionale, dando un termine perentorio (ragionevolmentee, tra 15 e 20 giorni) per l’adempimento (ai sensi dell’articolo 1219 del codice civile). Si tratta di un primo step che può essere percorso per evitare di mettere in atto immediatamente azioni più incisive e per verificare l’effettiva buona fede del debitore che si può trovare davvero in difficoltà. Scaduto il primo termine, è necessario inviare una seconda raccomandata con la quale, questa volta, si indica che se non verrà effettuato il pagamento della prestazione, verrà affidato incarico ad un legale.

Decorso il temine tale termine, l’unica cosa da fare è rivolgersi ad un legale. L’assistenza di un esperto in materia legale diventa indispensabile, anche se, vi è la possibilità di agire in proprio innanzi al Giudice di Pace, ma soltanto per crediti di importo non superiore ad €516,46. Per importi superiori ci si costituisce in giudizio solo ed esclusivamente attraverso il patrocinio di un legale che assumerà la veste di difensore in giudizio. Il primo passo che effettuerà è quello di presentare una ulteriore lettera di formale di intervento rivolta ai clienti insolventi, atta a chiedere nuovamente il pagamento della prestazione professionale entro un termine dato, in mancanza, si attiverà presso le opportune sedi giudiziarie.

Conclusasi senza esito questa prima procedura non rimane che agire attivamente per la riscossione del credito, attraverso il decreto ingiunivo. Il decreto ingiuntivo (articoli 633 e seguenti del c.p.c.) è un provvedimento con il quale il Giudice, su richiesta del creditore, munito di documentazione idonea (contratto, fattura o ricevuta in caso di prestazione occasionale, accompagnate da estratto notarile dal libro fatture), può ingiungere singolarmente, ai clienti insolventi, di adempiere all’obbligazione di pagare la prestazione professionale, entro il termine di 40 giorni dalla notifica. Si tratta di un procedimento monitorio che vi consentirà di ottenere, in tempi previ il pagamento delle vostre competenze, sempre a condizione di essere in possesso della documentazione idonea (per questo conservare tutta la corrispondenza, anche via email con il cliente, sia nella fase del contratto che in quella di sollecito, diventa un elemento fondamentale, da effettuare sempre). E’ una procedura relativamente veloce (i tempi di emissione del decreto possono essere di tre o quattro mesi), e poco dispendiosa economicamente. I clienti insolventi saranno chiamati a pagare la somma dovuta più gli interessi e le spese legali. Se il cliente non paga o non presenta opposizione nei 40 giorni il decreto ingiuntivo diventa esecutivo e si potrà procedere anche al pignoramento dei beni.

La ratio del decreto ingiuntivo è, infatti, quella di offrire uno strumento a tutela immediata del creditore (in questo caso il professionista), che gli consente di acquisire rapidamente un titolo per agire esecutivamente nei confronti del debitore. Il vantaggio del decreto ingiuntivo è che viene emanato in assenza di contraddittorio tra le parti.

Nel caso in cui, invece, il professionista non sia munito della suddetta documentazione (ad esempio se è in possesso solo di una fattura proforma), è comunque possibile agire davanti al Giudice, ma con procedimento ordinario, che si svolge senza che la controparte venga chiamata in giudizio, è prevista la citazione del debitore davanti al Giudice designato, un procedimento più lungo rispetto al primo e che quindi comporta anche costi superiori.

Il DDL. n. 102/2016 approvato dal Governo il 29 gennaio 2016 prevede l’introduzione una sorta di statuto riguardante l’attività dei professionisti, volto a tutelare l’attività dei professionisti. Tra le varie norme, in particolare, ce n’è una che prevede che le fatture emesse dal professionista, in generale le fatture di tutti i soggetti titolari di partita Iva diversi da imprese debbano essere pagate al massimo entro il termine di 60 giorni dalla loro emissione. Ogni termine superiore eventualmente stabilito dalle parti ed inserito nel contratto sarà automaticamente considerato nullo, in quanto considerato clausola abusiva. Viene previsto, inoltre, che il contratto tra professionista e committente dovrà avere necessariamente forma scritta e, pertanto, si considera abusivo il rifiuto del committente di stipulare il contratto in forma diversa da quella scritta.